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PELLEGATTA (IU-Verdi-Com).
Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, noi
Comunisti Italiani e Verdi voteremo a favore delle due
mozioni che hanno come prime firmatarie la senatrice Franco
e la senatrice Allegrini, perché cogliamo come
drammaticamente vera la constatazione in esse contenute, per
cui la donna o è bella, maliziosa, vincente e spregiudicata
o è vittima. Una lettura, questa, trasmessa in troppe
occasioni dai media, inaccettabile per il suo carattere di
vera e propria distorsione.
Il nostro dibattito di oggi esemplifica come il mondo della
comunicazione non sia neutro, ma contiene e aggrava i limiti
e le contraddizioni della realtà, prima fra tutte la
contraddizione di genere.
Il tema dell'immagine delle donne nella comunicazione rende
evidente un dato spesso sottaciuto, cioè quanto costa, in
termini sociali, l'impari peso dei due generi.
Il punto non è solo il diritto soggettivo delle singole
donne, non è solo poter aspirare alla carriera che i propri
meriti dovrebbero garantire; il punto è che l'informazione,
lo spettacolo, la comunicazione, se fatti dai soli uomini,
sono più poveri. L'inadeguata presenza delle donne nasconde
esperienze, pratiche e condizioni di vita che solo loro
possono raccontare in modo convincente. Si pensi all'enorme
e delicato tema della procreazione oppure a come uomini e
donne possono diversamente raccontare i propri tempi di
vita. Una società che rifiuta le donne come soggetto del
racconto collettivo della comunità non fa un torto solo alle
donne, ma anche a se stessa.
La distorta immagine femminile che ci rimandano molti
palinsesti televisivi è il frutto dell'assenza delle donne,
e della loro consapevolezza, dai circuiti delle decisioni. E
l'effetto di questa assenza abbassa il livello della
comunicazione italiana, che non è solo un mercato, ma una
fonte educativa e uno dei principali legami sociali del
Paese. Potremmo dire che questa assenza diseduca e
immiserisce.
Entrambe le mozioni che sono alla base della nostra
discussione, con dati e citazioni, confermano il dato
empirico: l'immagine femminile che i media e la televisione
in particolare trasmettono è unidimensionale, ristretta,
appiattita, come se le donne fossero solo quei corpi giovani
e belli che si mostrano alle telecamere. Il punto non è
negare in modo censorio che esista questo aspetto della
realtà e una aspettativa distorta del pubblico, ma rifiutare
che quella sia l'unica dimensione femminile possibile.
Il tema che abbiamo di fronte non si risolve allora con un
separatismo femminile, con la «televisione delle donne»,
come per esempio può auspicare qualcuno, ma con una
rinnovata idea di pluralismo. Troppo spesso (e questo è un
limite diffuso) si fa riferimento al pluralismo televisivo,
come se il pluralismo si riferisse e si esaurisse in una
sola dimensione, cioè quella della politica e delle
appartenenze. E invece la difficoltà sta nell'unidimensionalità
dei format televisivi e pubblicitari. Un mondo che parla di
se stesso, che dimentica la realtà, che perde di vista le
grandi questioni che appassionano e preoccupano gli
italiani: lavoro, ambiente, famiglia, etica pubblica. Serve
allora uno slancio di pluralismo che sia anzitutto culturale
e tematico.
Se questo è lo stato della comunicazione, il ruolo delle
donne dentro la macchina organizzativa dei media ne è la
conseguenza. I sette direttori dei telegiornali delle prime
sette reti televisive nazionali sono tutti uomini, e questo
nonostante che dentro le strutture che producono
comunicazione e informazione di donne ve ne siano tante e
capaci. Ci sono nella tv, come nella scuola, negli ospedali
e negli altri settori della società. È una situazione nota e
diffusa: le donne fanno e sono meritevoli molto più di
quanto sia loro riconosciuto.
Ad una questione generale si deve rispondere allora con
politiche generali rafforzando il welfare, aumentando le
opportunità di lavoro per le donne e promuovendo la
responsabilità di un sistema produttivo ancora troppo miope,
come si è positivamente iniziato a fare con il bollino rosa
per le imprese o le politiche per gli asili nido e le classi
primavera.
Ma c'è uno specifico nella questione della comunicazione ed
è uno specifico che richiede più iniziativa. Se la
valorizzazione della differenza produce pluralismo allora
bisogna essere più coraggiosi ed è un coraggio che passa
anche da qui, dal Parlamento, dal potere legislativo. In
questi giorni, è in discussione la norma che riforma la
governance della RAI e modifica i criteri di nomina del
consiglio di amministrazione RAI: oggi nel consiglio di
amministrazione c'è una sola donna su nove esponenti. Deve
per forza continuare ad essere così? Da tempo discutiamo di
produrre delle quote di salvaguardia della presenza
femminile nella rappresentanza del popolo. Perché questo
principio, per esempio, non potrebbe essere sostenibile
anche per quel che riguarda la guida collegiale della più
grande azienda culturale del Paese? Servono quindi una
maggiore consapevolezza e una maggiore iniziativa del
Governo e del Parlamento.
Noi oggi sosterremo le mozioni in discussione, assumendo
questo impegno di responsabilità anche per l'azione, domani,
di legislatori. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo e
delle senatrici Allegrini e Bonfrisco). |