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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

Per una geografia storico-economica. La Germania (Parte quinta: dalla riunificazione a oggi)

Abstract

Dopo il 1990 la ritrovata unità nazionale pose alla Germania il problema della riconversione del sistema industriale ex-comunista. I costi che questa comportò ebbero un influsso negativo sullo stato dell'economia e dei conti pubblici, il quale fu tuttavia efficacemente contrastato dal governo, sia pure al prezzo di misure dal rilevante impatto sociale. Successivamente, grande influenza sull'evoluzione dell'economia tedesca ha avuto l'adozione dell'euro, dalla quale è derivata una crescita del costo del denaro per le imprese, ma anche una maggiore competitività delle loro esportazioni. La solidità di tale economia ha trovato conferma negli anni più recenti, che l'hanno vista affrontare la crisi mondiale meglio di altri paesi europei. La forza economica della Germania ha favorito altresì un consolidamento della sua influenza politica; l'uso che essa ha fatto di quest'ultima, tuttavia, è stato a volte oggetto di contestazioni, riguardanti la contrarietà ad interventi di salvataggio dei paesi in gravi difficoltà finanziarie e il tentativo d'imporre ai medesimi politiche di austerità.

Porta di Brandeburgo1. Le cause economiche della riunificazione

2. La crisi dell'industria tedesco-orientale

3. Le politiche di rilancio dell'economia orientale

4. Ristrutturazione industriale e riforme politiche

5. Costi e benefici della moneta unica

6. Il ruolo della Germania nella crisi finanziaria

7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Le cause economiche della riunificazione

Poco più di quarant'anni dopo la costituzione ufficiale delle due repubbliche tedesche, la Germania conobbe una nuova unificazione, che prese la forma dell'annessione di quella comunista da parte di quella federale (con conseguente scomparsa delle istituzioni politiche e anche economiche della prima). A far sì che la fine della guerra fredda avesse tale esito molto concorse la situazione economica della RDT. Nel precedente articolo avevamo illustrato come a partire dagli anni settanta la struttura produttiva di questo paese fosse andata sempre più degradandosi, in conseguenza della politica di limitazione degli investimenti che all'epoca fu intrapresa dal regime, nel tentativo - rivelatosi peraltro vano - di contenere la lievitazione del debito estero. La ricostruzione che offre Gehler (2013) degli eventi che condussero all'unificazione muove proprio da questo processo di degrado. Secondo l'autore, alla fine del 1989 la capacità dell'economia tedesco-orientale di generare ricchezza era ormai talmente ridotta che lo stato non aveva più possibilità di sfuggire alla bancarotta. Il governo fu così costretto a chiedere alla RFT un grosso prestito, che questa concesse a patto che fosse riconosciuta maggiore libertà di movimento alla popolazione. Il regime comunista accettò tale condizione; ma l'apertura dei confini fece sorgere un flusso migratorio di portata tale da minare ancor più l'economia del paese, in ragione della perdita di giovani lavoratori che esso comportò. D'altra parte tale fenomeno parve preoccupante alla stessa RFT, che non aveva possibilità di offrire alloggio, assistenza e lavoro a tutti gli immigrati che stavano giungendo. Questi eventi suscitarono in seno alle classi politiche delle due Germanie una forte spinta verso la riunificazione, dal momento che essa, ponendo quella orientale sotto la tutela economica di quella occidentale, avrebbe dovuto rassicurare la popolazione della prima circa il proprio futuro.

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2. La crisi dell'industria tedesco-orientale

La prospettiva della riunificazione, in effetti, suscitò presso la popolazione orientale forti aspettative sotto il profilo non soltanto del conseguimento delle libertà politiche, ma anche del miglioramento delle condizioni di vita. Gli anni immediatamente successivi all'inglobamento della RDT nella Germania federale, tuttavia, videro all'opposto un diffuso peggioramento di queste ultime, principalmente in ragione della deindustrializzazione che investì la regione. La portata di questo processo è valutabile sulla base dei dati forniti da Maier (1999), secondo il quale nel 1992 la produzione industriale era calata a un terzo di quella del 1989 e l'occupazione nell'industria a meno di un terzo di quella di allora.

Del notevole e rapido decadimento dell'industria tedesco-orientale sono state date varie spiegazioni, non necessariamente in contrasto l'una con l'altra. Gehler (2013) ha sottolineato che tale industria risentì della concorrenza che le fu apportata in patria dalle imprese dell'Ovest e dalla perdita dei rapporti commerciali privilegiati con l'Est europeo e con la Russia, conseguente al passaggio dal comunismo al capitalismo che interessò anche quei paesi; e in effetti essa non poteva non trovarsi in difficoltà una volta costretta a operare in un regime di libero mercato, in quanto le sue strutture produttive risultavano, per effetto del ventennio di mancati investimenti, tecnologicamente obsolete (ed anche fisicamente usurate) rispetto a quelle delle industrie occidentali. Inoltre la sua competitività dovette essere ulteriormente minata dall'unificazione monetaria. In materia, Maier (1999) spiega che l'adozione del marco occidentale - valuta più forte di quella ch'era stata in uso nella RDT - ebbe l'effetto di rendere le produzioni dell'Est molto più costose negli altri paesi dello scomparso blocco comunista (ossia proprio sui principali mercati di sbocco di tali produzioni). Questo fenomeno fu reso ancora più accentuato dalla scelta - voluta dal cancelliere Kohl per tutelare il potere d'acquisto e i risparmi della popolazione orientale - di convertire il marco orientale in quello occidentale a un tasso di cambio fortemente sopravvalutato: i salari vennero infatti convertiti attribuendo alle due monete il medesimo valore, con conseguente aumento dei costi di produzione delle imprese. A ciò si aggiunse il fatto che dopo il 1989 le monete dei paesi ex-comunisti subirono un forte deprezzamento, che rese per i loro consumatori ancora più onerosi gli acquisti di prodotti tedeschi.

Molte accuse sono state inoltre rivolte all'operato della Treuhandanstalt (letteralmente: ente fiduciario), l'ente pubblico cui venne affidata la gestione dell'industria di stato orientale. Spiega Gehler (2013) che la Treuhand - così veniva usualmente chiamata - aveva il compito di ristrutturare le imprese ancora dotate di potenzialità per poi privatizzarle, liquidando invece quelle che avesse giudicato insalvabili; ma che a Ovest molti ritennero che l'agenzia avesse male inteso la propria missione, sprecando danaro nel vano tentativo di sostenere imprese sull'orlo del fallimento (dunque ristrutturando aziende che sarebbero state da liquidare) e costringendo troppo presto a confrontarsi col mercato aziende ch'erano vissute per decenni in un sistema protetto (dunque privatizzando imprese che non erano state adeguatamente ristrutturate). Ancora peggiore, peraltro, fu l'opinione che si diffuse a Est in merito all'azione di tale ente: difatti molti cittadini orientali si convinsero che esso distrusse intenzionalmente l'economia orientale, per favorirne la colonizzazione da parte delle imprese dell'Ovest. Questi convincimenti maturati all'epoca in seno all'opinione pubblica tedesca, peraltro, a volte hanno trovato eco - sia pure in forma attenuata - negli studi che sono stati poi compiuti sulla fase successiva alla riunificazione. Ad esempio, Loda (2006) ha sostenuto che la Treuhand assegnò la priorità alla privatizzazione piuttosto che al risanamento (anche in conseguenza di pressioni da parte del governo perché la prima avvenisse in tempi rapidi), col risultato di esporre troppo bruscamente alla concorrenza l'apparato industriale di cui aveva assunto la gestione; mentre Mahlert (2009), nel rilevare che le imprese orientali spesso non riuscirono ad adeguarsi al nuovo contesto in cui dovevano operare, afferma che ciò in alcuni casi dipese anche dal fatto che le loro concorrenti occidentali esercitarono pressioni volte a impedire che ciò avvenisse.

Quali che fossero le intenzioni dei politici e dei funzionari pubblici responsabili della creazione e del funzionamento della Treuhand, si deve comunque rilevare che l'opera di tale ente ebbe davvero un esito negativo per l'economia della ex-RDT: riferisce ancora Gehler (2013) che molte delle imprese di cui essa doveva decidere la sorte furono chiuse e che quelle che sopravvissero furono rilevate da società tedesco-occidentali, le quali così, in virtù di tali acquisizioni e sostituendosi a quelle scomparse, poterono acquisire il controllo del mercato orientale.

Sempre in merito all'operato della Treuhand, Maier (1999) ha rilevato anche come la ristrutturazione dell'industria orientale abbia comportato una frammentazione dei grandi complessi in cui era organizzata in società più piccole, le quali - nei casi in cui sopravvissero - furono poi cedute singolarmente a diverse società occidentali, delle quali divennero così delle mere filiali d'importanza secondaria. Questo modo di procedere fece sì che, anche quando delle strutture produttive sopravvivevano, si verificasse una scomparsa dei centri decisionali prima presenti al loro interno: un fenomeno che pure contribuì a determinare una netta subordinazione dell'economia orientale a quella occidentale.

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3. Le politiche di rilancio dell'economia orientale

Secondo Loda (2006), il governo federale aveva messo in conto sin dal principio la necessità di sostenere l'economia orientale, ma aveva decisamente sottovalutato i problemi che questa avrebbe incontrato nella fase di riconversione al capitalismo: per questa ragione, inizialmente la sola politica praticata fu l'estensione alle regioni dell'Est d'una misura - la concessione di sussidi a chi realizzava investimenti - ch'era in vigore nelle regioni economicamente meno sviluppate dell'Ovest. L'insufficienza presto dimostrata da tale meccanismo d'incentivazione impose però il varo d'un programma straordinario di aiuti, finalizzato ancora una volta a promuovere gli investimenti e in più a sostenere i redditi della popolazione (in modo da stimolare anche la domanda oltre che l'offerta). Gehler (2013) sottolinea anche come siano stati varati ampi programmi di spesa nei settori dell'assistenza sociale e sanitaria, dell'edilizia abitativa, delle costruzioni stradali e del risanamento ambientale, in modo da mantenere elevato il livello dei servizi offerti alla popolazione, rimediare alla penuria d'investimenti pubblici dell'ultima fase di vita del regime e riparare ai danni apportati da decenni di attività di industrie altamente inquinanti.

Questa politica si è perpetuata nel tempo sino ai nostri giorni, con risultati che sono tuttavia da giudicare abbastanza limitati. Illustrando la situazione del tempo in cui scrive, Loda (2006) rileva difatti che a sedici anni dalla riunificazione il PIL pro capite delle regioni orientali è ancora inferiore ai due terzi di quello occidentale, malgrado nel corso degli anni la forte emigrazione e il calo della natalità abbiano alleviato il tasso di disoccupazione; che i flussi d'investimento suscitati dalle politiche d'incentivazione hanno alimentato sopratutto lo sviluppo dell'edilizia e del commercio, senza promuovere un forte sviluppo industriale; e che in ragione di ciò tali regioni hanno assunto principalmente la fisionomia di mercati di sbocco per i prodotti occidentali, la cui capacità di consumo è sostenuta da trasferimenti di danaro pubblico.

Questo scarso successo delle politiche in favore dell'Est trova forse la sua spiegazione nei rilievi di Maier (1999), per il quale la ex-RDT è stata penalizzata dal fatto che la ristrutturazione della sua economia è avvenuta in una fase in cui le imprese tedesco-occidentali stavano cominciando a trasferire all'estero le proprie produzioni e si stavano affacciando sul mercato mondiale nuovi competitori, provenienti dall'Est europeo e dall'Asia, che si avvantaggiavano d'un basso costo del lavoro. Le regioni orientali avrebbero dunque continuato anche in questa fase di ricostruzione della loro economia a pagare il prezzo dell'unificazione monetaria e della parificazione salariale, che le avrebbe rese rispetto ad altri territori sia meno attraenti quali destinatarie d'investimenti agli occhi delle imprese tedesco-occidentali, sia meno capaci di sviluppare in proprio produzioni competitive.

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4. Ristrutturazione industriale e riforme politiche

Negli anni immediatamente successivi alla riunificazione, peraltro, fu l'intera economia tedesca a sperimentare delle difficoltà, che si manifestarono sul fronte sia della capacità delle imprese di creare ricchezza e occupazione, sia delle condizioni delle finanze pubbliche. In parte ciò avvenne proprio a causa della riunificazione, in seguito alla quale, come abbiamo visto, il governo dovette portare avanti onerosi programmi di spesa nelle regioni orientali (per il sostegno ai redditi dei cittadini, per la ricostruzione dell'apparato produttivo e per il rinnovamento delle infrastrutture). Per finanziare questi interventi, rileva Maier (1999), si dovette far ricorso ad incrementi della tassazione e dell'indebitamento: in particolare, a partire da allora il debito pubblico crebbe tanto rapidamente che, secondo Loda (2006), nel 2004 era ormai divenuto più che doppio rispetto a quello del 1991. Ai problemi connessi alla riunificazione se ne sommarono altri, identificati da Gehler (2013) con l'inasprirsi della competizione globale e con l'invecchiamento della popolazione (dal quale derivarono una diminuzione dei contributi previdenziali versati dai lavoratori e un incremento della spesa pensionistica e sanitaria).

Per reagire a questi fenomeni negativi, le imprese e le istituzioni si sforzarono di ridefinire rispettivamente le proprie strategie e le proprie politiche. Scrive Loda (2006) che le grandi imprese operarono delocalizzazioni delle loro attività a più elevato apporto di manodopera, finalizzate a spostare in paesi dal basso costo del lavoro la realizzazione di singole componenti dei beni da esse fabbricati; ciò avvenne sia tramite la costituzione di filiali all'estero, sia tramite la stipula di rapporti con aziende straniere indipendenti. Questi investimenti esteri ebbero quale destinataria soprattutto l'Europa orientale, in particolare dopo che vari suoi paesi entrarono nell'Unione Europea. Nel contempo si ebbe una crescita degli investimenti dell'industria tedesca in attività di ricerca e sviluppo, funzionale al potenziamento dei comparti a più elevata tecnologia. Anche il governo operò su questo duplice versante: nel corso degli anni, difatti, da una parte agì in modo da ridurre il costo del lavoro a carico delle imprese, ad esempio riducendo gli oneri previdenziali gravanti su di esse e allungando l'orario di lavoro; e dall'altra mirò a rafforzare la base tecnologica dell'industria nazionale, riorganizzando il sistema universitario in modo da rendere più qualificata la nuova forza lavoro e promuovendo la nascita di imprese operanti in settori innovativi.

La necessità di arginare la crescita del debito condusse inoltre il governo a perseguire il contenimento della spesa pubblica. In materia, Castronovo (2014) e Gehler (2013) spiegano come a partire dagli anni novanta l'avanzato sistema di sicurezza sociale connotante la RFT sia stato oggetto di tagli (che hanno colpito, in particolare, la sanità e le pensioni) e come siano state attuate privatizzazioni e riduzioni del numero dei dipendenti pubblici. Questa politica di tagli alla spesa ebbe anche il fine di rendere possibili riduzioni della pressione fiscale, risultando così funzionale pure ad accrescere la competitività dell'economia. Sempre Gehler (2013) riferisce difatti che nel 2000 fu varata una riforma fiscale, comportante alleggerimenti delle imposte su famiglie e imprese.

Castronovo (2014) ha anche posto in rilievo le riforme che interessarono il mercato del lavoro negli anni intorno al 2000 (anni in cui fu cancelliere Gerhard Schröder, il leader socialista succeduto a Kohl dopo sedici anni di governo di quest'ultimo). Tali riforme, finalizzate a conferirgli maggiore flessibilità, contemplarono un ammorbidimento delle regole sui licenziamenti e la creazione di nuovi contratti di lavoro a tempo determinato. Nel contempo s'ebbe pure una revisione dei criteri di erogazione dei sussidi ai disoccupati, che rese per questi ultimi quasi obbligatoria l'accettazione dei lavori, anche di tipo occasionale, che venivano loro offerti.

Queste trasformazioni sono state oggetto di giudizi contrastanti. In merito alla tendenza dell'industria tedesca a delocalizzare parte delle proprie lavorazioni, ad esempio, abbiamo visto come Maier (1999) ritenga che tale fenomeno abbia contribuito a ostacolare il rilancio dell'economia tedesco-orientale; Loda (2006), invece, non gli attribuisce una valenza negativa, in quanto rileva che i paesi nei quali l'industria tedesca ha investito sono divenuti, oltre che dei fornitori della stessa, anche dei suoi nuovi mercati di sbocco, offrendo così delle inedite opportunità di crescita alle attività ancora condotte entro i confini del paese. Del pari, uno studioso come Castronovo (2014) ha mostrato apprezzamento per le riforme politiche riguardanti il mercato del lavoro e il sistema di protezione sociale, sostenendo che esse hanno avuto ricadute benefiche sull'economia (in particolare perché hanno ridimensionato una spesa pubblica ormai eccessiva); mentre il politico francese Montebourg (2013) le ha condannate, attribuendo loro la responsabilità d'un calo del potere d'acquisto dei salari che ha impoverito molti lavoratori tedeschi. Le critiche mosse da quest'ultimo, peraltro, non sono rivolte soltanto al carattere socialmente iniquo di tali riforme, ma ne denunciano anche l'insostenibilità economica. Egli difatti rileva che esse hanno avuto l'effetto di deprimere il mercato interno, costringendo l'economia tedesca a fondare il proprio sviluppo essenzialmente sulle esportazioni verso gli altri stati dell'Unione Europea. Apparentemente, ciò non costituisce un problema, poiché proprio la moderazione del costo del lavoro ha reso possibile una notevole espansione di tali esportazioni (avendo accresciuto la competitività di prezzo dei manufatti tedeschi); ma in realtà questa penetrazione commerciale è destinata a ridimensionarsi, in quanto sta indebolendo le economie dei paesi che la subiscono e quindi anche la capacità di tali paesi di fungere da mercato di sbocco per l'industria nazionale. A parere dell'autore, questa strategia di crescita fondata sulle esportazioni finirà dunque per rivelarsi fallimentare.

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5. Costi e benefici della moneta unica

Poco dopo la riunificazione, la Germania ha dovuto affrontare un altro passaggio epocale: la stipula del trattato di Maastricht, che alla fine degli anni novanta ha portato alla nascita della moneta unica europea e dunque all'abbandono del marco. In merito a tale evento, l'interpretazione più diffusa è che per la Germania l'adesione all'unione monetaria abbia comportato dei costi non indifferenti. Galloni (2005), ad esempio, scrive che essa ha reso più difficile il mantenimento del modello di sviluppo che per decenni ha assicurato al paese un notevole e diffuso benessere. In Germania - spiega l'autore - sino agli anni novanta il costo del denaro per le imprese s'era mantenuto molto basso, in ragione del fatto che le banche erano controllate proprio dalle imprese industriali. La disponibilità di credito a basso costo aveva permesso di effettuare cospicui investimenti in tecnologie avanzate, i quali a loro volta avevano consentito di mantenere l'industria nazionale competitiva in ambito internazionale anche in presenza di alti salari (giacché avevano reso elevati anche i suoi livelli di produttività). Con l'avvento dell'euro s'è avuta però un'omogeneizzazione dei tassi d'interesse creditizi che ha fatto venir meno questo fattore di vantaggio. D'altronde è opinione comune che l'euro sia stato voluto - segnatamente dalla Francia - proprio per contenere la potenza dell'economia tedesca, che si temeva destinata a rafforzarsi ulteriormente in seguito alla sua integrazione con quelle della RDT e degli altri paesi ex-comunisti; come pure che Kohl abbia accettato il progetto della moneta comune proprio per attenuare le diffidenze degli altri governi nei confronti del proprio paese. Simili ricostruzioni sono proposte, ad esempio, dallo stesso Galloni (2005), da Gehler (2013) e da Castronovo (2014).

Negli ultimi anni, tuttavia, in merito alle ricadute della moneta unica sull'economia tedesca sono state avanzate anche considerazioni di segno opposto: s'è cioè sostenuto che dall'adozione dell'euro la Germania avrebbe tratto beneficio. Una posizione di questo genere è fatta propria da Ferrero (2012), il quale muove dalla considerazione che il valore della moneta unica costituisce una media approssimativa di quello delle valute che ha sostituito: l'euro quindi vale più di quanto varrebbero oggi monete deboli quali la lira o la dracma greca, ma meno di quanto varrebbe il marco tedesco. In ragione di ciò, per i paesi che avevano una moneta debole l'adozione dell'euro ha costituito un fattore di penalizzazione, in quanto ha reso più care le loro esportazioni; mentre alla Germania essa ha procurato un vantaggio competitivo, analogo a quello che sarebbe derivato da una svalutazione del marco. Secondo tale autore la creazione dell'euro avrebbe dunque avuto un ruolo fondamentale nel consentire la crescita delle esportazioni tedesche verso gli altri paesi europei avutasi dopo il 2000.

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6. Il ruolo della Germania nella crisi finanziaria

La gestione della crisi finanziaria esplosa alla fine del 2007 da parte dell'Unione Europea si è contraddistinta per il ruolo di primaria importanza assunto dal governo tedesco quale ispiratore delle decisioni che sono state prese. Secondo Castronovo (2014), questo suo protagonismo va ricondotto al fatto che la Germania è giunta allo scoppio della crisi in condizioni migliori degli altri paesi dell'Unione. La politica di riforme varata da Schröder (e poi proseguita da Angela Merkel, a lui succeduta nel 2005) aveva difatti conferito nuova vitalità all'economia e riportato in equilibrio i conti pubblici. Questa situazione di preminenza economica ha accresciuto l'influenza della Germania in sede europea e indotto il suo governo a rivendicare un ruolo di guida nella difficile congiuntura determinatasi.

Sempre secondo Castronovo (2014), la Germania si è servita di questa sua influenza soprattutto per contrastare il varo, da parte della Banca Centrale Europea, d'un programma di acquisti dei titoli di stato dei paesi il cui debito pubblico era maggiormente cresciuto, programma che nelle intenzioni dei suoi promotori (tra cui v'era il presidente della stessa BCE Mario Draghi) doveva servire a stabilizzare i tassi d'interesse di tali titoli, che le attività speculative condotte contro di essi stavano facendo lievitare pericolosamente. Parallelamente, il governo tedesco ha spinto perché tali paesi affrontassero i propri problemi finanziari mediante politiche rigoriste in materia fiscale e di spesa pubblica. L'autore riconduce l'ostilità verso l'erogazione di aiuti ai paesi deboli al timore di dover sostenere i costi maggiori d'una simile operazione e alla tendenza a considerare tali paesi responsabili delle proprie difficoltà, in ragione del mancato compimento al loro interno di riforme analoghe a quelle realizzate dalla Germania negli anni precedenti la crisi. Questo aspetto è approfondito da De Romanis (2013), la quale sottolinea come il governo tedesco, dopo avere imposto pesanti sacrifici alla popolazione per riportare in ordine i propri conti, non poteva mostrarsi condiscendente nei riguardi di richieste di aiuto provenienti da paesi dov'erano state poste in essere politiche troppo lassiste.

Nelle analisi di cui l'atteggiamento tedesco è stato oggetto, tuttavia, alle giustificazioni si sono giustapposte anche molte critiche. Pianta (2012), ad esempio, scrive che il ritardo con cui la Germania ha accettato di aiutare la Grecia (la nazione più in difficoltà) ne ha aggravato la crisi del debito, prolungando l'attacco speculativo contro i suoi titoli pubblici. Lo stesso autore giudica sbagliata anche l'imposizione di politiche di austerità: egli difatti rileva come esse, deprimendo la domanda interna, danneggino l'economia dei paesi che le applicano, col risultato ultimo di minare ancor più la tenuta dei loro conti pubblici (giacché questa risente del calo delle entrate fiscali). Più in generale, egli nega che se gli altri paesi europei seguissero la Germania sulla strada del rigore finanziario e della liberalizzazione del mercato del lavoro, come essa invita a fare, la loro economia ne trarrebbe beneficio, poiché tale strategia di crescita ha accresciuto la competitività dell'industria tedesca al prezzo di deprimere i consumi interni e dunque ha funzionato solo perché i partner commerciali della Germania non hanno praticato una politica analoga, mantenendo così un'elevata capacità di assorbimento delle sue produzioni.

Una lettura ancora più critica della politica di rigore propugnata dalla Germania è offerta da Ferrero (2012), per il quale l'attaccamento del governo di Berlino a scelte che egli giudica palesemente sbagliate risponde agli interessi del capitale tedesco. L'aggravarsi della crisi finanziaria che interesserà gli stati che adotteranno politiche di austerità, difatti, costringerà i medesimi a ricercare nuove entrate privatizzando imprese pubbliche e infrastrutture, offrendo così alle maggiori industrie tedesche inedite possibilità di espansione internazionale. L'aggravarsi della crisi economica che nel contempo essi sconteranno, inoltre, consentirà alle imprese locali di abbassare i propri costi di produzione, poiché la crescente disoccupazione renderà la manodopera di quei paesi disposta ad accettare salari più bassi; ragion per cui le aziende tedesche, affidando a tali imprese la produzione di componenti da esse impiegate, potranno a loro volta ridurre i propri costi, senza dover ingaggiare uno scontro con i sindacati nazionali.

Sussistendo tensioni di tale portata fra i suoi membri, le prospettive future dell'Unione Europea sono da giudicare alquanto incerte, non soltanto sotto il profilo economico, ma anche dal punto di vista istituzionale. Se un intellettuale del peso di Beck (2013) ricava dall'analisi della situazione odierna la convinzione che sia necessario un rilancio - su basi democratiche e solidaristiche - dell'integrazione europea, non va trascurato che in diverse nazioni, come rileva Castronovo (2014), gli elettori stanno premiando movimenti ostili all'euro o addirittura alla stessa appartenenza dei rispettivi paesi all'Unione. Il protrarsi della crisi potrebbe dunque sfociare in un mutamento radicale dei rapporti economici ora sussistenti fra la Germania e gli altri grandi stati europei, dagli esiti ultimi difficilmente prevedibili, ma che certamente imporrebbero ad essa un profondo ripensamento della propria politica economica.

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7. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Per una geografia storico-economica. La Germania. Percorso bibliografico nelle collezioni della Biblioteca. Contiene la bibliografia completa di tutti i cinque articoli di approfondimento pubblicati relativi alla Germania. Si suggerisce inoltre la ricerca nel Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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