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Discorso d'insediamento del Presidente Luigi Federzoni (28 aprile 1934-2 marzo 1939)


Senato del Regno, tornata del 30 aprile 1934

Presidenza del Presidente Federzoni

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Discorso d'insediamento

Luigi FederzoniPRESIDENTE. La Maestà del Re Si è degnata elevarmi ancora a questo altissimo seggio, con un atto di benevolenza dinnanzi al quale, per mostrarmene degno, so di non poter confidare se non nella chiara coscienza dei miei doveri e in quel concorso disciplinato e cordiale con cui voi, onorevoli Colleghi, voleste costantemente assecondare la mia azione durante la passata legislatura.

Conosco anche per esperienza le responsabilità e le difficoltà dell'ufficio nuovamente assegnatomi, e particolarmente il grave impegno di serbare intatto il prestigio di questa Assemblea, rimasto senza ombre attraverso tanto mutare di tempi, di avvenimenti e di istituti nella vita della Nazione. (Applausi vivissimi). Tale prestigio del senato era integro, perché determinato da una incrollabile fedeltà ai principȋ dell'ordine nazionale e sociale, quando il Fascismo sorse dalle piazze insanguinate per salvare l'Italia dal dissolvimento e darle la forza di rinnovarsi nello spirito e negli ordinamenti e di riprendere una missione attiva nel mondo. Dodici anni di leale e costruttiva collaborazione all'imponente programma attuato dal Regime fascista sotto l'impulso e la guida del suo grande Capo (applausi vivissimi e prolungati) hanno dimostrato la inesauribile vitalità, meglio, la insostituibile funzione storica di questo nostro istituto che, emanazione diretta della Monarchia, espressione del puro retaggio del Risorgimento, ha accettato convinto tutti gli ardimenti politici e legislativi di una nuova più profonda Rivoluzione, incorporandoli nella tradizione di cui il Senato è custode per il presidio stesso della propria continuità. (Applausi vivissimi).

Il Senato ha fatto e proseguirà a far questo, accompagnando sempre con illimitata fiducia l'opera titanica del duce lungo il cammino ascendente indicato ieri l'altro dalla parola augusta del Sovrano, e sapendo non potersi trovare modo migliore di servire la causa della Patria, che ormai tutti gli Italiani pensano essere una sola inscindibile cosa con quella della Rivoluzione fascista. Anche per la nostra Assemblea il Fascismo è ferrea disciplina nello Stato, ma, più ancora, animosa concordia che abbraccia tutto un popolo, capace di affrontare le prove più aspre, perché le sue energie morali e produttive sono potenziate e condotte dalla fede, dalla mente e dalla volontà di Benito Mussolini. (Applausi vivissimi).

Noi consideriamo, non con invidia, bensì con gioia e ammirazione i giovani, i quali si affacciano ai nuovi cimenti che l'avvenire riserberà a loro e all'Italia, ed escono ora alle prime avvisaglie della vita da un ambiente spirituale purificato e rasserenato dal Fascismo, felicemente ignari dunque delle amare e tristi lotte che pur non bastarono a stancare, nella lunga vigilia, la nostra passione. Molto speriamo nelle loro fresche e incorrotte forze, che il Regime raccoglie, perfeziona e indirizza ai fini della grandezza italiana; ma crediamo che il loro nativo totale attaccamento all'Italia nuova, di cui sono figli, non possa essere più schietto né più compiuto di questa nostra irrevocabile dedizione al Fascismo, dedizione che ha rappresentato per noi anziani la faticosa e contrastata conquista di una certezza vitale, dopo che avemmo per anni e anni patito il dolore di vedere la Nazione priva di un comando sicuro, dilaniata dalle fazioni, inconsapevole delle proprie sorti. Noi, più di tutti, avendo sofferto e lottato, conosciamo l'immenso valore del bene raggiunto, e ci proponiamo contribuire, per quanto starà in noi, a far sì che i risultati ottenuti siano per essere consolidati e organicamente sviluppati nell'armonico riassetto della struttura dello Stato. (Applausi vivissimi).

Onorevoli Colleghi!

Da oggi, in quest'aula, stanno davanti a voi più perenni del bronzo in cui sono scolpite, le parole pronunziate dal Padre della Patria inaugurando la prima volta i lavori del Parlamento Nazionale in Roma: "L'Italia è restituita a se stessa e a Roma. Qui, dove noi riconosciamo la patria dei nostri pensieri, ogni cosa ci parla di grandezza, ma nel tempo stesso ogni cosa ci ricorda i nostri doveri".

Parole illuminatrici di monito e di presagio. Alla Persona Augusta di Colui che raccolse il monito e adempì il presagio (i senatori in piedi applaudono vivamente) e che, compiendo l'opera intrapresa dal Grande Avo, ha gloriosamente attuato con la guerra e nella pace l'unità politica e spirituale della Nazione, alziamo il grido che esprime la nostra fede e la nostra promessa: Viva il Re! (Applausi vivissimi e prolungati. I senatori in piedi gridano: Viva il Re!

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