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La dichiarazione di voto del Sen. Mauro Bulgarelli  sul disegno di legge: (1013) - Intercettazioni telefoniche

Intervengo, a nome del Gruppo Insieme con l'Unione Verdi-Comunisti Italiani, per esprimere un voto naturalmente favorevole a questo decreto.
Quando il 22 settembre scorso il Governo ha emanato il decreto-legge n. 259, recante disposizioni urgenti per il riordino della normativa in tema di intercettazioni telefoniche, sono state quasi all'unanimità riconosciute la necessità e l'urgenza di questo provvedimento. In particolare, il decreto è stato salutato positivamente da tutte le parti politiche e nessuna ne ha messo in discussione i requisiti costituzionali.
Questo anche perché, come è noto, il Governo aveva, con correttezza e sensibilità istituzionale, tenuto conto della delicatezza della materia trattata, aveva preventivamente informato autorevoli esponenti dell'opposizione delle linee di intervento e delle misure contenute nel decreto stesso, come ha ricordato in Aula, ad inizio seduta, il relatore Salvi, presidente della Commissione giustizia. Questo non ha impedito una seria ed approfondita analisi del contenuto normativo del provvedimento, nel momento in cui se ne decideva la conversione in legge.
Il lavoro svolto dal Senato, nel quadro della tutela della privacy, si è indirizzato prevalentemente nel garantire un migliore bilanciamento degli interessi costituzionali in gioco, nel condividere l'obiettivo del rafforzamento del contrasto alla detenzione di materiali abusivi e di dossier, la cui formazione va impedita anche con un serio inasprimento delle pene, tra l'altro previsto dal decreto per chi dovesse rendere pubblici i contenuti del lavoro di dossieraggio illegale. Ci si è concentrati nella definizione o nella migliore specificamente di elementi che potessero garantire anzitutto la parte offesa, anche in termini di risarcimento.
Se le operazioni di distruzione avvengono con modalità tali da assicurare il rispetto di tutte le garanzie necessarie al pieno esercizio dei diritti di difesa, preferibilmente nel contraddittorio delle parti, davanti al giudice e, comunque, con garanzie di riservatezza, si può allora affermare che il lavoro di affinamento del testo ha raggiunto un obiettivo, direi, assai importante. Sul punto si è avuta ampia convergenza, essendo obiettivo comune quello di prevedere particolarità di conservazione del materiale per lo stretto tempo di attesa della realizzazione del contraddittorio sulla sua distruzione.
La finalità del decreto-legge era quindi non solo e non tanto quella di fornire una prima risposta ad una emergenza sul fronte di garanzia della privacy, ma anche di offrire garanzie per tutti - com'è stato contrassegnato in Aula da diversi colleghi, tra cui il senatore Tibaldi e la senatrice Boccia - compresa la collettività, nella trattazione dei dati protetti da parte di chiunque. È, quindi, un provvedimento di tutela generale quello che siamo chiamati a convertire in legge. Certamente, nell'effettuare una valutazione sul testo, non si può prescindere dalle condizioni - queste, sì, davvero straordinarie e preoccupanti - che ne hanno determinato l'emanazione.
A partire da una lunga e complessa indagine della magistratura e grazie ad un coraggioso lavoro giornalistico d'inchiesta, è emersa una realtà illegale consolidatasi nel corso di almeno un decennio e talmente ramificata da far asserire a qualcuno che la stessa democrazia era a rischio. La democrazia ha, per fortuna, strumenti d'intervento ancora efficaci: una magistratura indipendente ed autonoma, una libera stampa ed anche un Parlamento, che è chiamato a varare tutte le misure idonee ad evitare che il sistema illegale scoperto abbia a perpetuarsi o a ripetersi.
Non dobbiamo mai dimenticare che ciò con cui ci si deve misurare è un fatto di portata difficilmente comparabile con analoghe vicende nella storia repubblicana, se non altro per ampiezza e caratteristiche del sistema illegale e delle sue «vittime». Se, infatti, per un decennio sono stati abusivamente raccolti dati riguardanti migliaia di cittadini, appartenenti alle più svariate categorie (dall'operaio al vip della finanza, dal politico alla soubrette dello spettacolo, dal calciatore al dipendente aziendale o al semplice cittadino «cliente»), vuol dire che si va ben oltre un ristretto gruppo di soggetti, in una specie di organizzazione affaristica piramidale, annidatasi all'interno di una grande impresa di telecomunicazioni, per altro dichiaratasi parte lesa.
I giudici che hanno vagliato, nell'ambito delle indagini preliminari, le evidenze raccolte dal pubblico ministero hanno infatti parlato di un vero e proprio sistema, che, grazie ad una consistente, per non dire enorme, disponibilità di denaro, commissionava e gestiva un complesso di indagini parallele. Il pagamento di attività corruttive e l'utilizzo di opache collaborazioni, finanziate con fondi drenati alle imprese, sarebbero stati utilizzati per migliaia di intercettazioni telefoniche illegali (intendendo con tale termine la raccolta dei dati e dei tabulati), pedinamenti, sistemi di videosorveglianza e software, sfociati - quantomeno dal 1997 ad oggi - in un immenso archivio segreto, in cui si schedavano dipendenti, finanzieri, manager e politici.
Ma oggi siamo chiamati a dirimere una questione che va ben oltre tale specifica vicenda, che è in fase di accertamento. Le parole di allarme democratico del presidente Prodi, allora, sono pienamente giustificate e devono far riflettere, ma questo ben al di là del singolo caso giudiziario, per quanto grave e preoccupante.
Se è vero che per qualcuno è stato impossibile controllare al terminale SDI delle forze dell'ordine i precedenti di polizia del personale che sarebbe stato assunto e che venivano compiuti e reiterati accessi abusivi al sistema dell'anagrafe tributaria (nell'ambito di una pluralità di operazioni dai nomi fantasiosi, che consistevano nell'illegale incursione all'interno delle migliori banche dati informatiche, con tanto di tariffario per la compravendita dei dati e dei tabulati telefonici di ignari cittadini: da 250 fino ad un massimo di 1.500-2.000 euro), com'è possibile non intervenire con norme adeguate?
Se è vero che i dati sensibili (numeri di telefono, riferimenti bancari e vite private dei singoli cittadini) venivano raccolti in dossier dai nomi in codice e con sistemi di schedatura e controlli sul territorio attuati da una pluralità di soggetti (investigatori, pubblici dipendenti infedeli, eccetera) che per denaro vendevano informazioni, è evidente che vi è una grave falla nei sistemi di controllo, anche se in recenti audizioni - così è stato, ma sono ancora in corso in Commissione giustizia - molti esperti e vertici aziendali hanno offerto rassicurazioni (tutte da verificare).
Che si trattasse di un dossieraggio illegale lo prova il fatto che tale documentazione non doveva in alcun modo essere conservata, tanta che «a partire da un certo momento ha cominciato addirittura ad essere bruciata», come si legge nell'ordinanza del GIP.
Ma se un caso specifico ha suscitato allarme nell'opinione pubblica, dovere del Parlamento è di approvare leggi generali capaci di prevenire simili situazioni nel futuro e di regolare in modo efficace la materia.
Il decreto del Governo si è, dunque, posto come primo obiettivo quello di sradicare la decennale prassi di schedare, spiare, catalogare i cittadini di volta in volta ritenuti di interesse e i loro numeri telefonici. Il decreto modifica il codice di procedura penale per colpire questo tipo di attività illegali, introduce nuovi reati e regola alcuni rapporti civilistici in tema di risarcimento del danno. Per questo, con una modifica apportata dalla Commissione e votata all'unanimità (a parte alcuni voti contrari) all'interno di questo Parlamento, siamo in qualche modo riusciti a mitigare il problema e, soprattutto, il suo effetto.
Ma siamo anche riusciti, in parte, a modificare in modo positivo un decreto-legge nato come emergenziale, tanto è vero che non siamo qui a parlare di decreto emergenziale. Infatti, nel corso dell'esame parlamentare si è convenuto, ad esempio, che la distruzione di questo materiale, che non sarebbe mai dovuto esistere, rappresenti il punto centrale dello stesso provvedimento poiché l'illegalità della formazione, anche per garantire il diritto della difesa, può essere stabilita nel contraddittorio delle parti.
Si è pensato fosse più utile individuare un meccanismo per cui fosse il giudice dell'udienza preliminare, con decreto motivato, a disporre la distruzione.
È, dunque, ragionevole pensare ad un sistema che assicuri l'immediata secretazione del materiale e il divieto di utilizzo dello stesso, il che non inibisce immediatamente e del tutto un utilizzo a fini investigativi del corpo del reato.
Mi resta però un'ultima cosa da dire in chiusura. Fermo restando il nostro voto favorevole, rimane un problema. Si è parlato e discusso di intercettazioni illegittime, ma quante volte le intercettazioni cosiddette legittime diventano illegittime nell'uso che ne viene fatto da tutti i soggetti che abbiamo citato ampiamente all'interno di questo Parlamento?
Credo che questa sia la riflessione che tutti ci dobbiamo porre per agire realmente dal punto di vista legislativo sul tema più ampio delle intercettazioni tutte, naturalmente a sistema di garanzia nei confronti dei cittadini e tenendo conto fino in fondo della privacy. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e RC-SE).



 


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