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BULGARELLI (IU-Verdi-Com).
Signor Presidente, intervengo, a nome del Gruppo Insieme con
l'Unione Verdi-Comunisti Italiani, per esprimere il nostro
voto favorevole, anche se ci saremmo aspettati pieno
accoglimento da parte del Governo di questo atto di
sindacato ispettivo.
Colgo anche l'occasione per aggiungere la mia firma a questo
atto di sindacato ispettivo, che probabilmente mi era
sfuggito, in cui la senatrice Soliani è stata più che
esaustiva. Analizzando l'atto oggi in esame in riferimento
al penultimo paragrafo del dispositivo, in cui si chiede che
«sia garantita la piena facoltà di espressione a tutti gli
esponenti della Lega nazionale per la democrazia in
Birmania», concordando sul fatto che la Lega nazionale per
la democrazia in Birmania è l'organizzazione, il partito
politico che meglio rappresenta Aung San Suu Kyi, proponiamo
di allargare il concetto richiamando il fatto che alle
elezioni del 1990 si presentarono oltre 20 partiti politici
ai quali oggi non è dato neppure diritto di tribuna in quel
Paese (in cui vige un regime militare, come dicevamo) e che
ad essi viene oggi negata qualsiasi tipo di espressione
democratica interna.
Parlare di Aung San Suu Kyi oggi vuol quindi dire parlare
della Birmania, di un Paese martoriato da decenni di
violenta dittatura, che ha imposto l'arbitrio come legge e
come modalità di governo. Va anche ricordato che esiste una
campagna in favore della Birmania lanciata nel nostro Paese
da un sindacato, la CISL, ma anche da associazioni e
organizzazioni ecologiste come il WWF, Greenpeace e
Legambiente, attraverso la quale è stato offerto lo spaccato
di un Paese che ha raggiunto il triste primato di essere il
primo produttore di metanfetamina al mondo, il secondo per
la produzione di oppio (la Birmania rientra nel cosiddetto
triangolo d'oro), il primo quanto a presenza di
bambini‑soldato e di lavoro forzato. Si tratta, dunque, di
un Paese che non appare spesso sui media e all'attenzione
dell'ordine pubblico proprio per la violenta censura interna
che viene esercitata da quello che di fatto è un regime.
Ricordava prima la senatrice Soliani le spese militari
sostenute in quel Paese, dove d'altronde vige una dittatura
militare: pensate che ha il quindicesimo esercito al mondo
ed è il decimo Paese quanto a spese militari. Questa è la
Birmania.
Del Nobel per la pace abbiamo già parlato, ma bisogna
parlare anche delle centinaia di migliaia di uomini, donne e
bambini tuttora costretti al lavoro forzato da parte sia dei
militari che delle autorità locali, persone spesso obbligate
a deportazioni forzate in un Paese in cui sono comuni la
detenzione, le esecuzioni, le torture, gli stupri che
vengono utilizzati come mezzi di potere. Nonostante questo,
le associazioni della vita civile, compresi i sindacati (va
ricordato che il sindacato birmano, l'FTUB, è stato
dichiarato organizzazione terroristica dal regime militare)
proseguono le manifestazioni di protesta: le ultime sono
avvenute nel mese di agosto; in Parlamento e sicuramente
come Gruppo, non possiamo che esprimere, credo,
preoccupazione per il numero di arresti effettuato
nell'occasione, del quale non abbiamo una stima precisa, in
quanto non sappiamo quante siano le persone arrestate nel
corso delle manifestazioni che - va ribadito - sono di tipo
pacifico e contro una dittatura militare.
Da questo punto di vista, accanto alle violazioni dei
fondamentali diritti umani e del lavoro - anche a questo ha
dato risalto la senatrice Soliani - vi è pure la gravissima
violazione dei diritti ambientali: la distruzione e il
taglio illegale delle foreste di tek, il dissennato
sfruttamento minerario, la costruzione delle dighe sul fiume
Salween che ridurranno alla povertà oltre 500.000 contadini
e pescatori, danneggiando irrimediabilmente l'ecosistema
locale. Ecosistema già danneggiato anche dalla dittatura
militare presente all'interno di quel Paese.
Sappiamo che il Governo sta monitorando la situazione in
Birmania. L'abbiamo colto anche il sette di questo mese,
nelle dichiarazioni assolutamente condivisibili rilasciate
in quel caso dal sottosegretario Vernetti: chiediamo un
maggiore impegno in tal senso.
Il Gruppo cui appartengo ed io personalmente non concordiamo
con l'adozione di forme di boicottaggio perché la storia, la
politica ci insegnano che tutti i boicottaggi di tipo
economico e culturali adottati nei confronti di altri Paesi
hanno sempre comportato il peggioramento della vita e delle
condizioni delle persone che vivono in quei Paesi,
soprattutto dei bambini. Purtroppo, anche noi abbiamo preso
parte a queste forme di «dissuasione» (così si dice in
politichese), ad esempio, nei confronti dell'Iraq, oppure
nei confronti di Cuba e di altri Paesi.
Chiediamo però che questa posizione venga tenuta anche nei
confronti di tutti gli altri Paesi altrimenti vi sarà sempre
- citando Orwell - qualcuno che è più uguale degli altri, il
famoso undicesimo comandamento.
Crediamo, quindi, che da parte del Governo vi debba essere
una presa di posizione chiara all'interno di tutti gli
Organismi internazionali, come viene chiesto dall'atto
ispettivo presentato dalla senatrice Soliani, senza timori,
tentando contemporaneamente di fare tutto il lavoro
possibile per riuscire a trovare una soluzione anche se
credo sia inutile perché, considerata la situazione presente
in quel Paese, trovo difficoltà a credere che una via troppo
diplomatica possa aiutare la democrazia.
Pertanto, forme di pressione sicuramente sì, facendo però
attenzione a non danneggiare ulteriormente le condizioni
della popolazione civile in quel Paese, anche perché i dati
ci dicono che le conseguenze delle guerre a livello globale
e delle varie forme di boicottaggio sono subite, per il 90
per cento, dalla popolazione civile; sicuramente non da chi
detiene il potere all'interno di quei territori. (Applausi
dai Gruppi IU-Verdi-Com, RC-SE e SDSE). |