SENATO DELLA REPUBBLICA
—————— XIV LEGISLATURA ——————

710a
SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

LUNEDÌ 13 DICEMBRE 2004

(Pomeridiana)

 

(3233) Conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, recante disposizioni urgenti in materia fiscale e di finanza pubblica

 

SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, il giudizio sulla finanziaria del Governo Berlusconi è da parte nostra estremamente negativo nel merito delle proposte fin qui sostenute e nel metodo utilizzato, con le continue modifiche apportate rispetto al testo iniziale e la scelta di porre la fiducia, espropriando il Parlamento delle sue legittime prerogative.

La crisi italiana è sicuramente interna ad una crisi generale del modello della globalizzazione neoliberista, ma aggravata dalla politica economica del Governo che ha portato il nostro Paese in una lunga fase di ristagno e di recessione economica. Siamo di fronte ad una crisi strutturale della nostra economia.

Nel Sud del mondo si aggrava la povertà e la miseria per grandi masse di popolazione. Il modello liberista che ha dominato nello scorso decennio, promettendo prosperità e sviluppo al mondo intero, è entrato in una crisi, a nostro avviso, irreversibile.

In Italia a questa crisi generale si aggiunge il vertiginoso declino del sistema industriale e produttivo. La rilevante perdita di quote di mercato nel commercio mondiale, la crisi dei principali settori industriali, l'aggravarsi degli squilibri regionali tra Nord e Sud, costituiscono gravi segnali di un allarme per il futuro del nostro Paese.

Sul piano occupazionale, nonostante la forte precarizzazione dei rapporti di lavoro, continuiamo ad avere un tasso di disoccupazione più alto della media europea e sacche di disoccupazioni nel Sud del Paese a livelli insopportabili. Sul piano sociale assistiamo a una perdita consistente del potere d'acquisto di salari e pensioni, un numero crescente di persone non riesce ad arrivare a fine mese e fasce di popolazione sono spinte verso una condizione di povertà e indigenza.

Non vi è nella strategia del Governo uno straccio di programmazione, di interventi sui settori produttivi, anzi si assiste a tagli che avranno conseguenze drammatiche per i lavoratori dell'industria con l'eliminazione di fatto della cassa integrazione e l'attacco al settore agricolo con il taglio dell'indennità di disoccupazione per i braccianti. Non si investe sulla formazione, sulla ricerca e sull'innovazione tecnologica per rendere i nostri prodotti competitivi sul piano delle produzioni di qualità piuttosto che insistere sulla forza lavoro al livello più basso di precarizzazione.

Il Governo taglia le risorse destinate al Mezzogiorno mentre lo sviluppo di questa area del Paese avrebbe richiesto, da un lato, lo stanziamento di risorse aggiuntive, dall'altro la presenza dello Stato per avviare e valorizzare i settori e le risorse specifiche del Mezzogiorno - da quelle umane a quelle culturali e ambientali -, facendosi imprenditore e forza trainante ed aggregando un'altra imprenditoria, creando per questa via sviluppo, occupazione e ricchezza per il Mezzogiorno e per il Paese.

La recessione, aggravata da un deterioramento del sistema industriale, avrebbe richiesto a nostro avviso una politica fiscale aggressiva in senso espansivo, che puntasse a rilanciare l'intervento pubblico su entrambi i fronti del sostegno alla domanda e del potenziamento dell'offerta; necessaria per creare nuove forme di presenza pubblica diretta in alcuni settori produttivi, non solo nell'industria, ma anche nel terziario avanzato, attraverso il ripristino di una nuova funzione di indirizzo delle politiche creditizie, che è un elemento indispensabile per la ricostruzione produttiva del Paese.

In questo contesto il Governo risponde con una manovra economica che si configura come una delle più pesanti e gravose degli ultimi dieci anni e che si scaricherà per la maggior parte nella riduzione dei livelli di protezione sociale. Esemplificativo è il taglio dei trasferimenti statali, nascosto dietro al meccanismo del tetto di spesa del 2 per cento, con la conseguenza che le Regioni e gli enti locali non avranno altra scelta che quella di tagliare i servizi sociali offerti ai cittadini, riducendosi al ruolo di meri esecutori della volontà omicida del Governo diretta contro lo Stato sociale.

L'impianto complessivo della finanziaria non tiene conto della situazione concreta nella quale il Paese vive. Non deve sfuggire il fatto che attualmente il 70 per cento del Welfare State ricade sui Comuni e che l'impoverimento di ampie fasce della popolazione richiederebbe orientamenti economico-finanziari opposti a quelli messi in atto dal Governo.

Invece, il tetto di spesa, il blocco delle addizionali IRPEF (fino al 2007 per i Comuni), il taglio del 10 per cento alla spesa pubblica per l'anno in corso corrispondono in termini sostanziali a una ulteriore riduzione del benessere collettivo. Un peggioramento progressivo della qualità della vita degli italiani è in atto ormai da anni ed è aggravato dalle recenti leggi finanziarie.

La riduzione dei trasferimenti statali agli enti locali (meno 6 per cento in tre anni) ha costretto questi ultimi a fronteggiare problemi di bilancio che in molti casi hanno trovato soluzione attingendo alle tasche dei cittadini, in primo luogo incrementando le tariffe dei servizi pubblici.

Il Governo, anziché farsi carico dell'attuale situazione, ha inasprito le regole relative al Patto di stabilità interno, includendo in esso le spese per investimento. I limiti posti all'autonomia degli Enti locali rischiano di pregiudicare i pochi margini di sviluppo che era lecito attendersi dopo anni di sacrifici.

Da fonti ISTAT si evince infatti che gli investimenti delle amministrazioni pubbliche sono effettuati per il 59 per cento da Comuni (50 per cento) e Province (9 per cento). Dunque, i tagli disposti non potranno che intaccare anche gli attuali livelli occupazionali, aggravando particolarmente la condizione sociale nel Mezzogiorno.

Non si comprende come sia possibile continuare a penalizzare gli Enti che dal 1999 ad oggi hanno sempre rispettato il Patto di stabilità interno sul quale abbiamo pure delle riserve come partito. Non si comprendono le ragioni per cui la responsabilità di una cattiva gestione delle risorse pubbliche a livello centrale debba essere scaricata su Comuni e Province. Basti un solo dato Istat: nell'ultimo triennio la spesa pubblica centrale è aumentata del 10,7 per cento, quella degli Enti locali dello 0,4 per cento.

Gli asili, il trasporto scolastico e quello urbano, la manutenzione delle strade, dei parchi, delle scuole del corredo urbano costituiscono un patrimonio della collettività, un patrimonio destinato a rapido logoramento se la politica non riuscirà ad invertire il trend regressivo in atto, ed è con questa preoccupazione che gli amministratori locali hanno manifestato venerdì scorso qui a Roma.

E che dire della scuola? A questo Governo non sta minimamente a cuore il futuro del sistema scolastico italiano. Le conseguenze della manovra saranno gravissime eppure non ci stupisce che vengano da un Governo che da tempo conduce le sue politiche sull'istruzione lungo i binari della precarizzazione e del risparmio (ovviamente, solo a discapito della scuola pubblica), tutta la politica del Governo sembra spingere il sistema formativo italiano sul ciglio di un burrone. La finanziaria 2005 non è altro che un'ennesima spinta in quella direzione.

Eppure, il Ministro aveva provato con una penosa campagna mediatica a far credere agli italiani che questa finanziaria non avrebbe toccato la scuola italiana. Vi sono 250.000 insegnati precari e non è prevista nemmeno un'immissione in ruolo. Vi sono drammatici tagli agli organici, tanto che, paradossalmente, scuole nuove di zecca non possono aprire. I posti per i docenti nella scuola diminuiscono di 35.000 unità ed il personale tecnico-amministrativo di 9.600.

A questo si aggiungano le migliaia di posti persi negli ultimi tre anni e si avrà un quadro completo da un lato della disperazione in cui versano migliaia di lavoratici e lavoratori, dall'altro dei gravi disservizi che si creano nelle scuole italiane.

Che fine ha fatto il piano pluriennale per le 15.000 assunzioni promesse? Per quanto queste assunzioni sarebbero briciole di fronte agli oltre 100.000 posti che sarebbe necessario prevedere nella scuola.

Non v'è traccia neanche di un provvedimento che vada verso la stabilizzazione dei contratti. Al contrario, l'unico stanziamento per i servizi scolastici è finalizzato all'espansione del sistema degli appalti di pulizia, dando così continuità alle norme previste nelle precedenti finanziarie, in base alle quali è possibile l'istituzione di nuovi appalti in cambio di un'ulteriore riduzione degli organici dei collaboratori scolastici.

Insomma, la situazione per la scuola è gravissima, e le cose non vanno meglio per l'università: l'incremento del fondo di finanziamento è solo del 2 per cento e con lo sbarramento del 2 per cento sarà impossibile fare assunzioni, mentre la nostra università necessita di nuovi ricercatori nonché di stabilizzare i troppi precari.

Ovviamente, ma ormai sembra scontato per questo Governo, mentre si penalizzano università ed enti pubblici di ricerca, si aumentano i finanziamenti alle università private del 9 per cento!

Siamo di fronte ad una pessima finanziaria che in cambio di una riduzione fiscale che consentirà a lavoratori e lavoratrici della scuola elementare di beneficiare dell'equivalente di un cappuccino in più al giorno, vuole eliminare qualsiasi affidabilità del sistema formativo italiano.

Il rispetto dei parametri di Maastricht e il taglio delle tasse ai ricchi, rappresentano la micidiale tenaglia attraverso la quale avanza una sistematica operazione di scardinamento dei diritti sociali e civili dei cittadini.

Nella proposta del Governo sul fisco rimangono escluse le grandi rendite finanziarie e patrimoniali, che continuano a godere di un trattamento privilegiato. Non si interviene su una delle più macroscopiche distorsioni dell'attuale sistema, quella relativa al fenomeno dell'erosione fiscale, cioè della sottrazione legale dalla base imponibile di redditi che idealmente dovrebbero essere sottoposti a prelievo sulla base dei criteri generali dell'imposta.

Secondo le più attendibili stime, l'erosione dall'IRPEF sfiora il 95 per cento per le rendite finanziarie e l'85 per cento per le rendite fondiarie. Oltre all'erosione, è ben noto che in Italia una fetta rilevante di redditi non è sottoposta a tassazione a seguito di comportamenti fraudolenti derivanti dall'elusione e dall'evasione fiscale. In particolare, le più recenti valutazioni statistiche parlano di una quota di circa il 60 per cento dei redditi da lavoro autonomo e da impresa che illegalmente sfuggono all'IRPEF.

Altro punto rilevante nella proposta del Governo è relativo agli effetti regressivi sulla distribuzione del reddito. La proposta governativa prevede infatti l'eliminazione dell'aliquota massima IRPEF, che oggi è del 45 per cento e la definizione di tre sole aliquote.

I vantaggi della riforma fiscale si concentreranno sui redditi più alti e, in particolare, sullo 0,5 per cento dei contribuenti più ricchi. In questo modo, si annulla di fatto il principio costituzionale della progressività delle imposte che assegna al regime fiscale anche un compito redistributivo di parziale correzione delle disuguaglianze sociali.

È questo l'aspetto più ingiusto della manovra, quello che meglio ne evidenzia i palesi connotati di classe, tanto più in una situazione come quella odierna caratterizzata da un impoverimento crescente della popolazione causato dalla continua perdita di potere d'acquisto dei salari e delle pensioni. La progressività non potrà essere garantita con il cosiddetto contributo etico, che prevede una contribuzione aggiuntiva marginale del 4 per cento per i redditi sopra i 100.000 euro, da confermare o modificare annualmente con la legge finanziaria.

Oltre ad essere del tutto inadeguata dal punto di vista quantitativo a correggere le distorsioni distributive, l'adozione del criterio del "contributo etico" muta alla radice i princìpi stessi dell'ordinamento fiscale. Infatti, la redistribuzione del reddito cesserebbe di essere uno dei criteri e degli obiettivi fondanti sui quali è costruito il sistema fiscale e si tramuterebbe in una misura di pubblica beneficenza, in un aiuto caritatevole, benevolmente concesso allo Stato dai più ricchi per assistere i più poveri.

Dietro l'istituto della progressività fiscale c'era l'idea che il reddito nazionale è il frutto del comune lavoro sociale dell'intera collettività e che la sua distribuzione non possa rispondere a princìpi di equità e di giustizia qualora venga affidata ai puri meccanismi del mercato.

Di qui il dovere e l'obbligo dello Stato di procedere attraverso il fisco ad una parziale correzione nella distribuzione del reddito, per rendere meno grande la differenza esistente tra il contributo da ciascuno fornito alla produzione della ricchezza nazionale e la sua ineguale appropriazione. Da regola, la progressività fiscale, con le proposte del Governo, diventa eccezione.

In realtà i benefìci della riduzione delle tasse sarebbero nulli per i redditi medio-bassi fino a 20.000 euro, cioè per la gran parte dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, insignificanti per quelli medi ed elevatissimi per i redditi alti.

Rifondazione Comunista, insieme alle altre forze di opposizione, ha tentato in questi giorni di smascherare la demagogia di Berlusconi che usa la parola d'ordine del taglio delle tasse per fare un gigantesco regalo ai ricchi e per distruggere lo Stato sociale. E lo abbiamo fatto presentando una proposta alternativa.

In primis, ci siamo preoccupati di ridurre il carico fiscale sui redditi bassi e medi e di ricostruire una effettiva progressività nella curva dell'IRPEF, modulando diversamente le aliquote e gli scaglioni e prevedendo un incremento delle deduzioni al fine di recuperare il drenaggio fiscale degli ultimi anni e di ampliare i minimi imponibili per i lavoratori dipendenti, automi e pensionati.

Il complesso della manovra delle opposizioni costerebbe circa sei miliardi di euro che non verrebbero recuperati attraverso il taglio dello Stato sociale, bensì attraverso l'aumento della tassazione sulla speculazione e sulla rendita finanziaria. La proposta delle opposizioni non determina una riduzione degli introiti dello Stato, ma semplicemente una diversa distribuzione del carico fiscale.

In particolare, è previsto un aumento della tassazione sul rientro dei capitali illegalmente esportati e una unificazione dell'aliquota sulla tassazione delle rendite finanziarie al 20 per cento.

Oltre il 60 per cento dei contribuenti italiani (23,3 milioni di persone su 38,2 milioni di contribuenti) dichiarano redditi inferiori ai 17.500 euro annui. A questa maggioranza di contribuenti con la nostra proposta andrebbe il 66 per cento del risparmio, pari a circa 4 miliardi di euro. Agli stessi contribuenti la proposta del Governo dà solo il 25 per cento del totale, pari a circa 1,5 miliardi di euro. Ovviamente il restante 75 per cento del taglio delle tasse nella proposta del Governo va a favorire il 40 per cento più ricco della popolazione, ed in particolare più della metà del taglio delle tasse va a favorire il quinto più ricco del Paese, quel 20 per cento della popolazione che in questi ultimi vent'anni si è già arricchito moltissimo sulle spalle dei lavoratori e dei pensionati.

Il punto vero, al di là della demagogia sulla riduzione delle tasse, è che la proposta del Governo aumenta le diseguaglianze sociali mentre quella da noi proposta all’attenzione del Paese tenta di ridurle.

Il punto vero, al di là della demagogia, è che siamo di fronte ad una manovra di bilancio che accompagna il declino del Paese, che agisce sul fisco per togliere alle fasce più deboli, per ridurre le tasse alla parte già ricca della popolazione, che molto spesso già non le paga. La nostra proposta dimostra invece che un'altra strada è possibile per ridurre le diseguaglianze e per redistribuire i redditi in modo più equo e allargando la possibilità di accesso alle risorse per i lavoratori, i pensionati e tutte le categorie più deboli della popolazione. (Applausi dai Gruppi Misto-RC e DS-U).

 

 

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713a
SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 15 DICEMBRE 2004

(Antimeridiana)

 

(3223) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2005) (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)

Discussione della questione di fiducia

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, nella discussione generale sulla finanziaria, già il collega Tommaso Sodano ha evidenziato le nostre critiche e le nostre proposte alternative che ora, con l’imposizione del voto di fiducia, ci impedite di sottoporre al voto parlamentare. Ci sono delle novità, da lei annunciate; c’è molto fair play; ci sono i suoi sforzi per limitare i danni, signor Presidente, ma quando si pone la fiducia su una legge così importante, sempre di danni di tratta. Dopo di che, ben vengano le innovazioni regolamentari concordate con l’opposizione.

Approfitto dell’unico spazio concessomi per affrontare alcune conseguenze di questa legge sui lavoratori, di cui pare non molti intendano occuparsi. Credo che l’operazione propagandistica sul taglio delle tasse, signor sottosegretario Vegas, questa volta non pagherà. E non solo perché favorisce i più ricchi e aumenta le imposte per i servizi locali e le imposte indirette, come ben abbiamo potuto verificare con il maxiemendamento, colpendo quindi i cittadini più deboli e più poveri, ma perché avete portato al collasso il sistema produttivo del Paese e volete far pagare ai lavoratori e alle lavoratrici il prezzo del vostro fallimento.

Siete passati dal vento in poppa del Patto per l’Italia, costruito appositamente per dividere il sindacato e i lavoratori, al momento della verifica delle promesse. Avete scontentato tutti. Perché non fate più l’elenco di tutte le associazioni sindacali e imprenditoriali che vi avevano sostenuto solo due anni orsono? Perché le trovereste tutte contro la vostra politica, come già avreste dovuto verificare in occasione dello sciopero generale del 30 novembre. E siccome siete duri d’orecchio, visto che il sottosegretario Sacconi sostiene che non gli ha fatto né caldo né freddo, perché sarebbe stato un fallimento totale, non mancheranno le repliche nelle prossime settimane, a cominciare dal pubblico impiego e dalla scuola, che non hanno le risorse né per un decente rinnovo contrattuale né per la conferma del personale necessario al funzionamento dei servizi.

State teorizzando esplicitamente di far cassa risparmiando su stipendi e salari tra i più bassi d’Europa e sul taglio secco di 75.000 dipendenti, che diventano in realtà 400.000 posti di lavoro in meno in tre anni attraverso il blocco del turn over. È paradossale, ma in fondo non tanto, che la modalità con cui attuate il provvedimento sia persino di significato opposto rispetto alla conclamata esigenza di modernizzazione ed efficienza, perché non intaccate, per scelta, le sacche burocratiche e clientelari, base elettorale non secondaria delle forze di maggioranza, e di alcune in particolare. Neppure intaccate stipendi e prebende da favola dei grandi manager pubblici, rifiutando di prendere in considerazione misure di moralizzazione come quelle da anni avanzate da Rifondazione Comunista, quale quella di introdurre un rapporto massimo di uno a dieci tra stipendi più alti e stipendi più bassi nella pubblica amministrazione.

Anzi, per consulenze nell’ambito del solo Ministero dell’economia, avete speso, signor Sottosegretario - parlo del suo Dicastero - oltre 42 milioni di euro per il solo 2004, una cifra assurda e assolutamente ingiustificata, come denunciano i sindacati. Pensate quindi di cavarvela a buon mercato con alcuni milioni di lavoratori in queste condizioni?

Poi le categorie più precarie, quelle che di anno in anno dipendono da stanziamenti pubblici, come gli oltre 20.000 LSU e le altre migliaia di dipendenti dalle cosiddette società miste, mentre voi coccolate, e lo fate in modo spudorato, solo quelle funzionali alle vostre clientele locali. Posso far riferimento agli interessi elettorali del senatore Schifani?

Avete incontrato i rappresentanti sindacali e avete promesso loro qualche soldo, ma vi opponete esplicitamente ad una stabilizzazione. Così come avete incontrato i rappresentanti dei forestali calabresi e avete dovuto fare promesse sul reperimento di 160 milioni di euro. Così come avete incontrato i rappresentanti del settore agricolo, rinviando di un anno il taglio di 70 milioni di euro per la disoccupazione agricola, che comunque intendete perseguire.

Naturalmente, per coprire una falla da una parte, la aprite altrove ed è sinceramente indecente sostenere che queste coperture temporanee e in extremis non avvengano a scapito di altre tipologie di lavoratori e settori produttivi che, a loro volta, resteranno scoperti, in particolare perché attingono in gran parte dal Fondo nazionale per l’occupazione. Il gioco delle tre carte non è consentito, signor Sottosegretario.

Vengo al punto dolente relativo ai processi di riorganizzazione industriale, che saranno particolarmente accentuati, visto il declino produttivo gravissimo che i dati di questi giorni confermano e, giustamente, drammatizzano.

Non mettete un euro per la proroga degli ammortizzatori per le aziende non coperte dalla legge n. 223 del 1991 che scadono tra pochi giorni: nell’indotto FIAT sono 20.000 solo quelli collegati a Mirafiori e altrettanti quelli legati agli altri stabilimenti che saranno così licenziabili dal 31 dicembre. E intanto lasciate andare alla deriva (ossia in mano alle banche creditrici e ai capricci di General Motors) la più grande impresa italiana che, come ben sapete, dà lavoro direttamente o indirettamente a quasi un milione di persone. Invece di concedere soldi alla FIAT per chiudere stabilimenti, sarebbe ora di acquisirla, senza oneri per lo Stato - se mi posso permettere - perché la collettività l’ha acquistata già parecchie volte!

Inoltre, sono almeno 200.000 i posti immediatamente a rischio per chiusura di impresa o esubero strutturale dichiarato in altri settori. Vi sono poi i processi di riorganizzazione a cui pensate di far fronte trasformando la cassa integrazione straordinaria in mobilità, ossia passando dalla sospensione del lavoro con integrazione salariale al licenziamento. 150 milioni di euro all’anno di tagli, stimava il professor Brunetta nel salotto istituzionale di Bruno Vespa, saranno risparmiabili introducendo la mobilità al posto della cassa integrazione straordinaria. Il provvedimento non è in finanziaria bensì nella delega (atto Senato n. 848-bis), ma i risparmi sono in finanziaria: questo è quello che volete materialmente fare!

Nemmeno la tanto promessa elevazione dell’indennità di disoccupazione al 60 per cento (una misura troppo enfatizzata, perché in realtà sostitutiva di altri ammortizzatori funzionali al rilancio produttivo e alla tenuta dell’occupazione) siete riusciti a concretizzare, nemmeno questo, neanche in questa finanziaria; quante volte avete rinviato il provvedimento!

La riforma degli ammortizzatori fatta a costo zero, che voi state attuando e per come la state surrettiziamente anticipando, significa licenziamenti collettivi di massa nei prossimi mesi: forse non avete idea del fuoco che cova sotto la cenere del mondo del lavoro pubblico e privato, in tutti i settori. Bassi salari, prospettive di lavoro incerte e persino licenziamenti: ho già usato in altri momenti il termine di rivolta sociale, ho l’impressione che qualcosa avverrà e sarebbe assai miope non vedere un’istigazione di questa reazione popolare nelle vostre scelte di politica economica.

Voi state gettando benzina su quel fuoco che cova e certo noi non ci trasformeremo in pompieri, perché siamo con tutti coloro che di questa palese ingiustizia sociale soffrono: lavoratori e lavoratrici, pensionati che non raggiungono il milione al mese promesso (esclusi di fatto nel 75 per cento dei casi), disabili e malati, vittime dell’amianto e di altre patologie, inquilini sfrattati e senza casa, popolazioni del Mezzogiorno senza futuro e così via.

Chiedete la revisione del Patto di stabilità: vi prendiamo in parola, signori del Governo, perché la rigidità dei vincoli strozza l’economia specie in fase di stagnazione. Sarebbe opportuno che i rigoristi a priori fossero più cauti. Scordatevi però di utilizzare i margini che ne derivano per tagliare le tasse ai vostri amici e imporre politiche di privatizzazione e liberalizzazione del mercato del lavoro.

La "direttiva Bolkestein" della Commissione europea che impone la privatizzazione dei servizi sociali e consente l’esportazione dei contratti di lavoro peggiori laddove vi sono contratti migliori: è una vergogna che il nostro Paese non deve ratificare, anzi, di cui deve chiedere l’abolizione. Serve invece una spesa sociale qualificata, un aumento di pensioni e salari e il ripristino del ruolo pubblico in economia. Su questo siamo disposti a raccogliere la sfida del superamento del Patto di stabilità.

L’ennesima fiducia imposta dal Governo fa strame di quello che resta delle prerogative del Parlamento e non merita altre considerazioni.

Rifondazione Comunista avrebbe voluto illustrare le proprie proposte alternative in quest’Aula, insieme a quelle di tutte le opposizioni e a quelle sottoscritte dai senatori dell’area alternativa di sinistra che fa capo all’Associazione Samarcanda: ci viene impedito con la vostra decisione autoritaria. Vi avremmo illustrato un’altra idea di politica economica con la copertura possibile attraverso la detassazione dei salari e la tassazione dei profitti e delle rendite, a partire da quelle speculative.

L’onorevole Tabacci ha quantificato in 750.000 miliardi di vecchie lire all’anno l’evasione fiscale, a cui sommare almeno 80.000 miliardi di evasione contributiva, secondo il ministro Maroni. Che cosa avete fatto per intaccare il paradiso fiscale Italia? Avete assunto almeno 10.000 ispettori per cancellare in parte questa vergogna? No; avete perfino depotenziato la loro attività e i controlli sono stati 150.000 in meno rispetto ad un anno fa, garantendo l’impunità alle imprese che evadono, con la benedizione del Presidente del Consiglio.

Sarà buona cosa se al più presto toglierete il disturbo, facendovi definitivamente da parte. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, DS-U e del senatore Marini).

 

 

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RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 16 DICEMBRE 2004

(Antimeridiana)

 

(3233) Conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, recante disposizioni urgenti in materia fiscale e di finanza pubblica

 

SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, siamo di nuovo al voto di fiducia, questa volta sul disegno di legge finanziaria. Siamo all'ennesimo scippo della democrazia parlamentare.

Le profonde lacerazioni all'interno della coalizione vi costringono ad imporre la fiducia ad una maggioranza di cui non vi fidate e mostrano in modo chiaro il fallimento del progetto del Governo.

La finanziaria che presentate è una delle più gravose degli ultimi dieci anni e avrà ripercussioni pesanti per le fasce più deboli della popolazione. L’ultima stesura fa cadere le ultime illusioni, mostrando chiaramente che si pagherà molto di più per bolli, concessioni e balzelli vari.

La politica del Governo ha condotto il nostro Paese in una situazione di grave crisi economica, con un vertiginoso declino del sistema industriale e produttivo, con una perdita di quote di mercato nel commercio mondiale, e con l'aumento degli squilibri regionali tra Nord e Sud del Paese.

Sul fronte occupazionale abbiamo 200.000 posti di lavoro a rischio nelle industrie, una situazione critica per il destino della FIAT con un milione di lavoratori con il fiato sospeso, un aumento della precarietà, forestali e braccianti agricoli dall'incerto futuro, a cui il Governo aggiunge i tagli nella scuola e nel pubblico impiego per un totale di 400.000 posti in meno in tre anni.

C'è un Paese reale che soffre con una perdita consistente del potere di acquisto di stipendi e pensioni.

C'è un grido d'allarme che viene da milioni di famiglie che non riescono più ad arrivare a fine mese e fasce di popolazione sono spinte verso una condizione di povertà e indigenza: in Italia, signor Ministro, ci sono 2 milioni e mezzo di famiglie povere.

A tutto questo il Governo risponde con l'annuncio del taglio delle tasse per fare un gigantesco regalo ai ricchi e per distruggere lo Stato sociale.

La verità, al di là della propaganda, è che la riduzione fiscale si concentrerà sui redditi più alti, sui contribuenti più ricchi, annullando il principio costituzionale della progressività delle imposte.

La proposta del Governo aumenta le diseguaglianze sociali: toglie alle fasce più deboli per ridurre le tasse alla parte già ricca e opulenta della popolazione.

Le opposizioni hanno smascherato il grande imbroglio ed hanno dimostrato che un'altra strada è possibile e necessaria per ridurre le diseguaglianze e aumentare salari, stipendi e pensioni, e lo si può fare andando a prendere i soldi dagli evasori fiscali (ogni anno ci sono 750.000 miliardi di vecchie lire di evasione fiscale) e tassando le grandi rendite finanziarie e colpendo i capitali detenuti illecitamente all'estero.

Questo Governo va fermato prima che le macerie sociali e morali che produce possano intaccare lo stesso tessuto democratico del nostro Paese.

Rifondazione Comunista vi negherà ovviamente la fiducia, così come faranno i lavoratori, i pensionati e tutti i cittadini onesti del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e DS-U).

 

SENATO DELLA REPUBBLICA
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721a
SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 29 DICEMBRE 2004

 

 

(3233) Conversione in legge del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, recante disposizioni urgenti in materia fiscale e di finanza pubblica

 

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, la discussione di oggi riguarda una problematica specifica e a quella è inevitabile riferirsi. Tuttavia è opportuno ricordare che siamo a qualche giorno dalla fine dell'anno e la legge finanziaria, tra le varie finalità - diciamo pure - eccessive che le vengono attribuite, ha il compito di stanziare risorse relative agli ammortizzatori sociali, in particolare, per le imprese che non beneficiano della legge n. 223 del 1991.

Quest'anno il Fondo nazionale per l'occupazione ha subito uno svuotamento drammatico per coprire falle di bilancio di tutt'altra natura. Sono, così, a rischio migliaia di posti di lavoro che in assenza di adeguate coperture, con cassa integrazione guadagni straordinaria, produrranno altrettanti licenziamenti collettivi.

Nel solo indotto del settore auto sono almeno 40.000 i posti di lavoro in questione. Anche per i lavoratori delle imprese che usufruiscono dei benefici contenuti nella legge n. 223 la situazione non è rosea: ci sono, infatti, coperture solo per pochissimi mesi. Che ne sarà, ad esempio, dei lavoratori della Postalmarket, per citare uno dei casi di cui tante volte abbiamo parlato anche in numerose interrogazioni, dove i sindacati si interrogano sull'esistenza o meno delle risorse necessarie a finanziare gli ammortizzatori che dovrebbero essere previsti? Come la Postalmarket, sono tante le aziende che rischiano di dover fare la guerra per spartirsi quattro spiccioli del tutto insufficienti per le imprese che dovrebbero essere coinvolte.

Anche il caso Alfa Romeo di Arese diventa emblematico. La FIAT ha messo in mobilità 494 lavoratori, ossia ne ha decretato il licenziamento dal 1° gennaio 2005, nonostante gli impegni informali assunti dal Governo a prorogare la cassa integrazione straordinaria in attesa di una ricollocazione già prevista dagli accordi in sede regionale. Se le risorse non sono certe, la FIAT non sospenderà le procedure di licenziamento avviate due mesi fa. Questa è la cruda realtà.

Proprio oggi gli operai di Arese sono in piazza per protestare contro questa situazione che dalla legge di cui stiamo parlando trae le sue drammatiche conseguenze. Per non parlare di tante realtà del Mezzogiorno.

Con un ordine del giorno sottoscritto insieme ad altri colleghi, a partire da realtà industriali in crisi nel Piemonte chiediamo la sospensione delle modalità che bloccano le proroghe della cassa integrazione. Occorre una specifica deroga da parte del Governo che ancora, in questi termini, non abbiamo. Questo è ciò che stanno chiedendo le organizzazioni sindacali tutte.

Ho voluto riferirmi brevemente alla realtà occupazionali a rischio ben sapendo che ce ne sono molte altre che hanno ormai superato la soglia di rischio per un ammontare di almeno 200.000 lavoratori. Tutto ciò - lo ripeto - significa e significherà licenziamenti se non ci sarà, come allo stato attuale non c’è, un adeguato rifinanziamento degli ammortizzatori, senza parlare dell’elevamento dell’indennità di disoccupazione che ancora una volta viene molto visibilmente disatteso.

Dagli emendamenti che avremmo avuto il piacere di accogliere per giustificare la quarta lettura della finanziaria al Senato ben volentieri avremmo voluto qualche segnale nella direzione testé indicata. Ma così non sarà, signor Presidente, e ciò costituisce uno dei numerosi motivi per cui il Gruppo di Rifondazione Comunista - lo anticipo - voterà contro il disegno di legge finanziaria. (Applausi dal Gruppo Misto-RC).