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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00433


Atto n. 1-00433

Pubblicato il 16 giugno 2015, nella seduta n. 465

CAMPANELLA , DE PETRIS , BOCCHINO , DE CRISTOFARO , BAROZZINO , CERVELLINI , PETRAGLIA , STEFANO , URAS , MASTRANGELI , MOLINARI , SIMEONI

Il Senato,

premesso che:

l'11 maggio 2015 a Bruxelles si è tenuta la riunione dell'Eurogruppo. All'incontro si sarebbero dovuti certificare i passi in avanti per arrivare ad una intesa per lo sblocco dei 7,2 miliardi di euro di aiuti nei confronti della Grecia in cambio di riforme;

l'Eurogruppo, in quella sede, ha rilevato che «i colloqui sono avanzati e sono divenuti più efficaci». Tuttavia ha osservato che «occorre più tempo per colmare le lacune rimanenti e raggiungere un accordo globale. L'erogazione della restante assistenza finanziaria alla Grecia potrà avere luogo solo quando tali riforme saranno state concordate e l'esame da parte del cosiddetto "Brussels Group" - tra cui Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale - avrà certificato la loro attuazione»;

il 30 giugno scadrà il vecchio programma di aiuti, già prorogato di 4 mesi, a partire dal 5 giugno 2015 il Governo di Atene ha già rimborsato 310 milioni di euro nelle casse del Fondo monetario internazionale e complessivamente entro 13 luglio dovrà rimborsare, sempre al Fondo monetario internazionale, poco meno di 2 miliardi di euro, mentre tra luglio e agosto dovrà rimborsare alla Banca centrale europea circa 7 miliardi di euro per i bond in scadenza;

oltre alla trattativa per giungere ad un accordo sulle riforme e garantire alla Grecia la liquidità necessaria sono dirimenti le questioni dell'avanzo primario, della ristrutturazione del debito e degli investimenti;

in particolare, l'accordo sull'avanzo primario è la questione al momento più spinosa. Per i creditori internazionali il surplus deve essere assicurato e deve essere solido. Tuttavia, anche a causa della paralisi economica e politica dei mesi scorsi in Grecia, il bilancio del 2015 sarebbe in deficit. Il Governo greco propone un "surplus" per il 2015 e il 2016 molto più basso di quanto vorrebbe il Fondo monetario internazionale;

l'"Eurogroup working group" starebbe quindi valutando il piano di riforme presentato da Atene per misurarne gli effetti economici immediati e nel medio periodo anche e soprattutto analizzando il surplus che ne deriverebbe;

il Governo greco ha già avviato nei mesi scorsi una serie di riforme a partire da una seria lotta alla corruzione e alla diffusa evasione fiscale. Ha contenuto la spesa pubblica e il gettito fiscale riscosso in questi mesi supera le aspettative, arrivando a raggiungere un avanzo primario di bilancio di 2,16 miliardi di euro nel periodo gennaio-aprile 2015, molto al di sopra dello stimato deficit di 287 milioni di euro;

nello stesso periodo la Grecia ha onorato tutti i debiti in scadenza con esclusive risorse interne di bilancio, senza alcun finanziamento esterno;

dopo mesi di estenuanti trattative i creditori internazionali della Grecia premono per continuare a mantenere un programma di riforma con al centro misure basate sull'austerità, le stesse misure che hanno portato ad un'asfissia di liquidità le casse greche e quindi alla conseguente impossibilità per le istituzioni elleniche di far fronte alle obbligazioni di debito in scadenza;

è necessario quindi supportare il nuovo piano di riforme presentato dal Governo greco affinché si arrivi allo sblocco degli aiuti e per ridare sostenibilità al debito greco e non perseguire irrealistici avanzi primari da realizzare con un programma in continuità con le misure di austerità che hanno strozzato le casse e il popolo greco;

le misure presentate dal Governo di Atene appaiono quindi realistiche e razionali in questa prospettiva, a partire dalla riforma dell'IVA e dell'abbassamento degli obiettivi di avanzo primario, con un sostenibile 1 per cento (in rapporto al prodotto interno lordo) da realizzare nel 2015 che sarà gradualmente portato al 3 per cento entro il 2018;

il piano è basato su riforme economiche meno onerose che, associate ad un alleggerimento degli impegni di bilancio, puntano a rivedere le regole del mercato del lavoro e dell'energia con interventi sulle privatizzazioni, nonché misure sul debito privato;

le questioni sociali, assenti nel memorandum sottoscritto con la "Troika", tornano ad essere centrali nella proposta di accordo che mette al centro la sostenibilità del debito e nuove proiezioni di crescita nei prossimi 3 anni: ripristino del contratto collettivo di lavoro, introduzione del salario minimo, protezione dei lavoratori dai licenziamenti di massa, salvaguardia dei salari, delle pensioni, del sistema di sicurezza sociale e della sanità dai tagli e l'arresto delle privatizzazioni a valori non di mercato «a prezzi stracciati» sono solo alcune delle importanti misure;

a tal riguardo, nel rapporto della Commissione affari economici del Parlamento europeo «Sul ruolo e le attività della Troika riguardo i Paesi dell'area euro oggetto di programma» di risanamento macroeconomico e finanziario, rapporto approvato il 13 marzo 2015 dal Parlamento europeo, si legge che: il Parlamento «denuncia la mancanza di trasparenza nei negoziati relativi al memorandum d'intesa; rileva la necessità di valutare se i documenti ufficiali sono stati chiaramente comunicati ed esaminati in tempo utile nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo e opportunamente discussi con le parti sociali (...) rivela che le raccomandazioni contenute nei memorandum d'intesa sono in contrasto con la strategia di modernizzazione equilibrata elaborata con la strategia di Lisbona e la Strategia Europa 2020, rileva altresì che gli Stati membri aderenti ai memorandum d'intesa sono stati esonerati dalle procedure di rendicontazione del semestre europeo, compresa la rendicontazione del quadro degli obiettivi di lotta alla povertà e di inclusione sociale (...) si rammarica che nei programmi per la Grecia, l'Irlanda e il Portogallo sia stata inserita una serie di prescrizioni dettagliate relative alla riforma dei sistemi sanitari e a tagli alla spesa; deplora che i programmi non siano vincolati dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea o dalle disposizioni dei Trattati (...) deplora che le misure attuate abbiano fatto aumentare nel breve periodo le diseguaglianze in termine di distribuzione del reddito; prende atto che si è registrato un aumento sopra la media di tali diseguaglianze nei 4 Paesi; rileva che i tagli apportati alle protezioni e ai servizi sociali e l'aumento della disoccupazione a seguito delle misure contenute nei programmi atti a intervenire sulla situazione macroeconomica, nonché la riduzione delle retribuzioni, stanno provocando un aumento della povertà (...) pone l'accento sul livello inaccettabile di disoccupazione, disoccupazione di lunga durata e giovanile, in particolare nei 4 Stati membri nel quadro del programma di assistenza; sottolinea che l'elevato tasso di disoccupazione giovanile compromette le possibilità di sviluppo economico, come dimostra il flusso di giovani migranti provenienti dall'Europa meridionale e dall'Irlanda»;

le riforme presentate dal Governo greco rappresentano, quindi, un passo in avanti nella direzione dei valori europei, come stabilito anche dal rapporto del Parlamento europeo;

in data 2 febbraio 2015 in un'intervista rilasciata alla CNN sulla Grecia il presidente Obama ha dichiarato che: «non si può continuare a spremere Paesi che sono in profonda depressione» ed ancora «ad un certo punto deve esserci una strategia di crescita, per permettere loro di rimborsare i debiti ed eliminare parte dei loro deficit». Pur riconoscendo il presidente Obama che la Grecia necessita di riforme ha ulteriormente affermato che «è molto difficile avviare questi cambiamenti, se il tenore di vita della gente è sceso del 25 per cento. Alla lunga il sistema politico, la società non possono sopportarlo»;

secondo recenti rilevazioni c'è stato un abbassamento addirittura del 35 per cento degli standard di vita della popolazione greca; negli ultimi 5 anni il tasso di disoccupazione è salito al 28 per cento (60 per cento per i giovani), il reddito medio è diminuito del 40 per cento, mentre secondo i dati di Eurostat, la Grecia è diventata il Paese europeo con il più alto indice di disuguaglianza sociale. Questa è la prova che il popolo greco ha sopportato un immenso sacrificio per restare nell'eurozona ed è arrivato il momento di mettere al centro dell'agenda europea una strategia che superi il dogma delle politiche del rigore a favore del benessere delle popolazioni europee per un nuovo modello di crescita sostenibile;

il debito pubblico totale della Grecia è di 323 miliardi di euro, di cui solo un quinto è in mano a banche e investitori privati. Il Fondo monetario internazionale ne ha una trentina di miliardi (il 10 per cento), la Bce il 6 per cento. Il grosso, il 60 per cento, è detenuto dal resto dell'eurozona: 142 miliardi dal «Fondo salvastati» e 53 miliardi dai singoli Governi. Il "salvataggio della Grecia" da parte della Troika, prima nel 2010 e poi nuovamente nel 2012, non è servito a risanare il bilancio dello Stato ma a ripagare i creditori della Grecia;

il grosso dell'ammontare dei prestiti è stato utilizzato per ricapitalizzare le banche greche e per onorare gli impegni con i creditori dello Stato e dei privati greci, in gran parte banche tedesche e francesi, non per risanare i buchi di bilancio. Più precisamente, circa la metà del finanziamento è stato utilizzato per rimborsare i titoli in scadenza e ripagare gli interessi sul debito, mentre il 20 per cento è andato alle banche greche; il resto dei fondi ha invece riguardato le attività di ristrutturazione e di riacquisto del debito;

in definitiva, più dell'80 per cento degli "aiuti" della Troika sono andati a beneficio diretto o indiretto del settore finanziario, in particolare quello tedesco che è riuscito a ridurre la propria esposizione nei confronti della Grecia dell'80 per cento nel periodo tra il 2010 e il 2012;

mentre in Europa si aveva la percezione che gli aiuti, «realizzati con soldi dei contribuenti europei», stessero salvando la Grecia, in realtà si stavano salvando le grandi banche del continente. Contemporaneamente il debito della Grecia esplodeva fino ad arrivare al 180 per cento in rapporto al prodotto interno lordo (nel 2010 era il 130 per cento) e gli aiuti erano la giustificazione per imporre allo Stato ellenico un brutale programma di austerità fiscale e salariale che ha bruciato un quarto del reddito nazionale e ridotto in povertà milioni di persone. Come dire: oltre al danno, la beffa;

per queste ragioni il debito greco va ristrutturato in maniera controllata affinché ridiventi sostenibile e si possano proporre grandi investimenti pubblici, gli unici in grado di dar fiato all'economia greca e del continente tutto. La questione quindi non è economica ma politica;

così come politica è l'osservazione in merito al meccanismo avviato dalla Bce per ridare fiato all'economia. Con riguardo al Quantitive easing (QE), come ricordato dal premio Nobel per l'economia, Stiglitz, in un'intervista rilasciata al quotidiano "Avvenire" il 31 maggio 2015: «va valutato l'effetto redistributivo enorme che produce. Il QE fa scendere i tassi di interesse dei titoli pubblici, la principale fonte di guadagno per le classi medio-basse che in più subiscono gli effetti dei tagli della spesa. Così scompare l'investimento privo di rischio e la situazione favorisce chi ha già un patrimonio, che può continuare ad arricchirsi coi titoli azionari»;

in definitiva il meccanismo del Quantitive easing anziché dar fiato all'economia, in combinazione con le politiche di austerità potrebbe ancora di più aumentare le disuguaglianze in Europa e quindi la parte della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà;

occorre quindi rompere la continua incertezza causata dagli irraggiungibili obiettivi di saldi di bilancio pubblico che, come nel caso greco, rafforzano il circolo vizioso di austerità e recessione e al contempo ripristinare un'agenda di crescita realistica con investimenti altrettanto realistici, certi e disponibili. Occorre altresì un'agenda di lavoro comune nell'Unione europea, e principalmente nell'eurozona, per tassare progressivamente e molto di più i redditi più alti, le proprietà fondiarie e soprattutto le plusvalenze finanziarie, e al tempo stesso detassare il lavoro;

un accordo con la Grecia, che spezzi il circolo vizioso di austerità e recessione, e un piano di lavoro su queste basi potranno segnare l'inizio della fine dell'incertezza economica e politica europea che si è determinata in 7 anni di "crisi greca";

il 9 settembre 2014 l'Assemblea generale delle Nazioni unite ha approvato a grandissima maggioranza (124 a favore, 41 astenuti e solo 11 contrari) una risoluzione (A/68/L.57/Rev2) che impegna la stessa Assemblea ad approvare entro la fine della 69a sessione (settembre 2015) un "quadro giuridico multilaterale" per arrivare ad un processo di ristrutturazione del debito sovrano che potrebbe essere un punto di svolta rispetto a come sono state gestite fino ad ora le crisi;

già nel luglio 2012, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite aveva adottato (con il voto contrario di Stati Uniti, Svizzera, Moldavia e 8 Stati membri dell'Unione europea tra cui l'Italia) un importante documento su debito e diritti umani che sostiene gli "audit" e la possibilità di moratoria sul pagamento del debito qualora venissero minacciati o compromessi i diritti umani;

il 17 marzo 2015, la presidente del parlamento greco, Zoé Konstantopoulou, ha annunciato la costituzione di una commissione di "audit" del debito greco. In totale, una trentina di esperti greci ed internazionali parteciperanno alla commissione e dovranno presentare un primo resoconto entro il mese di giugno. L'obiettivo è di determinare l'eventuale carattere odioso, illegale o illegittimo dei debiti pubblici contratti dal Governo greco e, qualora ciò sia certificato, cancellare la parte del debito ritenuta illegale;

tutto ciò premesso la questione greca non riguarda solo la Grecia e il suo futuro. Non riguarda solo le questioni economiche ma della democrazia europea e dei suoi Stati membri. È quindi urgente una presa di posizione anche del Governo italiano con proposte da avanzare immediatamente, alla prossima riunione dell'Eurogruppo in programma il 18 giugno e in sede di Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles i prossimi 25 e 26 giugno,

impegna il Governo:

1) a dare più coerenza alle stesse affermazioni del Governo contrarie alle politiche dell'austerità, che minano la solidarietà, l'uguaglianza e la democrazia, valori fondanti dell'Unione europea, e che rischiano di avere anche pesanti ripercussioni sull'insieme dell'Europa;

2) ad impegnarsi nelle sedi istituzionali dell'Unione europea e nei consessi internazionali ad affrontare la questione del debito pubblico dei Paesi più esposti attraverso iniziative di rinegoziazione, stabilendo una diversa tempistica e una diversa rimodulazione sulla base della effettiva crescita e ripresa economica dei Paesi coinvolti e promuovendo altresì l'emissione di eurobond finalizzati alla riduzione del debito e agli investimenti pubblici e all'occupazione;

3) ad impegnarsi nelle sedi istituzionali dell'Unione europea a subordinare la restituzione dei prestiti internazionali della Grecia e dei Paesi più esposti al mantenimento di tutte le iniziative pubbliche volte a fronteggiare la crisi umanitaria e gli aspetti più drammatici della crisi sociale e della povertà estrema;

4) ad aiutare la Grecia a sostenere le sue ragioni presso l'Eurogruppo e il Consiglio europeo;

5) ad appoggiare le posizioni del Governo greco in merito all'allentamento dei rigidi parametri imposti dalle regole del fiscal compact, assumendo una posizione netta e priva di ambiguità nel voler riformare i parametri imposti dalle politiche di austerity;

6) a ribadire con forza, in tutte le sedi sia europee sia esterne all'Unione, che la sovranità nazionale e il mandato democratico devono essere rispettati e a rifiutare qualsiasi opzione "tecnocratica" che "commissari" di fatto le istituzioni democratiche, estranea ai valori fondanti dell'Unione europea;

7) a proporre un'agenda di lavoro comune nell'Unione europea, e principalmente nell'eurozona, per tassare progressivamente ed in maniera più incisiva i redditi più alti, le proprietà fondiarie e soprattutto le transazioni e le plusvalenze finanziarie;

8) a proporre in tutti gli ambiti della governance europea una politica di intervento e di investimenti pubblici, un piano europeo per l'occupazione, il quale stanzi adeguate risorse pubbliche nuove ed aggiuntive rispetto a quelle previste nel "piano Juncker", che di fatto non vi sono, al fine di creare occupazione per 10 milioni di disoccupati e/o inoccupati, di cui un milione in Italia, che rappresentano la totalità delle persone che hanno perso il lavoro dall'inizio della crisi, definendo una politica industriale a livello europeo e adoperandosi affinché il "piano Juncker" abbia come priorità il superamento degli squilibri regionali in Europa, che sono una delle cause dell'attuale crisi europea;

9) ad istituire presso la Presidenza del Consiglio dei ministri una commissione, composta da esperti indipendenti, volta a ricostruire le origini, le componenti e i detentori del credito italiano vantato verso la Grecia, vagliandone le caratteristiche e l'ammissibilità.