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Discorso d'insediamento del Presidente Tommaso Tittoni (11 giugno 1921-10 dicembre 1923)


Senato del Regno, tornata del 15 giugno 1921

Presidenza del vicePresidente Colonna Fabrizio

e poi del Presidente Tittoni Tommaso

[...]

(S. E. il presidente Tittoni sale al banco della Presidenza, riceve il rituale abbraccio dal senatore Colonna Fabrizio, fra applausi vivissimi dei senatori e dei ministri, poi pronunzia il seguente discorso):

Tommaso TittoniPRESIDENTE. (Vivi segni di attenzione).

Carissimi colleghi! Mai nelle tante vicissitudini della mia vita mi sono sentito profondamente commosso come oggi nell'ascendere questo alto seggio. Mai, nemmeno quando la prima volta mi conferiste il mandato di presiedervi, per quale non pochi tra voi avrebbero potuto vantare titoli maggiori dei miei. La conferma della vostra fiducia dopo che avete potuto giudicare l'opera mia, è per me argomento di legittimo orgoglio, anche più della fiducia che mi manifestaste quando non avevate la certezza, ma soltanto la speranza, che io corrispondessi alla vostra aspettazione.

Che cosa voi attendevate da me? Che cooperassi con voi ad attuare quello che era ardente e supremo desiderio vostro: instaurare in tutta la sua integrità ed in tutta la sua importanza l'alta funzione politica che al Senato assegna la nostra Carta costituzionale. (Benissimo).

Ebbene, obbediente ai vostri voleri, ho consacrato a questo nobilissimo intento tutto me stesso, tutto lo zelo, tutta l'attività, tutta la passione di cui sono capace. La vita del Senato io la vivo intensamente attingendo ispirazione e norma al quotidiano contatto con i miei colleghi; la rinnovata energia del Senato mi fa sentire un ringiovanimento spirituale; dal prestigio grandissimo che il Senato ha acquistato nel Pese, il quale ad esso rivolge deferente e fiducioso lo sguardo, traggo ragione di conforto nelle dubbiezze del fortunoso periodo che attraversiamo; (bene) e l'animo mio è compreso di viva e schietta letizia ogni volta che il Senato si illustra con discussioni degne del suo augusto carattere.

Voi ricorderete che in passato io fui tra coloro i quali, ritenendo doversi a qualunque costo ridonare maggior vitalità al Senato, ne ricercarono la fonte in proposte di riforme della sua costituzione delle quali si fecero iniziatori. Orbene, senza venir meno a convenzioni altra volta manifestate e senza impegnare il mio giudizio circa una opportunità o necessità di riforme che potrebbe sorgere in avvenire, devo riconoscere che, nell'ora presente, il Senato, mettendo in valore quei preziosi elementi di esperienza, di competenza e di patriottismo di cui fu sempre largamente dotato, ha, pur conservando le sue tradizioni e la sua fisionomia costituzionale, attuata una vera e radicale riforma interna meglio e più sicuramente forse di quel che avrebbe potuto fare mediante una grande riforma statutaria. (Vivi applausi).

Una riforma puramente formale che ha portato i suoi frutti è stata quella che affidando al Senato la designazione del Presidente e dei Vice-presidenti, lo ha tolto, non già da una dipendenza dal potere esecutivo che non è mai esistita, ma da un'apparenza di dipendenza che mal si addiceva alla sua dignità. Ed al Sovrano, che volentieri accolse l'iniziativa del suo governo, salutata dal generale compiacimento del Senato, di limitare la sua prerogativa, noi possiamo dire quel che il Senato romano diceva all'Imperatore Traiano: "Noi ti ringraziamo e ti lodiamo per aver elevato al Consolato quelli che noi ti abbiamo indicati e secondo l'ordine col quale li abbiamo indicati". (Benissimo).

Nessun sovrano meglio e più del Re d'Italia ha secondato l'evoluzione politica e sociale del suo popolo. Pertanto, lasciando che coloro cui talenta si trastullino dissertando sui pregi teorici delle monarchie e delle repubbliche, noi che viviamo nella realtà di questi tempi procellosi, ricordiamo e riaffermiamo che la Monarchia di Savoia che già iniziò e condusse a compimento l'indipendenza d'Italia è oggi la garanzia più sicura della sua unità, l'elemento più saldo della concordia nazionale. (Vivi e prolungati applausi; i senatori e i ministri si alzano; grida ripetute di: Viva il RE, viva Savoja! - Si associano anche le tribune).

L'alta parola del Sovrano ci ha invitati a collaborare alla restaurazione finanziaria ed alla ricostituzione economica del Paese ed al rinvigorimento dell'autorità e del prestigio dello Stato. Graditissimo ci giunge tale invito poiché l'una e l'altra cosa furono costantemente in cima ai pensieri del Senato che in più occasioni ne proclamò la necessità e l'urgenza.

La restaurazione finanziaria, indispensabile condizione della restaurazione economica che ad essa intimamente è collegata, si impernia nell'equilibrio del bilancio che solo permetterà la consolidazione dei debiti e l'arresto definitivo nell'aumento della circolazione cartacea la cui inflazione è una delle calamità maggiori che possono piombare sull'economia di un paese. E verità elementare che il bilancio non può equilibrarsi che mediante imposte e riduzioni di spese.

Noi abbiamo ricorso largamente alle imposte, ma abbiamo troppo negletto le economie.

Assillati dalla necessità, Stato, Provincie e Comuni hanno notevolmente aggravato i tributi esistenti. Altri nuovi sono stati creati con aliquote elevate, con progressioni esagerate le quali inaspriscono le sperequazioni, sottraggono all'agricoltura ed all'industria parte del capitale circolante necessario, e rendono ben arduo a molti cittadini l'equilibrio del bilancio domestico (Benissimo).

E' stato un sacrificio necessario che il Parlamento unanime ha consentito ed al quale il contribuente italiano, come in altri momenti difficili della nostra storia finanziaria, si è sottoposto volenteroso per la salvezza della Patria. Ma oggi egli ha diritto di affermare che ulteriori suoi sacrifici non sono possibili e che il danaro che fornisce al pubblico erario deve avere utile e parsimonioso impiego. (Approvazioni).

All'estero, contrariamente alla verità, qualche voce non contraddetta è sorta, anche in taluni Parlamenti, ad affermare che l'Italia non ebbe tutto il coraggio di cui dettero prova altri Stati ricorrendo alle imposte più dure. Così la denigrazione, che annebbiò già il giusto apprezzamento dei sacrifici e delle perdite di uomini e danaro sopportati da noi per la guerra, ha continuato ad esplicarsi a nostro danno dopo conseguita la pace (Vive approvazioni).

L'erroneo giudizio circa il gravame dei nostri tributi è stato accreditato all'estero da statistiche provenienti da fonti autorevoli, largamente diffuse, riprodotte da molti giornali, nelle quali il confronto tra le imposte dei diversi Stati è fatto sulla base della tassazione media per individuo dopo aver ridotto le cifre assolute delle imposte in dollari o sterline e non già alla pari ma al tasso del cambio in corso. Non v'ha chi non veda l'insidia e la fallacia di tale calcolo che fa figurare il cambio come uno sgravio delle imposte che noi paghiamo all'interno, mentre invece esso è un vero e proprio supplemento d'imposta che noi paghiamo all'estero. (Benissimo).

Mi sarebbe facile proseguire e completare la confutazione di sì stravagante paradosso, ma quanto ho detto basta per darmi il diritto di elevare una voce di protesta a conforto della quale citerò una sola cifra. Le imposte erariali, provinciali e comunali daranno nel 1920-21 un gettito di ben 11 miliardi e nel 1921-22 raggiungeranno certamente la ingente cifra di 14 miliardi di fronte alla quale si spunta ogni critica maligna.

E' ben lontano l'anno in cui il bilancio francese raggiunse per la prima volta il miliardo e Thiers esclamò profeticamente: "Signori deputati, salutate questo miliardo, voi non lo rivedrete mai più!".

Ma se gli stranieri ci rimproverano a torto di aver applicato con troppa mitezza le imposte dobbiamo riconoscere che è difficile confutarli quando osservano che non abbiano saputo realizzare apprezzabili economie.

In Inghilterra il bilancio del 1921 segna su quello del 1918 un'economia di un miliardo e mezzo di sterline.

In Francia la Camera dei Deputati ha recentemente introdotto nel bilancio economie per un miliardo e 400 milioni di franchi ed il Senato per altri 600 milioni di franchi.

In Italia non è stata ancora ripresa la discussione normale dei bilanci da troppo tempo abbandonata e quindi il Parlamento non ha potuto prendere l'iniziativa di economie come in Francia. Ma è dubbio che nella passata legislatura, anche discutendo i bilanci, avrebbe avuto questa difficile virtù che il contribuente imperiosamente reclama, poiché non solo non ha mai ridotto gli stanziamenti della spesa dei disegni di legge che gli furono presentati, ma al contrario li ha sovente aumentati.

E' pertanto indispensabile che nel Parlamento alla tendenza troppo proclive alle spese subentri quella della più rigida parsimonia (Bene). E' indispensabile opporsi a tutte le spese non necessarie o, se anche necessarie, prorogabili per qualche tempo senza danno. Soprattutto due vie possono condurre a realizzare economie notevoli, riprendendo quelle storiche tradizioni che più volte salvarono il bilancio italiano.

La prima è l'abbandono del socialismo di Stato che dello Stato durante la guerra ha moltiplicato all'infinito le attribuzioni e gli organi (benissimo) e che se durante la guerra trovò più volte la sua giustificazione nelle necessità imprescindibili della difesa nazionale, durante la pace si è rivelato pretesto a sperperi, fonte di abusi e tentativo vano di dominare o divergere la naturale esplicazione delle leggi economiche delle quali i più sottili avvedimenti non hanno potuto arrestare il cammino. (Applausi).

La seconda via è la riduzione della pletora burocratica che quel sistema ci ha lasciato quale onerosa eredità.

Il funzionarismo è un fenomeno dei tempi moderni e soprattutto dei grandi rivolgimenti dei tempi moderni. Le rivoluzioni e le guerre hanno favorito l'aumento anormale dei pubblici funzionari, ma è singolare come anche terminate rivoluzioni e guerre la tendenza all'aumento non sia scemata.

Io chiedo il permesso ai colleghi di leggere un brevissimo documento della fine della rivoluzione francese, riprodotto nelle note opere de Goncourt, che parmi possa prestarsi ad interessanti confronti. Esso suona così: "La rivoluzione, centuplicando i congegni amministrativi, ha fatto pullulare dappertutto i funzionari.

"Gli uffici si moltiplicano all'infinito ed alimentano veri eserciti d'impiegati.

"Al Comitato di legislazione 117 commessi compiono svogliatamente e male il lavoro che da principio cinque commessi compievano bene e con diligenza. (Commenti). Al Ministero della guerra dove Louvois aveva due soli capi d'ufficio oggi ce ne sono 72 ciascuno dei quali ha ai suoi ordini frotte d'impiegati.

"Gli abusi sono incredibili, la complicazione degli ingranaggi e dei controlli passa i limiti dell'immaginazione ed i controlli sono resi vani dalla stessa loro complicazione."

Alla finanza italiana s'impone oggi il dilemma: o semplificare la burocrazia o perire. E' superfluo dire che tale semplificazione dovrebbe estendersi alle aziende ferroviaria e postelegrafica le quali dovrebbero essere considerate con criteri industriali e quindi provvedere a sé stesse, senza gravare il bilancio dello Stato al quale in altri tempo davano apprezzabile contributo.

Ma qui mi arresto perché se pretendessi accennare soltanto ai problemi finanziari ed economici più incalzanti, il mio discorso prenderebbe proporzioni eccessive e voi avreste ragione di dolervene.

Non discorrerò quindi del fenomeno inquietante e minaccioso del costo dei generi necessari alla vita che da noi non segue la attenuazione di altri paesi e che oggi non è più come in passato proporzionato alla ragione dei cambi, delle spese di trasporto e del costo delle materie prime, ma supera di gran lunga tale proporzione, ciò che dimostra che esso è conseguenza di accaparramento e di speculazione.

Non v'ha dubbio che allo diminuzione dei prezzi dovrà giungersi per forza naturale di cose, ma è interesse di tutti che la discesa cominci subito gradatamente e non avvenga più tardi nella forma di un improvviso crollo. Né discorrerò della crisi dalla quale, avvenendo il subitaneo crollo, è minacciata la produzione industriale ed agricola per la mancanza di un rapporto non dirò proporzionale, ma nemmeno approssimativamente tale, tra i salari e gli stipendi da un lato ed i prezzi dei prodotti dall'altro (Benissimo).

Non devo e non ho avuto l'intenzione di enunciare un programma ma soltanto di prospettarvi i temi che saranno argomento delle nostre discussioni.

Dissi già che ci è stato rivolto l'invito di collaborare ad affermare il prestigio e l'autorità dello Stato.

Il prestigio e l'autorità dello Stato! Ma questa è condizione essenziale della civile convivenza, senza la quale il progresso è un mito ed una vana parvenza la libertà, ed è doloroso che questa elementare verità non sia universalmente ammessa, che si debba ancora discuterne, e che vi sia chi la contesti. (Benissimo).

Tucidide scriveva che le calamità della guerra del Peloponneso avevano indurito i cuori degli Ateniesi ai mali domestici, ed invece li avevano fatti più teneri e solleciti di quelli della patria.

In Italia sembra invece manifestarsi un fenomeno contrario: sembra quasi che gli animi di non pochi stanchi dello sforzo e del sacrificio fatto pel trionfo dei supremi interessi della patria si abbandonino ora ad un freddo egoismo; egoismo individuale ed egoismo di classi, che è peggiore ancora dell'egoismo individuale, e che esplicandosi nelle forme della minaccia e della violenza contro lo Stato condurrebbe, ove dovesse prevalere, al dissolvimento della compagine sociale. (Applausi).

Lo Stato deve tener conto delle grandi correnti della pubblica opinione ma non già dei capricci delle minoranze faziose, deve far eseguire e rispettare le leggi contro chiunque e da chiunque, deve far funzionare a qualunque costo i pubblici servizi, deve essere il rigido custode dell'ordine pubblico che è prima ed elementare garanzia della libertà dei cittadini in tutti i paese e sotto tutti i regimi. (Approvazioni).

Vuol forse ciò significare che noi dobbiamo rimanere indifferenti alle aspirazioni delle masse popolari, degli operai, dei contadini; o che dobbiamo esser sordi alle giuste richieste di altre classi di cittadini; o che dobbiamo essere ostili alle riforme ed alle innovazioni delle quali si rivela la necessità?

No, certamente, poiché ciò vorrebbe dire opporsi al progresso umano. Noi siamo uomini politici. Ora politica non vuol dire immobilità, ma vuol dire evoluzione e trasformazione. Ma gli uomini di governo in tempi irrequieti e tumultuosi devono possedere l'arte che ha illustrato nella storia i grandi reggitori di popoli, l'arte cioè di concedere in tempo, spontaneamente, e non già tardi, di mala voglia e sotto la pressione di minacce, ciò che è giusto e necessario concedere. Al tempo stesso devono difendere fermamente, energicamente, inflessibilmente tutto ciò che deve essere mantenuto nel supremo interesse tanto della giustizia quanto dell'integrità dello Stato. (Benissimo).

L'Italia non può veramente risorgere che in un ambiente di ordine, di pace, di tranquillità, di lavoro.

Deve quindi chiudersi l'èra infausta delle violenze che, occorre porre bene in rilievo, ebbe inizio al principio dello scorso anno quando, in alcune provincie, all'autorità dello Stato si sostituì, con grande iattura dell'onore nazionale, la tirannia rossa germogliata come una messe malefica nella sacra terra d'Italia che nel mondo intero era stata proclamata generatrice delle civiltà. (Applausi).

Carissimo colleghi!

Nel rivolgermi a voi non ho potuto tenermi nelle linee indeterminate di un discorso d'occasione. Ciò è talmente contrario al mio temperamento che anche volendolo non avrei saputo farlo.

Spero che ciò che ho detto vi troverà consenzienti con me, ma se anche alcuni di voi dovessero in tutto o in parte dissentire, son certo che vorranno essere indulgenti meco considerando che non è già il suono delle parole, ma è al contrario il movimento ed il cozzo delle idee quello che conferisce importanza e prestigio alle assemblee politiche. (Benissimo).

La Camera dei deputati ha accolto per la prima volta nel suo seno, - memorabile evento! - i rappresentanti delle regioni italiane che la guerra ha ricongiunto alla Patria. Noi che avemmo la ventura di precederla in questo insigne onore (Bene), ci auguriamo che essi possano salutare questa Italia che finalmente ha conseguito il confine fatidico del Quarnaro e dell'Alpe che serra Lamagna sopra Tiralli quali essi la sognarono, quale la sognarono i loro precursori, i pensatori ed i martiri che ne prepararono ed iniziarono l'unità e l'indipendenza e gli eroici morti della nostra grande guerra che ne suggellarono il compimento col loro sangue: (applausi vivissimi) - un'Italia cioè non divisa, non dilaniata da fazioni parricide, non contaminata da asiatica barbarie, ma una Italia unita, concorde, prospera, degna e gloriosa erede dell'antica civiltà latina! (I senatori ed i ministri si alzano ed applaudono fragorosamente e ripetutamente; agli applausi si uniscono anche le tribune).

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