Discorsi

Carlo Bo e Urbino

Discorso prounciato al seminario di chiusura della mostra "Carlo Bo e Urbino (1951-2001)"

Palazzo Ducale (Urbino)

09 Dicembre 2021

Buongiorno a tutti.
È per me una grande emozione essere oggi insieme a voi per la chiusura della Mostra dedicata a Carlo Bo e Urbino.
Questo evento apre la mia visita nella Regione Marche e desidero rivolgere il mio più sincero ringraziamento al Presidente della Regione, Francesco Acquaroli, che sarà al mio fianco per conoscere insieme le tante eccellenze di questo territorio. Grazie, Presidente.
Saluto il Sottosegretario di Stato, Rossella Accoto, e tutti i parlamentari presenti.
È davvero bello condividere questo momento con voi.

Ringrazio il Presidente del Consiglio regionale, Dino Latini, per l'importante sostegno offerto all'iniziativa. Ringrazio il Sindaco di Urbino per l'invito e l'accoglienza. Saluto il prosindaco di questa città, l'on. Vittorio Sgarbi, il Magnifico Rettore e tutte le Autorità presenti.
Siamo nella Sala del Trono del Palazzo Ducale di Urbino, in un luogo pieno di bellezza e di storia, nel quale si respira quello spirito del Rinascimento italiano che ha dato un impulso fondamentale alla formazione della coscienza europea. Lo stesso spirito che rivive nel quotidiano esercizio di studio e di confronto tra professori e studenti nella vostra splendida e prestigiosa Università.

Questi sono i luoghi che Carlo Bo amava. Questa è stata la sua Patria elettiva, la città d'adozione che lo ha insignito della cittadinanza onoraria e che, a sua volta, si è lasciata adottare da lui.
Per oltre mezzo secolo, Bo è stato il "Signore di Urbino", il Rettore - l'anima e il volto - dell'Università che dopo la sua morte ne ha preso il nome, identificandosi idealmente con lui e assumendone l'eredità.

Per scoprire quale è il segreto di questo straordinario connubio durato 53 anni è necessario guardare dentro l'esperienza di un uomo che è stato un grande protagonista del percorso culturale, politico ed istituzionale del Paese.
Un intellettuale che ha usato il filtro della poesia e della prosa per vivere e interpretare più di settant'anni di storia nazionale. Che ha sempre inteso la letteratura come impegno umano e civile. E che attraverso la critica letteraria ha saputo scolpire una parte importante dell'identità collettiva.

Così è stato nell'esperienza dell'ermetismo, vissuta al tempo del fascismo come rifiuto e opposizione alla realtà dell'Italia di allora.
Un modo di vivere e una visione del mondo, prima ancora che uno stile letterario, in cui il giovane Carlo Bo, insieme agli amici letterati del bar Giubbe Rosse di Firenze, ha cercato riparo. La purezza della poesia era per loro l'unica salvezza, una fuga dall'eccesso di esteriorità allora dominante, una porta aperta sull'Europa e sul mondo.

Così è stato anche nell'esperienza del dopoguerra, quando il ritorno alla libertà ha significato per Carlo Bo il superamento della poesia pura per confrontarsi con la concretezza del linguaggio del romanzo, con lo stile del neorealismo e soprattutto con l'osservazione della realtà circostante attraverso il metodo giornalistico.

Lo descrive in maniera esemplare il suggestivo titolo che raccoglie gli articoli pubblicati tra il 1945 e il 1954: "Scandalo della speranza". Uno spaccato di un'epoca che vive con trepidazione l'attesa della rinascita.
Una fase che anche sul piano personale Carlo Bo vive con grande intensità grazie all'unione con Marise Ferro. Una "donna di testa". Scrittrice, giornalista, traduttrice, intellettuale anticonvenzionale, paladina dell'educazione delle donne all'illuminismo come battaglia di libertà, che in quegli anni consolida con Carlo Bo un sodalizio molto forte, alimentato anche dal comune amore per la letteratura, durato tutta un'esistenza.

Sempre in questo periodo, nel 1947, Bo inizia ad affiancare all'esperienza di letterato quella di Rettore, un incarico che gli fu attribuito a sorpresa, innanzitutto perché non era un giurista o un economista, come era nella tradizione dell'Ateneo.

Carlo Bo fu indubbiamente un Rettore inedito, perché seppe affiancare due doti davvero inusuali, specialmente in un letterato di quella levatura. Da un lato, vi era il contatto diretto con gli studenti, di cui seguiva non solo il percorso accademico, ma anche le esigenze di vita di tutti i giorni, i problemi di famiglie poverissime che spesso non riuscivano a soddisfare i bisogni primari.
Dall'altro lato, vi erano la concretezza e il pragmatismo con cui si faceva carico dell'amministrazione dell'Ateneo, creando nuove facoltà, nuovi corsi e strutture di ricerca che hanno cambiato il volto di questa realtà.

Non a caso, due appellativi lo hanno accompagnato nella sua esperienza di Rettore: era insieme il "Babbo" e il "Magnifico".
La centralità e la qualità della formazione dei giovani, il valore del dialogo e dello scambio sono stati sempre al centro della sua azione.
Lo ha dimostrato chiaramente anche negli anni più bui delle contestazioni del 1968, quando, di fronte ai momenti di grandi tensioni, Carlo Bo seppe sempre usare il linguaggio della mediazione.
Sottolineava con amarezza che la crisi dell'Università era una crisi di identità e morale. Che mancavano i maestri, perché la capacità di insegnare è una cosa diversa dalla conoscenza tecnica.

E poi vi era la sua attività di critico, lunghissima e intensa, coltivata sempre con spirito costruttivo, nella più alta difesa della libertà di espressione del pensiero e nel massimo rispetto per il valore di ogni autore.
Lo conferma il fatto che, in tutta la sua carriera, Carlo Bo non ha mai stroncato alcun libro.
Con le sue recensioni, i suoi giudizi e le sue traduzioni, ha piuttosto accompagnato l'apertura della letteratura contemporanea ad opere ed autori - da Giuseppe Tomasi di Lampedusa a Garcia Lorca, da Kafka a Pasolini, da Pascal a Mallarmé - che hanno cambiato il modo di pensare di una intera collettività.

Questo stesso spirito ha ispirato il suo impegno civile, consacrato con la nomina, nel luglio 1984, a Senatore a vita, per decisione del Presidente Pertini.
È significativo che i tre amici delle Giubbe Rosse, legati dal comune sentimento antifascista - Eugenio Montale, Carlo Bo e Mario Luzi - siano stati uniti anche nella comune esperienza di Senatore, dalla letteratura come opposizione al sistema, alla letteratura come servizio alla Repubblica, come sottolinea Giorgio Tabanelli nel volume dedicato agli ottant'anni di Carlo Bo.

La nomina di Carlo Bo rispose proprio alla scelta di rappresentare al massimo livello istituzionale i valori della libertà, della tolleranza, del dialogo, del pluralismo culturale. Ma anche di colmare la strisciante disaffezione dell'opinione pubblica nei confronti della politica con l'alta testimonianza di un autorevole esponente della società civile.

Nel suo mandato di Senatore, Carlo Bo fu un fedele interprete di un cattolicesimo liberale ispirato ai più nobili valori, secondo il modello tracciato da Alessandro Manzoni, di cui Bo tratteggiò al Senato la figura nel secondo centenario della nascita, nel maggio 1985, elogiandone l'esistenza esemplare, la vita dedicata "alla ricerca del vero fondata su una straordinaria regola morale".
Continui erano i suoi appelli all'importanza della responsabilità, al valore del dubbio, all'esigenza di interrogarsi sulle cose e di interrogare le proprie coscienze.

Un esercizio condotto con grande rigore intellettuale, ma anche con uno spontaneo distacco dalle forme esteriori. Come ci ha ricordato dieci anni fa in Senato Sergio Zavoli, Carlo Bo era "un uomo capace come pochi di dare alle cose, specie se paludate, quella piegatura ironica che era un tratto tra i più disarmanti della sua personalità".
E poi mi piace qui ricordare la frase che il Senatore Bo usava ripetere a quanti lo incrociavano nei corridoi di Palazzo Madama, sempre preceduto dall'aroma dell'inseparabile sigaro toscano e dal rumore del bastone: "Solo i sognatori sono in grado di fare qualcosa".

Vorrei che questo fosse il messaggio che scolpisse questo incontro.
Qui, nel luogo in cui i semi dell'insegnamento di Carlo Bo hanno prodotto i frutti più belli, concreti e duraturi.
Qui, dove si formano le nuove generazioni di una Europa chiamata, in un mondo profondamente cambiato, a difendere il proprio primato, intellettuale e morale.
La voce eminente ed equilibrata del vostro "Magnifico" sia per tutti noi l'invito a credere e lottare per un nuovo Rinascimento da coltivare, sul suo esempio, con idealità e spirito costruttivo.
Grazie.

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