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Il Presidente: Discorsi

Donne e politica

La Lectio Magistralis del Presidente del Senato

11 Ottobre 2019

Autorità,
Signore e Signori,
è per me un vero piacere essere con voi oggi, in occasione dell'apertura del 52° anno accademico del Centro Pannunzio, e avere l'opportunità di svolgere alcune riflessioni sul dibattito, sempre più attuale, relativo alla presenza delle donne nello scenario politico.
Saluto il magnifico rettore dell'Università degli Studi di Torino, Stefano Geuna, la Presidente del Centro Pannunzio, Chiara Soldati, e la direttrice del Dipartimento donna, Anna Ricotti.
Un saluto che desidero estendere al corpo docente, al personale amministrativo e a tutti i collaboratori che, a vario titolo, ogni giorno si dedicano con impegno e passione alla formazione scientifica, culturale e umana delle nostre giovani generazioni.

Riflettere sul presente e sulle prospettive future di un tema così complesso e articolato, come quello legato alla presenza femminile nelle Istituzioni e nel contesto politico in generale, richiede necessariamente di svolgere alcune premesse di tipo storico.
Guardare al passato consente, infatti, di comprendere come il percorso di emancipazione e di affermazione della condizione femminile sia stato trasversale alle epoche storiche, ai territori, alle religioni, alle differenti culture ed ai tessuti sociali dei vari Paesi.
Un percorso che, peraltro, ancora oggi fatica a concretizzarsi pienamente persino all'interno di quegli ordinamenti che - quanto meno sotto il profilo formale - possono vantare una legislazione salda e all'avanguardia nell'affermazione delle pari opportunità tra uomini e donne.

In molti Stati, tra cui anche il nostro, le donne hanno iniziato ad acquisire la titolarità dei diritti politici solo a partire dal XX secolo.
Il primo Stato europeo a riconoscere il suffragio universale e il diritto delle donne a sedere in Parlamento fu, nel 1907, il Granducato di Finlandia.
A questo fecero seguito la Norvegia e la Danimarca negli anni antecedenti lo scoppio della Prima Guerra Mondiale; mentre in Russia, in Germania, in Olanda e nel Regno Unito il voto alle donne - sia pure con alcune limitazioni - venne esteso tra il 1918 e il 1920.

Sul piano del diritto internazionale, il primo documento di portata generale che riconosce alle donne di tutto il mondo il diritto di partecipare attivamente alla vita politica del proprio Paese è la dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dalle Nazioni Unite nel 1948.
Se guardiamo all'Italia, salvo alcune vicende relative alla Repubblica Romana del 1849 e alle consultazioni amministrative svoltesi negli anni venti e nel 1945, il primo vero voto femminile su scala nazionale avvenne nel 1946, in occasione del referendum istituzionale e delle elezioni dell'Assemblea costituente.
Fu quello un momento decisivo nella storia dell'emancipazione femminile italiana.
Un'emozione che la giornalista Anna Garofalo descrisse allora con queste suggestive parole: "Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un'autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d'amore" .... "Le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari".
Ventuno furono le donne elette in seno all'Assemblea costituente: le prime ad entrare nelle istituzioni parlamentari e a portare una voce femminile nel dibattito politico nazionale.
Fu anche merito loro se lo spazio che la nostra Costituzione riserva al riconoscimento dei principi di uguaglianza, di parità di genere e delle pari opportunità tra uomini e donne è ampio e puntuale.
Principi che oggi diamo per acquisiti, ma che per l'epoca in cui furono affermati rappresentarono una grande conquista legislativa e tracciarono il ritratto di una Nazione moderna e democratica.
La Costituzione ha indicato la via, ma dare attuazione a quei principi di uguaglianza tra uomini e donne si è rivelato un cammino lungo e certamente non facile.
Non solo in politica.
Anche sul lavoro o nel mondo delle professioni i passi in avanti hanno richiesto pazienza e progressività.
La prima legge in materia di tutela delle lavoratrici madri risale al 26 agosto 1950, mentre in Italia le donne hanno avuto la possibilità di accedere ai ruoli della magistratura solo nel 1963.

Ci sono voluti oltre cinquant'anni per giungere, nel 2003, alla modifica dell'articolo 51 della Costituzione e sancire la promozione delle pari opportunità nell'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
E altri otto anni per arrivare alla legge n. 120 del 2011 sulle cosiddette "quote rosa" e alla successiva legge n. 215 del 2012 sul riequilibrio delle rappresentanze di genere negli Enti locali e nelle Regioni.

Parallelamente al piano legislativo, occorre inoltre evidenziare come la questione dell'affermazione femminile nelle dinamiche politiche e istituzionali del Paese si sia dovuta confrontare anche con un avversario sleale e del tutto estraneo alle regole del confronto meritocratico.
Mi riferisco a quel pregiudizio sociale ormai anacronistico - ma ancora purtroppo diffuso in alcune aree del nostro Paese e in molti Stati stranieri - che per anni ha considerato la donna in una posizione sociale più debole e più vulnerabile rispetto all'uomo.
Un pregiudizio che per molto tempo ha costituito un ostacolo insormontabile all'affermazione e al riconoscimento dei meriti di tante donne di grande valore.
Altrimenti come si potrebbe spiegare, in termini razionali e ragionevoli, che la prima designazione di una donna alla Corte costituzionale sia avvenuta soltanto nel 1996, ovvero quarant'anni dopo la celebrazione della sua prima udienza?

Come anche, occorre interrogarsi sul perchè siano stati necessari 70 anni di storia repubblicana, 18 legislature e radicali riforme elettorali per vedere una donna sedere sullo scranno più alto di Palazzo Madama e le donne senatrici passare dalle 4 della prima legislatura alle attuali 113.
Peraltro, era già stato necessario attendere il 1979 per vedere, per la prima volta nella nostra storia repubblicana, una donna presiedere un'assemblea parlamentare: Nilde Iotti.

La stessa Iotti, in occasione del suo discorso di insediamento alla Presidente della Camera dei deputati, ebbe a dire: "vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione".
Proprio il 1979, peraltro, fu un anno particolarmente significativo per l'affermazione della leadership politica femminile in Europa e nel Mondo, perchè fu l'anno della nascita del Primo Governo Thatcher.
Prima della Thatcher nessuna donna era mai stata alla guida del Governo o Capo di Stato di un Paese europeo.
Certo, c'erano state le esperienze di Sirimavo Bandaranaike nello Sri Lanka, di Evita Peron in Argentina o di Golda Meir in Israele ma, almeno per quanto riguarda l'Europa, furono le doti politiche e il carisma di Margharet Thatcher ad abbattere qualsiasi steccato o pregiudizio.

La sua leadership era infatti tanto forte e autorevole da far considerare scontato e naturale che proprio una donna potesse essere così qualificata e determinata da fare la differenza; guidare una nazione come la Gran Bretagna e lasciare una indelebile impronta nella storia.
Da allora sono state 30 le donne Capo di Stato o di governo nel vecchio continente, con un andamento sicuramente crescente. Ma dobbiamo anche essere consapevoli che - a livello globale - il raggiungimento della piena parità di genere nella leadership politica continua ad essere un traguardo ancora lontano.
Secondo i dati diffusi dall'Unione interparlamentare mondiale a gennaio di quest'anno, infatti, la percentuale complessiva di donne oggi a capo di uno Stato è del 6,6%, mentre 10 sono le donne premier su 193 primi ministri.
E ancora, su 279 Assemblee parlamentari in tutto il pianeta solo 55 sono presiedute da una donna, mentre la percentuale media di seggi femminili si assesta attorno al 24,3 percento.

Crescente, ma sempre relativamente bassa, è ancora la media di donne che occupano posizioni di governo: ben al di sotto del 30 percento, con portafogli riferiti soprattutto ai settori degli affari sociali, della famiglia, delle politiche giovanili, dell'educazione, della cultura, della parità di genere e della salute.
Nello scorrere i dati sulla presenza femminile nei Parlamenti dei vari Stati sono rimasta sorpresa nello scoprire che il Paese che conta più donne nel proprio parlamento è il Ruanda, con una percentuale pari al 61,3%, seguito da Cuba e dalla Bolivia.
In questa classifica, l'Italia occupa il 30esimo posto con una media attorno al 35%.
Prima di noi ci sono la Svezia, la Finlandia, la Francia, la Spagna, la Danimarca, l'Austria e il Belgio, ma troviamo anche il Messico, il Senegal, il Nicaragua, l'Argentina, l'Etiopia, il Burundi e il Mozambico.
Sono dati significativi, perchè riguardano Paesi con equilibri sociali, politici ed economici particolarmente complessi e dove il dibattito legislativo sulle "quote rosa" o sulle "pari opportunità" non ha mai acquistato la risonanza mediatica e il peso politico che invece ha assunto negli anni in Europa.

E non ha importanza se dietro di noi si collocano il Portogallo, la Svizzera, la Gran Bretagna o la Germania: questi dati devono essere un'occasione per comprendere che molto c'è ancora da fare per dare forza, solidità e visibilità all'impegno delle donne nella vita politica italiana.
Si tratta di una rivoluzione da attuare non più e non soltanto in termini legislativi quanto piuttosto sul piano culturale.
Certo, il ruolo del Parlamento rimane centrale e irrinunciabile, come peraltro dimostra il vivace dibattito interno sull'opportunità di prorogare i termini di efficacia della legge Golfo-Mosca contro le discriminazioni nei consigli di amministrazione delle società quotate.
Ma proprio i termini di questo dibattito pongono l'attenzione sull'urgenza che alla legislazione dell'uguaglianza formale e delle pari opportunità sostanziali, si affianchi un cambiamento di mentalità radicale.
Ovvero una cultura dell'equivalenza tra potenziale maschile e potenziale femminile come identiche espressioni del potenziale umano.
Una cultura che consenta di colmare le lacune e i limiti fisiologici di una legislazione che da sola non potrà mai dirsi pienamente efficace.
Ciò vale nel rapporto tra donne e politica, ma vale in ogni campo del nostro vivere sociale.
In tale direzione le politiche di enpowerment femminile diventano uno strumento irrinunciabile, tanto a livello individuale quanto nelle dinamiche sociali, per infondere tra le donne fiducia, sicurezza e soprattutto consapevolezza delle proprie risorse.
Raccontare e approfondire le tante storie di leadership femminile, di donne che hanno raggiunto prestigiosi traguardi nel mondo del lavoro, dell'impresa e - ovviamente - anche della politica, diviene inoltre un veicolo di sensibilizzazione di massa estremamente efficace.
Del resto, sono sempre più numerosi gli esempi di donne che - pur non rivestendo ruoli istituzionali o di potere politico - hanno dimostrato di poter influenzare e talvolta condizionare l'azione dei Governi di tutto il mondo.
Penso - giusto per citare due esempi di evidente attualità - a Greta Thunberg e al Premio Nobel per la pace Malala Yousafzai e alle loro campagne globali di sensibilizzazione sull'ambiente e sui diritti all'istruzione di tutti i bambini del mondo.
Anche questo è fare politica ed è indubbio che queste due giovani ragazze lo stiano facendo in modo efficace e determinante.
Del resto, proprio Margaret Thatcher, non senza ironia, era solita dire: "in politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna".
Riflettere sul rapporto tra donne e politica significa, quindi, soprattutto comprendere come l'intelligenza, le competenze, la professionalità e la forza dimostrata da tante donne nella storia delle Nazioni costituisca la chiave su cui costruire un futuro in cui il tema della parità di genere possa essere definitivamente superato in ogni sua declinazione.
Significa inoltre acquisire la consapevolezza che ogni donna può essere protagonista della vita politica, della vita professionale e della vita sociale di una Nazione.
Tutto questo richiede ovviamente un impegno divulgativo importante e per certi aspetti faticoso.
Richiede anche di attuare, con convinzione, forme di collaborazione e di partenariato internazionali tese ad eliminare - specie a livello ordinamentale - qualunque forma di disparità o di discriminazione tra uomini e donne in quei Paesi che ancora non vi hanno provveduto.
In tale prospettiva, diviene quindi prioritario dare seguito ad obiettivi strategici, come quelli fissati dall'Agenda 2030, tesi a scardinare in tutto il mondo quei fattori che direttamente o indirettamente incidono sulla condizione femminile, ponendola di fatto su un piano di inferiorità e di particolare debolezza.
Occorre cioè impegnarsi a livello globale per garantire alle donne e alle ragazze di tutto il mondo parità di accesso all'istruzione, alle cure mediche, ad un lavoro dignitoso e alla piena partecipazione ai processi decisionali e politici.

Perché l'emancipazione culturale delle donne e l'affermazione del loro protagonismo politico, economico e sociale, non può prescindere dal riconoscimento, dalla promozione e dall'effettiva tutela dei loro diritti fondamentali.

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