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L'intervento del senatore Mauro Bulgarelli nel corso della   discussione generale sulle mozioni sull’ampliamento della base militare di Vicenza

BULGARELLI (IU-Verdi-Com). Signor Presidente, mi dovrò rivolgere necessariamente a lei, anche se è un piacere interloquire con lei, perché in questo momento il ministro Parisi mi sembra invisibile.
Giorni fa il Ministro, impegnato nella quotidiana polemica contro i guastatori della cosiddetta sinistra radicale, si è lasciato andare ad una di quelle affermazioni che lasciano il segno ed inchiodano l'interlocutore alle sue inevase responsabilità verso il Paese. «Il problema - ha detto- non è il disaccordo di qualcuno con una particolare scelta del Governo, quanto il fatto che manca ancora una cultura della difesa e della sicurezza e ciò impedisce il dialogo con coloro che scendono in piazza e con i parlamentari dissidenti». A parte il fatto che parlare di dialogo mi sembra fuori luogo - in quanto abbiamo chiesto almeno una decina di volte un incontro con il Ministro - condivido pienamente le parole del ministro Parisi, che tuttavia farebbe bene a riferire a se stesso.
Il dato più grave, infatti, che trapela dalle scelte del Governo sulla base di Vicenza e sulle questioni delle servitù militari in generale, è proprio la sconcertante mancanza di attenzione per la difesa del territorio, delle comunità che lì vivono e dei beni comuni che vi sono presenti, così come non vi è traccia di politiche finalizzate alla reale sicurezza dei cittadini, alla tutela della loro salute e dei loro interessi primari.
È una questione di cultura, in effetti, a determinare questa latitanza: per i governi che si sono avvicendati alla guida del Paese dal secondo dopoguerra in poi, la sicurezza è sempre stata sinonimo di militarizzazione e controllo. Purtroppo anche il Governo attuale non si sottrae alla regola, con l'aggravante, però, che nel programma con il quale la coalizione di centro-sinistra si è presentata al Paese si affermava, seppur timidamente, di voler invertire la rotta. Si parlava di pace, di solidarietà, di partecipazione, di riduzione delle servitù militari; tutti impegni sistematicamente disattesi con continui camuffamenti, rinvii, espedienti linguistici, rimpalli di responsabilità: una condotta che non si addice esattamente ad un Governo autorevole al quale preme il rapporto con i propri cittadini.
La vicenda della base di Vicenza riassume didascalicamente questa strategia della "cortina fumogena". Per lunghi mesi il Governo, messo alle strette dalla grande mobilitazione popolare, ha evitato di decidere, assicurando tuttavia due cose: che avrebbe tenuto nella massima considerazione le istanze della comunità locale e che nessun accordo formale autorizzava gli USA a entrare al Dal Molin, ragion per cui era possibile riconsiderare la scelta fatta dal precedente Esecutivo.
Lo stesso ministro Parisi mise per iscritto, in una lettera indirizzata a me e ad altri senatori al tempo del rifinanziamento della missione afghana, queste cose, nel contesto di un gentlemen agreement - pensavo, un rapporto tra gentiluomini, ma purtroppo non è stato così - che prevedeva anche un significativo ridimensionamento delle strutture militari presenti sul nostro territorio, in particolare in quella terra martoriata che è la Sardegna che a lui, almeno quanto a me, dovrebbe essere particolarmente cara.
Oggi, purtroppo, constatiamo che quell'accordo è carta straccia. Con un improvviso guizzo muscolare, il Presidente del Consiglio ha emanato un nuovo editto di Sofia, che dà il via libera agli americani, sulla base di motivazioni caotiche e contraddittorie, alludendo prima a misteriosi patti da onorare e invocando i supremi interessi della difesa nazionale, per liquidare poi la decisione come la più innocua delle scelte urbanistiche.
Il ministro Parisi, per la verità, ha successivamente ribadito che patti da onorare non ce ne erano, avventurandosi per strade decisamente surreali, aggettivo usato spesso in Aula oggi. Il ministro Parisi ha detto: «gli americani avranno la base perché hanno presentato un progetto» (sembra interessante come decisione) e attribuendo quindi la responsabilità della scelta al Governo in carica.
Ma tutto ciò a questo punto non conta. Siamo di fronte alla rottura unilaterale di un patto collettivo sottoscritto con i cittadini tutti e con la comunità vicentina e di uno soggettivo stipulato con alcuni parlamentari, tra i quali il sottoscritto. È un fatto grave e doloroso, che azzera il dibattito di questi mesi e impone delle considerazioni conclusive.
La prima è che il Governo, autorizzando la base al Dal Molin, ha fatto una scelta di guerra: ha deciso di assecondare una strategia fallimentare, quella della guerra preventiva, che ha disseminato di morte il pianeta e lo ha reso enormemente più insicuro; una strategia all'interno della quale le basi militari svolgono un ruolo insostituibile perché da esse partono gli uomini e i mezzi diretti in Iraq, Afghanistan e, nelle intenzioni di Bush, in Iran, Siria e Corno d'Africa.
Ogni base presente sul nostro territorio è un avamposto di guerra e questo è il ruolo affidato anche a quella di Vicenza.
La seconda è una scelta contro la sicurezza dei cittadini. Ogni base militare comporta l'insediamento di armi micidiali (come i 90 ordigni nucleari presenti nel nostro territorio), esercitazioni belliche, incidenti di ogni tipo. Convincete la gente di Ghedi e di Aviano che le bombe atomiche che hanno sotto casa servono a proteggerli da Bin Laden e andate a dire a quelli di Quirra e Capo Teulada che i poligoni sono lì per la loro sicurezza, che le migliaia di bombe che finiscono in mare durante i giochi di guerra servono a incentivare l'economia della Regione, che le enormi porzioni di territorio espropriate e desertificate servono a proteggere l'ambiente.
Anche su quest'ultimo punto non posso non sottolineare le promesse tradite. Non solo le servitù militari non sono state ridotte, ma quelle esistenti vengono ampliate, come a Vicenza, Sigonella, Quirra. Lo stesso calendario delle esercitazioni, che il ministro Parisi aveva assicurato sarebbe stato ridimensionato in Sardegna, non subirà alcuna limitazione. È notizia di ieri che per "superiori esigenze di difesa dello Stato" continueranno i micidiali bombardamenti aerei sulle spiagge di Capo Teulada e Capo Frasca, con buona pace dei pescatori, che da anni chiedono una tregua delle esercitazioni che consenta loro di pescare.
Questo insieme di considerazioni spero serva a far capire che la scelta di autorizzare una nuova base militare ha implicazioni molto più complesse di quelle che solitamente vengono richiamate per giustificarne l'insediamento (problemi di difesa, di alleanze, urbanistici). Esse investono, al contrario, la sovranità territoriale, la difesa dei beni comuni, le dinamiche della rappresentanza e la partecipazione, dal basso, alla gestione del territorio.
Lungo questo delicatissimo crinale si sta consumando una frattura profonda con l'autonomia del politico. (Applausi dai Gruppi IU-Verdi-Com e Ulivo).



 


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