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PECORARO
SCANIO (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Ministro,
onorevoli colleghi, di fronte all'ennesima tragedia è
urgente interrogarsi a fondo sul senso della cultura
sportiva nel nostro Paese. Ci attendiamo interventi e
decisioni severe da parte del Governo, capaci di reprimere
la violenza nel calcio. Ma questo non può bastare, non deve
bastare, né allo Stato né alle istituzioni.
Noi, tutti insieme, abbiamo l'obbligo morale, come
rappresentanti del popolo sovrano, di non accontentarci di
definire le regole e poi delegare alle forze dell'ordine.
Abbiamo il dovere di capire e di comportarci con coerenza.
Dobbiamo capire come sia possibile che una giornata di festa
e di sport si trasformi in una caccia al poliziotto.
Dobbiamo capire come sia possibile che un dirigente
sportivo, al termine di una partita di terza categoria,
venga picchiato a morte da persone che si definiscono tifosi
o addirittura atleti.
Cosa produce una spinta omicida tale? Cosa spinge un gruppo
di persone a diventare un branco? Non possiamo delegare -
come lei ha giustamente anticipato - la comprensione di
questo fenomeno solo ai sociologi e all'accademia. Se così
facessimo, saremmo condannati all'inefficacia e la nostra
azione di legislatori sarebbe compromessa.
Infatti, è evidente che la questione della violenza non si
limita agli stadi. Quei tornelli sono un confine troppo
aleatorio per pensare che il problema sia solo lì dentro. Ce
ne dobbiamo rendere conto quando vediamo fenomeni di
bullismo nella scuola, quando gang di strada usano la
violenza come codice di vita, quando siamo costretti a
rifugiarci in una definizione vaga come il disagio
giovanile.
C'è un grande e inesplorato problema sociale di fronte a noi
che non possiamo limitare agli stadi, ma che investe tutta
la società. Vorrei però che fosse chiaro: questo non è e non
deve essere un alibi per chi pensa allo sport solo come a un
mercato e non come a una passione. Non è un alibi per quelle
società che ritengono legittimo essere conniventi con i
tifosi più violenti e, soprattutto, per chi afferma che la
morte di Filippo Raciti faccia parte del sistema del calcio.
Questa è una frase che non vorremmo mai aver sentito
pronunciare da un uomo di sport.
È un grande problema che dobbiamo affrontare dentro e fuori
dagli stadi, negli stadi e nelle scuole, negli stadi e nelle
famiglie, negli stadi e nelle periferie degradate di
Catania, Napoli, Bergamo, Milano e di altre città italiane.
E' urgente allora coniugare tre elementi: una decisa
repressione dei reati, una puntuale prevenzione del fenomeno
della violenza e un'azione sociale a largo spettro. Senza
tutti questi elementi rischiamo la sconfitta.
Avremo modo di approfondire provvedimenti che rafforzino le
ragioni dell'ordine pubblico. Sono certo che il Governo
interverrà con decisione e rapidità e, in quella sede, come
parlamentari, entreremo nei dettagli, parleremo della
gestione degli stadi e della responsabilità in capo alle
società. Ma oggi, a un giorno dai funerali di Filippo Raciti,
è doveroso tributare a questo servitore dello Stato il
triste omaggio che si deve a chi muore nell'assolvimento del
dovere ed è ancora più doveroso dare una risposta alla sua
famiglia.
«Che la tua morte induca la società a cambiare», questa è
stata la speranza espressa dalla moglie di Raciti ieri al
funerale. È questo l'impegno al quale io, e spero tutti noi,
dobbiamo sentirci legati: cambiare non solo il calcio e lo
sport, ma la società.
Per chi, come me, ha fatto del calcio un pezzo della propria
vita, questo è il giorno in cui è giusto riaffermare anche
il senso e il valore dello sport, quello vero, fatto di
passione e fatica, di correttezza e disciplina, di saper
vincere e saper perdere, di emozione e di regola.
Se la repressione è necessaria e urgente, da sola non basta:
serve pensare alla prevenzione come processo in cui siamo
tutti impegnati, tutti i giorni. Il primo luogo è,
ovviamente, la scuola. Ma come possiamo parlare di cultura
sportiva se le strutture sono quelle che conosciamo, se le
palestre sono un lusso da scuole del centro? Questo è un
terreno su cui sarebbe importante rafforzare l'iniziativa
tutti insieme, a cominciare dalla prossima finanziaria.
Probabilmente è giusto che ci siano meno società miste
inutili e più palestre scolastiche, intese come contenitori
culturali, a disposizione degli educatori e dei giovani;
tutto ciò per recuperare il senso del limite e del rispetto
per se stessi e per gli altri. Ormai la nostra società
comincia invece a vivere alimentando sempre più la cultura
del nemico, non solo nello sport, ma anche in altri campi.
Ma la cultura del nemico ha dentro di sé l'idea della
violenza e genera solo odio: il nemico si uccide, non si
batte e infatti oggi discutiamo a partire dalla morte di un
uomo. Anche questo è un terreno su cui dobbiamo fare di più
in termini politici e istituzionali, ma soprattutto
culturali e di comportamenti - lasciatemelo dire - con
esempi e modelli profondamente diversi.
Dopo gli eventi degli ultimi anni, aspettiamo di assistere a
una rifondazione innanzitutto morale del calcio. Il cammino
è in corso e figure alle quali possiamo affidare con fiducia
l'autonomia del pallone, come il commissario Pancalli, ci
sono e stanno lavorando, ma gli eventi di sabato ci dicono
che la strada è ancora lunga, perché oggi, tra le questioni
all'ordine del giorno, c'è anche quella della credibilità di
un sistema. Un'idea di impunità a tutti i livelli alimenta
la violenza, non la frena. O tutti gli attori si sentiranno
investiti di questo impegno o dubito che ne verremo a capo.
Le società e le strutture federali, innanzitutto, non
possono pensare che il calcio sia solo un'industria, ma
anche i calciatori e le altre componenti hanno la
responsabilità dell'esempio. Certamente - permettetemi
l'inciso - dichiarazioni come quelle di Matarrese di ieri
non aiutano a dare del calcio un'immagina diversa e
responsabile.
L'importanza assunta negli anni dal mercato, la
trasformazione dei club in società a scopo di lucro, il
dominio delle pay TV sugli orari delle partite, un uso
distorto dei media locali hanno cambiato il volto
dell'intero sistema calcio. Oggi il nuovo calcio deve
assumersi le proprie responsabilità fino in fondo. Con la
legge sui diritti TV stiamo compiendo i primi passi per
un'inversione di tendenza, ma anche dal punto di vista della
legislazione la strada è ancora lunga. Oltre a tutto ciò
servono interventi puntuali. Mi permetto di citare solo tre
esempi.
Il primo è che non è accettabile che ci sia nel nostro Paese
una maggioranza di campi di serie A che ancora non
rispondono agli standard di sicurezza e in cui non siano
presenti sistemi di controllo a circuito chiuso con regia
unificata. Ciò vuol dire garantire l'impunità dei violenti e
probabilmente lasciare strada libera ai male intenzionati.
In secondo luogo, dobbiamo rafforzare le risorse anche
tecnologiche che le forze dell'ordine hanno a disposizione.
I rilevatori di identità nei biglietti, i cosiddetti tag
RFID, costerebbero venti centesimi a biglietto; con questo
strumento, insieme ai biglietti nominativi, è possibile
sapere in ogni momento dove si trova ciascuna persona
entrata nello stadio. Gli strumenti per rendere i tifosi
responsabili delle proprie azioni ci sono.
Inoltre, è necessario costruire un'alleanza con gli sportivi
ed i tifosi contro i violenti, che sono e restano una
minoranza.
Prima le tifoserie si combattevano l'una con l'altra
(ricordiamo tutti la morte di Vincenzo Spagnolo a Genova);
oggi i violenti attaccano le forze dell'ordine e questo è un
fatto drammatico: il nemico è diventata la Polizia, lo
Stato.
Dobbiamo sapere che stiamo parlando di una minoranza e che
avviare un percorso istituzionale di interlocuzione con il
tifo organizzato probabilmente ci può consentire di dividere
il grano dal loglio, di ricondurre alla marginalità i
violenti.
Un'azione sociale e culturale a vasto spettro, a partire
dalle scuole: un investimento forte anche economico sulla
prevenzione; una puntuale repressione dei delitti: questi
devono essere i capisaldi della nostra azione complessiva.
Voglio ringraziare il Ministro dell'interno per la
puntualità e la rapidità con cui è venuto in Parlamento a
riferire e, per suo tramite, voglio esprimere la solidarietà
alle nostre forze dell'ordine. Il ministro Amato deve sapere
che su questo terreno avrà tutto il nostro sostegno; anzi,
lo deve sapere non solo il Ministro dell'interno, ma tutto
il Governo perché da tutto l'Esecutivo ci aspettiamo una
risposta: dal Ministro della pubblica istruzione a quello
dello sport, da quello della giustizia a quello per la
famiglia. Dobbiamo sapere di essere tutti chiamati ad un
grande impegno.
Vogliamo giocare la partita contro la violenza come se
fossimo una grande squadra, tutti insieme: forse solo così
c'è la speranza di riuscire a vincere definitivamente e
finalmente questa battaglia. (Applausi dai Gruppi
IU-Verdi-Com, RC-SE, FI e AN. Congratulazioni). |