Il Presidente: Discorsi

"La questione sociale"

Intervento del Presidente Schifani in Sala Zuccari, al convegno organizzato dall'Archivio Storico del Senato in collaborazione con l'Università Lumsa nell'ambito del ciclo di seminari "Politica e istituzioni attraverso 150 anni di

4 Maggio 2011

Autorità, Signore e Signori.
All'inizio del mio intervento desidero ringraziare il Presidente Franco Marini per aver accettato di coordinare il Seminario sulla questione sociale nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Al Presidente Marini mi legano stima e amicizia, che nell'attuale legislatura si sono ulteriormente rafforzati.

La storia del nostro Paese è la storia di quanti hanno testimoniato, dal loro ruolo di studiosi, lavoratori, imprenditori, cittadini, il valore del lavoro come tutela della libertà e della personalità dell'individuo, sia come singoli, sia come parte della comunità. Penso a Ezio Tarantelli, Marco Biagi, a Massimo D'Antona, ai protagonisti di una storia dolorosa che ha attraversato fino ai giorni nostri la vita del Paese, cittadini che hanno onorato e servito la propria terra, rendendola migliore.
Come ha affermato Giovanni Paolo II, è compito di tutti adoperarsi affinché «il lavoratore possa non soltanto avere di più, ma prima di tutto essere di più».

Porre la questione sociale al centro della riflessione storica e politica nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia significa riconoscere come la giustizia, la pace, la coesione nazionale siano elementi di un progetto comune di comprensione delle esigenze e dei diritti delle persone.
La lotta per un lavoro onesto, libero, giusto è stata per l'Italia la lotta contro la povertà, ed anche una lotta per la rinascita ed il riscatto morale di una nazione provata dai conflitti, dagli scontri ideologici, dalle contrapposizioni forzate.
La speranza di un Paese si misura sul grado di consapevolezza della centralità del lavoro come strumento democratico e di emancipazione contro la logica della forza.
La storia del nostro Paese e ancora oggi la realtà di alcuni territori, soprattutto nell'Italia meridionale, dimostrano come dare e garantire il lavoro significa innanzitutto liberare i più deboli dalla logica del ricatto.
E' il lavoro la risposta prima contro le mafie, la corruzione, lo sfruttamento e la violenza di quanti con l'inganno offrono lavoro nero come pane avvelenato per le famiglie bisognose ed i giovani.

Una delle cause delle morti sul lavoro è proprio l'assenza di assoluta trasparenza e di attento controllo sulle condizioni dei lavoratori.
La prevenzione nei luoghi di lavoro, l'osservanza scrupolosa delle norme di sicurezza sono condizioni indispensabili ed inderogabili.
La vita e la salute di ogni individuo vanno tutelate al di sopra di ogni cosa.
Il triste fenomeno delle morti bianche deve essere tenuto sempre in grande considerazione, perchè tutte le forze politiche, senza distinzione di appartenenza, possano e debbano concentrarsi per combatterlo con ogni rigoroso ed efficace mezzo.
Come ha più volte affermato il Presidente Napolitano, "non bisogna abbassare la guardia. Occorre tenere viva l'attenzione al fenomeno, non demordere nell'allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative".

Il lavoro resta un principio cardine ed irrinunciabile della nostra Costituzione, della nostra storia, della nostra identità. La crescita e lo sviluppo presuppongono «quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro e il suo mantenimento per tutti», secondo l'insegnamento di Benedetto XVI.
Ed i principi fondamentali che sono alla base dei diritti dei lavoratori sono contenuti proprio nella nostra Costituzione, come ha chiaramente affermato Massimo D'Antona utilizzando l'espressione "linea costituzionale" in materia di diritto del lavoro.
Quando l'obiettivo dello "sviluppo umano integrale" della persona è riconosciuto come fondamento della stessa comunità civile si può, anzi, si deve riuscire a coniugare innovazione, riforme e stabilità del lavoro per giovani e famiglie.

Sarebbe un errore gravissimo ritenere la precarietà una necessità storica e culturale dovuta all'ammodernamento dei sistemi produttivi e delle relazioni industriali.
Non c'è vero progresso senza una innovazione capace di soddisfare le esigenze di sicurezza sociale che sono l'elemento di unione più forte e duratura, la cerniera tra le generazioni del passato e quelle future.
La storia dell'Unità d'Italia coincide pertanto anche con la storia del lavoro e dei lavoratori, dell'impresa e dell'attività economica orientate al bene comune e alla piena realizzazione della persona.
Il lavoro non è una questione privata, ma coinvolge lo stesso ruolo dello Stato come garante ed interprete dell'equilibrio sociale.

Non si deve temere di riconoscere un ruolo propulsivo e decisivo dello Stato anche nelle economie di mercato. I sistemi economici si reggono se sostenuti da valori capaci di dare speranza e prospettiva alla comunità civile.
Si tratta allora di tutelare il lavoratore non in astratto, ma in concreto, come persona. Si tratta, soprattutto quando la crisi economica si fa più acuta, di dare "garanzie di uguaglianza delle persone rispetto al lavoro disponibile", secondo il forte richiamo di Massimo D'Antona.
Come ebbe a dire Francesco Santoro-Passarelli, «il diritto del lavoro è ordinato alla tutela della libertà e alla stessa personalità umana del lavoratore».

Riconoscerci uniti su questo progetto significa superare le crisi attuali e prevenire scontri ed ingiustizie del domani.
Significa anche uscire dalla logica delle recriminazioni sbagliate e fuorvianti.
Le riforme non sono da osteggiare, ma da governare con equità e solidarietà. L'Europa non è un competitore ostile dei lavoratori, ma una dimensione necessaria per la piena occupazione e la giusta tutela dei diritti.

D'altra parte è non solo legittimo, ma anche fondato chiedere alle Istituzioni, nazionali ed europee, di realizzare politiche capaci di proteggere dalla disoccupazione e di garantire livelli adeguati di reddito per la dignità della vita dei lavoratori.
Discutere della questione sociale all'interno delle celebrazioni dell'Unità d'Italia significa accettare la sfida di una necessaria e rinnovata consapevolezza che solo la comune appartenenza ad una identità arricchita di storie, tradizioni, ideali, permette di salvaguardare la civiltà e la democrazia del nostro Paese e aprire nuovi orizzonti di sviluppo alle future generazioni.

Il diritto del lavoro che di questa tradizione è un paradigma essenziale dimostra come ciascuno è chiamato ad interpretare il proprio ruolo dentro il perimetro della coesione e solidarietà sociale.
Il diritto del lavoro è costruito insieme da Istituzioni e imprenditori, lavoratori, cittadini, per i quali l'effettività delle norme non è un'opzione, ma innanzitutto un dovere di lealtà e impegno per i propri figli.



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