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Il Presidente: Discorsi

La politica estera italiana e Gianni De Michelis

Discorso pronunciato nella Sala Koch di Palazzo Madama

11 Giugno 2019

"Autorità, signore e signori,

un caloroso saluto al Presidente emerito Giorgio Napolitano, le cui parole, nell'immediatezza della scomparsa di Gianni De Michelis, sono state come sempre illuminanti, apprezzate e apprezzabili.

Saluto i relatori e ringrazio il senatore Casini, presidente dell'Unione interparlamentare, per aver promosso e organizzato questo giusto e doveroso momento di approfondimento sull'azione politica e istituzionale di un uomo che ha contribuito per decenni alla vita democratica del Paese.

Consentitemi una citazione iniziale, ricordando le parole che il Presidente Mattarella ha tributato al ricordo di Gianni De Michelis lo scorso 11 maggio:
"Le sue intuizioni e il suo impegno sulla vicenda europea, dei Balcani, del Medio Oriente e del Mediterraneo, hanno consolidato il ruolo internazionale dell'Italia e contribuito alla causa della pace e della cooperazione internazionale".
Ho voluto anteporre a questo saluto le dichiarazioni del Presidente Mattarella e del Presidente emerito Napolitano perché a mio avviso rendono giustizia, in particolare in politica estera, al pensiero e all'attività di Gianni De Michelis.
Lo sottolineo perché una certa narrazione, incline a fare della Prima Repubblica e dei suoi principali protagonisti un insieme indefinito di mancanze o di carenze ne ha troppe volte condizionato il giudizio. Un giudizio spesso slegato dal contesto storico, così come dalle peculiari e articolate fasi geo-politiche in cui alcune scelte o strategie legislative o diplomatiche venivano dispiegate. Un vulnus che ha riguardato evidentemente anche valori, competenze e meriti personali dei suoi protagonisti.

Dai ruoli nelle principali istituzioni culturali del Paese all'attività parlamentare, dalle numerose esperienze di Governo ai ruoli di partito, dagli enti locali al Parlamento europeo, De Michelis è stato tante cose, e lo è stato sempre con il tratto della competenza, della risolutezza, del pragmatismo.
È indubbio che il suo contributo alla politica internazionale del nostro Paese, così come ci richiama l'evento odierno, assume una rilevanza direttamente proporzionale agli sconvolgimenti epocali che ne caratterizzarono il periodo storico.

Diventato Ministro degli esteri nel luglio del 1989 vedrà, nei primi 6 mesi del suo mandato, cambiare radicalmente l'Europa:

- La rivolta dei popoli baltici;
- Solidarność al governo in Polonia;
- L'apertura della frontiera tra Ungheria e Austria;
- La caduta del Muro di Berlino;
- Le rivoluzioni democratiche in Cecoslovacchia e Romania.

Un anno per tanti versi straordinario ed irripetibile, che simbolicamente si concluse con lo storico incontro a Roma tra Giovanni Paolo II e Michail Gorbačëv.
La divisione del mondo in 2 blocchi stava rapidamente cessando. Lo scioglimento dell'Urss, la dissoluzione dell'ex Jugoslavia con i successivi conflitti nei Balcani, la riunificazione della Germania, chiusero per sempre un'epoca che aveva caratterizzato l'Europa sin dalla fine della seconda guerra mondiale.
De Michelis fu tra i primi a cogliere le conseguenze di tali fatti per il nostro Paese. Un Paese che, se da un lato perdeva il ruolo di ultimo baluardo nella logica della cortina di ferro, dall'altro diventava protagonista suo malgrado degli eventi geo-politici in atto in medio-oriente e in tutta l'area del Sud del Mediterraneo.
La sua azione dalla Farnesina diede oggettivamente forza alla nostra diplomazia, con quel piglio deciso che probabilmente gli derivava dalla sua formazione accademica.

Strenuo difensore dell'interesse nazionale, mai incline però a retoriche nazionaliste, diventerà protagonista proprio laddove la presenza di altri grandi protagonisti della politica nazionale del XXesimo secolo ne avrebbe in teoria in qualche modo potuto limitare il raggio d'azione. La sua visione degli accadimenti globali sarà ben spiegata dallo stesso De Michelis nel 2011, due anni dopo aver terminato il mandato al Parlamento europeo conquistato grazie al "suo" NuovoPsi:

"Dobbiamo aver ben chiaro - dichiarò a Panorama- che dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano 20 anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. È inevitabile.
Il mondo di oggi è troppo complesso: eccesso di popolazione, eccesso di ricchezza prodotta, eccesso di squilibri. Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un paese solo, da un sistema unipolare".
Una riflessione che, nel richiamare le posizioni di Fischer, anticipa quel dibattito sul ruolo dell'Unione Europea come "indispensabile protagonista sullo scacchiere internazionale" che ha poi condizionato quest'ultimo decennio.

Una posizione particolarmente autorevole, anche in considerazione del ruolo di Padre Fondatore dell'Ue. Fu Lui, insieme a Guido Carli e Giulio Andreotti, a firmare il trattato di Maastricht il 7 febbraio del 1992, dopo un triennio di trattative in cui l'Italia risultò determinante.
Fu infatti nel Consiglio europeo di Roma del dicembre 1990, con la Presidenza di turno in mani italiane, che si definirono i punti che avrebbero rappresentato la base di discussione della Conferenza Intergovernativa che aprirà la strada al Trattato sull'Unione europea.
Tali punti furono decisi dai Ministri degli esteri, coordinati quindi da De Michelis e che cambieranno per sempre la realtà politica continentale:dal rafforzamento dei poteri del Parlamento europeoalla cittadinanza europea, dall'adozione del principio di sussidiarietàall'area comune di sicurezza e giustizia.

Consentitemi in conclusione una piccola digressione dai temi internazionali.
Nella sua esperienza di Governo De Michelis fu anche vice presidente del Consiglio, Ministro per le Partecipazioni statali e, soprattutto, ministro del Lavoro dal 1983 al 1987. Fu lui a firmare il decreto per stoppare l'automatismo della scala mobile per mettere il Paese al riparo dall'inflazione a doppia cifra, e fu sempre lui, nel 1985, a redigere l'ultimo grande piano di programmazione economica pluriennale del Paese.
Se nei decenni precedenti erano stati i titolari del Bilancio e della Programmazione economica a dar vita a slanci e progettualità su base quinquennale o decennale, per la prima volta era il ministro del Lavoro a farsene carico. Una scelta derivante dalla convinzione che lo sviluppo del Paese passasse anche e soprattutto dalla capacità di adeguare il mercato del lavoro agli investimenti, la formazione professionale alle nuove tecnologie, gli insediamenti territoriali all'offerta universitaria e alle politiche attive.
Una scelta mirante a realizzare un quadro globale all'interno del quale fosse possibile dare coerenza e linearità alle varie misure proposte o adottate dall'esecutivo. Nel suo Piano, al quale collaborarono tanti giovani giuslavoristi formatisi alla scuola riformista, si prevedevano indicazioni di lungo periodo e interventi occupazionali su base triennale.

Si trattò di un grande tentativo, reso in parte vano dagli sviluppi politici successivi, che rientra però a pieno titolo tra le grandi intuizioni della politica del novecento.
A conferma di ciò non c'è oggi manuale di Programmazione economica o programma d'esame universitario nella materia che non ne contempli la lungimiranza e non ne metta in luce la straordinaria modernità.
È così, e con molto altro, che voglio ricordare Gianni De Michelis".

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