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Dichiarazione di voto del senatore Marco Pecoraro sul disegno di legge: (1649) - Liberalizzazione dei mercati dell'energia

Signor Presidente, onorevoli colleghi, quello di oggi è un primo, importante passo per un diverso modello energetico, capace di coniugare sviluppo, diritti degli utenti e dei cittadini e ambiente.
Noi sosterremo con convinzione questo provvedimento, non solo perché rafforza il potere di acquisto delle famiglie e riduce intollerabili rendite, ma perché, se correttamente orientato, è una grande opportunità per la sostenibilità ambientale e per raggiungere quegli inderogabili obiettivi, fissati pochi mesi fa dall'Unione Europea, di una riduzione del 20 per cento delle emissioni di CO2 entro il 2020.
Quello che compiamo oggi è un primo passo verso un modello di vasta portata, coerenti con gli impegni che l'Unione Europea ha preso. Auspichiamo pertanto che questo disegno normativo complessivo possa presto pienamente definirsi.
Spero sia consapevolezza diffusa in quest'Aula che i tasselli ancora mancanti non devono venire meno né dall'agenda del Governo né dall'agenda del Parlamento. Non possiamo infatti non rilevare come proprio al Senato giaccia, ormai all'ordine del giorno dell'Aula da settimane, una proposta di delega più complessiva, che avrebbe consentito, ove approvata in maniera più celere, di far collimare questi due tasselli: da un lato, un mercato libero e aperto, dove i cittadini possano godere, alle migliori condizioni e responsabilmente, di fonti energetiche sicure; dall'altro, un cambiamento profondo dei modi di produrre energia.
Questi sono i due pilastri su cui poggia questo disegno normativo complessivo: mercato e sostenibilità ambientale, quindi economia ed ecologia.
Bisogna avere la consapevolezza, però, che oggi un mercato libero e aperto non c'è e che imporre regole di concorrenza in comparti dominati dai monopolisti significa consegnarsi alle rendite. Questo è stato il punto di frizione sui prezzi di riferimento in Commissione.
Ritenere che basti una legge a dare vita ad un mercato libero è, purtroppo, un atteggiamento inadeguato, che non tiene conto del fatto che la denazionalizzazione è un processo complesso che dev'essere orientato nella direzione dell'interesse generale.
Servono regole graduali, che consentano la rivoluzione culturale nella produzione di energia e la liberalizzazione nella distribuzione. E questo deve avvenire dentro il sistema Europa: la sfida energetica non può essere vinta da un solo Paese. EUROSTAT ci dice che oggi, in Europa, il 60 per cento dell'elettricità è prodotta da fonti fossili, il 20 per cento dal nucleare e che, se escludiamo la fonte idroelettrica, ormai satura, le fonti rinnovabili incidono solo per meno del 5 per cento.
Con lo sblocco delle risorse destinate alla ricerca connesse agli oneri generali, possiamo dare forza anche all'altro pilastro: riavviare l'impegno pubblico in ricerca, soprattutto per le energie rinnovabili, che ci consentirà di colmare un ritardo profondo.
Questo Paese ha sperperato 13 miliardi di euro in dieci anni per sostenere fonti fossili ed inquinanti, sottratti con un prelievo forzoso dalla bolletta dei cittadini, attraverso l'alibi che quelle risorse fossero destinate a fonti rinnovabili, contro la normativa europea. È uno scandalo noto, ormai alla luce del sole.
Nonostante questo, tanti nomi italiani importanti a livello internazionale sono cresciuti nel campo delle energie fotovoltaiche, del solare termodinamico, delle biomasse di origine agricola. E nuove stimolanti prospettive abbiamo da territori di frontiera, come è la geotermia profonda.
Sono questi gli elementi di un disegno di cui questo provvedimento è un tassello estremamente rilevante.
A chi pensa alla liberalizzazione in campo elettrico solo come alla competizione tra grandi campioni nazionali che si sfidano sul nostro territorio, magari senza troppo rispetto per i luoghi dove operano, noi oggi suggeriamo un modello diverso, quello che migliaia di famiglie stanno in questi mesi sperimentando con il conto energia sul fotovoltaico: una capacità di produzione diffusa e principalmente prodotta da fonti rinnovabili.
Piccoli impianti eolici, impianti mini-idroelettrici, caldaie di cogenerazione: queste sono le prospettive che l'industria innovativa, quella che respinge i monopoli e si rimbocca le maniche, ci propone. Ma perché questo avvenga serve ammodernare la rete, passare dal modello fordista di distribuzione dell'energia, fondato sulle grandi centrali, ad un modello a rete, diffuso, capace di compensare i picchi. Il consumo elettrico segue l'organizzazione della società: di fronte al ridimensionamento degli impianti produttivi e ad una società che sempre di più si fonda sui servizi, il concetto di piccolo diventa anche efficiente. Terziario e consumi domestici, cioè le tipologie di consumi che si possono orientare allo scambio sul posto, corrispondono a circa la metà del consumo energetico nazionale. Le centrali che già ci sono basterebbero ampiamente per coprire i consumi dell'industria.
Per costruire una centrale a gas servono tre anni di lavoro e le tecnologie e le imprese che lavorano sui componenti ad alto valore aggiunto sono in larga parte straniere. Per installare un piccolo impianto a fonte rinnovabile servono poche settimane e le tecnologie o sono tedesche o sono italiane. Se solo il conto energia sul fotovoltaico avesse goduto delle risorse destinate nel 2005 alle fonti assimilate, avremmo avuto tanta energia quanta ne consumano Abruzzo e Calabria messe insieme. Questa è, sul mercato elettrico, la vera liberalizzazione: rendere tutti potenziali produttori attraverso fonti ad impatto zero.
Già nel provvedimento che oggi voteremo ci sono le premesse di questo modello: promuovere le associazioni di consumo, dando piena attuazione alla direttiva europea, significa costruire quello zoccolo su cui poggia una produzione diffusa. Certo, questo non basta: serviranno interventi e investimenti, soprattutto sulla rete. Ma il cammino comincia ora. Oggi approveremo un provvedimento di estrema importanza, atteso dalle famiglie e positivo per l'ambiente, dove i criteri di necessità e urgenza sono assolutamente evidenti.
Ed è per tutto questo che, a nome del Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-Comunisti Italiani, dichiaro il voto a favore del provvedimento. (Applausi dal Gruppo IU-Verdi-Com).



 


Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-Comunisti Italiani                                           
Tel. 06.67.06.21.84/5 - Fax 06.68.64.457