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Discorso d'insediamento del Presidente Giuseppe Manfredi (27 novembre 1913-6 novembre 1918)


Senato del Regno, tornata del 29 novembre 1913

Presidenza del Presidente Manfredi

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Discorso del Presidente

Giuseppe ManfrediPRESIDENTE. (Si alza ed insieme con lui si alzano i ministri e tutti i senatori; pronuncia il seguente discorso).

Onorevoli colleghi!

Dalla Maestà del Re mi è ridonato l'insigne onore di questo seggio; e, se al volere sovrano si aggiunge anche questa volta, colleghi amatissimi, la buona vostra accoglienza, nulla di più ambito mi rimane a conseguire nello scorcio della mia vita (Bene). A me, cui fu dato negli anni giovanili di menare qualche colpo ad infrangere le catene, che avvincevano la patria, non ha maggior contento, che di potere nella canizie servire l'Italia fatta grande nella libertà. (Applausi vivissimi). E perciò, volgendo il mio grato omaggio al Trono, invoco da Voi, che mi continuiate quella benevolenza, che mi ha portato conforto nel passato e soccorso a tener salva la dignità del Senato nell'adempimento del mio dovere. (Bene).

La precedente legislatura, durante la quale l'Italia è progredita ad incrementi interni, ed ha acquistato di fuori potenza, si chiuse con grande lode del notevole suo operato. La presente si è inaugurata con l'annunzio di nuovi gravi problemi da sottoporsi alle deliberazioni del Parlamento.

Si prospetta la necessità di riforme d'essenza civile ed economica; di provvidenze conferenti alla ricchezza nazionale, al fruttificare della conquista libica, alla difesa militare dello Stato senza scapito dell'erario, al complemento della legislazione sociale ed alla elevazione delle classi popolari, che l'esteso suffragio ha ammesse alla vita politica con influsso nella Camera elettiva.

Il Senato, fermo ai suoi principii, sarà sollecito d'ogni proposta, sentendo sempre più l'importare del suo ufficio costituzionale. (Vive approvazioni).

A tutte le aspirazioni è concesso il più ampio manifestarsi sottola liberale Monarchia che ci regge; a niuna mancherà lo studio nostro. Fedeli custodi delle istituzioni, sono pur nostre le più alte idealità di eguaglianza e di giustizia sociale. (Benissimo).

Il Senato italiano per sua origine è seguace delle tradizioni del Senato subalpino che collaborò a tutte le riforme del decennio che precedette la guerra dell'indipendenza, e fra i suoi contò chiari propugnatori de' progressi civili ed economici e non timidi rivendicatori dei diritti della sovranità dello Stato nei conflitti d'allora con la Chiesa. ( Applausi).

Con il medesimo spirito, vivo tenuto da Torino a Roma, intraprendiamo i nostro lavori; bene augurando della crescente vita del Regno, mercé la virtù della Dinastia e del popolo, la saggezza del Governo e quella guardia della patria, che sono l'esercito e l'armata. (Vive approvazioni).

Siate assidui, o colleghi; il giuramento che avete prestato, è di esercitare le vostre funzioni per il bene del Re e della patria.

Viva il Re! (Vivi e prolungati applausi; e grida di viva il Re!)

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