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L'intervento del senatore Dino Tibaldi nella  discussione generale sul disegno di legge n. 1013 - Intercettazioni telefoniche

Signor Presidente, con la necessaria tempestività, e con l'accordo dell'opposizione, il Governo ha emanato il 22 settembre scorso un provvedimento d'urgenza finalizzato ad individuare misure idonee a rafforzare il contrasto all'illegale raccolta e detenzione di contenuti, dati, documenti e informazioni relative al traffico telefonico dei cittadini, prevedendo, al contempo un intervento più incisivo per evitare l'indebita diffusione e pubblicazione di dati o elementi illegalmente acquisiti. Non vi è dunque alcun dubbio che il decreto-legge n. 259 del 2006, che viene ora in discussione per la conversione in legge, avesse tutte le caratteristiche di straordinaria necessità ed urgenza che l'articolo 77 della Costituzione pone quali requisiti insormontabili per l'attribuzione al Governo del potere di emanare atti aventi immediatamente forza di legge. Requisiti che devono essere ancor più stringenti se, come in questo caso, si incide sulla libertà personale, sulla qualificazione di alcuni comportamenti come reato e sulle modalità di esercizio di diritti costituzionalmente garantiti.
Da molto tempo l'incessante pubblicazione di stralci ed estratti di conversazioni telefoniche, oggetto di intercettazioni, regolarmente disposte dall'autorità giudiziaria e la divulgazione anche integrale di atti processuali coperti da segreto o comunque da vincolo di riservatezza, ha posto al centro del dibattito politico la necessità di una riflessione su come garantire il contemperamento di alcune libertà costituzionali (a cominciare dal diritto di cronaca e dal diritto ad essere informati) con l'esercizio di altri diritti costituzionalmente rilevanti, quali ad esempio il diritto alla difesa, la tutela della dignità della persona e la salvaguardia dei dati sensibili personali. Tutti hanno convenuto sull'esigenza di assicurare, con efficacia e su un piano generale, un'adeguata tutela dei diritti delle persone coinvolte dalla pubblicazione di innumerevoli brani di conversazioni intercorse anche con terzi, estranei ai fatti oggetto di indagine penale, o che non risultano allo stato indagati, o brani che riguardano in ogni caso diverse relazioni personali o familiari o, ancora, persone semplicemente lese dai fatti. Abbiamo assistito anche alla pubblicazione di conversazioni riguardanti comportamenti strettamente personali di persone pur coinvolte nelle indagini, ma non direttamente connessi a fatti penalmente rilevanti. Tutto questo è da tempo al centro del dibattito politico: anzitutto dalla magistratura, ma anche dagli operatori dell'informazione e del diritto, sono venute indicazioni preziose per affrontare questi temi, evitando l'onda dell'emozione, che spesso induce a modifiche affrettate e poco meditate come quelle proposte nel dicembre 2005 dal Governo Berlusconi, le quali avrebbero avuto, se approvate, il solo effetto certo di danneggiare irreparabilmente l'attività di indagine dei magistrati e di rendere difficile, se non impossibile, per l'opinione pubblica la conoscenza di situazioni e fatti di indubbio rilievo.
Quello che invece è emerso più recentemente, in tutta la sua vastità, è un fenomeno ben diverso e ben più inquietante. È stata svelata, grazie ad una lunga e difficile indagine, una attività del tutto illegale, posta in essere da alcuni soggetti che, utilizzando strutture e mezzi tecnologicamente avanzati, in virtù degli uffici e delle funzioni da essi ricoperte in uno snodo particolarmente delicato del sistema delle comunicazioni, avrebbero costituito nel corso di almeno un decennio una raccolta imponente di dati, documenti, informazioni e (forse) anche contenuti del traffico telefonico di migliaia di cittadini.
Il tutto, va ripetuto, è accaduto ad di fuori di ogni previsione di legge e al di fuori di qualunque ambito di indagine giudiziaria.
Le caratteristiche della struttura aziendale nella quale costoro avrebbero operato e la vastità del sistema illegale da essi messo in piedi possono a ben diritto farci dire che mai ci si è trovati di fronte ad un fenomeno così ampio e grave di violazione dei diritti personali. All'interno o comunque nell'orbita diretta o indiretta della più grande azienda italiana di telecomunicazioni, che peraltro si è dichiarata estranea ai comportamenti degli indagati e si è costituita parte lesa, avrebbe operato, per usare i termini dell'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano, «una vera e propria ragnatela parallela» in grado di usare «tutti i mezzi concretamente esistenti sul mercato» per raccogliere «qualsiasi tipo di informazione», violando «i princìpi costituzionali fondanti di questo Paese». Gli «spiati» sono soprattutto imprenditori e finanzieri, ma i file illegali sarebbero più di centomila e coinvolgerebbero dipendenti, possibili concorrenti e avversari persone influenti da «tenere eventualmente in pugno», con tanto di «accessi abusivi al sistema dell'anagrafe tributaria» e agli archivi bancari. La compravendita clandestina di tabulati telefonici si sarebbe affiancata persino all'acquisto di notizie riservate sulle banche dati dell'Interno, dell'Economia, della Giustizia, comprendendo «informazioni e atti svolti da agenti e pubblici ufficiali». Questa enorme massa di informazioni illegali e di dati riservati sarebbe stata commissionata e pagata da un manipolo di persone che non risultavano soggette ad alcun vero controllo. Questo è il quadro di un sistema illegale che ha attentato, secondo i magistrati, ai diritti di migliaia di persone, a cominciare da operai e dipendenti, ed addirittura da aspiranti dipendenti (cioè di coloro che avevano presentato i loro curricula), di quella stessa grande azienda. Ad aggravare il quadro contribuisce certamente il sospetto investigativo che la raccolta illegale di dati avvenisse a scopo di lucro, per farne illecito commercio, per trarre profitto dalla divulgazione o dalla minacciata divulgazione di quegli atti, oppure con la finalità di tenere sotto controllo i movimenti ed i contatti delle persone vittime della attività illegale. Allo stato degli atti, noi non sappiamo chi e perché abbia effettivamente ordinato la raccolta dei dati, quale uso ne sia stato eventualmente fatto e se, ad esempio, sia stata avviata una attività di dossieraggio che per ampiezza e gravità supererebbe persino le ormai antiche schedature del SIFAR o, per altri versi, quelle famose della FIAT degli anni Settanta (schedature di tutti i lavoratori e di coloro che avevano fatto domanda di assunzione). Ciò è oggetto di indagine e su questo si pronunceranno i giudici. Quel che ad oggi è certo è che una mole imponente di dati è stata illegalmente raccolta dal 1997 ad oggi. E questo di per sé basta a far temere che alcune libertà fondamentali siano state messe a rischio.
Sulla base degli atti che emergono nell'ambito delle indagini preliminari in corso presso gli uffici giudiziari, le ipotesi di reato in fase di accertamento denotano circostanze per le quali è indubbio un interesse pubblico a che fossero urgentemente prescritte regole capaci di stroncare l'illecito trattamento di dati telefonici personali, prevenendo il rischio che da questa pratica si sprigionasse un'incontrollabile nuvola di informazioni velenose.
Una rapida scorsa alle 344 pagine dell'ordinanza di rinvio a giudizio lascia sgomenti. Il numero delle persone coinvolte (sia come presunti colpevoli, sia come vittime), le modalità di esecuzione degli illeciti, il clima generale di violazione della legge che traspare dalla ricostruzione della vicenda disegnano un quadro di illegalità che supera l'immaginazione. È noto che gli attentati dell'11 settembre 2001 hanno spinto molti Governi a pesanti «giri di vite» sul diritto alla riservatezza di tutti i cittadini, con il motivo (o il pretesto) che la raccolta di informazioni personali è indispensabile per combattere il terrorismo. Ma al di là delle misure emergenziali cui abbiamo assistito (si pensi al decreto-legge sul terrorismo internazionale, che ha stabilito regole assai discutibili proprio per l'utilizzo delle intercettazioni) è anche vero che l'esistenza di innumerevoli banche dati, raccolte e gestite per di più senza le opportune garanzie, costituisce di per sé un rischio.
Il decreto intende affrontare questo rischio e parte dal presupposto che certo nessuna norma e nessun controllo possono annullare del tutto il rischio più grave, quello che siano proprio gli addetti alla sicurezza dei dati a violare la sicurezza. Per questo si è voluto, oltre alla previsione di forti sanzioni, assimilare al trattamento già previsto per i documenti anonimi gli esiti delle intercettazioni illecitamente effettuate e dei dati relativi al traffico telefonico illecitamente acquisiti. Va in questo senso la decisione di procedere alla distruzione da parte dell'autorità giudiziaria di tutti gli atti e i dati acquisiti, ovvero anche solo illecitamente detenuti, in modo da prevenire la possibilità di una loro qualunque diffusione, con conseguente pregiudizio per la riservatezza dei soggetti coinvolti.
Questi sono i due elementi centrali del decreto e con il lavoro del Parlamento sul testo sono stati previsti miglioramenti: è ragionevole, ad esempio, pensare che sia il giudice a disporre la distruzione, assicurando il contraddittorio tra le parti, oppure consentire che il corpo del reato possa comunque costituire spunto di indagine, in modo da non comprimere né il diritto alla difesa, né l'obbligo costituzionale dell'esercizio dell'azione penale da parte del pubblico ministero. Ciò in quanto è interesse pubblico accertare il reato (cioè l'illegale formazione dei dati, ciò che può fare solo un giudice) per poi individuare e perseguire i responsabili. Ma certamente questi due elementi devono essere mantenuti se si vuole approntare un sistema normativo efficace sia per la repressione del reato che per la prevenzione. E su questi punti maggioranza e opposizione sono nelle condizioni di convenire. È anche ragionevole, oltre che conforme all'ordinamento vigente, intervenire sulla nuova fattispecie di reato di illecita detenzione degli atti e dei documenti illegalmente raccolti, definendo con precisione le circostanze nelle quali si potranno applicare le pene previste dal decreto.
Noi pensiamo, ad esempio, che la detenzione vada punita qualora si intenda pubblicare o fare uso illecito di questi dati da parte del detentore. Riteniamo inoltre importante non comprimere in alcun modo il libero esercizio dell'attività giornalistica, anche perché va ricordato che il sistema illegale di cui parliamo è emerso grazie ad una indagine giudiziaria, ma anche grazie al lavoro di alcuni giornalisti d'inchiesta.
Altre opinioni sono state espresse sul merito del decreto e tutte possono concorrere a farne uno strumento ancora più efficace e valido sul piano giuridico. Ciò che tutti comunque dovrebbero avere a cuore è che questa occasione è preziosa per dotare finalmente il nostro Paese di mezzi, anche penali, capaci di contrastare una illegalità diffusa, e pertanto non può andare sprecata.
Nessun Paese può tollerare a lungo neppure il sospetto che qualcuno possa creare e mantenere in vita, per finalità misteriose o semplicemente per trame profitto economico, una specie di intelligence parallela a quella istituzionale, mettendo insieme e conservando senza alcun diritto i dati personali e sensibili dei cittadini italiani per farne buon uso (o cattivo uso) all'occasione.
Per questo è necessario che il decreto n. 259, con le modifiche sulle quali ci si è accordati in Commissione, sia convertito in legge.



 


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