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Dichiarazione di voto del senatore Mauro Bulgarelli sul disegno di legge: (881)- Concessione di indulto

BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo a nome della maggioranza del Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-Comunisti Italiani.
Devo dire che in questi giorni abbiamo ascoltato le posizioni più disparate e vorrei operare una sottolineatura. In realtà stiamo parlando di uno strumento d'eccezione: questo è l'indulto. Invece abbiamo riempito l'indulto di una serie di riflessioni che sono giuste quando si parla delle riforme strutturali che riguardano il sistema penitenziario e l'ordinamento della giustizia.
Stante il collasso della giustizia penale e le condizioni di drammatica precarietà in cui versano le carceri, non vi è dubbio che un provvedimento di indulto sia, allo stato, assolutamente necessario e improrogabile. Sono passati sei anni dal Giubileo, quando un ampio «Cartello sociale» promosse la campagna per l'amnistia, l'indulto e un «piano Marshall» per le carceri e per il reinserimento sociale, vera e unica premessa per contrastare la recidiva e garantire maggior sicurezza ai cittadini. Sono passati quattro anni da quando tutto il Parlamento - ripeto: tutto - applaudì ripetutamente e calorosamente Giovanni Paolo II mentre invocava una riduzione delle pene e un provvedimento di clemenza. E sono, infine, passati sedici anni dall'emanazione dell'ultimo indulto.
In questo lunghissimo lasso di tempo, in assenza di risposte, la situazione nelle carceri si è fatta drammatica, tanto che a denunciare l'insopportabilità della situazione, e spesso a chiedere l'amnistia e l'indulto, sono ormai non solo i detenuti e le associazioni ma tutti gli operatori: la polizia penitenziaria, i medici e gli infermieri, gli educatori e gli assistenti sociali, i direttori, gli avvocati, i magistrati.
I numeri della crisi parlano chiaro. Non è dunque vero che aumentando le carcerazioni si riducono i reati: è vero esattamente il contrario.
Una valutazione seria presuppone che sia conosciuto e riconosciuto un dato di fatto: l'attuale sistema delle pene e dei luoghi preposti alla loro esecuzione non risarcisce nessuna delle vittime del reato ma costituisce invece una gigantesca ferita al diritto e ai diritti, una simbolica e ridondante punizione che serve a nascondere il vuoto della giustizia. Come definire diversamente il fatto che - per limitarsi solo agli ultimi cinque anni, dal 2000 al 2004 - ben circa 865.073 persone hanno beneficiato della prescrizione dei reati per i quali erano state inquisite?
Queste linee di tendenza, che crescono in parallelo, indicano le due facce non comunicanti dell'amministrazione della giustizia.
D'altro canto, va fatto un riferimento preciso anche a quello che sta accadendo negli ultimi otto anni. Se avessi una ragione per essere contrario all'indulto sarebbe l'esatto contrario di quello che ho sentito in quest'Aula: è fin troppo prescrittivo e non si può parlare di inclusione attraverso l'esclusione. Circa 15.000 persone verranno sottoposte a giudizio - e in parte sono già state sottoposte - per reati di tipo sociale. Signori, allo stato attuale in questo Paese un'applicazione dell'articolo 270, ossia quello sull'associazione sovversiva, non si nega a nessuno. Questa è una ferita del diritto.
L'indulto rappresenta quindi una delle precondizioni per un ripensamento complessivo del sistema penale e della sua funzione, nella prospettiva di una riforma radicale del sistema carcerario, incardinata sulla promozione di strumenti idonei a un effettivo recupero sociale.
Una percentuale alta delle persone in carcere si trova ristretta in attesa della definizione del giudizio e la popolazione carceraria è caratterizzata in gran parte da situazioni di disagio e di emarginazione, sempre più aggravate da scelte politiche e legislative che hanno esasperato la consistenza dei problemi: si pensi ai provvedimenti varati nella precedente legislatura in materia di tossicodipendenza o di immigrazione, ispirati da una logica punitiva che, incurante delle problematiche sottese a una vasta gamma di piccoli reati o alle condizioni drammatiche dei migranti, si è preoccupata soltanto dell'aspetto repressivo, nell'illusione che una sua applicazione estensiva potesse fungere da deterrente contro la reiterazione dei reati.
Non è dunque un caso che più di un terzo dei detenuti sia composto da stranieri, e che il numero dei tossicodipendenti sia giunto, alla fine del 2005, a circa 16.000 unità, con una percentuale di sieropositivi che raggiunge il 2,6 per cento. Le condizioni della detenzione sono in generale lesive della dignità umana: secondo una rilevazione effettuata dall'associazione Antigone e da altri dati forniti dall'associazione Papillon, è emerso un drammatico quadro di violazioni: circa il 90 per cento dei detenuti non ha la doccia nella propria cella, ma credo sia inutile parlare di quelli che sono i diritti negati perché sono alla luce e tutti quelli che hanno frequentato le carceri con mandato parlamentare, per il loro lavoro, per verificare quella che è la tenuta psicofisica oltre che le condizioni dei detenuti nel nostro Paese ne è al corrente.
D'altra parte, l'ultimo provvedimento, la legge n. 207 del 2003, di sospensione condizionata della pena (il cosiddetto indultino), pur avendo lo scopo condivisibile di superare le difficoltà sorte in seno allo schieramento politico circa l'approvazione di un provvedimento di amnistia e indulto, non ha sortito, e non poteva sortire, l'effetto desiderato di incidere in modo significativo sul sovraffollamento del carcere.
Un provvedimento di indulto si rende dunque necessario. A beneficiarne, sarà il sistema carcere nel suo complesso: basti ricordare che agli stessi operatori penitenziari è impedito oggi di svolgere con dignità il proprio lavoro, essendo anch'essi vittime delle inadempienze dello Stato, del mancato stanziamento delle risorse necessarie, delle piante organiche rimaste inattuate, delle promesse inevase.
Alcune cifre, particolarmente scandalose, possono dare l'idea della gravita della situazione: su 1.376 educatori previsti dalla pianta organica, ve ne sono attualmente in servizio circa 600, meno del 50 per cento, e lo stesso sottodimensionamento grava sugli assistenti sociali, gli psicologi, il personale amministrativo, quello infermieristico, gli agenti. Attualmente è in servizio un educatore ogni 207 detenuti, un assistente sociale ogni 48, uno psicologo ogni 148.
Uno sfoltimento delle presenze in carcere sarebbe dunque propedeutico al varo di un pacchetto di provvedimenti concreti riguardanti le condizioni di vita e di lavoro all'interno del carcere, la formazione, la salute, gli organici, l'istituzione di un difensore civico, le misure alternative alla detenzione, l'affettività.
Si tenga inoltre conto che al di là dell'indulto e la grazia, intervento rarissimo e a carattere strettamente individuale, in Italia c'è un solo strumento giuridico che consente di evitare la pena: la sospensione condizionale. Può usufruirne però, soltanto chi sia incensurato, abbia riportato condanne fino a due anni e non ricada nella reiterazione del reato per un lungo periodo di tempo, pena la revoca del provvedimento. Nonostante tali restrizioni, non tutti gli incensurati la ottengono e gli stranieri quasi mai.
In pratica, vengono inflitte pene più alte di quelle che sarebbe ragionevole comminare, perché si dà per acquisito che se ne trascorrerà in carcere soltanto una parte. Ma questo ragionamento non è condivisibile per due motivi: il primo è che l'altra parte della condanna va comunque scontata, sia pure in misura alternativa; il secondo è che l'accesso alle misure alternative è molto selettivo e chi è socialmente, economicamente, culturalmente più debole rischia di non avere alcuna chance, finendo per scontare tutta la «doppia pena» in carcere.
Questo status quo costituisce un motivo in più per approvare finalmente un vero indulto.
Entrando nel merito delle tipologie di reato sulle quali l'indulto dovrebbe intervenire, so che all'interno della stessa maggioranza si è sviluppato un dibattito dai toni talvolta accesi riguardo le tipologie di reato che dovrebbero essere escluse dall'indulto, in particolare i reati finanziari, societari e quelli contro la pubblica amministrazione.
Pur considerando legittima la preoccupazione di evitare che a beneficiare del provvedimento siano soggetti condannati per reati particolarmente odiosi, come ad esempio quelli che hanno portato migliaia di persone a perdere i propri risparmi, non ritengo che per questo si debba rinviare ancora una volta un provvedimento atteso con trepidazione dalla popolazione carceraria, che non può essere ricattata con lo spauracchio della questione morale. La stragrande maggioranza dei detenuti che usufruirebbero dell'indulto è composta da povera gente, che ha commesso reati che non destano allarme sociale, spesso dettati dalla necessità. È a loro che dobbiamo guardare.
In ogni caso, l'indulto dovrà aprire una stagione di riforme del sistema giudiziario con cui garantire la difesa dei consumatori vittime delle speculazioni, la lotta alla grande criminalità economica, la confisca dei beni dei corrotti. Ora, intanto, dobbiamo pensare ai più deboli. Se non lo facessimo, questo sì sarebbe immorale. (Applausi dal Gruppi IU-Verdi-Com e RC-SE).



 


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