Il Presidente: Discorsi

Presentazione del libro di Mons. Fisichella

21 Maggio 2009

Autorità, Signore e Signori.
Con grande piacere ho accolto l'invito rivoltomi dal Magnifico Rettore di questa prestigiosa Università, ad intervenire alla presentazione del suo ultimo libro "Identità dissolta", con il significativo e chiarificatore sottotitolo "Il Cristianesimo, lingua madre d'Europa". A Lui rivolgo uno speciale saluto e ringraziamento, nonché l'augurio di poter ulteriormente accrescere i già lusinghieri risultati di eccellenza, che l'Università da Lui autorevolmente diretta ha finora raggiunto.

Non è possibile in questa sede ripercorrere analiticamente tutti i passaggi di "Identità dissolta". Mi soffermerò, pertanto, soltanto su alcuni aspetti che ne possono tuttavia rappresentare la chiave di lettura complessiva.

Gran parte della riflessione di Rino Fisichella si concentra sul rapporto tra laicità dello Stato e religioni e sulla relazione tra etica laica e morale cristiana. Non sfugge certamente al lettore una accattivante giustapposizione, presente nel libro, tra le parole del Presidente francese Nicolas Sarkozy e le parole tratte dalla prima lettera di San Pietro. Entrambe le citazioni convergono verso una comune sensibilità per quello che Rino Fisichella definisce il "valore del rispetto".

Il nostro autore si sofferma, in un altro passaggio, sulla distinzione tra la mera "tolleranza" e un atteggiamento realmente contrassegnato dal senso di "rispetto", individuando, nella prima, una sorta di accettazione poco convinta dell'"altro", inteso solamente come portatore di una umanità del tutto limitata alla sua sfera privata; nel secondo, invece, una forma di autentica consapevolezza della compartecipazione dell'"altro" alla nostra stessa esistenza. A me pare che dalla distinzione tra l'idea di "tolleranza" e l'idea di "rispetto" possano derivare almeno tre diverse connotazioni del principio di laicità delle istituzioni: laicità ostile, laicità indifferente, laicità rispettosa.

Vi è una laicità che si potrebbe definire "ostile" rispetto al sentimento religioso o alle sue manifestazioni pubbliche. E' questa una laicità fondata su una vera e propria ideologia, che sottrae ogni spazio pubblico alla sfera religiosa e addìta come avversario chi semplicemente voglia manifestare la fede che professa. La "laicità ostile" tende ad affermarsi in modo accentuato in chiave anti-religiosa, al punto da affermare perentoriamente che "le istanze spirituali e religiose non possono avere alcuna influenza sullo Stato". Tale atteggiamento si può facilmente ritrovare nel rapporto sulla laicità redatto dalla Commissione Stasi nel 2003.

Vi è una seconda forma di laicità che si potrebbe definire "indifferente", secondo la quale i rapporti tra politica e religione sono basati sulla assenza di confronto, in quanto la sfera religiosa può liberamente manifestarsi, ma nella convinzione che nessuno dei suoi contributi possa condizionare lo sviluppo dello spazio pubblico democratico.

Se vogliamo serenamente considerare l'esperienza italiana, sia la "laicità ostile" sia la "laicità indifferente" sono del tutto estranee ai principi fondativi del patto costituzionale. Mi limiterò a citare le parole di due autorevoli e da tutti noi stimati Presidenti della Repubblica. Giorgio Napolitano, il 4 ottobre 2008, affermò che la Nazione italiana è "permeata storicamente del retaggio ideale e della presenza viva del Cristianesimo" e proprio per delineare il legame "tra il politico e il religioso" aggiunse che "il senso della laicità dello Stato quale si coglie anche nel dettato della nostra Costituzione, abbraccia il riconoscimento della dimensione sociale e pubblica del fatto religioso; implica non solo rispetto della ricerca che muove l'universo dei credenti e ciascuno di essi, ma dialogo. Un dialogo fondato sull'esercizio non dogmatico della ragione, sulla sua naturale attitudine a interrogarsi e ad aprirsi". Il 24 giugno 2005, l'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi affermò che "l'Italia sa di avere profonde radici cristiane, intrecciate con quelle umanistiche" ed aggiunse infine che "il legame tra l'Italia e la Santa Sede alimenta una crescente collaborazione anche di fronte ai problemi del mondo".

Vorrei aggiungere a queste citazioni, il riferimento al libro-intervista dell'allora Ministro dell'interno francese Sarkozy, dove si legge che "la religione non è soltanto un fenomeno di culto. Essa è anche un elemento di identità culturale". E' a tutti noto come il Presidente francese definisca la sua concezione di laicità, come "laicità positiva", in opposizione al paradigma della "laicità indifferente".

A me pare che la civile convivenza e il senso di appartenenza ad un'unica comunità siano stati sentimenti forti nella consapevolezza dei padri costituenti, che vollero che la Repubblica fosse il luogo del confronto, del dialogo e del rispetto reciproco. Pertanto la laicità delle istituzioni non fu avvertita dalla generazione costituente, né come laicità ostile, né come laicità indifferente, bensì come "laicità rispettosa".

La laicità rispettosa è la strada che il nostro Paese è chiamato a percorrere per saldare in una cornice di reciproco riconoscimento delle diverse sensibilità i sentimenti più profondi del popolo italiano, che ne rappresentano il tratto identitario specifico. Soprattutto sui temi della bioetica, rifiutare pregiudizialmente il contributo che proviene da alcune parti, da alcune realtà che vivono nella nostra comunità nazionale, significa in realtà impedire e sabotare il dialogo per scopi estranei alla costruzione di un tessuto condiviso di moralità civile.

Il dialogo è l'espressione più alta dell'esercizio democratico ed è sempre fonte di reciproco arricchimento. Il dialogo non impedisce la decisione politica, a patto di riconoscere, in pari tempo, due fondamentali principi: la legittimità di una decisione assunta da una maggioranza; e la considerazione del "dissenso deliberativo" come una componente da rispettare fino in fondo, perché la maggioranza di oggi può essere diversa dalla maggioranza di domani.

Se ci si riconosce in una laicità rispettosa, deliberare, anche su questioni delicate come quelle della bioetica, significa fondare i propri atteggiamenti, al di là di quella che sarà la soluzione prevalente, "sul rispetto reciproco, su un certo grado di umiltà o di modestia intellettuale e sul desiderio di arricchire la propria comprensione dei fatti, ascoltando e scambiando opinioni e argomenti con le altre persone coinvolte nel processo. La deliberazione è un modo pubblico e critico di analizzare i rispettivi punti di vista".

Ed è altrettanto chiaro che rispettare la decisione di una maggioranza non significa affatto chiudersi in una visione nichilista dei processi democratici, dove ogni questione si risolverebbe nel vincere e soccombere di volontà contrapposte.

Contro il nichilismo, le vie del "patriottismo costituzionale" si innestano su questo sentimento di rispetto delle altrui opinioni e sulla consapevolezza che ogni coscienza libera non può essere tacciata di oscurantismo per il solo fatto di manifestare un'idea che si ispira a valori o indici morali affini alla propria opzione religiosa. Da questa prospettiva, non si avverte alcuna necessità di ritornare ai vecchi schemi dell'ateismo di Stato.

La via del "patriottismo costituzionale" è correlata al paradigma di una "ragione pubblica" che rende la pratica deliberativa luogo dei reciproci riconoscimenti, espressione di un diritto legittimo, che non necessariamente coincide con quello che si ritiene il risultato più ragionevole rispetto alla propria coscienza. Non si deve temere il conflitto morale su temi particolarmente delicati, ma tutti sono chiamati a concorrere con rispetto dell'altro alla ricerca di una tavola di valori condivisi, nella consapevolezza che le opinioni possono talora apparire inconciliabili.

Per una laicità rispettosa, la contrapposizione tra laici e cattolici è priva di fondamento, perché non c'è da una parte chi possiede una coscienza più libera e dall'altra chi ne possiede una tacciabile di dogmatismo. Ciascuno è chiamato a contribuire con la propria sensibilità e la propria personalità ad un dibattito pubblico dove, mi auguro, possano prevalere maggiore pacatezza, serenità e rispetto.

Il nostro destino non è mai diverso dal destino di chi ci sta accanto. Se lasciamo sullo sfondo l'intenso dibattito sulla distinzione tra "fede" e "religione", possiamo senz'altro considerare l'"opzione fondamentale", che si realizza nella vita concreta di ogni uomo, il segno di una "fede", intesa come la "speranza" per la costruzione di una comunità rappacificata, per l'autentica salvaguardia del bene comune.

Penso, a differenza di altri pareri istituzionali, che sia giusto aprire costruttivamente al confronto tra laicità e religione, anche nelle aule parlamentari. I parlamentari votano liberamente secondo le loro convinzioni politiche, le loro coscienze, le loro sensibilità morali o religiose. Solo dal dialogo tra posizioni diverse, può raggiungersi la via del giusto equilibrio.

Vi ringrazio.



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