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La dichiarazione di voto del Sen. Gianpaolo Silvestri sulle mozioni relative alle vicende connesse al discorso tenuto da Papa Benedetto XVI a Ratisbona

Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che talvolta si debba richiamare il comandamento di non nominare il nome di Dio invano.
Provo un po' di imbarazzo, dopo avere ascoltato la discussione e anche rispetto all'ordine del giorno, che comunque il nostro Gruppo voterà, perché vi sono tre aspetti che secondo me dovrebbero essere chiariti e ben definiti, prima di procedere oltre.
La prima questione, banale ma molto certa, è che non è compito di questo Parlamento fare l'analisi filologica o l'esegesi dei discorsi del Pontefice. E a parer mio non è compito di questo Parlamento nemmeno garantire sulle finalità e sulle intenzioni del Pontefice nei suoi atti culturali e religiosi, in quanto credo tra l'altro che egli sia in grado di chiarire e chiarirsi più che dignitosamente.
Concordo quindi con le sagge parole di Lidia Brisca Menapace, riguardo al fatto che forse sarebbe stato più utile un dibattito più parco e con meno certezze e meno proclami, o di superiorità, o sulle religioni e invece attestarci sul compito che questo Stato e questo Parlamento hanno di favorire la pace, il dialogo e le relazioni tra i popoli, tra le persone e gli Stati, in modo che questi non degenerino né in fanatismi, né in violenza né tanto meno in guerre. Devo anche dire, però, che sono rimasto abbastanza scioccato da alcune dichiarazioni e da alcuni peana sollevati dai Gruppi in quest'Aula. Ad esempio, quando sento il rappresentante della Lega lombarda ergersi a strenuo difensore dei sacri valori del cristianesimo, e sicuramente interprete delle leggi divine, non ci capisco più niente.
Non era lo stesso partito che andava alle foci del Po a onorare la sacra acqua del Po con folcloristiche e annessi pagani miti? Non è lo stesso partito che ha osato - che Dio perdoni! - portare la forca in Parlamento? Forse non ci capiamo su quali sono i valori cristiani e quale il valore della convenienza. Anche in questo Parlamento tutti ci siamo espressi contro l'uso politico della religione e su questo sono d'accordo, come sono anche d'accordo sul fatto che meno si fa uso della religione e più religiosi si è.
Tuttavia, anche in questo Parlamento siede un segretario di partito che ha nel suo simbolo la parola cristiana e che ha nel simbolo la croce. Credo che per pudore non si sia presentato alle elezioni e si sia fatto eleggere in Forza Italia. Se, però, l'uso della religione in politica è vietato lo deve essere a tutti - sono imbarazzatissimo a pretendere di rappresentare il cristiano e la croce in politica - deve valere quindi anche per il senatore Rotondi che comunque, giustamente, per pudore, lo ripeto, si è fatto eleggere da Forza Italia.
Quando poi sento la destra - non so se ancora si può chiamare così - dire che il grande problema è che le altre religioni non hanno il capo riconosciuto, non hanno la gerarchia, si tagliano 500 anni dibattito, si taglia tutta la questione dei cristiani non cattolici. Forse perché la destra è così abituata alle gerarchie che, se non c'è una gerarchia, se non c'è qualcuno che deve sempre sottomettersi al volere altrui, non è in grado di recepire la libertà individuale, la sua irriducibilità, anche nel senso pieno della responsabilità. Probabilmente è questo il discorso. Di certo il problema del rapporto con le altre religioni che non hanno una gerarchia consolidata, come quella appunto della Santa Romana Cattolica Apostolica Ecclesia e del Servo dei servi di Dio, mi pare davvero un'amenità storica e non degna di quest'Aula.
Andando avanti su questo fronte, ho condiviso in parte le parole del Ministro dell'interno quando comunque fa l'autocritica; non ho condiviso il fatto che abbia detto «il nostro Dio», perché la Repubblica italiana non ha più una religione di Stato; è laica e garantisce le differenze etiche, le differenziazioni culturali e religiose a chiunque. Condividendo l'autocritica, anche da altri onorevoli che sono intervenuti, devo però dire che questa certezza sul fatto che le religioni siano di per sé fattore di libertà, di emancipazione e di pace, e che questo sia poi il crisma della religione maggioritaria nell'Occidente che, ripeto, non è solo cattolicesimo, è il cristianesimo nelle sue differenti valenze, a me sembra un po' inopinata.
Voglio ricordare solo l'ultima tragedia in cui non centra l'Islam: in Ruanda sono morte più di un milione di persone. Il Ruanda è un Paese al 90 per cento cattolico e al 10 per cento protestante. Vogliamo dire che anche quelli sono stati sollecitati dall'integralismo-fanatismo islamico o vogliamo forse capire che queste manifestazioni, o comunque questo uso delle religioni, è altro rispetto alla religione stessa? Quando sento dire, ad esempio, all'ex ministro Buttiglione che l'Islam non ha compiuto il processo di liberazione dallo Stato, e quindi di emancipazione tra la coscienza religiosa e la coscienza politica, posso essere anche in parte d'accordo.
Tuttavia, vorrei ricordare che c'è un tentativo di cui Pera, ex presidente di questa Camera se si è fatto fortemente interprete: di reintrodurre una battaglia contro il relativismo etico che - scusate - nella traduzione volgare di assolutismo etico, è nient'altro ciò che dice Mullah Omar, la teocrazia dell'Arabia Saudita e in parte anche alcuni teorici, secondo me anche poco avveduti, sul concetto di libertà dato da Dio rispetto alle proprie azioni e responsabilità.



 


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