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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 55 (Nuova Serie), gennaio 2020

Per una geografia storico-economica. La Francia (Parte prima: dal Medioevo al XVII secolo)

Abstract

Regione di antico popolamento, ma in età medievale segnata prima dalle invasioni germaniche e poi dall'anarchia feudale successiva all'età carolingia, la Francia intraprese un duraturo percorso di crescita economica solo a partire dall'XI secolo, quando la ripresa demografica suscitò un'espansione dell'agricoltura e dei commerci. In età moderna l'importanza delle attività non agricole andò crescendo, per effetto della partecipazione del paese ai traffici oceanici e dello sviluppo delle manifatture; tuttavia andò anche delineandosi una strutturale condizione di difficoltà delle finanze pubbliche, dovuta alla necessità di compensare l'insufficienza delle entrate fiscali tramite un crescente indebitamento.

miniatura vendemmia1. L'economia e la società francese nell'alto Medioevo

2. La rinascita economica del basso Medioevo

3. I secoli XVI e XVII

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. L'economia e la società francese nell'alto Medioevo

Nel ricostruire le vicende economiche della Francia in età medievale, un elemento che va sicuramente tenuto presente è la sua dinamica demografica: questa sino al X secolo risultò poco favorevole, rallentando così lo sviluppo delle attività economiche. Come scrive Koebner (1976), difatti, se per un verso la Francia costituiva una regione di antico popolamento, per l'altro nella fase delle invasioni germaniche essa subì un forte calo demografico. Vero è che in età carolingia - secondo lo stesso autore - a tale calo fece seguito una ripresa; ma quest'ultima fu poi vanificata dalla successiva dissoluzione del potere regio, la quale lasciò liberi i signori feudali di combattersi fra di loro, dando vita a conflitti che coinvolgevano pesantemente le popolazioni (portando anche a distruzioni d'interi villaggi).

In questo periodo le forme fondamentali di organizzazione economica e sociale che connotarono tale nazione furono quelle della curtis e del feudo. L'una e l'altro, va specificato, all'epoca risultarono ampiamente presenti anche nel resto d'Europa; ma in Francia assunsero una diffusione ancora maggiore. Cameron e Neal (2005) riferiscono infatti che questa fu la regione in cui la curtis conobbe il più accentuato radicamento, come pure che essa fu la terra d'origine del sistema feudale.

Stando agli studiosi ora citati, la curtis prese forma nel tardo Impero romano, quando i latifondi dei nobili romani divennero aziende agricole autosufficienti e i coltivatori furono legati alla terra che coltivavano (se non in forza di legge, quantomeno nei fatti). Una parte della terra era affidata per la sua conduzione a dei contadini di condizione libera, che in cambio fornivano al padrone quote dei raccolti e prestazioni d'opera; un'altra era gestita direttamente da quest'ultimo, che ricorreva al lavoro dei propri contadini di condizione servile e a quello che i contadini liberi erano tenuti a prestare su di essa; e una terza era costituita da suoli il cui uso era consentito all'intera comunità risiedente nella curtis. L'istituto feudale sorse invece per iniziativa dei sovrani franchi, i quali si trovarono nella condizione di dover mantenere una rete di funzionari locali e le costose truppe a cavallo di cui si servivano in battaglia senza disporre d'un efficace sistema di tassazione e in presenza d'una limitatissima circolazione monetaria. La soluzione a tale problema consistette nel concedere ai propri guerrieri il reddito di grandi proprietà terriere in cambio del servizio militare da essi prestato e nell'affidare loro la responsabilità di mantenere l'ordine e amministrare la giustizia nelle località in cui venivano insediati.

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2. La rinascita economica del basso Medioevo

Dopo il Mille la Francia fu partecipe della generale tendenza espansiva che segnò il continente europeo in ambito demografico ed economico. Scrive difatti Ganshof (1976) che nell'XI secolo la pressione della popolazione sulle risorse agricole divenne tale da avviare il compimento di opere di disboscamento e dissodamento di aree forestali e di bonifica di terre paludose costiere. Queste proseguirono poi nei secoli successivi, intensificandosi in modo particolare nel XII e nel XIII. Sotto il profilo dei metodi di coltivazione non vi furono significativi progressi; ma si ebbe ugualmente un incremento delle rese, grazie al maggiore apporto di lavoro alla terra da parte dei contadini, al miglioramento degli attrezzi in uso e ad un maggiore ricorso all'impiego di animali da tiro. L'espansione della produzione fu accompagnata da una crescita della sua differenziazione, in particolare con un notevole sviluppo della viticoltura. L'innalzamento della produttività agricola da una parte e la ripresa dell'urbanesimo dall'altra favorirono lo sviluppo del commercio delle derrate. Per effetto di queste trasformazioni, anche la composizione sociale delle campagne andò modificandosi. La possibilità di vendere sul mercato le proprie produzioni consentì la formazione d'uno strato di contadini agiati. I proprietari, inoltre, cercarono di approfittare della ripresa demografica per attrarre nuova manodopera sulle proprie terre, concedendo benefici a chi vi si trasferiva: in alcune regioni, questo fenomeno sfociò in affrancamenti di massa di contadini servi.

Accanto a questo sviluppo del commercio agricolo fra campagna e città, si ebbe anche la partecipazione della Francia all'espansione del commercio internazionale all'epoca in atto. Come spiega Lopez (1975), tale fenomeno riguardò in particolare la regione della Champagne, al cui interno passavano alcune delle principali strade che univano il Mediterraneo al Mare del Nord e la Manica al Baltico: fra il XII e l'inizio del XIV secolo essa costituì un importante luogo di scambio per mercanti che vi confluivano da ogni parte d'Europa. Le transazioni si svolgevano nelle fiere che si tenevano a rotazione in quattro città della regione, secondo un calendario organizzato in modo da coprire praticamente l'intero anno. Invece l'espansione mercantile dei centri mediterranei fu bloccata sul nascere dall'attivismo (anche militare, oltre che commerciale) della vicina Genova e più in generale dal fatto che le città francesi, diversamente dai Comuni italiani, erano sottoposte all'autorità d'un sovrano e di potenti signori feudali. Ciò costituiva difatti un grave fattore penalizzante, in quanto re e feudatari imponevano ai centri urbani pesanti tributi.

Le stesse fiere della Champagne, comunque, nel lungo periodo finirono per perdere la loro importanza. Difatti nel Trecento i mercanti italiani, che di esse erano i più importanti frequentatori, cominciarono a usare le loro navi per raggiungere direttamente il mare del Nord e fissarono delle sedi commerciali permanenti nelle Fiandre. Il volume dei traffici che si conducevano attraverso di esse subì così un forte calo.

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3. I secoli XVI e XVII

L'agricoltura

L'evoluzione dell'agricoltura continuò ad essere influenzata dal ciclo demografico anche nei secoli successivi al XIII. Una nuova fase di trasformazioni si ebbe difatti nel Cinquecento, secolo che fu segnato, dopo la crisi tre-quattrocentesca, da una nuova espansione della popolazione. Secondo De Maddalena (1979), in questa fase sorse da parte dei proprietari aristocratici un interesse ad alienare i propri suoli, dovuto al fatto che l'incremento della domanda agricola si stava riflettendo sul valore dei medesimi, ma non anche sulle rendite che essi ricavavano dal loro affidamento ai contadini (dal momento che questo avveniva, per tradizione, tramite contratti di lunga durata a canone fisso). Ciò favorì l'erosione delle grandi proprietà e la costituzione di numerose piccole aziende contadine. Ad essere interessati da tale fenomeno furono sia gli appezzamenti che i signori avevano già dato in concessione a terzi, sia quelli di cui avevano mantenuto la gestione. Per rendere più libera la circolazione di entrambi fu però necessario spezzare i legami che sussistevano fra i coltivatori insediati sui primi e i secondi: si spiega così perché in tale fase si ebbe anche la conversione in canoni monetari degli obblighi lavorativi sulle terre signorili che tradizionalmente gravavano su tali coltivatori.

Nel Seicento, invece, si delineò una tendenza di segno opposto rispetto a quella appena considerata, dovuta al riproporsi d'una congiuntura demografica negativa: sempre De Maddalena (1979) scrive difatti che i maggiori proprietari cercarono di ampliare ulteriormente i propri possedimenti, nel tentativo di mantenere inalterati i propri redditi in una situazione di calo dei prezzi agricoli. Questo orientamento, comunque, a suo avviso si tradusse soprattutto nella conquista da parte di tali soggetti delle terre di pertinenza delle comunità rurali, la quale risultava facilitata dall'esistenza d'un forte indebitamento delle medesime nei loro riguardi; la piccola e media proprietà contadina avrebbe invece continuato ad estendersi. Su posizioni diverse si attesta tuttavia Jacquart (1980), per il quale nel corso del secolo i piccoli possidenti vennero a trovarsi in difficoltà tali da costringerli in molti casi a indebitarsi e poi a cedere le proprie terre ai creditori. Tale studioso, per la verità, sottolinea che solo in poche regioni questo fenomeno assunse portata tale da sfociare nella sostanziale scomparsa della proprietà contadina; ma comunque conclude che, attraverso queste espropriazioni, una quota rilevante di essa andò concentrandosi in altre mani. I principali protagonisti di questo accaparramento delle terre contadine furono a suo avviso gli esponenti della borghesia, i quali per realizzarlo poterono servirsi dei capitali derivanti dalla conduzione delle attività urbane. L'autore afferma inoltre che la principale ragion d'essere delle difficoltà finanziarie dei piccoli possidenti consistette nel peso assai elevato che in Francia aveva raggiunto l'imposizione fiscale.

Le manifatture

A partire dal Cinquecento la Francia fu interessata da un sensibile progresso del settore manifatturiero. Nel valutarne il livello di sviluppo in età moderna, difatti, Borelli (2011) dà conto d'una notevole diffusione dell'attività tessile sia nelle campagne, dove mercanti-imprenditori organizzavano il lavoro delle famiglie rurali, sia in alcune città (ad esempio Lione, che nel comparto serico risultava il maggiore centro produttivo a Nord delle Alpi). Egli giudica notevole anche l'importanza assunta dall'industria metallurgica, rilevando come in quella fase fossero francesi alcuni tra i più importanti centri europei per la produzione di ferro e di bronzo.

Tale settore fu sovente oggetto di attenzioni da parte del governo francese. Secondo Cameron e Neal (2005), nel corso del Cinquecento diversi sovrani assoldarono artigiani italiani, per farli lavorare in manifatture reali incaricate della produzione di oggetti di lusso (quali seterie, tappezzerie, porcellane e vetrerie). Queste iniziative ebbero però essenzialmente lo scopo di assicurare alla corte la fornitura di tali beni; esse quindi, pur avendo senz'altro successo, non determinarono significativi incrementi delle citate produzioni manifatturiere. La situazione mutò nel Seicento, quando la diffusione della dottrina mercantilista istigò i governi europei a ricercare la crescita della ricchezza nazionale tramite il conseguimento di attivi della bilancia commerciale. Jean-Baptiste Colbert, primo ministro di Luigi XIV dal 1661 al 1683, nel tentativo di contenere le importazioni istituì forti dazi protettivi, che penalizzarono i manufatti esteri. Per migliorare la qualità delle produzioni e l'efficienza dei metodi produttivi, inoltre, diede impulso a una fittissima attività normativa che regolamentò ogni fase della manifattura di centinaia di beni. Secondo gli autori sin qui citati, per la verità, questa politica risultò controproducente, poiché nocendo alla libertà d'iniziativa dei produttori ostacolò l'introduzione d'innovazioni tecnologiche; ma di diverso avviso è Wilson (1975), per il quale essa ottenne alcuni successi (specialmente nei settori navale, delle forniture militari e degli articoli di lusso, ma in qualche misura anche in quello delle produzioni tessili di tipo corrente), dai quali derivarono una diminuzione delle importazioni e una crescita delle esportazioni nazionali. Comunque anche tale autore ritiene che nel lungo periodo (soprattutto dopo la morte di Colbert) l'esasperata regolamentazione delle attività imprenditoriali sia risultata di danno al progresso dell'industria, se non altro perché le crescenti necessità finanziarie dello stato francese fecero sì che quell'apparato normativo e di controllo fosse visto sempre più come uno strumento utile a generare introiti fiscali che come uno strumento di promozione di quelle stesse attività.

Il commercio e la finanza

L'età moderna vide la Francia compiere progressi anche in altri ambiti oltre che in quello manifatturiero. Intorno al 1500 un notevole sviluppo interessò le attività finanziarie. Spiega Borelli (2011) che nel 1462 Luigi IX vietò ai mercanti francesi di recarsi alle fiere di Ginevra e a quelli stranieri di passare per la Francia per raggiungere tale città; questa iniziativa, unita alla concessione di privilegi agli operatori di Lione, valse a deviare verso quest'ultima parte dei traffici internazionali che si svolgevano sulla piazza svizzera. Col tempo, all'interno delle fiere lionesi le operazioni finanziarie che affiancavano quelle commerciali acquistarono un'importanza sempre maggiore, al punto che i grandi banchieri (prima quelli italiani e poi anche altri) finirono per svolgere nel corso di esse le proprie principali attività di pagamento, trasferimento di valuta, cambio e credito. Verso la metà del Cinquecento, tuttavia, tali fiere entrarono in crisi, a causa delle richieste di credito che i sovrani muovevano agli operatori ivi presenti, le quali comportavano l'assunzione di forti oneri ed anche di forti rischi (date le crescenti difficoltà che stava incontrando la corona nel rifondere i propri creditori).

In compenso, nel secolo successivo si ebbe un rilancio della presenza francese nel grande commercio internazionale. Sempre Borelli (2011) scrive al riguardo che i mercanti francesi - assieme agli inglesi e agli olandesi - furono tra gli operatori che in quel secolo riuscirono a sostituirsi ai portoghesi nella gestione dei traffici che collegavano, attraverso l'Atlantico, l'Europa all'Asia sud-orientale. La Francia prese parte anche alla colonizzazione del Nord America; tuttavia i flussi commerciali che questa fece nascere furono limitati dal fatto che l'insediamento francese in Canada, come rileva Deyon (1980), non si giovò d'un flusso migratorio consistente quanto quello che ingrossò le colonie britanniche.

Nella seconda parte del secolo lo sviluppo del commercio oceanico divenne un obiettivo prioritario del governo francese. Come ricordano Cameron e Neal (2005), Colbert istituì diverse compagnie mercantili, incoraggiando o addirittura obbligando soggetti privati a diventarne soci, e a ciascuna di esse attribuì il monopolio del commercio con varie zone del mondo (Indie, Americhe, Africa, Levante, Europa baltica). Questa iniziativa si risolse però in un fallimento, giacché nel volgere di pochi anni tali società si ritrovarono tutte in gravi difficoltà finanziarie.

Cameron e Neal (2005) si soffermano anche sullo stato delle finanze pubbliche francesi. Questo in età moderna fu influenzato dalle guerre in cui il paese fu ripetutamente coinvolto, che determinarono incrementi di spese cui non si riuscì a far fronte con la sola imposizione fiscale. A partire dal Cinquecento i sovrani presero pertanto a far ricorso sistematicamente alla pratica, peraltro non inedita, di ottenere denaro in prestito. Si creò pertanto un cospicuo debito pubblico, che per tutta l'età moderna non fece che crescere, tranne che nei momenti in cui il governo imponeva d'autorità riduzioni del suo ammontare, considerabili alla stregua di bancarotte parziali (riduzioni che peraltro, minando la fiducia dei banchieri nei suoi riguardi, rendevano poi più gravosi gli interessi che gli venivano imposti in occasione delle sue successive richieste di danaro). Un'altra pratica che andò acquisendo importanza fu la vendita delle cariche giudiziarie, fiscali e amministrative. Anch'essa tuttavia, se nell'immediato procurava dei benefici, nel lungo periodo aveva ricadute negative, in quanto determinava il moltiplicarsi di uffici privi di funzioni, i cui titolari andavano regolarmente retribuiti. Essa pertanto finì per rivelarsi una fonte di ulteriori spese più che di entrate e dunque per contribuire alla crescita del debito anziché al suo contenimento.

Cominciava così a delinearsi il volto che avrebbe mostrato la Francia alla vigilia del 1789: quello d'un paese economicamente vitale, ma gravato dal fardello d'una finanza pubblica disastrata. Secondo autori quali Kemp (1992) o gli stessi Cameron e Neal (2005), proprio tale fragilità finanziaria sarebbe stata all'origine degli eventi politici destinati a sfociati nella Rivoluzione.

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Francia (Parte prima). Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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