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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 56 (Nuova Serie), aprile 2020

1914. La dichiarazione di neutralità dell'Italia: la voce del Parlamento

Abstract

L'approfondimento ripercorre le tappe parlamentari della decisione di non intervento in guerra da parte del Governo: dopo la comunicazione alle Camere dell'attentato in Serbia all'indomani dello stesso e la prolungata sospensione estiva dei lavori, le Camere accordarono la fiducia al nuovo Governo, dopo il rimpasto di novembre. Tema del dibattito fu soprattutto la decisione di neutralità, assunta dal Governo fin dall'inizio di agosto.

domenica_del_corriereNell'ambito delle iniziative che gli Uffici della Biblioteca hanno promosso per ricordare il centenario dell'inizio della Prima Guerra Mondiale, il nostro bimestrale gli dedicherà i numeri dello Speciale 2014. L'inquadratura che daremo ai sei contributi attraverso cui si articolerà l'approfondimento sarà, come sempre, quella delle collezioni della Biblioteca. Una selezione bibliografica accompagnerà i testi.

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1. La notizia dell'attentato di Sarajevo

2. La ripresa dei lavori parlamentari e le comunicazioni del Governo Salandra

3. La discussione alla Camera sulle comunicazioni del Governo

4. La discussione in Senato: 14 e 15 dicembre

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. La notizia dell'attentato di Sarajevo

Il governo Salandra, nato il 21 marzo 1914, subentrando al IV gabinetto Giolitti (dimessosi per l'uscita dei radicali dalla maggioranza), si trovò da subito a fronteggiare scioperi e ostruzionismo parlamentare. Il 28 giugno, una domenica, nella "quiete del lungo pomeriggio festivo", nel suo ufficio di Palazzo Braschi, come ricorda nel suo libro di memorie La neutralità italiana (p. 16), Antonio Salandra fu raggiunto dalla telefonata del Marchese di San Giuliano, Ministro degli Affari Esteri, che gli comunicava, non senza cinismo, che il Governo era liberato dall'incresciosa faccenda dell'acquisto di Villa d'Este a Tivoli, per la quale l'ambasciatore Merey faceva insopportabili pressioni: quella mattina, infatti, era stato assassinato a Sarajevo l'Arciduca Francesco Ferdinando, cui apparteneva la Villa.

L'indomani, lunedì 29 giugno, alle ore 14,05, nella tornata (come allora si chiamavano le sedute) CXVI della Camera, il San Giuliano comunicava ai deputati l'assassinio dell'Arciduca ereditario, vittima di un "esecrando attentato", e, formulando la speranza che il "Venerando Sovrano" Francesco Giuseppe sapesse superare la grave prova, ne lodava la saggezza (auspicio o inconsapevole ironia?) come "uno dei più alti presìdi della pace e della calma operosa e fidente" (Camera, Discussioni, XXIV Legislatura, p. 5041-5042). Subito dopo, alle ore 15,05, il San Giuliano si recava a rendere l'identica comunicazione davanti all'Assemblea del Senato (Senato, Discussioni, XXIV Legislatura, p. 677-678).

I lavori del Senato si chiusero per la pausa estiva nella tornata XLVI del 17 luglio, con uno scambio di auguri fra il Presidente Manfredi ed il Salandra ed un arrivederci a novembre.

I lavori della Camera furono sospesi ancor prima.

Nella tornata CXXVI del 5 luglio la Camera poneva in votazione una proposta di proroga dei lavori, mutata in proposta di sospensione, che veniva approvata: Salandra, presente, augurava ai deputati "tranquillo ritorno a novembre" (Camera, p. 5525): già nella seduta del 2 luglio, accettando un compromesso con l'Estrema Sinistra, si era garantito il superamento dell'ostruzionismo parlamentare "per avere le mani libere e la Camera chiusa, anche in vista di probabili complicazioni internazionali", come ricorda nelle sue citate memorie (p. 65).

Nella relazione inviata al Re il 30 settembre in merito alla situazione politica interna ed internazionale, a proposito della Camera Salandra ne riteneva inutile la convocazione, a meno che non si decidesse per la mobilitazione; diversamente, si poteva rinviare, come al solito, alla fine di novembre, quando ci sarebbe stato da approvare l'esercizio provvisorio del bilancio. "In tale ipotesi sono a prevedersi maneggi di partiti e di gruppi, discussioni lunghe e aspre. Sarà molto difficile impedire che esse tocchino in qualche modo gli spinosi argomenti della politica internazionale e della preparazione militare" (ivi, p. 337). Di fatto, come vedremo, il passaggio parlamentare fu quasi del tutto indolore per il Governo.

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2. La ripresa dei lavori parlamentari e le comunicazioni del Governo Salandra

Entrambe le Camere ripresero i loro lavori il 3 dicembre.

La tornata CXXVII della Camera dei deputati iniziò alle ore 14. La seduta, nel corso della quale ci furono il giuramento di nuovi deputati ed alcune commemorazioni (fra cui quella proprio del San Giuliano, deceduto il 16 ottobre), si aprì con le comunicazioni del Governo in merito al rimpasto (necessario a seguito del decesso del Ministro degli affari esteri e alle dimissioni dei Ministri del Tesoro, della Guerra e della Marina) ed alla dichiarazione di neutralità, che era stata resa alle autorità tedesche ed austriache fin dal 2 agosto con lettera del San Giuliano all'ambasciatore Merey.

Sospesa la seduta della Camera su richiesta del Presidente del Consiglio, alle ore 15 iniziava la seduta XLVII del Senato con la lettura da parte del Salandra delle medesime comunicazioni.

La corretta interpretazione delle clausole del trattato, come spiegò Salandra, aveva portato alla dichiarazione di neutralità, una neutralità, tuttavia, "non [...] inerte e neghittosa, ma operosa e guardinga" (Camera, p. 5533; Senato, p. 1163). Infatti, con l'apporto di Luigi Cadorna, dal 27 luglio nuovo Capo di Stato Maggiore, Salandra stava procedendo agli approvvigionamenti ed all'addestramento dell'esercito. Appellandosi alla "solidarietà di tutti gli italiani", Salandra reclamava la pacificazione nazionale e chiedeva alle Camere l'immediata approvazione di una serie di regi decreti adottati fin dal mese di agosto in materia di spese militari e di appalti di lavori pubblici, in deroga alle norme di contabilità dello Stato. L'annuncio dei disegni di legge di conversione fu dato nella seduta CXXVIII del giorno successivo (Camera, pp. 5565-5568), dedicata alla discussione intorno alle comunicazioni del Governo, discussione che il Governo aveva cercato di evitare, premendo perché gli iscritti rinunciassero ai loro interventi, invito che sarebbe stato accolto, e solo in parte, dai soli parlamentari favorevoli alle sue politiche.

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3. La discussione alla Camera sulle comunicazioni del Governo

Il primo intervento fu quello di Arturo Labriola, che lamentava soprattutto il malcostume del Governo italiano "di occultare il più che si può in materia di politica estera" (Camera, p. 5569) e, ripercorrendo gli eventi successivi all'ultimatum austriaco alla Serbia, attribuiva alla Germania la piena, per quanto dissimulata, determinazione alla guerra, con l'obiettivo ideologico della "pangermanizzazione dell'Europa" (Camera, p. 5572) e quello economico conseguente di trasformare i territori dal mar Baltico al Golfo Persico, anche attraverso la politica turcofila, in un'unica plaga di azione austro-germanica. Individuando nello sviluppo ad Oriente, più che in quello verso il Nordafrica, il destino mediterraneo dell'Italia, Labriola, pur senza dichiararsi apertamente a favore della guerra, concludeva come i punti di divergenza con gli antichi alleati fossero più numerosi di quelli di convergenza e sostanzialmente invitava il governo "all'ultima grande impresa nazionale" (Camera, p. 5575).

Quindi si pronunciarono Carlo Cavagnari, favorevole al Governo ed alla neutralità, ed il repubblicano Eugenio Chiesa, a favore dell'intervento contro gli imperi centrali, nel nome dei diritti delle nazionalità e nel ricordo della lotta risorgimentale per l'unità nazionale italiana.

Molto lungo ed appassionato l'intervento di Claudio Treves, presentatore di un ordine del giorno contrario al Governo (cui il giorno successivo si sarebbe associato Carlo Altobelli, ritirando il proprio odg): respingendo l'appello alla concordia nazionale, Treves reclamava l'attuazione di una giustizia di classe, quella giustizia che, proprio nella preparazione alla guerra, addirittura la Germania aveva saputo attuare tassando il capitale. Quanto alla neutralità, Treves bollava come viltà quella professata dal Governo (e, peraltro, paradossalmente fondata su un aumento delle spese militari) e le contrapponeva la concezione socialista, aspirante per l'Italia ad un ruolo di "provvidenza intermediaria, [...] "grande Croce Rossa diplomatica e giuridica" (Camera, p. 5580), da esplicare anzitutto attraverso la richiesta ai belligeranti di restituzione dei prigionieri civili. Proseguiva, quindi, rivolgendosi agli interventisti, chiedendo loro se fossero certi della guerra lampo e della vittoria assoluta nonché della floridezza del Tesoro per fronteggiare le spese, e se avessero chiare le vere amicizie e alleanze internazionali dell'Italia e, infine, se si ponessero il problema delle ripercussioni sugli emigrati italiani delle scelte di politica estera del Governo. A tale ultimo riguardo ricordiamo che fra i decreti presentati per la conversione in quella stessa seduta ricorreva il n. 909, che aveva disposto stanziamenti di fondi ai Comuni per provvedere ai rimpatriati a causa delle vicende straordinarie, che fossero in condizioni di bisogno: di "enorme, spaventosa levata di cenci italiani in tutta l'Europa" allo scoppio della guerra aveva parlato, infatti, Treves (Camera, p. 5583). Concludeva, quindi, il suo intervento auspicando la vittoria del proletariato in tutti i Paesi per far cadere l'inganno politico generale.

A seguire Napoleone Colajanni, che, dissentendo in più punti da Treves, si dichiarava favorevole alla guerra, nella quale, "col sangue comune" (Camera, p. 5585), sperava si potesse realizzare il vero legame nazionale, quale non si era compiuto con le guerre d'indipendenza, opera di ricchi e borghesi. Ma, proseguiva, le motivazioni che lo spingevano a dichiararsi interventista non erano di valenza sentimentale sibbene utilitaristica: facendo proprie le parole del Labriola e rifacendosi a Mazzini, vedeva che economicamente "nei Balcani si era aperta una grande via per l'Italia" (Camera, p. 5587); inoltre, per la difesa nazionale era necessario, come gridava Cesare Battisti, recuperare il Trentino, autentica porta per facili invasioni; da ultimo, era necessario poter sedere al tavolo della pace per rivendicare i diritti sulle terre irredente. In conclusione, sospendendo il giudizio sui membri del Governo, riconosceva lo stato di necessità in cui si trovava il Paese e definiva inopportuna una crisi politica.

L'onorevole Francesco Tedesco, di area giolittiana, per due volte Ministro del Tesoro dal 1910 al 1914, nel suo intervento molto tecnico ripercorreva lo sforzo fatto negli anni precedenti per assicurare al Paese un forte sistema di difesa nazionale: le due Commissioni parlamentari d'inchiesta sull'esercito e la marina, la legge del 1907 sul reclutamento, il reintegro dei magazzini militari (depauperati dalla guerra di Libia), con particolare urgenza per il materiale di artiglieria e la generale intensificazione dell'impegno economico straordinario nell'ultimo quadriennio avevano condotto l'esercito e la flotta alle "condizioni di poter assolvere ogni compito che fosse stato loro affidato" (Camera, p. 5593). Il Tedesco avrebbe voluto che Salandra confermasse i suoi dati e desse certezze circa la consistenza dell'esercito e si recò l'indomani appositamente a casa di Salandra per pretenderlo, ma senza esito, come ricorda ancora Salandra nel suo libro (p. 284-290), dove non nega omissioni e consapevoli inesattezze sugli ammanchi.

Due gli ordini del giorno presentati il 4 dicembre, quello Vaccaro, favorevole al Governo, e quello Treves, contrario.

Il giorno successivo, 5 dicembre, tornata CXXIX, proseguiva la discussione.

Il primo a prendere la parola fu Giuseppe De Felice-Giuffrida, in risposta a Treves a nome dei socialisti riformisti, "contrarissimi alla guerra" (Camera, p. 5620) ma incapaci di assistere indifferenti allo scempio degli altri Paesi, a cominciare dal piccolo Belgio, e pertanto "intervenzionisti" (Camera, p. 5622). Accanto alle motivazioni d'ordine ideale che avrebbero giustificato l'entrata in guerra, il De Felice-Giuffrida faceva proprie quelle d'ordine pratico già formulate da alcuni degli intervenuti nella seduta del giorno prima: il rischio che la Germania divenisse la padrona d'Europa con la conseguente militarizzazione dell'Europa tutta e la rinuncia al completamento della nostra unità nazionale, addirittura suscettibile di essere rimessa in discussione dal Vaticano.

Approvata la richiesta di chiusura anticipata della discussione, si passò allo svolgimento degli ordini del giorno. Per primo quello di Giovanni Bettolo, accordante fiducia al Governo sulla base di una neutralità pronta a volgersi in scesa in campo se la necessità lo imponesse. Di analogo tenore quello presentato da Emilio Campi.

Ettore Ciccotti, svolgendo il proprio odg, molto critico nei confronti delle straordinarie spese militari, contestava l'ambiguità delle dichiarazioni del Salandra e rivendicava il diritto del Parlamento di essere correttamente informato e di discutere ampiamente: "Si domanda invece, senza discutere, la fiducia del Parlamento, una fiducia piena, su dichiarazioni che nessuno comprende e che si dice di non poter spiegare" (Camera, p. 5629).

Letto senza svolgimento l'odg di Giuseppe Micheli, fu la volta di quello di Carlo Altobelli, che si pronunciò contro il Governo, puntando il dito soprattutto sull'impreparazione militare, perdurante malgrado le spese milionarie profuse nei quattro mesi precedenti ed al cui riguardo si era già svolta ampia polemica sui quotidiani, a partire dal Giornale d'Italia. Si rifiutava, quindi, l'onorevole Altobelli di firmare una "cambiale in bianco" (Camera, p. 5639) ad un Governo possibilista circa il passaggio dalla neutralità all'intervento, per giunta schierandosi dalla parte degli Imperi centrali.

Nella sua replica Salandra, confermando la preparazione militare, respingeva la richiesta di maggior trasparenza in nome dell'appoggio che l'opinione pubblica già gli aveva riconosciuto: "Quello che ho detto s'intende da tutti e non ho da aggiungere una parola sola; sulle mie dichiarazioni voi dovete giudicare, ma specificazioni maggiori non posso dare perché il darle sarebbe contro l'interesse dello Stato" (Camera, p. 5641).

Aderendo alla richiesta di Salandra, gli onorevoli Vaccaro, Altobelli e Micheli ritirarono i propri odg. Si passò, quindi, alle dichiarazioni di voto: Salvatore Barzilai si pronunciò a favore del Governo e della neutralità; Enrico Ferri, respingendo lo spettro della guerra, auspicava che l'Italia trovasse nell'espansione produttiva l'affermazione della sua superiore civiltà; Ettore Sacchi, a nome dei radicali, accoglieva, in nome della gravità del momento, l'invito del Governo a soprassedere alle divergenze politiche; Enrico Arlotta dichiarava la fiducia da parte dei liberali, e per la fiducia si pronunciava Carlo Calisse. Leonida Bissolati, rivolgendosi agli "amici socialisti dell'altra parte (Camera, p. 5645), nella consapevolezza che la dichiarazione di neutralità non potesse rimanere definitiva e che gli imperi militaristi erano i veri nemici del proletariato, garantiva l'appoggio della sua parte al Governo ed alla guerra ventura; per la Sinistra democratica Camillo Finocchiaro-Aprile approvava la scelta della neutralità armata e patriotticamente garantiva il sostegno al Governo, come faceva anche Andrea Torre.

Fuori dal coro Filippo Turati, che prendeva la parola per respingere la posizione di quanti ritenevano che i partiti dovessero annullarsi di fronte alla gravità del momento, e che, in nome non di un atto di fiducia, ma di "un atto di fede" (Camera, p. 5647), si dovesse compiere la "abdicazione del Parlamento" (ibid.), e proclamava il suo voto contrario ad un Governo che aveva fondato sull'equivoco le sue comunicazioni ed a una mozione (quella Bettolo) attorno alla quale si erano andate raccogliendo le tendenze più diverse ed inconciliabili. Ultimo intervento quello di Giovanni Giolitti, che dapprima volle ribadire la corretta interpretazione del Trattato data dall'Italia (in linea con quanto il suo gabinetto aveva già fatto durante la guerra balcanica del 1913) e quindi, condividendo il programma di una "neutralità armata e vigile" (Camera, p. 5650), assicurava al Governo l'appoggio della sua parte. L'accenno all'episodio del 1913 fu per Salandra "una rivelazione", come la definì nelle sue memorie (p. 450) ed egli la volle intendere come un rafforzamento della sua risoluzione presente.

Con la rinuncia a svolgere la propria dichiarazione di voto da parte dell'onorevole Emilio Giampietro, il Presidente Giuseppe Marcora, essendoci stata la richiesta di votazione nominale ed al fine di evitare due votazioni, poneva ai voti il solo ordine del giorno Bettolo, accolto dal Governo. Su un totale di 462 votanti fu schiacciante il numero dei (413) su quello dei No (49) (Camera, p. 5653).

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4. La discussione in Senato: 14 e 15 dicembre

Le comunicazioni rese in Senato furono discusse nelle sedute del 14 e 15 dicembre. L'andamento della discussione si svolse in maniera assai più tranquilla che alla Camera, essendo unanime il consenso al Governo ed alla sua politica in relazione alla guerra e pressoché indistinta l'intonazione solenne e retorica: Il giorno 14 (XLVIII tornata) intervennero i senatori Eugenio Valli, Enrico San Martino Valperga, Riccardo Carafa d'Andria, Felice Canevaro, Giacomo Barzellotti, il quale ultimo, pur non facendo mancare la sua fiducia al Governo, levò una delle poche voci contro la guerra (Senato, p. 1206-1209).

Toccò un tema importante il senatore Francesco Pullè, che pose l'accento sul proposito del Governo di garantire i generi di prima necessità, contrastando gli appetiti degli speculatori: "Poco varrebbe infatti il sacrificio del tesoro di centinaia di milioni concessi per alleviare i mali della disoccupazione, se gli aumenti reali e quelli artificiali dei generi alimentari defraudassero la massa dei lavoratori, sottraendo da una mano quel che fu dato dall'altra" (Senato, p. 1204), anche al fine di evitare che probabili rivolte popolari potessero fiaccare il Paese in un momento tanto delicato. Tale interpretazione economica dei disordini sarebbe stata respinta nella seduta del giorno successivo da Raffaele Garofalo, che, indicando nelle regioni più ricche i maggiori focolai di disordine, invocò che si ristabilisse "l'impero della legge e il rispetto all'autorità" (Senato, p. 1221).

Il giorno successivo (XLIX tornata), dopo un'inversione dell'ordine del giorno richiesta e concessa al Governo perché si anticipasse l'approvazione del disegno di legge di proroga dell'esercizio provvisorio del bilancio, si riprese la discussione sulle comunicazioni del Governo, con gli interventi del citato Garofalo e poi di Bruno Chimirri. Meritevole di essere ricordato il senatore Luigi Morandi, che, nell'illustrare il suo ordine del giorno comunque incondizionatamente favorevole al Governo, ricordava che la questione degli armamenti oscilla fra la follia dell'eccesso dei medesimi e l'utopia della pace perpetua, e citava lo zar, il quale, in un messaggio del 1898, sottovalutato dai più, proponeva la diminuzione degli armamenti, e ne riportava approssimativamente le profetiche parole: "Con questi eccessivi armamenti voi credete di assicurare la pace; ma saranno essi stessi che ci spingeranno fatalmente alla guerra" (Senato, p. 1223), proseguendo, poi, con le proprie parole a suggerire che, se l'Italia si fosse fatta proponente della diminuzione degli armamenti, un domani ciò le avrebbe procurato le simpatie di tutti coloro che, a partire dagli Stati Uniti, inorridivano davanti alla carneficina in atto.

Poi intervenne Pompeo Molmenti, che, pur votando a favore del Governo, mosse una serie di rimproveri al Governo, fra cui quello di non aver negoziato con l'Intesa la neutralità, in cambio di assicurazioni per i nostri interessi in Africa: Salandra nella sua replica le definì "lezioncine" (Senato, p. 1226) e se ne sarebbe ricordato anche nel citato libro di memorie (p. 177-178, 288-289). Quindi, fu votata la chiusura della discussione e letti i sei ordini del giorno (ultimo quello illustrato da Ettore Pedotti), tutti favorevoli al Governo. Quindi, Salandra nella sua replica ribadì il diritto del Governo di non dare eccessive spiegazioni, apprezzando quella che chiamò la "discrezione" del Senato (Senato, p. 1230), e chiese ai presentatori degli odg di associarsi a quello presentato da Pedotti, che, laconicamente e senza condizione alcuna, approvava le dichiarazioni del Governo. Si passò, infine, al voto per appello nominale: i 164 presenti e votanti approvarono all'unanimità.

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nel suggerire l'ampliamento della ricerca attraverso il Catalogo del Polo bibliotecario parlamentare e le banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca e anticipando che nel numero di dicembre sarà pubblicata la bibliografia cumulativa, di corredo agli articoli dello Speciale, si riportano qui di seguito in ordine alfabetico le fonti citate nel testo.

Camera dei deputati, Discussioni, XXIV Legislatura:

29 giugno 1914, pp. 5041-5042;

5 luglio 1914, p. 5525;

3 dicembre 1914, pp. 5533-5534;

4 dicembre 1914, pp. 5565-5594;

5 dicembre 1914, pp. 5620, 5622, 5629, 5639, 5641, 5645.

(Sale Atti del Regno, soppalco II sala)

Senato del Regno, Discussioni, XXIV Legislatura:

29 giugno 1914, pp. 677-678;

3 dicembre 1914, pp. 1162-1164;

14 dicembre 1914, p. 1204, 1221, 1123, 1226, 1230.

(Sale Atti del Regno, II sala)

Antonio Salandra, La neutralità italiana, [1914-1915] : ricordi e pensieri. Milano, Mondadori, 1928

(145.XI.10)

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