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Dichiarazione di voto della senatrice Maria Pellegatta sulle mozioni nn. 61 e 136 sul ruolo della donna nelle trasmissioni televisive.

PELLEGATTA (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, noi Comunisti Italiani e Verdi voteremo a favore delle due mozioni che hanno come prime firmatarie la senatrice Franco e la senatrice Allegrini, perché cogliamo come drammaticamente vera la constatazione in esse contenute, per cui la donna o è bella, maliziosa, vincente e spregiudicata o è vittima. Una lettura, questa, trasmessa in troppe occasioni dai media, inaccettabile per il suo carattere di vera e propria distorsione.
Il nostro dibattito di oggi esemplifica come il mondo della comunicazione non sia neutro, ma contiene e aggrava i limiti e le contraddizioni della realtà, prima fra tutte la contraddizione di genere.
Il tema dell'immagine delle donne nella comunicazione rende evidente un dato spesso sottaciuto, cioè quanto costa, in termini sociali, l'impari peso dei due generi.
Il punto non è solo il diritto soggettivo delle singole donne, non è solo poter aspirare alla carriera che i propri meriti dovrebbero garantire; il punto è che l'informazione, lo spettacolo, la comunicazione, se fatti dai soli uomini, sono più poveri. L'inadeguata presenza delle donne nasconde esperienze, pratiche e condizioni di vita che solo loro possono raccontare in modo convincente. Si pensi all'enorme e delicato tema della procreazione oppure a come uomini e donne possono diversamente raccontare i propri tempi di vita. Una società che rifiuta le donne come soggetto del racconto collettivo della comunità non fa un torto solo alle donne, ma anche a se stessa.
La distorta immagine femminile che ci rimandano molti palinsesti televisivi è il frutto dell'assenza delle donne, e della loro consapevolezza, dai circuiti delle decisioni. E l'effetto di questa assenza abbassa il livello della comunicazione italiana, che non è solo un mercato, ma una fonte educativa e uno dei principali legami sociali del Paese. Potremmo dire che questa assenza diseduca e immiserisce.
Entrambe le mozioni che sono alla base della nostra discussione, con dati e citazioni, confermano il dato empirico: l'immagine femminile che i media e la televisione in particolare trasmettono è unidimensionale, ristretta, appiattita, come se le donne fossero solo quei corpi giovani e belli che si mostrano alle telecamere. Il punto non è negare in modo censorio che esista questo aspetto della realtà e una aspettativa distorta del pubblico, ma rifiutare che quella sia l'unica dimensione femminile possibile.
Il tema che abbiamo di fronte non si risolve allora con un separatismo femminile, con la «televisione delle donne», come per esempio può auspicare qualcuno, ma con una rinnovata idea di pluralismo. Troppo spesso (e questo è un limite diffuso) si fa riferimento al pluralismo televisivo, come se il pluralismo si riferisse e si esaurisse in una sola dimensione, cioè quella della politica e delle appartenenze. E invece la difficoltà sta nell'unidimensionalità dei format televisivi e pubblicitari. Un mondo che parla di se stesso, che dimentica la realtà, che perde di vista le grandi questioni che appassionano e preoccupano gli italiani: lavoro, ambiente, famiglia, etica pubblica. Serve allora uno slancio di pluralismo che sia anzitutto culturale e tematico.
Se questo è lo stato della comunicazione, il ruolo delle donne dentro la macchina organizzativa dei media ne è la conseguenza. I sette direttori dei telegiornali delle prime sette reti televisive nazionali sono tutti uomini, e questo nonostante che dentro le strutture che producono comunicazione e informazione di donne ve ne siano tante e capaci. Ci sono nella tv, come nella scuola, negli ospedali e negli altri settori della società. È una situazione nota e diffusa: le donne fanno e sono meritevoli molto più di quanto sia loro riconosciuto.
Ad una questione generale si deve rispondere allora con politiche generali rafforzando il welfare, aumentando le opportunità di lavoro per le donne e promuovendo la responsabilità di un sistema produttivo ancora troppo miope, come si è positivamente iniziato a fare con il bollino rosa per le imprese o le politiche per gli asili nido e le classi primavera.
Ma c'è uno specifico nella questione della comunicazione ed è uno specifico che richiede più iniziativa. Se la valorizzazione della differenza produce pluralismo allora bisogna essere più coraggiosi ed è un coraggio che passa anche da qui, dal Parlamento, dal potere legislativo. In questi giorni, è in discussione la norma che riforma la governance della RAI e modifica i criteri di nomina del consiglio di amministrazione RAI: oggi nel consiglio di amministrazione c'è una sola donna su nove esponenti. Deve per forza continuare ad essere così? Da tempo discutiamo di produrre delle quote di salvaguardia della presenza femminile nella rappresentanza del popolo. Perché questo principio, per esempio, non potrebbe essere sostenibile anche per quel che riguarda la guida collegiale della più grande azienda culturale del Paese? Servono quindi una maggiore consapevolezza e una maggiore iniziativa del Governo e del Parlamento.
Noi oggi sosterremo le mozioni in discussione, assumendo questo impegno di responsabilità anche per l'azione, domani, di legislatori. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo e delle senatrici Allegrini e Bonfrisco).



 


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