Il Presidente: Discorsi

In ricordo di Giovanni Falcone

26 Maggio 2009

Il 23 maggio 1992, una strage mafiosa annullava la vita di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Vito Schifani, di Rocco Di Cillo, di Antonio Montinaro.
Uomini dello Stato uccisi per avere operato, con coraggio, capacità, grande senso di responsabilità, in una terra difficile, quella siciliana, dove fare soltanto il proprio dovere assume una connotazione di rischio.
Giovanni Falcone era un magistrato di altissime doti e di eccezionale intuito investigativo.
Egli aveva prima di tanti altri compreso che soltanto il contrasto efficace e concreto alla mafia avrebbe potuto contribuire alla rinascita complessiva della sua terra.

Per questo, fin dall'inizio della sua esperienza di magistrato a Trapani e successivamente a Palermo, aveva dedicato interamente la sua vita professionale a comprendere il fenomeno mafioso, nella piena consapevolezza che soltanto una profonda conoscenza dei meccanismi di questa organizzazione criminale, avrebbe potuto contribuire a scardinarla dall'interno.
E da giudice istruttore aveva avuto la grande intuizione che soltanto lavorando in sinergia e coordinamento con gli altri giudici che si occupavano di indagini sulla mafia, si sarebbe potuto realizzare quel modello veramente efficace per contrastare un'organizzazione verticistica, gerarchica, unitaria, che operava nelle scelte decisive con coesione e comunione di intenti.
Così era nato il pool antimafia, scelta rivelatasi da subito vincente allorché, il primo grande collaboratore di giustizia, Tommaso Buscetta, aveva chiesto di parlare proprio con Giovanni Falcone ed aveva disvelato i meccanismi interni dell'organizzazione "Cosa nostra".

Da allora erano iniziati i grandi processi: il maxi processo del 1986, con centinaia di imputati alla sbarra, aveva segnato il primo grande momento di contrasto a questa organizzazione criminale.
Aveva significato il primo grande riconoscimento dell'esistenza del reato di associazione criminale di stampo mafioso, ingenerando tra i mafiosi la grande preoccupazione, rivelatasi fondata, che quello era un momento di non ritorno.
E poi le condanne severe inflitte grazie alla serietà ed alla capacità investigativa di questo grande giudice, avevano fatto ulteriormente comprendere ai mafiosi che da quel momento sarebbe stato sempre più difficile potere operare liberamente nell'impunità.

Falcone non aveva mai smesso di credere nella sua intuizione, neppure quando aveva ricevuto da parte di tanti, che avrebbero invece dovuto riconoscerne e proteggerne il valore, insinuazioni e pesanti critiche che tanto lo avevano addolorato.
Neppure quando aveva scelto di divenire Direttore Generale degli Affari Penali a Roma, decisione, questa, che era stata interpretata come una volontà di abbandono della Sicilia e che invece nelle sue intenzioni, come non smetteva di dire ai suoi collaboratori più fidati, rappresentava, un ulteriore più efficace modo per potere continuare a combattere la mafia.
Falcone era stato un grande sostenitore della necessità di concentrare le indagini nelle Procure sedi delle Corti di Appello; le Direzioni Distrettuali Antimafia diventarono una realtà, grazie alla sua capacità di rappresentare al legislatore le grandi potenzialità che queste strutture avrebbero potuto estrinsecare.

Oggi noi traiamo i frutti benefici della sua caparbia intuizione e ogni risultato attuale che può sembrare scontato, naturale conseguenza delle cose, va, invece, ricondotto al grande progetto di Falcone.
Ecco perché il nostro ringraziamento a questo eroe dello stato non deve rivolgersi soltanto al passato, ma deve considerare anche i traguardi del presente.
Accanto a Giovanni Falcone, un ricordo commosso va a Francesca Morvillo.
Chi ha avuto il privilegio di conoscerla, ricorda di questa donna magistrato, sostituto procuratore al tribunale per i Minorenni di Palermo, la profonda conoscenza giuridica ed umana del delicato settore dei minori, la sua grande fermezza di carattere, ma al contempo la sua grande umanità.
Francesca Morvillo ha operato per anni non soltanto per reprimere i reati, ma soprattutto per cercare con ogni mezzo di recuperare i tanti minori sbandati e per restituirli ad una vita diversa, migliore, lontana da quelle complicità e quei facili guadagni che in Sicilia costituiscono l'anticamera per l'ingresso in Cosa nostra.

Un metodo portato avanti con determinazione e fermezza, in silenzio, un grande contributo anche questo alla lotta alla criminalità.
Un ricordo non formale di gratitudine va anche ai tre giovani uomini della Polizia di Stato che hanno sacrificato la propria vita interpretando fino in fondo un ruolo indispensabile al raggiungimento dell'obiettivo finale.
Abbiamo il dovere della memoria, ma anche quello di vigilare, di essere attenti e di contribuire con la nostra attività di senatori a fare in modo che leggi sempre più efficaci e incisive, possano fornire agli inquirenti veri ed effettivi strumenti per contrastare il fenomeno mafioso.
Mi riferisco, colleghi, alle disposizioni legislative sulle misure di prevenzione patrimoniali e sull'inasprimento del carcere duro che il Senato si appresta ad esaminare.

Dopo la strage di Capaci e ancora dopo quella in cui caddero per mano mafiosa Paolo Borsellino e i cinque uomini della scorta, le forze dell'ordine, la magistratura hanno lavorato con grande professionalità e competenza e molto è stato fatto.
Certo non possiamo ancora affermare che la mafia sia un fenomeno non più attuale. Il percorso perché questa affermazione diventi una splendida realtà non è ancora ultimato.
Oggi dobbiamo contribuire tutti a fare in modo che la strada tracciata da Giovanni Falcone prosegua fino a piegare definitivamente la criminalità organizzata.
Tutti significa ciascuno, significa che non vi sono ruoli secondari nella lotta alla mafia.

Dal semplice cittadino, all'imprenditore, al politico, ciascuno ha questo compito attivo, ogni giorno, in ogni luogo.
E' il solo modo efficace di onorare Giovanni Falcone e gli altri martiri, ma è soprattutto il modo più alto di amare i nostri figli e la nostra Patria.



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