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Intervento in Aula del Sen. Marco Pecoraro Scanio nel corso del dibattito sulle Comunicazioni del Ministro dell'Interno in merito ai tragici fatti di Catania e sul fenomeno della violenza negli stadi

PECORARO SCANIO (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, di fronte all'ennesima tragedia è urgente interrogarsi a fondo sul senso della cultura sportiva nel nostro Paese. Ci attendiamo interventi e decisioni severe da parte del Governo, capaci di reprimere la violenza nel calcio. Ma questo non può bastare, non deve bastare, né allo Stato né alle istituzioni.
Noi, tutti insieme, abbiamo l'obbligo morale, come rappresentanti del popolo sovrano, di non accontentarci di definire le regole e poi delegare alle forze dell'ordine. Abbiamo il dovere di capire e di comportarci con coerenza. Dobbiamo capire come sia possibile che una giornata di festa e di sport si trasformi in una caccia al poliziotto. Dobbiamo capire come sia possibile che un dirigente sportivo, al termine di una partita di terza categoria, venga picchiato a morte da persone che si definiscono tifosi o addirittura atleti.
Cosa produce una spinta omicida tale? Cosa spinge un gruppo di persone a diventare un branco? Non possiamo delegare - come lei ha giustamente anticipato - la comprensione di questo fenomeno solo ai sociologi e all'accademia. Se così facessimo, saremmo condannati all'inefficacia e la nostra azione di legislatori sarebbe compromessa.
Infatti, è evidente che la questione della violenza non si limita agli stadi. Quei tornelli sono un confine troppo aleatorio per pensare che il problema sia solo lì dentro. Ce ne dobbiamo rendere conto quando vediamo fenomeni di bullismo nella scuola, quando gang di strada usano la violenza come codice di vita, quando siamo costretti a rifugiarci in una definizione vaga come il disagio giovanile.
C'è un grande e inesplorato problema sociale di fronte a noi che non possiamo limitare agli stadi, ma che investe tutta la società. Vorrei però che fosse chiaro: questo non è e non deve essere un alibi per chi pensa allo sport solo come a un mercato e non come a una passione. Non è un alibi per quelle società che ritengono legittimo essere conniventi con i tifosi più violenti e, soprattutto, per chi afferma che la morte di Filippo Raciti faccia parte del sistema del calcio. Questa è una frase che non vorremmo mai aver sentito pronunciare da un uomo di sport.
È un grande problema che dobbiamo affrontare dentro e fuori dagli stadi, negli stadi e nelle scuole, negli stadi e nelle famiglie, negli stadi e nelle periferie degradate di Catania, Napoli, Bergamo, Milano e di altre città italiane.
E' urgente allora coniugare tre elementi: una decisa repressione dei reati, una puntuale prevenzione del fenomeno della violenza e un'azione sociale a largo spettro. Senza tutti questi elementi rischiamo la sconfitta.
Avremo modo di approfondire provvedimenti che rafforzino le ragioni dell'ordine pubblico. Sono certo che il Governo interverrà con decisione e rapidità e, in quella sede, come parlamentari, entreremo nei dettagli, parleremo della gestione degli stadi e della responsabilità in capo alle società. Ma oggi, a un giorno dai funerali di Filippo Raciti, è doveroso tributare a questo servitore dello Stato il triste omaggio che si deve a chi muore nell'assolvimento del dovere ed è ancora più doveroso dare una risposta alla sua famiglia.
«Che la tua morte induca la società a cambiare», questa è stata la speranza espressa dalla moglie di Raciti ieri al funerale. È questo l'impegno al quale io, e spero tutti noi, dobbiamo sentirci legati: cambiare non solo il calcio e lo sport, ma la società.
Per chi, come me, ha fatto del calcio un pezzo della propria vita, questo è il giorno in cui è giusto riaffermare anche il senso e il valore dello sport, quello vero, fatto di passione e fatica, di correttezza e disciplina, di saper vincere e saper perdere, di emozione e di regola.
Se la repressione è necessaria e urgente, da sola non basta: serve pensare alla prevenzione come processo in cui siamo tutti impegnati, tutti i giorni. Il primo luogo è, ovviamente, la scuola. Ma come possiamo parlare di cultura sportiva se le strutture sono quelle che conosciamo, se le palestre sono un lusso da scuole del centro? Questo è un terreno su cui sarebbe importante rafforzare l'iniziativa tutti insieme, a cominciare dalla prossima finanziaria.
Probabilmente è giusto che ci siano meno società miste inutili e più palestre scolastiche, intese come contenitori culturali, a disposizione degli educatori e dei giovani; tutto ciò per recuperare il senso del limite e del rispetto per se stessi e per gli altri. Ormai la nostra società comincia invece a vivere alimentando sempre più la cultura del nemico, non solo nello sport, ma anche in altri campi. Ma la cultura del nemico ha dentro di sé l'idea della violenza e genera solo odio: il nemico si uccide, non si batte e infatti oggi discutiamo a partire dalla morte di un uomo. Anche questo è un terreno su cui dobbiamo fare di più in termini politici e istituzionali, ma soprattutto culturali e di comportamenti - lasciatemelo dire - con esempi e modelli profondamente diversi.
Dopo gli eventi degli ultimi anni, aspettiamo di assistere a una rifondazione innanzitutto morale del calcio. Il cammino è in corso e figure alle quali possiamo affidare con fiducia l'autonomia del pallone, come il commissario Pancalli, ci sono e stanno lavorando, ma gli eventi di sabato ci dicono che la strada è ancora lunga, perché oggi, tra le questioni all'ordine del giorno, c'è anche quella della credibilità di un sistema. Un'idea di impunità a tutti i livelli alimenta la violenza, non la frena. O tutti gli attori si sentiranno investiti di questo impegno o dubito che ne verremo a capo.
Le società e le strutture federali, innanzitutto, non possono pensare che il calcio sia solo un'industria, ma anche i calciatori e le altre componenti hanno la responsabilità dell'esempio. Certamente - permettetemi l'inciso - dichiarazioni come quelle di Matarrese di ieri non aiutano a dare del calcio un'immagina diversa e responsabile.
L'importanza assunta negli anni dal mercato, la trasformazione dei club in società a scopo di lucro, il dominio delle pay TV sugli orari delle partite, un uso distorto dei media locali hanno cambiato il volto dell'intero sistema calcio. Oggi il nuovo calcio deve assumersi le proprie responsabilità fino in fondo. Con la legge sui diritti TV stiamo compiendo i primi passi per un'inversione di tendenza, ma anche dal punto di vista della legislazione la strada è ancora lunga. Oltre a tutto ciò servono interventi puntuali. Mi permetto di citare solo tre esempi.
Il primo è che non è accettabile che ci sia nel nostro Paese una maggioranza di campi di serie A che ancora non rispondono agli standard di sicurezza e in cui non siano presenti sistemi di controllo a circuito chiuso con regia unificata. Ciò vuol dire garantire l'impunità dei violenti e probabilmente lasciare strada libera ai male intenzionati. In secondo luogo, dobbiamo rafforzare le risorse anche tecnologiche che le forze dell'ordine hanno a disposizione. I rilevatori di identità nei biglietti, i cosiddetti tag RFID, costerebbero venti centesimi a biglietto; con questo strumento, insieme ai biglietti nominativi, è possibile sapere in ogni momento dove si trova ciascuna persona entrata nello stadio. Gli strumenti per rendere i tifosi responsabili delle proprie azioni ci sono.
Inoltre, è necessario costruire un'alleanza con gli sportivi ed i tifosi contro i violenti, che sono e restano una minoranza.
Prima le tifoserie si combattevano l'una con l'altra (ricordiamo tutti la morte di Vincenzo Spagnolo a Genova); oggi i violenti attaccano le forze dell'ordine e questo è un fatto drammatico: il nemico è diventata la Polizia, lo Stato.
Dobbiamo sapere che stiamo parlando di una minoranza e che avviare un percorso istituzionale di interlocuzione con il tifo organizzato probabilmente ci può consentire di dividere il grano dal loglio, di ricondurre alla marginalità i violenti.
Un'azione sociale e culturale a vasto spettro, a partire dalle scuole: un investimento forte anche economico sulla prevenzione; una puntuale repressione dei delitti: questi devono essere i capisaldi della nostra azione complessiva.
Voglio ringraziare il Ministro dell'interno per la puntualità e la rapidità con cui è venuto in Parlamento a riferire e, per suo tramite, voglio esprimere la solidarietà alle nostre forze dell'ordine. Il ministro Amato deve sapere che su questo terreno avrà tutto il nostro sostegno; anzi, lo deve sapere non solo il Ministro dell'interno, ma tutto il Governo perché da tutto l'Esecutivo ci aspettiamo una risposta: dal Ministro della pubblica istruzione a quello dello sport, da quello della giustizia a quello per la famiglia. Dobbiamo sapere di essere tutti chiamati ad un grande impegno.
Vogliamo giocare la partita contro la violenza come se fossimo una grande squadra, tutti insieme: forse solo così c'è la speranza di riuscire a vincere definitivamente e finalmente questa battaglia. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, RC-SE, FI e AN. Congratulazioni).



 


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