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Intervento in Aula della Sen. Palermi nel corso del dibattito sulle Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri in merito alla  vicenda Telecom.

PALERMI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, era del tutto evidente, quando il centro-destra ha insistito perché lei venisse in quest'Aula a tenere questo dibattito, che c'era il tentativo di farle un processo, sulla base e sulla costruzione di una sorta di giallo economico, basato su illazioni e sospetti. Poi il tempo, ed anche la cronaca dei fatti, hanno fatto giustizia di questi sospetti e di queste illazioni. Quindi, lei mi perdonerà se mi sottraggo alla vicenda Rovati, se non la tocco neppure di striscio, se proprio mi sottraggo (nel senso che la trovo pochissimo interessante e di nessuna importanza), per affrontare invece altri problemi che pure lei ha posto nella sua comunicazione.
Telecom, signor Presidente, è l'ennesima grande industria italiana che rischia di fallire sotto il peso dei debiti. Un altro crac, come e peggio di quello Parmalat; ho già avuto occasione di dirlo in quest'Aula.
Inoltre, in questa vicenda viene troppo spesso sottovalutato che una grande azienda in crisi si trascina sempre dietro una platea vastissima di fornitori piccoli e medi, che rischiano la chiusura e la messa in mobilità dei lavoratori. Le piccole e medie imprese che operano nell'indotto della Telecom sono migliaia e migliaia; quasi tutte, fra l'altro, hanno già iniziato la produzione, perché - come sapete - questa viene avviata prima ancora che venga formalizzata la commessa.
La preoccupazione, allo stato, è che il debito accumulato da Telecom, assieme allo scandalo incredibile delle intercettazioni, assieme ai progetti di riassetto interno e ai mutamenti della direzione aziendale, possa oscurare la crisi di questa vastissima area di fornitori, i quali, se cadono, cadono per sempre.
Io dico che è di questo che il Senato dovrebbe discutere, accogliendo anche il suggerimento del senatore Andreotti: delle prospettive di una delle aziende strategiche italiane (ce ne sono altre e sono tutte in crisi, tutte nei guai), del futuro degli 85.000 lavoratori della Telecom e dei 378.000 lavoratori ufficiali - voi sapete meglio di me che in realtà sono di più - dell'indotto. Quasi mezzo milione di lavoratori: stiamo parlando di una roba del genere, altro che giallo Rovati!
Il nuovo presidente della Telecom sembra escludere almeno per il momento - lo apprendiamo dai giornali e dalle agenzie di stampa - lo scorporo della TIM, che è il settore che dà più ricavi e contiene il debito. È stato già detto, ma insomma ripetiamocelo, perché è una roba seria: è mai possibile che la telefonia italiana abbia in Italia padroni di tutti i tipi (cinesi, egiziani, inglesi)?
Voglio dire che questa è davvero un'invasione, una potentissima invasione economica, ben più grave di altre che vengono citate inutilmente. Per questo, signor Presidente del Consiglio, il primo obbiettivo, il più importante - che è tra l'altro richiesto da tutti i sindacati del settore e che richiede anche il mio Gruppo - è di lavorare sin da subito per mantenere in primo luogo l'integrità del gruppo. Questo primo obbiettivo, che sembra secondario, è invece importantissimo.
Un' altra questione: in questi giorni accade, onorevoli senatori, che Telecom abbia deciso la dismissione alla ITS S.p.A., di un ramo d'azienda costituito dal Servizio clienti radiomarittimi; si tratta di un fatto davvero curioso. Era stata ottenuta, grazie al Governo, una sospensiva di circa 90 giorni, ma ora - pare ad insaputa dei Ministri, presidente Prodi, ma non so dirlo con certezza - si è concesso il nulla osta. C'è però il piccolo particolare che la nuova azienda non può gestire il servizio perché la licenza è ancora di Telecom. Che cosa denota ciò? Miopia? Incompetenza? Superficialità? Non so di che cosa si tratti, francamente.
Qualcuno penserà che forse questa è una questione secondaria o inopportuna rispetto alle grandi dimensioni della vicenda Telecom, ma per me è difficile, onorevoli senatori, considerare secondario o inopportuno qualcosa che riguarda delle persone in carne ed ossa, come sono i lavoratori. Nel ridurli a numeri come spesso accade, e come spesso accade anche a noi, c'è una logica violenta e anche un po' vigliacca alla quale francamente non riesco a rassegnarmi.
Se siamo arrivati a questo punto però, non è per miracolo divino, né perché siamo stati perseguitati dal demonio, ma piuttosto perché ad esso ci hanno condotto le ragioni del mercato e l'ideologia liberista. Si sono considerate intoccabili, incapaci di errori, le ideologie del mercato. Oggi si corre il rischio - ma forse meno di prima: sono più ottimista dopo il dibattito ascoltato questa mattina - di diventare ciechi rispetto alle conseguenze delle privatizzazioni nei settori strategici: è di ciò infatti che si parla, naturalmente, quando si vuole affrontare il nodo delle privatizzazioni. È stato diffuso un senso comune che, purtroppo, ha conquistato il Paese, anche i ceti poveri. Un senso comune che ha fatto pensare che il libero mercato fosse esente da errori, che avesse in sé una sorta di giustizia neutra, inattaccabile dalla parzialità e dalla complessità proprie degli esseri umani.
La libera concorrenza e il mercato erano considerati il «toccasana» per avere più efficienza e minori costi dei servizi. Sappiamo tutti però che per i consumatori così non è stato: do per scontato che tutti lo riconosciamo.

STORACE (AN). Ce l'ha con Prodi?

PALERMI (IU-Verdi-Com). Ce l'ho con tutti noi, perché quest'Assemblea non avrebbe dovuto discutere del «giallo Rovati» - e lei lo sa senatore Storace, perché l'ho affermato qui - ma di una vicenda che mette in discussione il destino di quasi 500.000 lavoratori. Si è tentato un processo...

STORACE (AN). A Prodi lo deve dire.

PRESIDENTE. Senatore Storace, la prego!

PALERMI (IU-Verdi-Com). Si è tentato un processo che non avremmo dovuto compiere. Oggi pagano tutti rispetto alla questione di Telecom. Gli effetti delle privatizzazioni hanno creato un disastro nell'economia del Paese, non solo per i disservizi, per l'indebitamento, per i pericolosissimi tagli all'occupazione, ma anche per incursioni criminali - solo così riesco a definirle - di eccezionale gravità: mi riferisco alla colossale rete di intercettazioni illegali, che non sento nominare e su cui è caduto una sorta di silenzio patetico e penoso.
Una vicenda, quella delle intercettazioni, che fra l'altro, signor Presidente, spiega bene come chi detenga la rete, chi determini le regole di accesso e di controllo, determini anche le possibilità di libertà e di autodeterminazione che per noi sono preziose.
Pagano tutti - i lavoratori, i risparmiatori, il Paese - e si salva un capitalismo che lei ha definito fragile e che mi permetto di definire, non solo fragile e inetto, ma assistito. Non si giocano mai i soldi loro, ma sempre i nostri. Si sono accaparrati i settori strategici dell'economia, al contrario di ciò che avviene in Paesi assolutamente capitalisti, come la Germania, la Francia e la Spagna che si tengono ben stretti i settori strategici dell'economia e attraverso quelli tentano di operare per rendere il Paese più autonomo e solido.
Qui da noi, invece, succede che il signor Tronchetti Provera ieri rilasci un'intervista al «Financial Times», dichiarando che un'azienda come Telecom Italia non può funzionare senza un atteggiamento quantomeno neutrale del Governo - sarebbe stato danneggiato, povero signor Tronchetti Provera - e intendendo naturalmente con questo che il Governo non si impicci: né il Governo, né il Parlamento, nessuno.
Come tutti riconoscete e come tutti sappiamo, Tronchetti Provera si è preso quell'azienda praticamente gratis. Quanto l'ha pagata? Credo 200 milioni di vecchie lire. Un prezzo assolutamente accessibile.


FERRARA (FI). Domandalo a Prodi che lo sa bene.


PALERMI (IU-Verdi-Com). Tronchetti Provera fino a ieri ha diretto un'azienda con all'interno una rete criminale di intercettazioni: la colpa è del Governo che non è neutrale? Ma di cosa stiamo parlando? Quale è l'argomento all'ordine del giorno? Mi permetta, signor Presidente del Consiglio, di lamentare il contrario: il Governo ha il diritto-dovere d'intervenire, di controllare ed indirizzare. Questo significa volere rifare l'IRI? Ma per l'amor di Dio, ma insomma, ma via! In anni passati l'IRI ha giocato anche un ruolo importante nell'economia di questo Paese. Oggi bisogna pensare ad altro, non c'è l'IRI nella prospettiva...


PARAVIA (AN). Anche perché Prodi è già occupato.


PALERMI (IU-Verdi-Com). La prospettiva è anche quella di vedere come altri Paesi (appunto la Germania o la Spagna) hanno regolato questa materia e come si sono mossi rispetto al ruolo di indirizzo, di controllo e anche di partecipazione, naturalmente. (Commenti dei senatori Storace e Valentino).


PALERMI (IU-Verdi-Com). Se vuoi ascoltare solo quello che vuoi, cerca di ascoltare le parole che dico io.
Di fronte a noi c'è lo smantellamento di aziende edificate con soldi pubblici e poi privatizzate, che hanno significato enormi arricchimenti personali e danni gravissimi per il Paese. Che facciamo? Assistiamo inerti o, peggio ancora, subalterni? Non se lo può permettere il Governo: non può, non deve farlo, ma ancor meno, onorevoli senatori, possiamo e dobbiamo farlo noi. La ringrazio, signor Presidente. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo e Misto-IdV).



 


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