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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-04214


Atto n. 4-04214

Pubblicato il 1 luglio 2015, nella seduta n. 476

STEFANO - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che:

la Commissione europea ha inviato una diffida all'Italia per chiedere la fine del divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la fabbricazione di prodotti lattiero-caseari; nella sostanza si vuole imporre al nostro Paese, per mere logiche dettate dalle lobby delle multinazionali e non dal diritto alla salute e alla conoscenza del prodotto, di produrre formaggi senza latte;

la diffida (del 29 maggio 2015, procedura d'infrazione n. 2014/4170) è stata inviata perché il nostro ordinamento prevede il divieto di utilizzare polvere di latte per produrre formaggi, yogurt e latte alimentare ai caseifici situati sul territorio nazionale (legge n. 138 del 1974, recante "Nuove norme concernenti il divieto di ricostituzione del latte in polvere per l'alimentazione umana");

la motivazione giuridica posta a base della diffida sarebbe la violazione dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea;

la Commissione europea ritiene che la legge italiana in materia della tutela della qualità delle produzioni rappresenti una restrizione alla "libera circolazione delle merci", dato che la polvere di latte e il latte concentrato sono di utilizzo comune in Europa per la produzione di formaggi a giudizio dell'interrogante di dubbia se non di pessima qualità. Altri elementi critici sono la mancata conoscenza della filiera di produzione, gli standard igienico-sanitari, la quantità ormonale contenuta, la tracciabilità del prodotto di tali surrogati e le conseguenze a medio-lungo termine sulla salute umana;

l'adeguamento normativo che l'Europa chiede è, di fatto, una vera e propria deregolamentazione dei sistemi dei controlli di cui il nostro Paese è leader nel mondo, e la diretta conseguenza sarà un mancato contrasto alle pratiche di sofisticazione e adulterazione, e l'aumento di tali reati che non verranno più perseguiti qualora il nostro ordinamento recepisse tale indicazione, oltre alla perdita della cultura che la produzione lattiero-casearia narra dei territori con la notevole qualità, diversità, sicurezza e quantità delle produzioni;

è evidente che alla base di questa scelta non vi è né l'applicazione del principio di precauzione e né tanto meno la tutela delle produzioni e delle certificazioni di qualità, anzi vi è la messa a repentaglio del made in Italy, per poi addivenire ad adeguamenti ordinamentali che di fatto disperderanno l'evocazione di garanzia che il made in Italy ha nel mondo;

è indubbio che ci sono i grandi proventi delle multinazionali del settore le quali hanno tutti gli interessi per creare le precondizioni per il Transatlantic trade and investment partnership, che si rivelerà "la tomba" delle produzioni alimentari di qualità e certificate;

il 31 marzo 2015 è terminato il regime delle "quote latte" e l'Italia dovrà pagare una multa, circa 41 milioni di euro, per aver superato il plafond nelle quantità delle quote assegnatele nell'ultima campagna lattiero-casearia. Quindi, se passasse questo pericolosissimo adeguamento normativo sul nostro territorio arriverà latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito a costi bassissimi, di pessima qualità con conseguenze socio-economiche pesantissime per la tenuta degli allevamenti italiani;

è opportuno ricordare tutti i processi di deregolamentazione nel settore della trasformazione del prodotto primario operati finora dalla Commissione europea: ad esempio, il vino senza uva (wine kit che promettono di ottenere in pochi giorni le etichette più prestigiose con la semplice aggiunta di acqua), il cioccolato senza cacao, la possibilità di aumentare la gradazione del vino attraverso l'aggiunta di zucchero nei Paesi del nord Europa (lo zuccheraggio è sempre stato vietato nei Paesi del Mediterraneo), la possibilità per alcuni tipi di carne di non indicare l'aggiunta di acqua fino al 5 per cento, ma per alcuni prodotti (wurstel, mortadella) tale indicazione può essere elusa, la circolazione libera di imitazioni del parmigiano reggiano e del grana padano (cosiddetti similgrana) in tutta Europa o le mozzarelle, che, una su 4, non sono prodotte in Italia ma ottenute con semilavorati industriali (cagliate) che provengono dall'estero senza alcuna indicazione in etichetta per effetto della normativa europea. A ciò bisogna aggiungere la mancanza di informazioni chiare e definite per l'olio extravergine di oliva ottenuto da olive straniere dove, nella stragrande maggioranza dei casi, è quasi impossibile leggere in etichetta nei supermercati scritte come "miscele di oli di oliva comunitari", "miscele di oli di oliva non comunitari" o "miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari", questo tutto a scapito dei consumatori e della sicurezza alimentare;

è fuor di dubbio che la normativa comunitaria sull'etichettatura va radicalmente rivista e adeguata ai migliori standard qualitativi esistenti nei Paesi virtuosi, come l'Italia, perché è ambigua e contradditoria come nel caso dell'obbligo di indicare la provenienza in etichetta della carne bovina, ma non per i prosciutti, per l'ortofrutta fresca, ma non per quella trasformata, per le uova, ma non per i formaggi, per il miele, ma non per il latte. Tutte queste antinomie giuridiche non fanno altro che impedire al consumatore di conoscere quello che realmente sta consumando visto che, a mo' d'esempio, 2 prosciutti su 3 venduti come italiani in realtà non lo sono perché provenienti da maiali allevati all'estero, come del resto anche per il latte a lunga conservazione dove 3 cartoni su 4 sono stranieri e senza indicazione di provenienza,

si chiede di sapere:

quali interventi o azioni il Ministro in indirizzo intenda porre in essere per evitare che il nostro ordinamento venga deregolamentato, adeguandolo a quello comunitario, a scapito delle produzioni lattiero-casearie di qualità, per l'utilizzo di latte e non latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito per la produzione di formaggi;

se non ritenga necessario invocare il principio di sovranità alimentare, sicurezza alimentare e il principio di precauzione al fine di scongiurare che questa "alchimia" giuridica e lobbistica si traduca in realtà ordinamentale;

se non si valuti opportuno confutare, in punto di diritto e nelle sedi opportune, la base giuridica posta a fondamento da parte della Commissione europea, che ha prodotto quale conseguenza la diffida nei confronti del nostro Paese, visto che l'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea afferma che "La Commissione, quando reputi che uno Stato membro abbia mancato a uno degli obblighi a lui incombenti in virtù dei trattati, emette un parere motivato al riguardo, dopo aver posto lo Stato in condizioni di presentare le sue osservazioni". È evidente la forte componente normativa su base "discrezionale" ("quando reputi");

quali interventi o azioni intenda porre in essere per difendere il made in Italy nel settore agroalimentare dalla crescente pressione internazionale e comunitaria che mira alla deregolamentazione e all'abbassamento degli alti standard qualitativi che sono alla base e a garanzia delle produzioni di qualità del nostro sistema Paese.