Sei in: Home »  Sito storico » Senato del Regno (1848-1946) » Senato del Regno: discorsi di insediamento dei Presidenti » XXII Legislatura » Discorso d'insediamento del Presidente Giuseppe Manfredi (20 marzo 1908-8 febbraio 1909)

Parlamento

Senato del Regno

Archivi e repertori

Governo

Discorso d'insediamento del Presidente Giuseppe Manfredi (20 marzo 1908-8 febbraio 1909)


Senato del Regno, tornata del 31 marzo 1908

Presidenza del Presidente Manfredi

[...]

Discorso del Presidente

Giuseppe ManfrediPRESIDENTE. (Si alza e con lui si alzano i ministri ed i senatori). Onorevoli colleghi,

Il rammarico, che contristò ciascuno di noi, allorché cagione di salute costrinse a lasciare questo seggio l'uomo venerato ed amato, che vi sedeva da oltre un triennio, si ridesta in me nel presentarmi suo successore; ed il mio primo pensiero è di mandare il saluto, che sarà nel cuore di tutti voi, saluto riverente ed affettuoso, a Tancredi Canonico; rinnovando il voto, espressogli nell'amaro commiato, di lunga conservazione e del ritorno fra noi.

A questo alto seggio io salgo ossequente al volere del Re; qual milite del dovere nel campo civile al posto affidatogli; ove dedicare le facoltà e le forze, finché durano, alla pubblica cosa. La scelta mi onora più del mio merito; e tanto l'onore è grande, quanto grave ed arduo il carico di sedere a capo di Assemblea così cospicua e dirigerne le deliberazioni. Non da altro un tale onore io riconosco derivatomi, che da quella estimazione, onde voi onorevoli colleghi, mi avete circondato; dalla quale mi è provenuta la considerazione del Governo di Sua Maestà. Per la qual cosa, volgendo l'animo grato al Re ed ai Consiglieri della Corona, ringrazio voi con tutto l'animo della vostra benevolenza e delle preziose prove, che me ne avete offerte.

Per non paventare del cimento, cui mi incammino, debbo obliare me stesso; guardarmi dal misurare il mio valore a quello degli esimii Presidenti, che si successero, costituito il Regno, e dei celebri pure, che il seggio illustrarono nel Senato delle antiche Provincie: sperare virtù dalla devozione al Re, dall'amore alle istituzioni, dalla fiducia che, voi, amati colleghi, mi continuerete quella indulgenza, che già mi è valsa a tanto.

L'amor di patria portentoso, che crea gli eroi; l'amor di patria, che negli anni giovanili mi diede l'ardire del cospirare per la libertà e mi rese impavido ai pericoli; l'amor di patria, che in me, inesperto di governo, generò audacia in luogo di scienza a regger provincie in ora suprema, satellite modesto dei maggiori astri del risorgimento nazionale; lo stesso amor di patria nella canizie mi incoraggi e sostenga a non indegnamente qui stare sopra tanta ricchezza di civile sapienza e di nomi notabili e chiari; cosicché non avvenga mai che, per mia deficienza, la dignità ed autorità del Senato decada o scapiti.

Penso ai nostri fasti. Antenato del Senato italiano, il subalpino ebbe i natali allo spiegarsi della tricolore bandiera, festante dello Statuto concesso con lealtà di Re, con affetto di padre. All'era di riscossa le deliberazioni sue proclamò quel Senato non miranti che alla potenza della Corona, alla libertà del popolo, alla grandezza e fortuna d'Italia. E la costituzione del nuovo Regno ebbe nel Senato italiano, come aveva pronunciato Cesare Alfieri nel prenderne la presidenza, organo rispettato e degno. Gl'illustri, che vi sedevano, ei soggiungeva, animati da civile patriottismo e da provate virtù cittadine, avrebbero avuto largo campo ad acquistare giuste benemerenze verso la comune patria. E così fu; e Federico Sclopis l'anno dopo segnalava i più savi ed avveduti provvedimenti con profondo senno e con franco operato da virtù del Senato diretti a tutto quello che di vero e solido, di duraturo interesse fosse della comune patria.

Tanto lustro in cui il Senato ha saputo mantenersi, è in nostra custodia; siamone gelosi. Le tradizioni insigni mi terrò innanzi nell'adempimento del mio ufficio; farò tesoro degli ammaestramenti dei predecessori; porrò studio al migliore andamento dei nostro lavori con la più esatta osservanza dei regolamenti; non è in voi difetto di operosità e diligenza.

Dello zelo e fervore al dovere, della perseveranza all'opera, dell'abnegazione sotto i lunghi disagi, ha il Senato testé dato prova ammirabile in una penosa sua funzione. Ne ha avuto merito, ne ha riscosso plauso. Le stesse virtù saranno sempre vive in voi nel dare il più valido concorso a tutte le funzioni costituzionali.

Questo corpo conservatore delle libere istituzioni e dei fondamenti dello Stato, sarà sempre animato dalla fede incrollabile nella monarchia che accoppia principato a libertà; e con questa fede qui regnerà ognora l'affetto a quella Casa gloriosa, nel cui nome l'Italia risorse, e la cui sorte è un tutt'uno con la salute della patria, con il bene del popolo, con la guardia della libertà e dell'indipendenza, acquistate, dopo secoli di servaggio, a prezzo di martirio e di sangue, da quel genio italico che niuna tirannide, né interna né straniera, valse mai a spegnere né ad incatenare.

Ripigliamo l'opera nostra, egregi colleghi, non mai scordando di risalire ai principii onde si formò lo Stato.

In alto i cuoi, Viva il Re!

(Applausi unanimi e prolungati e grida di Viva il Re!)

[...]