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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Per una geografia storico-economica. I Paesi nordici (Parte seconda: dalla metà dell'Ottocento al primo dopoguerra)

Abstract

A partire dalla metà dell'Ottocento i paesi nordici furono interessati da un rilevante progresso economico, alimentato dalle esportazioni di prodotti agricoli, della pesca e dell'allevamento, nonché di legname, di minerali e di servizi. La crescita della ricchezza così determinatasi rese possibile anche l'avvio dell'industrializzazione, in quanto dotò l'imprenditoria locale di maggiori capitali. Ciascuna nazione seguì comunque un differente percorso di sviluppo, rispondente alla propria dotazione di risorse naturali; e neppure si ebbe uno sviluppo omogeneo dell'intera regione, in quanto la Finlandia continuò a risultare un paese arretrato nel contesto europeo.

1. Il progresso economico del periodo 1850-1914

2. La situazione dei singoli paesi

3. Le ricadute del conflitto mondiale

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Il progresso economico del periodo 1850-1914

Avevamo concluso il precedente articolo riportando l'affermazione di Jorberg (1980) secondo cui a metà dell'Ottocento Svezia, Norvegia e Finlandia erano fra i paesi più poveri dell'Europa occidentale. Lo stesso autore rileva però che nei decenni successivi questi paesi - come pure la Danimarca, la quale però già in precedenza aveva beneficiato d'un ragguardevole sviluppo - sperimentarono una crescita accelerata, per effetto della quale quasi tutti pervennero, alla vigilia della prima guerra mondiale, ad una condizione di relativa prosperità (fece eccezione la sola Finlandia). A consentire tale crescita fu in notevole misura l'incremento delle esportazioni, ma in parte anche quello della domanda interna. Quest'ultimo risultò favorito dall'espansione demografica di quei decenni, la quale ampliò il numero dei consumatori, senza però rendere eccessiva la pressione della popolazione sulle risorse naturali (nel caso della Norvegia e della Svezia, grazie anche al sorgere d'una massiccia emigrazione).

Il processo di sviluppo che investì i paesi nordici si sostanziò non soltanto nell'espansione dei settori tradizionali, ma anche nella comparsa delle prime industrie di tipo moderno. Secondo Hildebrand (1979) il secondo fenomeno scaturì in larga misura dal primo, in quanto gli investimenti industriali furono finanziati principalmente tramite le risorse resesi disponibili all'interno di quei paesi per effetto dei progressi dell'agricoltura e dei commerci; non mancarono comunque, soprattutto in Norvegia, importanti apporti di capitali esteri, scaturenti dall'acquisto da parte d'investitori stranieri di quote azionarie delle imprese che andarono sorgendo nei comparti industriali in via di sviluppo. Cameron e Neal (2005) rilevano tuttavia che nel periodo in cui lo sviluppo industriale divenne più intenso - ossia il ventennio precedente la prima guerra mondiale - gli investimenti esteri assunsero una consistenza notevole. Vero è che tali investimenti ebbero per oggetto soprattutto i titoli di debito pubblico emessi da quegli stati; ma i governi si servirono delle risorse così acquisite per effettuare importanti investimenti in infrastrutture utili ai commerci (quali ferrovie e installazioni portuali), sicché il loro contributo al progresso economico della regione appare innegabile. I due studiosi menzionano anche altri fattori che agevolarono il processo d'industrializzazione dei paesi nordici: l'alfabetizzazione diffusa, che garantì la disponibilità di forza lavoro qualificata; la posizione geografica connotata da un ampio accesso diretto al mare, che agevolò lo sfruttamento delle risorse ittiche e la partecipazione al commercio internazionale; e l'esistenza di numerosi corsi d'acqua, dai quali si poté ricavare energia idraulica e successivamente energia elettrica. Proprio la possibilità di sviluppare la produzione di energia elettrica è individuata da Cameron e Neal come una causa fondamentale della citata intensificazione dello sviluppo negli anni precedenti la grande guerra: essa difatti consentì di azionare macchinari e fondere il minerale di ferro senza fare uso di carbone, che quei paesi non possedevano ed erano pertanto costretti ad importare, con conseguente aggravio dei costi di produzione.

A Jorberg (1980) si deve anche un'analisi dettagliata dell'evoluzione economica dei singoli paesi dell'area nordica. Di tale analisi si dà conto nei paragrafi che seguono, in modo da evidenziare i caratteri distintivi che assunse il processo di sviluppo in ognuno di essi.

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2. La situazione dei singoli paesi

· La Danimarca

Rispetto agli altri paesi nordici la Danimarca si distinse per il ruolo centrale assunto dall'agricoltura e dall'allevamento nell'alimentare lo sviluppo complessivo del paese. Il progresso di tali settori prese le forme sia dell'espansione della superficie coltivata, sia dell'incremento della produttività dei suoli (l'una e l'altra agevolate dalla crescita demografica in atto, che rese disponibile nuova forza lavoro). Si ebbe inoltre una progressiva crescita dell'incidenza delle attività più redditizie, in particolare dell'allevamento a scapito dell'agricoltura: un processo che fu stimolato dalla crescita della domanda inglese di carni e prodotti caseari e dal parallelo calo dei prezzi internazionali dei cereali, causato dall'afflusso di grani russi e americani sui mercati europei. Negli anni settanta le esportazioni danesi di carne superarono così quelle di grano e nel decennio successivo il paese divenne addirittura un importatore di cereali.

Venendo alimentato in notevole misura dalla domanda estera, lo sviluppo delle produzioni alimentari logicamente fu accompagnato da quello del commercio di esportazione. Tale sviluppo, inoltre, stimolò il progresso dell'industria, in quanto rese disponibili capitali per investimenti nel settore e determinò un ampliamento del mercato interno (sia perché l'incremento dei redditi agricoli si rifletté sugli acquisti di beni di consumo, sia perché la crescita della produttività dei suoli venne perseguita anche tramite la meccanizzazione delle pratiche agricole, operata non solo dai possidenti più benestanti, ma anche da piccoli proprietari riuniti in cooperative). L'espansione delle attività industriali, comunque, non fu così accentuata da sfociare in un generalizzato superamento dei metodi e delle attività di stampo artigianale. Difatti l'industria rimase imperniata su produzioni tradizionali, quali le fibre tessili, i guanti, il tabacco, i mattoni, lo zucchero e la birra (anche se accanto ad esse si diffusero quelle del cemento e dei fertilizzanti); e l'unico comparto in cui si ebbe una diffusa meccanizzazione delle strutture produttive fu quello cotoniero. Va altresì rilevato che lo sviluppo industriale consentì la sostituzione di molte importazioni, ma non fece sorgere delle industrie esportatrici. Per questa ragione la crescita delle importazioni di materie prime causata dall'incremento dei redditi e dallo stesso sviluppo industriale non fu bilanciata da un incremento delle esportazioni di prodotti finiti, con conseguente determinarsi d'uno squilibrio della bilancia commerciale. L'impatto di questo fattore negativo fu comunque lenito dal flusso di capitali in entrata generato dalle esportazioni di servizi, consistenti in noli di navi mercantili da parte di operatori stranieri.

· La Norvegia

In Norvegia l'agricoltura contribuì in misura limitata al progresso dell'economia. Nel periodo considerato, infatti, l'incremento della produzione agricola fu sì cospicuo, ma proporzionato a quello della popolazione (in quanto determinato assai più dall'accrescersi della disponibilità di manodopera che da migliorie sul fronte della produttività) e quindi non suscettibile di determinare una crescita della quota della produzione destinata alla commercializzazione anziché all'autoconsumo contadino. Ciò è testimoniato anche dal fatto che l'espansione dei consumi urbani fu alimentata tramite importazioni di derrate da altri paesi. D'altronde i produttori norvegesi erano scarsamente stimolati a sviluppare la produzione per il mercato, in quanto la mancanza di vie di comunicazione manteneva le zone rurali interne isolate dalle città sulla costa (per le quali, pertanto, risultava paradossalmente più agevole avere contatti con i centri produttivi esteri, avvalendosi del commercio marittimo). Ad ostacolare gli investimenti contribuivano poi la persistenza in molte regioni di forme collettive di sfruttamento dei suoli e la tendenza al frazionamento delle grandi proprietà per effetto delle trasmissioni ereditarie. La notevole disponibilità di risorse ittiche e forestali valse comunque a compensare questo mancato sviluppo dell'agricoltura, rendendo possibile la crescita delle esportazioni di legname, di pesce e dei prodotti dell'industria alimentare (che si fondava proprio sulla lavorazione del pesce). L'attività che maggiormente contribuì allo sviluppo economico norvegese fu però un'altra: il trasporto via mare di merci effettato per altri paesi (attività di cui abbiamo rilevato l'espansione già nel caso della Danimarca).

L'espansione dei noli si ripercosse positivamente sulla cantieristica navale. Un altro comparto industriale che beneficiò d'un rilevante sviluppo fu quello tessile, che si avvantaggiò dell'importazione da parte degli imprenditori locali di macchinari inglesi. Il suo progresso fu notevole soprattutto negli anni cinquanta, nei quali il governo norvegese praticò una politica protezionista, ma proseguì anche nella fase successiva. Negli anni settanta e ottanta andarono sviluppandosi anche i settori della cellulosa e della carta, i quali però successivamente subirono la concorrenza delle vicine industrie svedesi, finlandesi e russe, a loro volta in via di affermazione. L'industria meccanica rimase invece sempre poco progredita, mentre quella siderurgica andò addirittura quasi scomparendo nel corso del secolo, non riuscendo a mantenersi competitiva con quelle straniere sotto il profilo del prezzo (perché costretta a servirsi del carbone di legna, mancando nel paese il più economico carbon fossile). Nel suo insieme, l'industria nazionale vide il proprio sviluppo ostacolato dal limitato popolamento e dal cattivo stato delle vie di comunicazione, che come nel caso dei beni agricoli rendeva per molte regioni più agevole l'importazione di manufatti via mare piuttosto che il commercio con altre parti del paese. Il mancato sviluppo del mercato interno, comunque, a partire dal 1873 fu in parte compensato dall'unione doganale che la Norvegia stipulò con la più popolosa Svezia.

· La Svezia

In Svezia l'incremento della produzione agricola fu perseguito sia tramite la messa a coltura di nuove terre, realizzata anche tramite recinzioni che interessarono le antiche terre comuni dei villaggi, sia ricercando incrementi della produttività dei suoli. I successi ottenuti in tale ambito furono tali che in questa fase il paese, malgrado l'incremento demografico in atto, si trasformò da importatore in esportatore di cereali (in particolare di avena). Successivamente le esportazioni di cereali diminuirono, ma soltanto perché la superficie coltivabile ad essi destinata fu ridotta, per consentire un'espansione dell'allevamento. Si ebbe così, in compenso, una crescita delle esportazioni di burro e di altri prodotti animali.

A dare impulso al commercio con l'estero concorse altresì lo sfruttamento del patrimonio forestale e minerario. La disponibilità di legname e di ferro alimentò inoltre lo sviluppo industriale del paese, giacché all'esportazione di queste materie prime si affiancò in misura crescente quella di prodotti semilavorati (tavole di legna e ghisa). Tale sviluppo si fondò così, in prevalenza, sulla diffusione di segherie (sempre più spesso azionate da macchine a vapore anziché dall'energia idraulica) e di altiforni. Andò comunque rafforzandosi anche il comporto tessile, con la progressiva sostituzione della tessitura di fabbrica a quella praticata a domicilio e la crescita della produzione di tessuti di lino e soprattutto di filati di cotone.

Lo sviluppo industriale accelerò negli anni settanta, grazie anche alla costruzione - finanziata da capitali esteri - di una rete ferroviaria, che oltre ad ampliare la domanda rivolta ai comparti siderurgico e meccanico valse ad abbattere il costo dei trasporti. Un ulteriore salto di qualità si ebbe a partire dagli anni novanta, quando l'industria meccanica cominciò ad affermarsi sui mercati esteri e presero a svilupparsi anche altre produzioni, sia tradizionali che innovative (lana, cellulosa e carta, vetro, cuoio, gomma, fosfati, elettricità). A questa diversificazione dello sviluppo industriale contribuì la crescita del reddito nazionale, che fece sì che anche le attività volte a soddisfare la domanda interna di manufatti potessero espandersi in misura apprezzabile.

· La Finlandia

Anche in Finlandia si ebbe una progressiva riconversione della produzione agricola (che nel suo caso fu grandemente stimolata dalla concorrenza esercitata dalla vicina Russia nel settore granario): a partire dagli anni settanta i cereali furono sacrificati all'allevamento, con conseguente crescita delle importazioni dei primi e delle esportazioni di carne e latticini. La riconversione produttiva fu accompagnata da una complessiva modernizzazione dei metodi di produzione, realizzata impiegando a tale scopo le risorse finanziarie generate dal forte incremento delle esportazioni di legname. Gli incrementi di produttività così ottenuti furono inoltre affiancati da una crescita della superficie coltivata, consentita dallo sviluppo demografico dell'epoca, che pose a disposizione dei proprietari nuova forza lavoro da adibire al dissodamento delle terre incolte.

Molto più modesto fu lo sviluppo delle attività non agricole. A metà dell'Ottocento l'industria era quasi inesistente e pressoché limitata alla lavorazione del cotone. Alla fine degli anni cinquanta, tuttavia, lo zar - al cui dominio la Finlandia era allora sottoposta - ridusse le tariffe doganali che ostacolavano il commercio tra questa e la Russia. Ciò consentì ai produttori finlandesi di accedere a un mercato molto più ampio di quello interno, senza neppure dover pagare per questo un prezzo elevato in termini di maggiori importazioni (giacché anche la Russia era un paese industrialmente arretrato). Si ebbe così una moderata espansione della produzione di zucchero, cellulosa, carta e metalli, peraltro non accompagnata da un miglioramento della qualità dei beni prodotti. Questo fattore di debolezza impedì alle imprese finlandesi di affermarsi su mercati diversi da quello russo (cui le produzioni straniere non avevano facile accesso); e dopo il 1900 causò una battuta d'arresto dello sviluppo d'un settore importante quale quello metallurgico, in quanto il rafforzamento che esso conobbe in Russia fece venir meno il solo sbocco estero rilevante per i produttori finlandesi.

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3. Le ricadute del conflitto mondiale

I paesi nordici non presero parte alla prima guerra mondiale, ma inevitabilmente furono anch'essi interessati dagli sconvolgimenti che questa determinò in ambito economico.

Come spiega Hardach (1982), negli stati belligeranti si determinò una situazione di scarsità di beni agricoli (dovuta al reclutamento della popolazione contadina e alle distruzioni che si verificarono nelle campagne trasformate in campi di battaglia), cui i governi tentarono di rimediare importando derrate dalle nazioni rimaste neutrali. La crescita delle esportazioni agricole, naturalmente, risultò vantaggiosa per i paesi nordici; ma il fenomeno assunse una portata tale da generare una forte spinta al rialzo dei prezzi, suscettibile di porre a repentaglio la sussistenza dei ceti meno abbienti. I governi danese e norvegese si trovarono così costretti ad introdurre delle forme di controllo statale sulla produzione e sul commercio agricolo, simili - per quanto meno pervasive - a quelle nel contempo poste in essere dai paesi impegnati nel conflitto.

La grande guerra rese maggiormente richieste anche le produzioni manifatturiere dei paesi neutrali. Secondo Aldcroft (2004), di tale situazione approfittarono soprattutto le industrie norvegesi e svedesi, le quali divennero importanti esportatrici di armamenti, uscendo così dal conflitto rafforzate. Tuttavia Berend (2008) e lo stesso Aldcroft (2004) sostengono che tali paesi, al pari di quelli belligeranti, si trovarono in difficoltà una volta cessata la guerra, in quanto la scarsità di materie prime e la stagnazione della domanda internazionale determinarono anche al loro interno la crisi di alcuni comparti.

Le industrie dei paesi nordici scontarono inoltre la decisione dei loro governi di seguire le orme della Gran Bretagna, ripristinando la convertibilità in oro delle rispettive valute. Come rileva Berend (2008), questa scelta fu causa d'una rivalutazione di quelle stesse valute rispetto alle altre divise europee, la quale ridusse la competitività di prezzo delle merci di tali nazioni sui mercati esteri.

Malgrado le difficoltà cui andarono incontro nell'immediato dopoguerra, le economie nordiche giunsero comunque agli anni venti del Novecento in una condizione ancora migliore di quella cui erano pervenute alla vigilia del conflitto, consolidando così i progressi compiuti a partire dal XIX secolo e ponendo le basi per l'ulteriore sviluppo di cui avrebbero beneficiato in seguito.

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. I paesi nordici (seconda parte). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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