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BULGARELLI (IU-Verdi-Com).
Signor Presidente, mi dovrò rivolgere necessariamente a lei,
anche se è un piacere interloquire con lei, perché in questo
momento il ministro Parisi mi sembra invisibile.
Giorni fa il Ministro, impegnato nella quotidiana polemica
contro i guastatori della cosiddetta sinistra radicale, si è
lasciato andare ad una di quelle affermazioni che lasciano
il segno ed inchiodano l'interlocutore alle sue inevase
responsabilità verso il Paese. «Il problema - ha detto- non
è il disaccordo di qualcuno con una particolare scelta del
Governo, quanto il fatto che manca ancora una cultura della
difesa e della sicurezza e ciò impedisce il dialogo con
coloro che scendono in piazza e con i parlamentari
dissidenti». A parte il fatto che parlare di dialogo mi
sembra fuori luogo - in quanto abbiamo chiesto almeno una
decina di volte un incontro con il Ministro - condivido
pienamente le parole del ministro Parisi, che tuttavia
farebbe bene a riferire a se stesso.
Il dato più grave, infatti, che trapela dalle scelte del
Governo sulla base di Vicenza e sulle questioni delle
servitù militari in generale, è proprio la sconcertante
mancanza di attenzione per la difesa del territorio, delle
comunità che lì vivono e dei beni comuni che vi sono
presenti, così come non vi è traccia di politiche
finalizzate alla reale sicurezza dei cittadini, alla tutela
della loro salute e dei loro interessi primari.
È una questione di cultura, in effetti, a determinare questa
latitanza: per i governi che si sono avvicendati alla guida
del Paese dal secondo dopoguerra in poi, la sicurezza è
sempre stata sinonimo di militarizzazione e controllo.
Purtroppo anche il Governo attuale non si sottrae alla
regola, con l'aggravante, però, che nel programma con il
quale la coalizione di centro-sinistra si è presentata al
Paese si affermava, seppur timidamente, di voler invertire
la rotta. Si parlava di pace, di solidarietà, di
partecipazione, di riduzione delle servitù militari; tutti
impegni sistematicamente disattesi con continui
camuffamenti, rinvii, espedienti linguistici, rimpalli di
responsabilità: una condotta che non si addice esattamente
ad un Governo autorevole al quale preme il rapporto con i
propri cittadini.
La vicenda della base di Vicenza riassume didascalicamente
questa strategia della "cortina fumogena". Per lunghi mesi
il Governo, messo alle strette dalla grande mobilitazione
popolare, ha evitato di decidere, assicurando tuttavia due
cose: che avrebbe tenuto nella massima considerazione le
istanze della comunità locale e che nessun accordo formale
autorizzava gli USA a entrare al Dal Molin, ragion per cui
era possibile riconsiderare la scelta fatta dal precedente
Esecutivo.
Lo stesso ministro Parisi mise per iscritto, in una lettera
indirizzata a me e ad altri senatori al tempo del
rifinanziamento della missione afghana, queste cose, nel
contesto di un gentlemen agreement - pensavo, un rapporto
tra gentiluomini, ma purtroppo non è stato così - che
prevedeva anche un significativo ridimensionamento delle
strutture militari presenti sul nostro territorio, in
particolare in quella terra martoriata che è la Sardegna che
a lui, almeno quanto a me, dovrebbe essere particolarmente
cara.
Oggi, purtroppo, constatiamo che quell'accordo è carta
straccia. Con un improvviso guizzo muscolare, il Presidente
del Consiglio ha emanato un nuovo editto di Sofia, che dà il
via libera agli americani, sulla base di motivazioni
caotiche e contraddittorie, alludendo prima a misteriosi
patti da onorare e invocando i supremi interessi della
difesa nazionale, per liquidare poi la decisione come la più
innocua delle scelte urbanistiche.
Il ministro Parisi, per la verità, ha successivamente
ribadito che patti da onorare non ce ne erano,
avventurandosi per strade decisamente surreali, aggettivo
usato spesso in Aula oggi. Il ministro Parisi ha detto: «gli
americani avranno la base perché hanno presentato un
progetto» (sembra interessante come decisione) e attribuendo
quindi la responsabilità della scelta al Governo in carica.
Ma tutto ciò a questo punto non conta. Siamo di fronte alla
rottura unilaterale di un patto collettivo sottoscritto con
i cittadini tutti e con la comunità vicentina e di uno
soggettivo stipulato con alcuni parlamentari, tra i quali il
sottoscritto. È un fatto grave e doloroso, che azzera il
dibattito di questi mesi e impone delle considerazioni
conclusive.
La prima è che il Governo, autorizzando la base al Dal Molin,
ha fatto una scelta di guerra: ha deciso di assecondare una
strategia fallimentare, quella della guerra preventiva, che
ha disseminato di morte il pianeta e lo ha reso enormemente
più insicuro; una strategia all'interno della quale le basi
militari svolgono un ruolo insostituibile perché da esse
partono gli uomini e i mezzi diretti in Iraq, Afghanistan e,
nelle intenzioni di Bush, in Iran, Siria e Corno d'Africa.
Ogni base presente sul nostro territorio è un avamposto di
guerra e questo è il ruolo affidato anche a quella di
Vicenza.
La seconda è una scelta contro la sicurezza dei cittadini.
Ogni base militare comporta l'insediamento di armi micidiali
(come i 90 ordigni nucleari presenti nel nostro territorio),
esercitazioni belliche, incidenti di ogni tipo. Convincete
la gente di Ghedi e di Aviano che le bombe atomiche che
hanno sotto casa servono a proteggerli da Bin Laden e andate
a dire a quelli di Quirra e Capo Teulada che i poligoni sono
lì per la loro sicurezza, che le migliaia di bombe che
finiscono in mare durante i giochi di guerra servono a
incentivare l'economia della Regione, che le enormi porzioni
di territorio espropriate e desertificate servono a
proteggere l'ambiente.
Anche su quest'ultimo punto non posso non sottolineare le
promesse tradite. Non solo le servitù militari non sono
state ridotte, ma quelle esistenti vengono ampliate, come a
Vicenza, Sigonella, Quirra. Lo stesso calendario delle
esercitazioni, che il ministro Parisi aveva assicurato
sarebbe stato ridimensionato in Sardegna, non subirà alcuna
limitazione. È notizia di ieri che per "superiori esigenze
di difesa dello Stato" continueranno i micidiali
bombardamenti aerei sulle spiagge di Capo Teulada e Capo
Frasca, con buona pace dei pescatori, che da anni chiedono
una tregua delle esercitazioni che consenta loro di pescare.
Questo insieme di considerazioni spero serva a far capire
che la scelta di autorizzare una nuova base militare ha
implicazioni molto più complesse di quelle che solitamente
vengono richiamate per giustificarne l'insediamento
(problemi di difesa, di alleanze, urbanistici). Esse
investono, al contrario, la sovranità territoriale, la
difesa dei beni comuni, le dinamiche della rappresentanza e
la partecipazione, dal basso, alla gestione del territorio.
Lungo questo delicatissimo crinale si sta consumando una
frattura profonda con l'autonomia del politico. (Applausi
dai Gruppi IU-Verdi-Com e Ulivo). |