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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Per una geografia storico-economica. La Spagna (Parte quarta: dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi)

Abstract

L'evoluzione economica della Spagna novecentesca è stata a lungo condizionata dalla penuria di capitali e dalla ristrettezza del mercato interno, che hanno mantenuto limitati investimenti e consumi. Uno sviluppo sostenuto e prolungato s'è innescato soltanto quando, a partire dagli anni sessanta, s'è avuto un cospicuo afflusso di risorse dall'esterno. Tornata alla democrazia e accolta nell'Unione Europea, negli ultimi decenni la Spagna è notevolmente progredita in campo economico, politico e sociale; anch'essa tuttavia, come gli altri paesi periferici del continente, è stata colpita duramente dalla crisi globale, sicché la sua popolazione vede oggi posta a repentaglio la condizione di benessere recentemente raggiunta.

1. Dalla fine della grande guerra all'avvento di Franco

2. La Spagna franchista

3. La Spagna democratica

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Dalla fine della grande guerra all'avvento di Franco

Il dopoguerra e la dittatura di de Rivera

Come spiegato nel precedente articolo, gli anni della prima guerra mondiale costituirono per l'industria spagnola un periodo di sviluppo, cui però fece seguito una congiuntura di segno opposto, dovuta al fatto che la fine delle ostilità consentì il ritorno in forze delle maggiori potenze europee sia sui mercati su cui tale industria s'era affermata, sia verso lo stesso mercato iberico. Fontana e Nadal (1980), cui abbiamo fatto riferimento per trattare di quella fase, danno conto anche delle misure che furono poste in essere nel tentativo di superare la crisi successiva. I governi parlamentari del periodo 1918-1923 e successivamente la dittatura instaurata dal generale de Rivera la affrontarono innanzitutto adottando provvedimenti protezionistici, che consentirono all'industria nazionale quantomeno di detenere un maggiore controllo del mercato interno; la persistente ristrettezza di quest'ultimo, tuttavia, limitò i benefici arrecati da tale politica. Al riguardo, va sottolineato che a mantenere modesta la domanda interna contribuiva non soltanto l'arretratezza del paese, ma anche l'iniquità del sistema fiscale, che faceva ricadere la maggior parte degli oneri sui contribuenti più poveri, in ragione sia della natura delle imposte esatte, sia del mancato accertamento dei diffusi fenomeni di evasione.

Il regime di de Rivera puntò anche a far sviluppare l'economia tramite la realizzazione di opere pubbliche. Questa strategia consentì una ripresa dell'industria siderurgica e cementifera, ma incise negativamente sullo stato delle finanze pubbliche, già compromesso dalla guerra coloniale in corso in Marocco. La situazione economica generale, inoltre, permase stagnante, anche a causa della valenza negativa di altri aspetti della politica del regime. Esso infatti, per ragioni di prestigio, praticò una sopravvalutazione della moneta, la quale accrebbe la competitività delle merci d'importazione, riducendo così l'efficacia delle barriere daziarie. L'insostenibilità di tale politica, a dire il vero, fece sì che nell'ultima parte del decennio si avesse all'opposto una caduta della peseta; tuttavia quest'ultima, in ragione della sua portata e dell'incapacità del regime di governarla, ebbe a sua volta effetti negativi, causando una fuga di capitali dal paese.

Gli anni della Repubblica

Nel 1931, caduta la dittatura, venne abbattuta anche la monarchia, con la conseguente instaurazione d'un regime democratico repubblicano. In ambito economico si manifestò un elemento di continuità col precedente regime, costituito dalla volontà di accrescere il valore della peseta, per ragioni di prestigio nazionale. Questo obiettivo venne perseguito elevando il tasso d'interesse bancario e dunque limitando l'erogazione di credito. Si ebbe così una nuova crescita della competitività delle merci straniere, che venne però equilibrata da un'ulteriore elevazione dei dazi doganali. Nel contempo vennero presi provvedimenti in favore dei lavoratori, i quali portarono a un incremento dei salari. Ciò fece crescere i costi di produzione delle imprese, ma nel contempo elevò il potere d'acquisto dei consumatori. La combinazione di queste spinte contrastanti fu positiva, in quanto nella prima metà del decennio si ebbe un incremento sia della produzione agricola che di quella dei beni manifatturieri di consumo. Il verificarsi della grande depressione, tuttavia, nello stesso periodo incise negativamente sull'economia nazionale: la diminuita domanda estera e le chiusure protezioniste adottate dai paesi prima aperti alle produzioni spagnole determinarono un calo delle esportazioni agricole e minerarie.

Tra i problemi che il caduto regime monarchico aveva lasciato in eredità alla Repubblica v'era la dominanza del latifondo in molte regioni del paese, la quale era causa sia d'inefficienza produttiva (date le limitate cure che le aziende agricole ricevevano dai loro proprietari), sia d'ingiustizie sociali (in ragione della scarsa e discontinua retribuzione dei braccianti impiegati su quelle terre). Sin dal 1931 il governo lavorò all'approntamento d'una riforma agraria, riuscendo l'anno successivo a farla votare dal Parlamento; la diversità di vedute fra le due componenti della maggioranza (quella socialista e quella repubblicana) fu superata scegliendo una soluzione di compromesso, che non contemplava l'esproprio generalizzato delle maggiori proprietà, ma che comunque rendeva possibile, dietro indennizzo, quello delle possidenze nobiliari mal condotte, o che nell'ambito dello stesso municipio superavano determinate soglie (variabili a seconda delle coltivazioni praticate). Le terre espropriate, suddivise in piccoli appezzamenti, sarebbero state date in affitto a contadini. La concreta attuazione della riforma andò tuttavia a rilento, in quanto gli elementi governativi ad essa ostili riuscirono a sabotarla, limitando i finanziamenti all'ente incaricato di effettuare gli espropri. Solo nel 1936, con la vittoria elettorale del Fronte popolare, i trasferimenti di suoli avrebbero preso a svolgersi con maggiore rapidità. Il divampare della guerra civile pose però subito in discussione i risultati della riforma, giacché i nazionalisti ne decretavano la soppressione nei territori che andavano conquistando; e la sua conclusione, avvenuta nel 1939 con la vittoria di questi ultimi, ne determinò la cancellazione nell'intero territorio nazionale.

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2. La Spagna franchista

Gli anni quaranta e cinquanta

La lunga fase della dittatura franchista vide l'economia spagnola attraversare due fasi ben distinte. Come rilevano Tamames (1990) e Manzocchi e Cavallo (2005), gli anni quaranta e i primi anni cinquanta furono segnati dalla stagnazione delle attività produttive e dal peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Data la ristrettezza del mercato interno, per il proprio sviluppo la Spagna risultava fortemente dipendente dalla possibilità di esportare le sue produzioni; in tale fase, però, le sue relazioni commerciali con gli altri paesi subirono una forte contrazione, per effetto degli eventi bellici (la guerra civile prima e il conflitto mondiale poi) e dell'isolamento politico di cui il regime franchista inizialmente soffrì. A questa situazione il governo reagì ponendo in essere una politica di autosufficienza, tesa a compensare il rarefarsi delle esportazioni promuovendo la sostituzione delle importazioni con prodotti nazionali; ma i risultati ottenuti per questa via furono modesti. Per favorire gli investimenti, il regime operò in una triplice direzione: soppresse molte libertà economiche, in modo da limitare la concorrenza e accrescere così la forza finanziaria delle maggiori imprese (le quali poterono accaparrarsi ampie quote di mercato e praticare alti prezzi di vendita); represse le libertà sindacali, in modo da consentire agli imprenditori di mantenere bassi i salari (con ulteriori ricadute positive sulla loro capacità di accumulare profitti); e creò un istituto, l'INI (Instituto Nacional de Industria), incaricato di affiancare e sostenere le iniziative private nell'industria. La combinazione fra prezzi elevati e bassi salari, tuttavia, depresse ulteriormente la capacità di consumo dei ceti popolari, facendo sì che sul versante della domanda mancassero gli stimoli all'espansione produttiva che quelle politiche avevano reso in qualche misura possibile.

Da questa condizione di stagnazione il paese uscì nel 1953, quando l'autorizzazione all'insediamento di basi americane sul territorio spagnolo fruttò al regime sostanziosi aiuti economici. L'afflusso di risorse dall'esterno innescò una forte crescita della domanda interna, cui però le imprese nazionali ebbero difficoltà a far fronte (evidentemente perché ancora molto deboli sul piano finanziario) e che neppure poté essere soddisfatta tramite importazioni, stanti le forti limitazioni cui queste erano soggette: si manifestò pertanto una pesante dinamica inflazionistica. Inoltre, dal momento che un incremento delle importazioni finì comunque per verificarsi e le esportazioni andarono diminuendo (per la tendenza delle imprese che avevano raggiunto la propria massima capacità produttiva a privilegiare il mercato interno), si ebbe anche un peggioramento della bilancia commerciale. Apparve pertanto evidente che, se la Spagna voleva sfruttare le opportunità create dalla fine del suo isolamento internazionale, s'imponeva l'abbandono del modello di sviluppo autarchico.

Gli anni sessanta e settanta

In reazione agli stimoli provenienti dall'esterno, negli ultimi anni cinquanta una serie di provvedimenti mutò radicalmente il contesto nel quale agivano le forze produttive. Il protezionismo industriale fu attenuato, mantenendo elevate tariffe sui beni di consumo esteri, ma rendendo possibile l'importazione di beni strumentali utili alla modernizzazione degli impianti; quest'ultima fu inoltre favorita dal più facile accesso consentito ai capitali stranieri. La libertà d'impresa godette d'un maggiore riconoscimento, in quanto vennero meno molti dei controlli e degli interventi pubblici in economia; le libertà sindacali continuarono invece ad essere disconosciute, consentendo così il permanere d'una situazione di intenso sfruttamento della manodopera. Queste politiche posero condizioni molto favorevoli all'accumulazione di capitale da parte delle imprese e alla crescita della loro produttività; e dal momento che in quella fase si ebbe anche una crescita della domanda interna, esse poterono effettivamente generare una forte espansione della produzione industriale. Difatti gli investimenti di operatori stranieri, lo sviluppo del turismo e le rimesse assicurate dalla crescente emigrazione determinarono nel paese un cospicuo afflusso di valuta estera, che elevò la capacità di consumo della sua popolazione.

A partire dagli anni sessanta la Spagna poté così beneficiare d'un rapido sviluppo. Esso, beninteso, non fu privo di contraddizioni e di costi sociali: al riguardo vanno citati, oltre al permanere dei divieti posti al libero sindacalismo e allo sciopero, le forti migrazioni interne che si stabilirono fra le regioni più stagnanti e quelle più dinamiche, nonché l'inadeguato sviluppo dell'edilizia abitativa e dei servizi pubblici. Tale sviluppo valse comunque a trasformare in profondità la società spagnola, facendo sorgere in essa esigenze più complesse e diversificate e ingenerando anche un processo di maturazione politica della popolazione: tutti fattori che resero sempre meno accetta la persistenza del regime autoritario, contribuendo a determinare, dopo la morte di Franco, il suo rapido smantellamento.

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3. La Spagna democratica

1977-1991: crisi, ristrutturazione e ritrovata espansione

Il nuovo regime democratico, nato dalle elezioni libere del 1977, si trovò ad affrontare una situazione particolarmente difficile. Scrivono Manzocchi e Cavallo (2005) che l'andamento dell'economia risultò compromesso dall'impennata che subirono i costi di produzione, in parte per effetto della crisi petrolifera scoppiata nel 1973, ma in parte anche in conseguenza del divampare delle lotte sociali (riemerse di colpo dopo quattro decenni di repressione), che fu causa d'un incremento dei salari: difatti questa crescita dei costi, ripercuotendosi sui prezzi al consumo, provocò una caduta della domanda. Per attenuare gli effetti della crisi il governo puntò sull'espansione della spesa pubblica, erogando sussidi alle imprese pubbliche e nazionalizzando quelle private in difficoltà, nonché accrescendo le tutele sociali riconosciute ai disoccupati; questa linea di condotta, tuttavia, non poteva essere mantenuta a lungo, sia perché causava l'incremento del debito pubblico, sia perché si scontrava con gli orientamenti comunitari in materia di aiuti di Stato, risultando così incompatibile con la progettata adesione della Spagna alla CEE (adesione che sarebbe poi avvenuta nel 1986). Si rese così inevitabile un doloroso processo di ristrutturazione economica; questo fu avviato nel 1982, in seguito alla netta vittoria elettorale del Partito socialista (la quale, stabilendo per la prima volta dalla fine della dittatura una situazione di stabilità politica, rese più agevole per il governo la conduzione di politiche che avevano nell'immediato dei costi sociali di non lieve entità).

In ambito industriale, i settori più interessati dalla ristrutturazione furono la cantieristica e la siderurgia pubblica, i quali subirono un ridimensionamento volto a eliminare l'eccesso di capacità produttiva di cui soffrivano. Venne inoltre avviato un riassetto del sistema bancario, promuovendo concentrazioni proprietarie funzionali al rafforzamento degli istituti. Ancora, per abbattere l'inflazione fu imposto un tetto agli acquisti di titoli di debito da parte della banca nazionale (in modo da limitare l'emissione di nuova cartamoneta). Al fine di limitare l'impatto di queste riforme sull'occupazione, si fece largo ricorso al pensionamento anticipato dei lavoratori delle imprese interessate, nonché a incentivi fiscali e finanziari a sostegno di nuovi investimenti nelle regioni più colpite; inoltre, nel tentativo di favorire la creazione di nuovi posti di lavoro, il mercato del lavoro fu reso maggiormente flessibile, consentendo una larga applicazione di contratti a tempo determinato. Malgrado ciò, nella prima metà del decennio il tasso di disoccupazione conobbe un forte incremento; inoltre il debito pubblico andò rapidamente crescendo, a causa sia dell'elevazione della spesa sociale, sia della lievitazione dei rendimenti dei titoli di stato, dovuta alla necessità di collocare gran parte di essi sul mercato.

Quella fase, comunque, fu segnata anche da un forte incremento degli investimenti esteri, suscitato dalla svalutazione della peseta (che stava rendendo più competitive le esportazioni spagnole), dalla prospettiva dell'ingresso del paese nella CEE (che avrebbe ulteriormente accresciuto la loro competitività sui principali mercati europei), e dalla stessa ristrutturazione in atto (che consentiva il reperimento a condizioni molto convenienti di manodopera, terreni e immobili industriali). Furono poste così le basi per il successivo quinquennio di crescita economica, corrispondente agli anni 1986-1991.

1991-2008: dalla nuova crisi al boom economico

All'inizio degli anni novanta la Spagna passò dalla crescita alla recessione, subendo gli effetti della congiuntura negativa che si determinò a livello globale e della rivalutazione della peseta imposta dalla propria adesione al Sistema Monetario Europeo. La crisi comportò un calo delle entrate fiscali e quindi una risalita del debito pubblico, che si tentò di affrontare mediante delle riduzioni di spesa pubblica: una strategia che però si ripercosse sull'economia, accentuando la crisi in atto. A questa situazione il nuovo governo di centrodestra, insediatosi nel 1996, reagì confermando la politica di tagli alla spesa, ma affiancando ad essi un piano di privatizzazione delle aziende pubbliche, dei tagli alle imposte sui redditi e dei provvedimenti di liberalizzazione nel settore dei servizi. Questa strategia diede i suoi frutti: a partire dalla metà degli anni novanta il paese beneficiò d'un notevole sviluppo, connotato da una forte espansione dei consumi privati, dal dimezzamento del tasso di disoccupazione e dall'assunzione d'un inedito ruolo sui mercati esteri da parte delle principali imprese spagnole (in particolare dei maggiori gruppi bancari).

Manzocchi e Cavallo (2005), cui dobbiamo la ricostruzione di questo processo espansivo, rilevano tuttavia che esso fu connotato anche da diversi aspetti negativi. Difatti tale espansione si fondò sullo sviluppo del turismo e di attività produttive a basso contenuto tecnologico (edilizia e attività manifatturiere tradizionali); inoltre il ruolo trainante ricoperto dall'industria e dal turismo, in combinazione con il limitato progresso dall'industria sul fronte delle tecnologie impiegate, lo rese dipendente assai più dalla crescita del numero degli occupati che da quella della produttività del lavoro. In conseguenza di ciò, la competitività del settore industriale permase legata a fattori quali la flessibilità del mercato del lavoro, la modestia dei salari e la bassa pressione fiscale, mantenendo così il paese fortemente esposto alla concorrenza dei paesi extraeuropei in via di sviluppo.

Altri studiosi che pongono in rilievo come la crescita economica spagnola di quegli anni non poggiasse su fondamenta del tutto solide sono Bini Smaghi (2013) e Brancaccio e Passarella (2012). Essi spiegano che lo sviluppo del settore immobiliare determinò una crescita dei consumi, la quale però in misura cospicua andò ad alimentare le importazioni di beni di consumo anziché la loro produzione interna. Ciò dipese dal fatto che i manufatti spagnoli, tra la fine degli anni novanta e la fine degli anni duemila, andarono perdendo competitività nei confronti di quelli della maggiore potenza economica europea - la Germania - sotto il profilo del prezzo. Difatti in questo periodo da una parte l'industria spagnola non seppe accrescere la propria produttività, mentre dall'altra quella tedesca beneficiò d'una compressione del costo del lavoro. La bilancia commerciale spagnola andò così caratterizzandosi per un crescente disavanzo. Questa fuoriuscita di risorse non determinò l'impoverimento del paese e quindi l'arresto dello sviluppo, in quanto fu compensata dai cospicui investimenti di capitali effettuati da operatori finanziari esteri (in particolar modo proprio da quelli tedeschi); tuttavia, dal momento che essi privilegiarono proprio il settore immobiliare, tale afflusso di capitali ebbe l'effetto di perpetuare questo modello di sviluppo connotato da una crescita dei consumi interni superiore a quella della produzione industriale, contribuendo così all'aggravamento del disavanzo commerciale.

Dopo il 2008: la Spagna nella crisi globale

Nell'ultimo decennio anche la Spagna ha subito gli effetti della crisi mondiale: il suo sistema bancario e industriale si è indebolito, la disoccupazione è aumentata e così pure il debito pubblico. Secondo Bini Smaghi (2013), il paese ha scontato la riduzione degli investimenti esteri, dai quali era assai dipendente per il proprio sviluppo: infatti gli operatori finanziari hanno reagito alla recessione riducendo la propria esposizione verso le economie più deboli. Un'altra interpretazione della crisi spagnola, peraltro non inconciliabile con quella appena riferita, è data da Pucciarelli e Russo Spena (2014): a loro avviso, alla sua origine va posta la liberalizzazione della compravendita dei terreni, che ha favorito la speculazione immobiliare. Questa ha dapprima alimentato le attività finanziarie, ma successivamente - quando la bolla speculativa è esplosa - ha generato una paralisi del credito, che ha tolto risorse anche ai settori produttivi dell'economia. La crisi è stata poi aggravata dalle politiche di austerità con le quali si è preteso di affrontarla: i tagli alla spesa sociale e le riduzioni di stipendio imposte ai dipendenti pubblici hanno depresso il mercato interno, mentre il conseguente calo del gettito fiscale e i costi del salvataggio delle banche in difficoltà hanno fatto salire l'indebitamento dello Stato. Sugli effetti recessivi dell'austerità concordano anche Bini Smaghi (2013) e Brancaccio e Passarella (2012), nelle loro analisi riferite all'insieme dei paesi periferici del continente (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia e Irlanda).

Ad oggi, l'economia spagnola permane in serie difficoltà. I dati economici di più recente divulgazione, infatti, mostrano una crescita abbastanza sostenuta del prodotto interno, ma il permanere d'una forte disoccupazione e di diffusi fenomeni di disagio sociale, legati alla modestia dei salari e al carattere precario dell'occupazione. Queste difficoltà si riflettono sul quadro politico, determinando una situazione d'instabilità che rende difficile prevedere le future scelte dei governi in materia economico-sociale. La capacità del paese di uscire dalla crisi, in ogni caso, verosimilmente dipenderà non soltanto dalle decisioni del governo spagnolo, ma anche da quelle che saranno prese a livello comunitario.

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Spagna. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Contiene la bibliografia completa di tutti i quattro articoli di approfondimento pubblicati relativi alla Spagna. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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