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Signor
Presidente, signor Ministro, colleghi carissimi, il quadro
internazionale ha subito pericolosi aggravamenti. Le
preoccupazioni espresse dal Ministro degli esteri in quest'Aula
qualche mese fa hanno trovato, secondo me, un'accentuata
conferma. Non mi riferisco soltanto alle zone dove sono
presenti contingenti militari italiani, ma anche alle
condizioni conflittuali caratterizzanti buona parte dello
scacchiere mondiale.
In Europa siamo, di fatto, spettatori pressoché inerti di un
processo di grave arretramento. Questo per quanto riguarda le
ormai lontane ambizioni di riuscire a costruire una comunità,
l'Unione Europea, in grado di pesare non esclusivamente sul
piano economico e finanziario, ma su quello diplomatico e
della sicurezza. L'euro è, da tempo, la moneta più forte del
mondo, ma i suoi possessori, i popoli europei, pesano assai
poco nella soluzione dei problemi mondiali e su quelli stessi
del vecchio Continente. La preclusione britannica, fortificata
dalla surreale opposizione polacca, ha avuto la meglio quanto
alle prospettive di innovazione.
Marchiamo il passo. L'Europa tarda ad essere quell'entità
politica obiettivo minimo dei fondatori dell'Unione. Al di là
delle dispute sul ruolo della Commissione e del Consiglio, e
sul loro funzionamento, si addensano nubi oscure che
minacciano la sicurezza e la pace medesima in primo luogo qui,
ai nostri confini.
Per quanto riguarda le vicende del Kosovo, gli albanesi non
accettano un'autonomia che non sia anche totale indipendenza
per quella terra solcata da secolari contrasti e da guerre
feroci. I serbi, dal canto loro, non ammettono una separazione
definitiva dal loro territorio o modifiche dei loro confini.
Si prospettano i rischi di un mancato accordo tra le parti e,
in carenza di qualunque soluzione decisa dalle Nazioni Unite,
di pronunciamenti unilaterali che portino al precipitare
drammatico del conflitto. Nei Balcani è possibile sentire
nuovamente rombi di cannone.
L'Italia, che con America, Russia e Francia fa parte del
gruppo di contatto chiamato a trovare la difficilissima
soluzione, deve impegnarsi a non accettare né avallare alcuna
decisione unilaterale. Essa deve impegnarsi a fondo, anche più
degli altri, perché noi più di altri siamo coinvolti, non solo
per la vicinanza territoriale e per la presenza di nostri
militari nella zona, ma perché duramente provati nella nostra
stessa coscienza nazionale dalla tragica guerra della NATO
contro la Jugoslavia alla fine degli anni Novanta.
Guardando all'Est del Continente, si scorgono pericoli non
meno gravi, come i missili russi puntati sulle capitali
d'Europa in risposta all'installazione di armi ultrapotenti da
parte degli americani ai confini della Russia: proprio lì,
cioè obiettivamente contro la Russia e non contro gli
improbabili missili iraniani. Dunque, sono armi puntate
sull'Europa senza interpellare né l'Europa, né la superstite
alleanza militare esistente fra gran parte dei suoi Stati,
vale a dire la NATO.
Tutto questo ci riporta amaramente e pericolosamente indietro
negli anni. L'Italia e l'Europa non possono stare a guardare.
Certo, sono preoccupate ed allarmate ma, sostanzialmente,
ignave.
Le minacce di una politica aggressiva dell'Iran vanno
fronteggiate con fermezza politica e mezzi diplomatici,
coinvolgendo in una comune responsabilità Europa e Stati Uniti
con i Paesi arabi. In questo si esprime il nocciolo della
linea del Governo italiano per il Medio Oriente.
Io condivido questa linea, condivido l'analisi e le
indicazioni del ministro D'Alema, ben sapendo che, come egli
ha ripetutamente sostenuto, l'origine degli incendi che hanno
infuocato quelle regioni e quelle popolazioni sta nel non
risolto problema palestinese, non risolto dopo mezzo secolo:
cinquanta terribili anni. E senza la creazione dello Stato di
Palestina, che è diritto inalienabile del popolo palestinese,
lì non vi potrà essere sicurezza per nessuno. La sicurezza
stessa d'Israele, che è diritto inalienabile di quel popolo,
non potrà fondarsi all'infinito sulla forza dei suoi
armamenti.
La pace in tutta l'area nasce e sparisce a fasi alterne,
perché è solo tregua. Pace si avrà soltanto nel riconoscimento
e nella esistenza di due Stati per due popoli: la terra dei
palestinesi deve tornare ai palestinesi tutta intera,
determinando con questo che la sicurezza di Israele potrà
essere sicuramente riconosciuta, sicuramente garantita. E dopo
la drammatica scissione tra i palestinesi, vanno sostenuti gli
sforzi per accelerare, non per allontanare il processo di
pace. Questo sta facendo il Governo italiano, intervenendo
politicamente verso il Governo d'Israele, verso il Governo di
Abu Mazen, verso Siria e verso Iran, verso Libano, verso
Egitto, verso i Paesi arabi e verso gli attuali governanti
della Striscia di Gaza.
La pace si costruisce con atti di pace. I pericoli sono gravi,
ma più gravi sono i pericoli e più grandi devono essere gli
sforzi di pace per coinvolgere tutti, per non isolare nessuno
e quanti dal proprio isolamento possono trarre soltanto
conclusioni e atteggiamenti di esasperazione certo gravi e da
contrastare, ma pur sempre pericolosi e insidiosi. Con la
guerra non si risolve nulla: non si risolve in Iraq, dove
l'ostinazione aggressiva del Governo americano va incontro ad
una inevitabile disfatta, mentre l'Europa, l'Unione Europea,
come ha dimostrato proprio ieri Sergio Romano sul «Corriere
della Sera», in Iraq è stata già sconfitta, e non si risolve
in Afghanistan, dove l'occupazione militare non ha fatto
progredire né la sicurezza, né lo sviluppo di quel popolo. Da
quel territorio, signor Ministro, cari colleghi, è ormai
giunto il momento di programmare seriamente il rientro dei
nostri militari. Il voto del Gruppo Insieme con l'Unione, a
favore della politica estera qui esposta dal ministro D'Alema,
si accompagna al nostro impegno per tale obiettivo. (Applausi
dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo e SDSE. Congratulazioni). |