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BULGARELLI (IU-Verdi-Com).
Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo a nome
della maggioranza del Gruppo Insieme con l'Unione
Verdi-Comunisti Italiani.
Devo dire che in questi giorni abbiamo ascoltato le
posizioni più disparate e vorrei operare una sottolineatura.
In realtà stiamo parlando di uno strumento d'eccezione:
questo è l'indulto. Invece abbiamo riempito l'indulto di una
serie di riflessioni che sono giuste quando si parla delle
riforme strutturali che riguardano il sistema penitenziario
e l'ordinamento della giustizia.
Stante il collasso della giustizia penale e le condizioni di
drammatica precarietà in cui versano le carceri, non vi è
dubbio che un provvedimento di indulto sia, allo stato,
assolutamente necessario e improrogabile. Sono passati sei
anni dal Giubileo, quando un ampio «Cartello sociale»
promosse la campagna per l'amnistia, l'indulto e un «piano
Marshall» per le carceri e per il reinserimento sociale,
vera e unica premessa per contrastare la recidiva e
garantire maggior sicurezza ai cittadini. Sono passati
quattro anni da quando tutto il Parlamento - ripeto: tutto -
applaudì ripetutamente e calorosamente Giovanni Paolo II
mentre invocava una riduzione delle pene e un provvedimento
di clemenza. E sono, infine, passati sedici anni
dall'emanazione dell'ultimo indulto.
In questo lunghissimo lasso di tempo, in assenza di
risposte, la situazione nelle carceri si è fatta drammatica,
tanto che a denunciare l'insopportabilità della situazione,
e spesso a chiedere l'amnistia e l'indulto, sono ormai non
solo i detenuti e le associazioni ma tutti gli operatori: la
polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri, gli
educatori e gli assistenti sociali, i direttori, gli
avvocati, i magistrati.
I numeri della crisi parlano chiaro. Non è dunque vero che
aumentando le carcerazioni si riducono i reati: è vero
esattamente il contrario.
Una valutazione seria presuppone che sia conosciuto e
riconosciuto un dato di fatto: l'attuale sistema delle pene
e dei luoghi preposti alla loro esecuzione non risarcisce
nessuna delle vittime del reato ma costituisce invece una
gigantesca ferita al diritto e ai diritti, una simbolica e
ridondante punizione che serve a nascondere il vuoto della
giustizia. Come definire diversamente il fatto che - per
limitarsi solo agli ultimi cinque anni, dal 2000 al 2004 -
ben circa 865.073 persone hanno beneficiato della
prescrizione dei reati per i quali erano state inquisite?
Queste linee di tendenza, che crescono in parallelo,
indicano le due facce non comunicanti dell'amministrazione
della giustizia.
D'altro canto, va fatto un riferimento preciso anche a
quello che sta accadendo negli ultimi otto anni. Se avessi
una ragione per essere contrario all'indulto sarebbe
l'esatto contrario di quello che ho sentito in quest'Aula: è
fin troppo prescrittivo e non si può parlare di inclusione
attraverso l'esclusione. Circa 15.000 persone verranno
sottoposte a giudizio - e in parte sono già state sottoposte
- per reati di tipo sociale. Signori, allo stato attuale in
questo Paese un'applicazione dell'articolo 270, ossia quello
sull'associazione sovversiva, non si nega a nessuno. Questa
è una ferita del diritto.
L'indulto rappresenta quindi una delle precondizioni per un
ripensamento complessivo del sistema penale e della sua
funzione, nella prospettiva di una riforma radicale del
sistema carcerario, incardinata sulla promozione di
strumenti idonei a un effettivo recupero sociale.
Una percentuale alta delle persone in carcere si trova
ristretta in attesa della definizione del giudizio e la
popolazione carceraria è caratterizzata in gran parte da
situazioni di disagio e di emarginazione, sempre più
aggravate da scelte politiche e legislative che hanno
esasperato la consistenza dei problemi: si pensi ai
provvedimenti varati nella precedente legislatura in materia
di tossicodipendenza o di immigrazione, ispirati da una
logica punitiva che, incurante delle problematiche sottese a
una vasta gamma di piccoli reati o alle condizioni
drammatiche dei migranti, si è preoccupata soltanto
dell'aspetto repressivo, nell'illusione che una sua
applicazione estensiva potesse fungere da deterrente contro
la reiterazione dei reati.
Non è dunque un caso che più di un terzo dei detenuti sia
composto da stranieri, e che il numero dei tossicodipendenti
sia giunto, alla fine del 2005, a circa 16.000 unità, con
una percentuale di sieropositivi che raggiunge il 2,6 per
cento. Le condizioni della detenzione sono in generale
lesive della dignità umana: secondo una rilevazione
effettuata dall'associazione Antigone e da altri dati
forniti dall'associazione Papillon, è emerso un drammatico
quadro di violazioni: circa il 90 per cento dei detenuti non
ha la doccia nella propria cella, ma credo sia inutile
parlare di quelli che sono i diritti negati perché sono alla
luce e tutti quelli che hanno frequentato le carceri con
mandato parlamentare, per il loro lavoro, per verificare
quella che è la tenuta psicofisica oltre che le condizioni
dei detenuti nel nostro Paese ne è al corrente.
D'altra parte, l'ultimo provvedimento, la legge n. 207 del
2003, di sospensione condizionata della pena (il cosiddetto
indultino), pur avendo lo scopo condivisibile di superare le
difficoltà sorte in seno allo schieramento politico circa
l'approvazione di un provvedimento di amnistia e indulto,
non ha sortito, e non poteva sortire, l'effetto desiderato
di incidere in modo significativo sul sovraffollamento del
carcere.
Un provvedimento di indulto si rende dunque necessario. A
beneficiarne, sarà il sistema carcere nel suo complesso:
basti ricordare che agli stessi operatori penitenziari è
impedito oggi di svolgere con dignità il proprio lavoro,
essendo anch'essi vittime delle inadempienze dello Stato,
del mancato stanziamento delle risorse necessarie, delle
piante organiche rimaste inattuate, delle promesse inevase.
Alcune cifre, particolarmente scandalose, possono dare
l'idea della gravita della situazione: su 1.376 educatori
previsti dalla pianta organica, ve ne sono attualmente in
servizio circa 600, meno del 50 per cento, e lo stesso
sottodimensionamento grava sugli assistenti sociali, gli
psicologi, il personale amministrativo, quello
infermieristico, gli agenti. Attualmente è in servizio un
educatore ogni 207 detenuti, un assistente sociale ogni 48,
uno psicologo ogni 148.
Uno sfoltimento delle presenze in carcere sarebbe dunque
propedeutico al varo di un pacchetto di provvedimenti
concreti riguardanti le condizioni di vita e di lavoro
all'interno del carcere, la formazione, la salute, gli
organici, l'istituzione di un difensore civico, le misure
alternative alla detenzione, l'affettività.
Si tenga inoltre conto che al di là dell'indulto e la
grazia, intervento rarissimo e a carattere strettamente
individuale, in Italia c'è un solo strumento giuridico che
consente di evitare la pena: la sospensione condizionale.
Può usufruirne però, soltanto chi sia incensurato, abbia
riportato condanne fino a due anni e non ricada nella
reiterazione del reato per un lungo periodo di tempo, pena
la revoca del provvedimento. Nonostante tali restrizioni,
non tutti gli incensurati la ottengono e gli stranieri quasi
mai.
In pratica, vengono inflitte pene più alte di quelle che
sarebbe ragionevole comminare, perché si dà per acquisito
che se ne trascorrerà in carcere soltanto una parte. Ma
questo ragionamento non è condivisibile per due motivi: il
primo è che l'altra parte della condanna va comunque
scontata, sia pure in misura alternativa; il secondo è che
l'accesso alle misure alternative è molto selettivo e chi è
socialmente, economicamente, culturalmente più debole
rischia di non avere alcuna chance, finendo per scontare
tutta la «doppia pena» in carcere.
Questo status quo costituisce un motivo in più per approvare
finalmente un vero indulto.
Entrando nel merito delle tipologie di reato sulle quali
l'indulto dovrebbe intervenire, so che all'interno della
stessa maggioranza si è sviluppato un dibattito dai toni
talvolta accesi riguardo le tipologie di reato che
dovrebbero essere escluse dall'indulto, in particolare i
reati finanziari, societari e quelli contro la pubblica
amministrazione.
Pur considerando legittima la preoccupazione di evitare che
a beneficiare del provvedimento siano soggetti condannati
per reati particolarmente odiosi, come ad esempio quelli che
hanno portato migliaia di persone a perdere i propri
risparmi, non ritengo che per questo si debba rinviare
ancora una volta un provvedimento atteso con trepidazione
dalla popolazione carceraria, che non può essere ricattata
con lo spauracchio della questione morale. La stragrande
maggioranza dei detenuti che usufruirebbero dell'indulto è
composta da povera gente, che ha commesso reati che non
destano allarme sociale, spesso dettati dalla necessità. È a
loro che dobbiamo guardare.
In ogni caso, l'indulto dovrà aprire una stagione di riforme
del sistema giudiziario con cui garantire la difesa dei
consumatori vittime delle speculazioni, la lotta alla grande
criminalità economica, la confisca dei beni dei corrotti.
Ora, intanto, dobbiamo pensare ai più deboli. Se non lo
facessimo, questo sì sarebbe immorale. (Applausi dal Gruppi
IU-Verdi-Com e RC-SE). |