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Discorso d'insediamento del Presidente Settimo Ruggero 1a Sessione (18 febbraio 1861-21 maggio 1863)


Senato del Regno, tornata del 19 febbraio 1861

Presidenza del Vice-Presidente Sclopis

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PRESIDENTE. Signori Senatori, colleghi onorandi.

Il giusto desiderio, la viva aspettazione che era in noi di udire in questo giorno una voce assai più della mia autorevole e gradita inaugurare la serie dei nostri lavori, non poterono essere soddisfatti. Non per anco ci è dato di vedere a capo del Senato l'illustre Senatore Ruggiero Settimo de' Principi di Fitalia, che a buon diritto si annovera tra le più pure e più accette glorie del risorgimento italiano.

Ma la speranza a voi tutti, onorandi colleghi, ed a me singolarmente sorride che avremo la sorte di mirarlo in questo seggio, cui la volontà del Re sulla proposta del suo Governo lo destinava, e che allora soltanto potrà dirsi occupato in modo degno di questa nobilissima Assemblea, e conforme a ciò che la gravità delle vostre deliberazioni ricerca.

Io intanto, che debbo ad una scelta eccedente ogni mio merito, l'onorevolissimo ma per me troppo arduo incarico di tenere temporariamente le veci di chi non sarei mai in grado di rappresentare, io sento, più ancora che il debito, la necessità di chiedere la vostra indulgenza, d'invocare l'appoggio della vostra fiducia, d'implorare particolarmente la benevola cooperazione de' miei colleghi nella Vice-Presidenza.

Sorreggetemi voi dunque, Signori, io ve ne prego, nel difficile cammino che imprendo, e rendetemi capace di corrispondere a quanto voi avete ragione di domandarmi. Così l'adempimento dell'ufficio temporaneo che mi è commesso, sarà anche opera vostra, per la quale anticipatamente vi tributo le più sincere grazie.

Io non potrei anzitutto tralasciare di farmi interprete dei sentimenti, che so essere comuni a noi tutti, di riverenza verso il Senatore marchese Cesare Alfieri, che per il corso delle cinque ultime sessioni coprì così egregiamente la carica di nostro Presidente. E ricordando quel fine e sicuro criterio, quel tranquillo e costante decoro, quella perfetta cognizione degli ordini costituzionali che in esso ammirammo, mi conforta il pensare che l'autorità morale di lui non sarà per venirci meno nelle nostre più importanti discussioni.

Altro gratissimo dovere m'incombe quale è quello di fare le più rispettose, oneste e liete accoglienze a quei personaggi che ora per la prima volta vengono a far parte di questo Consesso; colleghi nuovi, ed amici antichi, se così m'è lecito chiamarli, giunti a partecipare nelle nostre cure e nelle nostre sollecitudini in questi prodigiosi momenti in cui si trovano le sorti italiane.

E veramente l'animo nostro è commosso, e direi quasi soprafatto, dalla solennità del giorno di ieri, maraviglioso avvenimento per cui si compie un gran destino e un gran destino incomincia, per cui al cospetto d'Europa si atteggia in maestà di regina l'Italia.

Ma appunto poiché ci si aprono più vasti orizzonti, noi dobbiamo andare incontro all'avvenire cauti, prudenti ed animosi.

Il Senato, nel quale sì gran copia s'accogli di sapienza civile, avrà largo campo ove impiegarla.

A' sensi del più fermo patriottismo, alla schietta intelligenza de' tempi, esso aggiungerà il tesoro dell'esperienza.

"Osservate", ne lasciò scritto Francesco Guicciardini "osservate le cose de' tempi passati, perché fanno lume alle future; però ognuno non le conosce ma solo chi è savio, e le considera diligentemente."

E voi, o Signori, da que' savi ed avveduti che siete, provvederete con profondo senno e con franco operato a tutto quello che è di vero, di solido, di duraturo interesse della nostra comune patria, e guardando al giudizio che ne dovranno portare i posteri, farete in guisa che i vostri atti sien sempre degni della gran causa nazionale che siamo chiamati a sostenere e a difendere, e dell'epoca di cui non v'ha la pari o la simile nella storia italiana, e che i nostri nipoti intitoleranno dagli augusti nomi di Carlo Alberto e di Vittorio Emanuele II. (Applausi)

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