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Signor
Presidente, con la necessaria tempestività, e con l'accordo
dell'opposizione, il Governo ha emanato il 22 settembre
scorso un provvedimento d'urgenza finalizzato ad individuare
misure idonee a rafforzare il contrasto all'illegale
raccolta e detenzione di contenuti, dati, documenti e
informazioni relative al traffico telefonico dei cittadini,
prevedendo, al contempo un intervento più incisivo per
evitare l'indebita diffusione e pubblicazione di dati o
elementi illegalmente acquisiti. Non vi è dunque alcun
dubbio che il decreto-legge n. 259 del 2006, che viene ora
in discussione per la conversione in legge, avesse tutte le
caratteristiche di straordinaria necessità ed urgenza che
l'articolo 77 della Costituzione pone quali requisiti
insormontabili per l'attribuzione al Governo del potere di
emanare atti aventi immediatamente forza di legge. Requisiti
che devono essere ancor più stringenti se, come in questo
caso, si incide sulla libertà personale, sulla
qualificazione di alcuni comportamenti come reato e sulle
modalità di esercizio di diritti costituzionalmente
garantiti.
Da molto tempo l'incessante pubblicazione di stralci ed
estratti di conversazioni telefoniche, oggetto di
intercettazioni, regolarmente disposte dall'autorità
giudiziaria e la divulgazione anche integrale di atti
processuali coperti da segreto o comunque da vincolo di
riservatezza, ha posto al centro del dibattito politico la
necessità di una riflessione su come garantire il
contemperamento di alcune libertà costituzionali (a
cominciare dal diritto di cronaca e dal diritto ad essere
informati) con l'esercizio di altri diritti
costituzionalmente rilevanti, quali ad esempio il diritto
alla difesa, la tutela della dignità della persona e la
salvaguardia dei dati sensibili personali. Tutti hanno
convenuto sull'esigenza di assicurare, con efficacia e su un
piano generale, un'adeguata tutela dei diritti delle persone
coinvolte dalla pubblicazione di innumerevoli brani di
conversazioni intercorse anche con terzi, estranei ai fatti
oggetto di indagine penale, o che non risultano allo stato
indagati, o brani che riguardano in ogni caso diverse
relazioni personali o familiari o, ancora, persone
semplicemente lese dai fatti. Abbiamo assistito anche alla
pubblicazione di conversazioni riguardanti comportamenti
strettamente personali di persone pur coinvolte nelle
indagini, ma non direttamente connessi a fatti penalmente
rilevanti. Tutto questo è da tempo al centro del dibattito
politico: anzitutto dalla magistratura, ma anche dagli
operatori dell'informazione e del diritto, sono venute
indicazioni preziose per affrontare questi temi, evitando
l'onda dell'emozione, che spesso induce a modifiche
affrettate e poco meditate come quelle proposte nel dicembre
2005 dal Governo Berlusconi, le quali avrebbero avuto, se
approvate, il solo effetto certo di danneggiare
irreparabilmente l'attività di indagine dei magistrati e di
rendere difficile, se non impossibile, per l'opinione
pubblica la conoscenza di situazioni e fatti di indubbio
rilievo.
Quello che invece è emerso più recentemente, in tutta la sua
vastità, è un fenomeno ben diverso e ben più inquietante. È
stata svelata, grazie ad una lunga e difficile indagine, una
attività del tutto illegale, posta in essere da alcuni
soggetti che, utilizzando strutture e mezzi tecnologicamente
avanzati, in virtù degli uffici e delle funzioni da essi
ricoperte in uno snodo particolarmente delicato del sistema
delle comunicazioni, avrebbero costituito nel corso di
almeno un decennio una raccolta imponente di dati,
documenti, informazioni e (forse) anche contenuti del
traffico telefonico di migliaia di cittadini.
Il tutto, va ripetuto, è accaduto ad di fuori di ogni
previsione di legge e al di fuori di qualunque ambito di
indagine giudiziaria.
Le caratteristiche della struttura aziendale nella quale
costoro avrebbero operato e la vastità del sistema illegale
da essi messo in piedi possono a ben diritto farci dire che
mai ci si è trovati di fronte ad un fenomeno così ampio e
grave di violazione dei diritti personali. All'interno o
comunque nell'orbita diretta o indiretta della più grande
azienda italiana di telecomunicazioni, che peraltro si è
dichiarata estranea ai comportamenti degli indagati e si è
costituita parte lesa, avrebbe operato, per usare i termini
dell'ordinanza di custodia cautelare del Gip di Milano, «una
vera e propria ragnatela parallela» in grado di usare «tutti
i mezzi concretamente esistenti sul mercato» per raccogliere
«qualsiasi tipo di informazione», violando «i princìpi
costituzionali fondanti di questo Paese». Gli «spiati» sono
soprattutto imprenditori e finanzieri, ma i file illegali
sarebbero più di centomila e coinvolgerebbero dipendenti,
possibili concorrenti e avversari persone influenti da
«tenere eventualmente in pugno», con tanto di «accessi
abusivi al sistema dell'anagrafe tributaria» e agli archivi
bancari. La compravendita clandestina di tabulati telefonici
si sarebbe affiancata persino all'acquisto di notizie
riservate sulle banche dati dell'Interno, dell'Economia,
della Giustizia, comprendendo «informazioni e atti svolti da
agenti e pubblici ufficiali». Questa enorme massa di
informazioni illegali e di dati riservati sarebbe stata
commissionata e pagata da un manipolo di persone che non
risultavano soggette ad alcun vero controllo. Questo è il
quadro di un sistema illegale che ha attentato, secondo i
magistrati, ai diritti di migliaia di persone, a cominciare
da operai e dipendenti, ed addirittura da aspiranti
dipendenti (cioè di coloro che avevano presentato i loro
curricula), di quella stessa grande azienda. Ad aggravare il
quadro contribuisce certamente il sospetto investigativo che
la raccolta illegale di dati avvenisse a scopo di lucro, per
farne illecito commercio, per trarre profitto dalla
divulgazione o dalla minacciata divulgazione di quegli atti,
oppure con la finalità di tenere sotto controllo i movimenti
ed i contatti delle persone vittime della attività illegale.
Allo stato degli atti, noi non sappiamo chi e perché abbia
effettivamente ordinato la raccolta dei dati, quale uso ne
sia stato eventualmente fatto e se, ad esempio, sia stata
avviata una attività di dossieraggio che per ampiezza e
gravità supererebbe persino le ormai antiche schedature del
SIFAR o, per altri versi, quelle famose della FIAT degli
anni Settanta (schedature di tutti i lavoratori e di coloro
che avevano fatto domanda di assunzione). Ciò è oggetto di
indagine e su questo si pronunceranno i giudici. Quel che ad
oggi è certo è che una mole imponente di dati è stata
illegalmente raccolta dal 1997 ad oggi. E questo di per sé
basta a far temere che alcune libertà fondamentali siano
state messe a rischio.
Sulla base degli atti che emergono nell'ambito delle
indagini preliminari in corso presso gli uffici giudiziari,
le ipotesi di reato in fase di accertamento denotano
circostanze per le quali è indubbio un interesse pubblico a
che fossero urgentemente prescritte regole capaci di
stroncare l'illecito trattamento di dati telefonici
personali, prevenendo il rischio che da questa pratica si
sprigionasse un'incontrollabile nuvola di informazioni
velenose.
Una rapida scorsa alle 344 pagine dell'ordinanza di rinvio a
giudizio lascia sgomenti. Il numero delle persone coinvolte
(sia come presunti colpevoli, sia come vittime), le modalità
di esecuzione degli illeciti, il clima generale di
violazione della legge che traspare dalla ricostruzione
della vicenda disegnano un quadro di illegalità che supera
l'immaginazione. È noto che gli attentati dell'11 settembre
2001 hanno spinto molti Governi a pesanti «giri di vite» sul
diritto alla riservatezza di tutti i cittadini, con il
motivo (o il pretesto) che la raccolta di informazioni
personali è indispensabile per combattere il terrorismo. Ma
al di là delle misure emergenziali cui abbiamo assistito (si
pensi al decreto-legge sul terrorismo internazionale, che ha
stabilito regole assai discutibili proprio per l'utilizzo
delle intercettazioni) è anche vero che l'esistenza di
innumerevoli banche dati, raccolte e gestite per di più
senza le opportune garanzie, costituisce di per sé un
rischio.
Il decreto intende affrontare questo rischio e parte dal
presupposto che certo nessuna norma e nessun controllo
possono annullare del tutto il rischio più grave, quello che
siano proprio gli addetti alla sicurezza dei dati a violare
la sicurezza. Per questo si è voluto, oltre alla previsione
di forti sanzioni, assimilare al trattamento già previsto
per i documenti anonimi gli esiti delle intercettazioni
illecitamente effettuate e dei dati relativi al traffico
telefonico illecitamente acquisiti. Va in questo senso la
decisione di procedere alla distruzione da parte
dell'autorità giudiziaria di tutti gli atti e i dati
acquisiti, ovvero anche solo illecitamente detenuti, in modo
da prevenire la possibilità di una loro qualunque
diffusione, con conseguente pregiudizio per la riservatezza
dei soggetti coinvolti.
Questi sono i due elementi centrali del decreto e con il
lavoro del Parlamento sul testo sono stati previsti
miglioramenti: è ragionevole, ad esempio, pensare che sia il
giudice a disporre la distruzione, assicurando il
contraddittorio tra le parti, oppure consentire che il corpo
del reato possa comunque costituire spunto di indagine, in
modo da non comprimere né il diritto alla difesa, né
l'obbligo costituzionale dell'esercizio dell'azione penale
da parte del pubblico ministero. Ciò in quanto è interesse
pubblico accertare il reato (cioè l'illegale formazione dei
dati, ciò che può fare solo un giudice) per poi individuare
e perseguire i responsabili. Ma certamente questi due
elementi devono essere mantenuti se si vuole approntare un
sistema normativo efficace sia per la repressione del reato
che per la prevenzione. E su questi punti maggioranza e
opposizione sono nelle condizioni di convenire. È anche
ragionevole, oltre che conforme all'ordinamento vigente,
intervenire sulla nuova fattispecie di reato di illecita
detenzione degli atti e dei documenti illegalmente raccolti,
definendo con precisione le circostanze nelle quali si
potranno applicare le pene previste dal decreto.
Noi pensiamo, ad esempio, che la detenzione vada punita
qualora si intenda pubblicare o fare uso illecito di questi
dati da parte del detentore. Riteniamo inoltre importante
non comprimere in alcun modo il libero esercizio
dell'attività giornalistica, anche perché va ricordato che
il sistema illegale di cui parliamo è emerso grazie ad una
indagine giudiziaria, ma anche grazie al lavoro di alcuni
giornalisti d'inchiesta.
Altre opinioni sono state espresse sul merito del decreto e
tutte possono concorrere a farne uno strumento ancora più
efficace e valido sul piano giuridico. Ciò che tutti
comunque dovrebbero avere a cuore è che questa occasione è
preziosa per dotare finalmente il nostro Paese di mezzi,
anche penali, capaci di contrastare una illegalità diffusa,
e pertanto non può andare sprecata.
Nessun Paese può tollerare a lungo neppure il sospetto che
qualcuno possa creare e mantenere in vita, per finalità
misteriose o semplicemente per trame profitto economico, una
specie di intelligence parallela a quella istituzionale,
mettendo insieme e conservando senza alcun diritto i dati
personali e sensibili dei cittadini italiani per farne buon
uso (o cattivo uso) all'occasione.
Per questo è necessario che il decreto n. 259, con le
modifiche sulle quali ci si è accordati in Commissione, sia
convertito in legge. |