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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 55 (Nuova Serie), gennaio 2020

Archivi e biblioteche al tempo delle fake news. Le biblioteche digitali come servizio alla comunità, Biblioteca della Camera dei deputati, 21 giugno 2017

Nel pomeriggio del 21 giugno scorso è stata ospitata dalla Biblioteca della Camera dei deputati, con prolusione del direttore Antonio Casu, la tavola rotonda Archivi e biblioteche al tempo delle fake news. Le biblioteche digitali come servizio alla comunità, promossa da tre associazioni nazionali di riferimento nell'ambito dei beni librari, archivistici e paesaggistici: l'Associazione italiana biblioteche (AIB), l'Associazione nazionale archivistica italiana (ANAI) e l'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli hanno infatti voluto presentarsi unite ad un confronto pubblico sui temi del digitale, in un momento in cui recenti previsioni ministeriali circa la possibilità di allestire una "Digital Library" rappresentativa del patrimonio culturale italiano (D.M. 23 gennaio 2017, n. 37) inducono ad una riflessione a più voci sui complessi scenari delle politiche di digitalizzazione in Italia.

La prima parte del pomeriggio è stata dedicata appunto alle posizioni delle associazioni professionali. Rosa Maiello, Presidente AIB, ha propugnato una maggiore integrazione delle collezioni digitali già esistenti e del Servizio bibliotecario nazionale, una rinnovata attenzione al deposito legale digitale (per far entrare in un circuito di conservazione ed utilizzo l'intero volume delle pubblicazioni digitali, incluse quelle di soggetti pubblici), una tutela delle competenze professionali nel servizio pubblico, con un monito conclusivo contro la tendenza a mettere i giacimenti culturali nell'ottica dello sfruttamento economico. Mariella Guercio, Presidente ANAI, ha invitato a mantenere alto il livello del confronto - anche tra professionalità diverse - attraverso il recupero di una consapevolezza critica sulle questioni del digitale, ricordando che è in gioco il presidio efficiente e qualificato della comunicazione del nostro patrimonio: in un contesto sempre più complesso, in cui l'innovazione del web viene "dal basso" anziché da progetti centralizzati, ma in cui gli utenti del web non sempre hanno il linguaggio tecnico per esprimere le proprie esigenze e sopravvalutano le possibilità della disintermediazione nella fruizione delle risorse elettroniche, occorrono concreti investimenti e la ricerca di forme di contaminazione e ricomposizione dei saperi collegati alla gestione dei documenti. Giovanna Mazzola Merola, membro del direttivo dell'Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli, ha richiamato alcune contraddizioni delle politiche del digitale, che talvolta sembrano inseguire ipotesi di commercializzazione, e ha sottolineato piuttosto l'importanza di calcolare le utilità non monetarie delle "funzioni pubbliche non negoziabili".

Nel seguito dell'incontro, sotto la direzione di Giovanni Bergamin, membro del Comitato esecutivo nazionale dell'AIB, la parola è passata ad alcuni docenti universitari in ambito archivistico, storico, informatico applicato ai beni culturali.

A portare il primo punto di vista è stato Federico Valacchi dell'Università di Macerata, il quale ha posto l'accento su alcuni elementi di contesto: archivi e biblioteche sono luoghi "civili" prima che tecnici; la digitalizzazione integrale degli archivi è un mito - almeno a questo stadio tecnologico - sia per la mole degli archivi stessi che per lo stato in cui versano, spesso in attesa di riordinamento; il web è autoreferenziale e tende a dare ai suoi contenuti più risalto rispetto a quelli che non sono online; la mediazione digitale implica la capacità di inserire nelle fonti le informazioni di contesto necessarie al loro uso corretto; le azioni da intraprendere andranno pertanto valutate alla luce di una riflessione sull'adeguatezza attuale delle strutture e del modello organizzativo degli archivi, oltre che della formazione e preparazione individuale di chi vi lavora.

Roberto Delle Donne, docente di Storia medioevale e di Metodologia della ricerca storica all'Università "Federico II" di Napoli, si è soffermato sulle peculiarità delle biblioteche digitali in ambito universitario, caratterizzate da una prevalenza di materiali nativi digitali (a loro volta, di tipologie diversissime, che richiedono strategie specifiche di fruizione, ricerca, conservazione) e dall'incidenza dei pacchetti di periodici di editori commerciali, che spesso controllano tutti i flussi documentali, dalla produzione alla metadatazione alla fornitura dei documenti. Tra i punti deboli di questo quadro, Delle Donne ha evidenziato la selezione di contenuti di qualità, l'interoperabilità dei dati e degli strumenti di ricerca, la scarsa incidenza delle amministrazioni pubbliche - che pure producono moltissimi dati in formato digitale - e delle università stesse.

Gino Roncaglia, docente di Informatica applicata alle discipline umanistiche all'Università della Tuscia, ha ulteriormente esteso l'ottica del dibattito fino ad abbracciare la storia delle biblioteche digitali in Italia dalla fine degli anni Ottanta. Nel tempo si sono alternate iniziative di digitalizzazione a scopo di studio/ricerca, o viceversa finalizzate a favorire un accesso diffuso dei cittadini a contenuti culturali, con importanti contributi anche da parte di progetti di volontari, e si pensava che questi vari apporti sarebbero confluiti in un progetto di più ampio respiro pilotato dallo Stato o dalle università; invece, proprio la compresenza di idee di fondo anche molto diverse su cosa dovesse essere una biblioteca digitale ("etichetta" che ha quindi designato, nel corso del tempo, entità di vario tipo) ha finito per scoraggiare in Italia l'affermarsi di una vera biblioteca digitale nazionale. Oggi, con più esperienza alle spalle, si auspica che per questo lavoro arduo, che deve coinvolgere professionalità specifiche e competenze diverse, si possano prendere decisioni basate sulla consultazione dei soggetti coinvolti, oltre che su finanziamenti non discontinui.

Nell'ultima parte del pomeriggio il dibattito si è esteso al pubblico presente in sala.

Il moderatore Giovanni Bergamin, tra varie osservazioni, ha proposto alcune precisazioni sul ruolo di Google come interlocutore dei progetti di digitalizzazione in atto, soprattutto sui diversi fronti della copertura dei costi (che in parte ricadono sulle biblioteche che mettono a disposizione i volumi da digitalizzare) e della trasparenza contrattuale.

Andrea Zanni, già presidente di Wikimedia Italia, ha invitato a considerare l'intero mondo dei "beni comuni digitali", in cui Wikipedia, pur con tutti i suoi limiti, si è guadagnato autorevolezza nel tempo e oggi fa la parte del leone (è tra i siti internet più visitati e più attivi al mondo) quando si tratta di intercettare i bisogni informativi delle persone, quindi anche degli utenti di biblioteca. Lo spazio di possibile collaborazione tra pubblico, privato e questo terzo attore è enorme e poco esplorato; il suggerimento, pertanto, rivolto in particolare alle istituzioni, è di riflettere su tutto quanto (procedure, licenze, formati) possa rendere più facile l'interoperabilità, ripensando la propria mission anche in termini di impatto e di risultati in un ecosistema digitale aperto.

Luciano Osbat, direttore del Centro di documentazione per la storia e la cultura religiosa della diocesi di Viterbo, esprimendo alcune perplessità sulle politiche di digitalizzazione di Google, ha sollevato il problema di accrescere la consapevolezza degli utenti sugli strumenti digitali, che aggiungono una propria complessità a quella intrinseca dei documenti che veicolano.

Fernando Venturini, consigliere parlamentare della Biblioteca della Camera, ha parlato del deposito legale per le biblioteche parlamentari, che dovrebbero ricevere le pubblicazioni degli enti pubblici: obbligo spesso disatteso, condizionato peraltro dalla sempre maggiore incidenza di pubblicazioni native digitali tra quelle delle P.A. Molte amministrazioni hanno recuperato materiali della propria storia editoriale pubblicandoli nelle sedi più diverse, senza alcun controllo bibliotecario o archivistico: una sorta di biblioteche digitale "nascosta", misconosciuta e in attesa di un coordinamento che progetti come DFP - Documentazione di Fonte Pubblica possono solo in parte, e a posteriori, operare.

Stefano Vitali, direttore dell'ICAR - Istituto centrale per gli Archivi, ha insistito sulla necessità di demistificare i miti di una "digital library" totipotente, di quando in quando annunciata senza fare i conti con la frastagliata situazione reale; è su quest'ultima invece che ci si dovrebbe interrogare, anche con l'intento di coordinare le risorse già online, nel minimo comune denominatore di una garanzia di gratuità almeno per un livello elementare di servizio.

Simonetta Buttò, direttrice dell'ICCU - Istituto centrale per il Catalogo Unico, riprendendo il concetto della dispersione di energie in progetti magari raffinatissimi ma non coordinati, ha sostenuto l'importanza di piani di fattibilità che tengano conto della molteplicità di competenze specifiche in campo, suggerendo anche il ricorso ad esempi stranieri per allineare i nostri sistemi informativi al panorama europeo.

Sono state poi affidate a Claudio Leombroni, del CEN AIB, le conclusioni del denso incontro, consentendogli di evidenziare luci e ombre di una storia - quella della digitalizzazione in Italia - sulla quale nel prossimo futuro si potrebbe giocare una importante partita per la fruizione del patrimonio culturale nazionale e per la produzione e diffusione di nuova conoscenza.

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