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Dichiarazione di voto del senatore Armando Cossutta sulle Comunicazioni del Ministro degli affari esteri sulle linee di politica estera

COSSUTTA (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, signor Ministro, colleghe e colleghi, difendo e sostengo la politica estera del Governo; guardo al suo carattere di innovazione e di discontinuità, alla grande vivacità di iniziative in Europa, in Asia, in Africa, in Sud America e nel Medio Oriente e ad una linea di multilateralismo attivo. Apprezzo il recupero di prestigio internazionale del nostro Paese fondato sulla coerenza dimostrata nel difendere la propria sovranità senza venire meno all'impegno per le sorti dei popoli, dell'umanità e del pianeta.
È sulla base di questa coerenza che si giudica la qualità di una politica internazionale ed essa ha dettato in effetti atti significativi a partire dal ritiro dei nostri soldati dall'Iraq per arrivare al varo coraggioso dell'intervento internazionale nella crisi libanese, alla dichiarazione di centralità della questione israelo-palestinese e alla forte critica dell'intervento americano in Somalia e potrei continuare.
Ho detto tutto questo con sincera chiarezza, ma mi preme anche ribadire doverosamente contrarietà tutt'altro che secondarie. Penso all'Afghanistan. Certo, signor Ministro, l'Afghanistan non è l'Iraq, ma è sotto gli occhi di tutti che in quel Paese non si è passati affatto dalla guerra alla ricostruzione né per quanto concerne il ristabilimento della sicurezza né per l'approntamento di minime condizioni di progresso materiale e politico. Il Governo, certo, non è più quello degli uomini di Bin Laden, ma è debole ed è screditato. I talebani controllano la più parte del territorio, il narcotraffico ha raggiunto livelli mai conosciuti, la miseria è enorme. La nostra presenza militare non si motiva e non si giustifica ulteriormente.
Capisco le difficoltà, capisco che sganciarci dalla missione in Afghanistan è cosa complessa. Ci sono patti militari, vincoli di alleanza. Lo so. Ma si deve lavorare a creare le condizioni per uno sganciamento da una situazione che è sempre più gravida di minacce non solo per i nostri soldati ma anche per quelle popolazioni. So che anche il nostro Governo lo sa e che cerca percorsi idonei, a partire dalla conferenza internazionale di pace. Occorre uno sbocco politico, ma per questo occorre una forte determinazione, più forte, signor Ministro, e occorre compattezza del Governo nel perseguirla. Noi lavoriamo con il Governo per costruire, nei tempi possibili, le condizioni per voltare pagina.
Vengo alla base di Vicenza. La decisione del Governo Berlusconi a favore del raddoppio della base era sbagliata; Prodi doveva e poteva non avallarla. Ha commesso un errore, un errore grave. È una questione molto rilevante di impatto urbanistico per la città. Ma non solo. È per me una questione in primo luogo di sovranità nazionale.
La imponente protesta corale di sabato ha posto dinanzi all'opinione pubblica italiana e mondiale non solo la questione, del tutto assurda, del raddoppio di quella base ma la questione della presenza stessa delle basi americane sul nostro territorio (questione che tengo distinta da quella relativa alle basi della NATO). Il raddoppio di Vicenza ha persino oscurato la soddisfazione per la chiusura della base nucleare della Maddalena.
Appare ormai evidente che le motivazioni esistenti al momento in cui furono decise quelle installazioni, più di cinquant'anni fa, non sono più valide. Allora le basi americane erano presentate come strumenti di sicurezza per il nostro Paese in una comune e concorde alleanza. Oggi sono basi di partenza per missioni militari unilaterali che possono essere anche in contrasto con la politica estera della Repubblica italiana. Si dice: il pericolo è il terrorismo. È vero, sì, certo, ma l'America pretende di valutare essa la minaccia, scegliere il nemico e il tipo di armi da usare. Senza interpellare né l'Italia né la NATO. È già avvenuto. Che cosa accadrebbe se gli Usa decidessero di colpire oggi gli Hezbollah, domani l'Iran, usando la «propria» base di Vicenza, o quella di Aviano, o quella di Sigonella? L'Italia diverrebbe corresponsabile di una operazione militare americana unilaterale e obiettivo di una eventuale ritorsione bellica.
Siamo sicuri, cari colleghi (ha scritto un autorevole editorialista del «Corriere della Sera»), che in queste nuove circostanze le basi americane, basi nucleari, contribuiscano alla sicurezza nazionale? La questione è aperta e va affrontata nel rispetto di una alleanza fondamentale, come è quella con gli Stati Uniti, ma nel rispetto della sovranità e dell'interesse dell'Italia.
Ho espresso un dissenso. Del resto la presenza di punti di punti di dissenso è nella maggioranza e nel Governo sin dall'inizio. Si può essere uniti in presenza di dissensi anche gravi? Il dissenso è un diritto sacrosanto e, come tale, fuori discussione, tanto per i singoli all'interno delle liste quanto per i Gruppi parlamentari. Ma questi dissensi dobbiamo tradurli sempre in una sintesi, in decisioni responsabilmente assunte in modo unitario dal Governo e da tutte le sue componenti.
E al momento del voto in Parlamento - lo dico con grande fermezza - deve prevalere per tutti la disciplina repubblicana. Perché credo che molto severo sarebbe il giudizio futuro su tutti noi, indistintamente, Governo e partiti, se una linea di politica estera, nell'insieme giusta, venisse interrotta e poi rovesciata. Non saremmo perdonati, non ci perdoneremmo noi stessi. Perché la storia - lo sappiamo - non fa sconti a nessuno.
Noi voteremo a favore della relazione del ministro D'Alema. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com, Ulivo, RC-SE, Aut, Misto-IdV e Misto-Pop-Udeur. Congratulazioni).



 


Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-Comunisti Italiani                                           
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