ePub

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00495


Atto n. 1-00495

Pubblicato il 10 dicembre 2015, nella seduta n. 551

RUTA , RICCHIUTI , ROSSI Gianluca , GUERRA , BIGNAMI , CAMPANELLA , CASSON , CONTE , DE PIN , DI GIACOMO , DIRINDIN , FORNARO , GATTI , MASTRANGELI , NACCARATO , PANIZZA , PEGORER , PEZZOPANE , SAGGESE , SOLLO , VACCARI , STEFANO , CARDINALI , TOCCI , D'ADDA , SILVESTRO , GOTOR , LO MORO

Il Senato,

premesso che:

il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, recante "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica", ha previsto, nell'ambito di una serie di disposizioni finalizzate al contenimento ed alla riduzione della spesa pubblica (cosiddetta spending review), all'articolo 9, comma 21, che: "I meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all'articolo 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come previsti dall'articolo 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, non si applicano per gli anni 2011, 2012 e 2013 ancorché a titolo di acconto, e non danno comunque luogo a successivi recuperi. Per le categorie di personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti. Per il personale di cui all'articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici. Per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici";

successivamente, l'articolo 16, comma 1, lett. b), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ha previsto la possibilità di prorogare fino al 31 dicembre 2014 tali disposizioni restrittive, con uno o più regolamenti da emanare ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta dei Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dell'economia e delle finanze;

con decreto del Presidente della Repubblica 4 settembre 2013, n. 122, recante "Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti", il Governo ha disposto la proroga fino al 31 dicembre 2014 delle seguenti misure, previste dall'articolo 9 del decreto-legge n.78 del 2010: a) il blocco dei trattamenti economici individuali; b) la riduzione delle indennità corrisposte ai responsabili degli uffici di diretta collaborazione dei Ministri e l'individuazione del limite massimo per i trattamenti economici complessivi spettanti ai titolari di incarichi dirigenziali; c) il limite massimo e la riduzione dell'ammontare delle risorse destinate al trattamento accessorio del personale; d) i blocchi riguardanti i meccanismi di adeguamento retributivo, classi e scatti di stipendio, nonché le progressioni di carriera comunque denominate del personale contrattualizzato e in regime di diritto pubblico;

le previsioni regolamentari sono state trasfuse nella legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità per il 2014), con riguardo all'indennità di vacanza contrattuale per il periodo 2015-2017 (art. 1, comma 452), alla sospensione delle procedure negoziali inerenti alla parte economica per il periodo 2013-2014 (art. 1, comma 453), all'ammontare dei trattamenti accessori (art. 1, comma 456);

la legge 23 dicembre 2014, n. 190 (legge di stabilità per il 2015), ha prorogato fino al 31 dicembre 2015 il blocco economico della contrattazione nel pubblico impiego, già previsto dalla normativa vigente fino al 31 dicembre 2014, con conseguente slittamento del triennio contrattuale dal 2015-2017 al 2016-2018 (art. 1, commi 254 e 255);

considerato che:

il reiterato protrarsi della sospensione delle procedure di contrattazione economica ha alterato la dinamica negoziale in un settore che assegna un ruolo centrale al contratto collettivo;

il contratto collettivo rappresenta un'imprescindibile fonte, che disciplina il trattamento economico (art. 2, comma 3, del citato decreto legislativo n. 165 del 2001), nelle sue componenti fondamentali ed accessorie (art. 45, comma 1), e "i diritti e gli obblighi direttamente pertinenti al rapporto di lavoro, nonché le materie relative alle relazioni sindacali" (art. 40, comma 1, primo periodo); contempera in maniera efficace e trasparente gli interessi contrapposti delle parti e concorre a dare concreta attuazione al principio di proporzionalità della retribuzione, ponendosi sia come strumento di garanzia della parità di trattamento dei lavoratori (art. 45, comma 2), sia come fattore propulsivo della produttività e del merito (art. 45, comma 3);

la Corte costituzionale, intervenuta a seguito di un'istanza sollevata dal Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, con la sentenza n. 178 del 24 giugno 2015, ha stabilito l'illegittimità costituzionale sopravvenuta, a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica del regime di sospensione della contrattazione collettiva per il lavoro pubblico. In particolare, la Corte costituzionale pur ribadendo, in linea di principio, che l'emergenza economica può giustificare la "stasi" della contrattazione collettiva, ha ritenuto fondate le censure sul congelamento della parte economica delle procedure contrattuali e negoziali dei contratti pubblici, in relazione all'articolo 39, primo comma, della Costituzione. Si tratta, infatti, per la Corte di un "blocco" negoziale protratto nel tempo, con un susseguirsi "senza soluzione di continuità" di norme, tale da rendere evidente "la violazione della libertà sindacale";

la libertà sindacale è tutelata dall'art. 39, primo comma, della Costituzione, nella sua duplice valenza individuale e collettiva, e ha il suo necessario complemento nell'autonomia negoziale;

il carattere ormai sistematico della sospensione delle procedure contrattuali, come affermato dalla stessa Corte costituzionale, "sconfina in un bilanciamento irragionevole" tra libertà sindacale (art. 39 della Costituzione), indissolubilmente connessa con altri valori di rilievo costituzionale e già vincolata da limiti normativi e da controlli contabili penetranti (artt. 47 e 48 del decreto legislativo n. 165 del 2001), ed esigenze di razionale distribuzione delle risorse e controllo della spesa, all'interno di una coerente programmazione finanziaria (art. 81 della Costituzione);

sono circa 3 milioni e mezzo i pubblici dipendenti che aspettano il rinnovo dei contratti dal 2010 e il legislatore non può esimersi dal compito di dare nuovo impulso all'ordinaria dialettica contrattuale;

atteso che il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Madia, in sede di discussione di mozioni relative alla questione, alla Camera, il 24 settembre 2015, dichiarava testualmente "Noi possiamo dire di essere fuori da una fase di recessione economica, e quindi posso, in questa sede, impegnarmi, nell'ambito della discussione collegiale che ci sarà sulla prossima legge di stabilità, sul fatto che vi sarà finalmente la riapertura di una stagione contrattuale. Quindi, i pareri che darò sulle mozioni sono pareri nei quali ci sarà l'impegno pieno del Governo a riaprire una stagione contrattuale",

impegna il Governo ad assumere immediatamente le iniziative necessarie per giungere, in tempi brevi, alla conclusione della contrattazione collettiva nel pubblico impiego e ad assumere i provvedimenti che prevedano le necessarie risorse da destinare al rinnovo del contratto per i dipendenti pubblici, anche in ragione e a seguito del pronunciamento della sentenza n. 178 del 2015 della Corte costituzionale.