ePub

Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-03074


Atto n. 4-03074

Pubblicato il 25 novembre 2014, nella seduta n. 358
Risposta pubblicata

SANTANGELO , DONNO , GAETTI , BERTOROTTA , LEZZI , PAGLINI , CRIMI , MARTON , MORONESE , MORRA - Ai Ministri dell'interno e della giustizia. -

Premesso che:

in data 12 febbraio 2004 l'urologo Attilio Manca di 34 anni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), è stato ritrovato cadavere nella sua abitazione di Viterbo, città dove lavorava presso il locale ospedale "Belcolle". La sua morte è stata ricondotta ad un notevole quantitativo di eroina, mista a tranquillanti e alcol, questi ultimi trovati in piccole quantità. L'effetto sinergico di questi 3 elementi, secondo il tossicologo professor Fabio Centini dell'Università di Siena, che ha svolto l'esame, avrebbe portato alla morte Attilio Manca. Va sottolineato che nel braccio sinistro della vittima vennero trovati 2 "buchi", fatto peraltro anomalo in quanto il dottor Manca risultava essere mancino, dettaglio confermato, oltre che dai familiari, anche dagli amici e dai colleghi. L'altro elemento che ha portato gli inquirenti a seguire solo la pista del decesso per "inoculazione volontaria" è la presenza a pochi metri dal cadavere di 2 siringhe con tappo salva ago e salva stantuffo ancora inseriti;

in un primo momento, senza che la Procura di Viterbo sentisse il dovere di ordinare il rilevamento delle impronte digitali sulle siringhe ritrovate nell'appartamento dell'urologo, il caso fu rubricato come decesso causato da overdose di eroina mista a tranquillanti e ad alcol, praticamente un suicidio, se si pensa che il dottor Manca, grande conoscitore della scienza chimica, sapeva perfettamente la reazione che avrebbero causato questi 3 elementi nel suo organismo. Il pubblico ministero Renzo Petroselli chiese al Gip (giudice indagini preliminari) l'archiviazione, richiesta respinta dallo stesso giudice per le indagini preliminari per una serie di palesi incongruenze presenti nell'indagine, fatte notare dalla famiglia del dottor Manca tramite il legale, avvocato Fabio Repici, al quale nel 2013 si è aggiunto l'avvocato Antonio Ingroia;

l'attuale imputata Monica Mileti, oggi sotto processo, è accusata di essere stata la spacciatrice che avrebbe ceduto la dose letale di stupefacente ad Attilio Manca;

considerato che a quanto risulta agli interroganti:

così come appreso dal libro di Luciano Mirone, dal titolo Un "suicidio" di mafia. "La strana morte di Attilio Manca" (febbraio 2014), molte sono le sviste, le omissioni e le incongruenze presenti nell'inchiesta e nell'attuale processo, come detto di seguito:

il mancato rilievo delle impronte digitali sulle siringhe per ben 8 anni;

il motivo ("Si tratta di siringhe troppo piccole per potere rilevare delle impronte digitali") con cui la Procura della Repubblica di Viterbo (segnatamente il pm Petroselli e il procuratore Alberto Pazienti) si trincera per giustificare detta gravissima omissione, quando un qualsiasi investigatore può spiegare che le impronte si possono prendere da superfici infinitamente più piccole, non solo le impronte ma anche il dna;

l'assenza di tracce digitali sia della vittima che di altre persone, sulle stesse siringhe, quando queste, soltanto nel 2012, sono state analizzate;

l'omissione della notizia (a detta dei familiari della vittima), subito dopo il rinvenimento del cadavere, del ritrovamento delle siringhe, e la contemporanea versione di "decesso per aneurisma cerebrale", circostanze che (sempre secondo i familiari) avrebbero indotto gli stessi a non nominare un perito per contestare eventuali anomalie durante l'autopsia;

il sequestro immediato del computer, degli appunti e delle ricette mediche della vittima, scattato grazie al rinvenimento di quelle siringhe, è il segnale evidente di una morte violenta che gli inquirenti, a detta dei familiari del Manca, si sarebbero guardati bene dal manifestare subito;

le strane dinamiche con le quali si sarebbe svolta l'autopsia (effettuata dalla dottoressa Dalila Ranalletta, moglie del primario di Attilio Manca, ovvero il dottor Antonio Rizzotto). Secondo i familiari del Manca, il dottor Rizzotto, durante l'esame autoptico, entrava ed usciva dalla sala mortuaria per sollecitare la moglie a restituire in tempi brevi il cadavere per i funerali (cosa sempre smentita dai parenti);

il confronto delle foto, scattate dalla Polizia pochi minuti dopo il ritrovamento del corpo senza vita di Attilio Manca, con il referto autoptico compilato dalla dottoressa Ranalletta. Anche da una superficiale lettura dello stesso, si nota come non si parli assolutamente degli evidenti segni di violenza presenti sul corpo della vittima, come se la stessa fosse stata picchiata e immobilizzata;

la mancanza degli stessi particolari nel verbale della Polizia: anche in questo caso si legge: "Nel corpo di Attilio Manca non si notano segni di violenza" (stessa versione fornita dal referto autoptico);

la netta discrepanza fra le versioni riportate da numerosi testimoni (fra cui i genitori del Manca) da un lato, e la squadra mobile di Viterbo dall'altra, circa l'ultima telefonata effettuata dal medico alla famiglia la mattina dell'11 febbraio 2004, giorno prima del ritrovamento del cadavere. Questa telefonata, secondo la famiglia Manca, sarebbe sparita dai tabulati. Secondo i genitori e diversi amici del Manca, la telefonata si sarebbe verificata intorno alle ore 9 dell'11 febbraio mentre secondo la squadra mobile il giorno prima. Eppure sono tanti i testimoni a riferire che avendo chiesto soltanto poche ore dopo ai genitori di Attilio l'ora e il giorno dell'ultima telefonata, si sono sentiti rispondere: "Questa mattina alle 9". Un ricordo nitido, sicuro, preciso che fa riferimento a qualche ora dopo, non a tanti mesi dopo;

il totale "vuoto" investigativo sull'intera giornata dell'11 febbraio, in cui, secondo il medico legale e il medico del 118, dottor Giovan Battista Gliozzi, sarebbe morto Attilio Manca. Proprio su queste ore fondamentali, la Procura di Viterbo, malgrado gli input investigativi dell'avvocato Repici, non ha fatto assolutamente luce, anzi, in una integrazione della relazione autoptica presentata qualche tempo dopo dalla dottoressa Ranalletta, seppure come ipotesi, viene retrodatato il giorno della morte di Attilio Manca, dall'11 al 10 febbraio, incorrendo così in una contraddizione rispetto alla prima relazione presentata dallo stesso medico legale, che parlava con certezza di decesso avvenuto la sera dell'11 febbraio;

l'assoluta mancanza di prove riguardo alla "inoculazione volontaria" di eroina con la quale la vittima, secondo degli investigatori, si sarebbe "suicidata";

la comparsa, a un anno e mezzo dalla morte di Attilio Manca, di un esame tricologico (si tratta dell'analisi effettuata su un campione di capello della vittima, per stabilire pregresse assunzioni di stupefacenti). Appare quantomeno singolare che un "esame irripetibile" come questo emerga un anno e mezzo dopo, senza che al legale dei familiari della vittima, né agli stessi familiari, nel frattempo, venga notificato (a loro dire) un atto di importanza fondamentale come questo. Sia l'avvocato Repici che la famiglia Manca avrebbero saputo di questo "fantomatico" esame non mediante atti giudiziari, ma solo in occasione di una conferenza stampa trasmessa integralmente su internet che il procuratore Pazienti e il pm Petroselli hanno tenuto nel 2012 (ben 8 anni dopo la morte di Attilio Manca);

l'ostinata sicurezza dei magistrati di Viterbo di insistere sull'"inoculazione volontaria" di eroina, puntando sulla presunta "positività" dell'esame tricologico, assurto a "prova determinante", quando al massimo potrebbe essere considerato un indizio. In ogni caso, anche volendo ammettere che esista un esame tricologico e che avesse dato esito positivo, questo non dimostra affatto che la sera dell'11 febbraio 2004 sia stato il dottor Manca ad "inocularsi volontariamente" l'eroina, per giunta nel braccio sbagliato;

l'assoluta mancanza di prove in merito alla presunta cessione di eroina da parte di Monica Mileti ad Attilio Manca. Basta leggere i verbali della Polizia per scoprire delle lacune disarmanti: innanzitutto sul passato dell'imputata, nel senso che non si sa se la donna sia un'ex tossicodipendente o una spacciatrice, e poi sull'assenza nel suo appartamento degli oggetti utilizzati per spacciare. Nella casa della Mileti, infatti, in seguito a una perquisizione della Polizia, sono stati trovati un paio di cucchiaini sporchi di sostanza marrone (che dagli atti consultati non risultano essere stati analizzati, ma che la Polizia definisce "presumibilmente eroina") e una confezione di siringhe "uguali a quelle trovate nell'appartamento di Attilio Manca" (sempre secondo la Polizia). E però nell'abitazione della signora Mileti non sono stati trovati gli oggetti classici dello spacciatore: innanzitutto la droga, poi i bilancini e le bustine. Eppure, in base a quei 2 cucchiaini sporchi e a quella confezione di siringhe, gli inquirenti hanno costruito il teorema Monica Mileti uguale Attilio Manca;

il ruolo del cugino dell'urologo, tale Ugo Manca, che sarebbe organico alla mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, e condannato in primo grado (assolto in secondo) a quasi 10 anni di carcere per traffico di stupefacenti nel corso del processo "Mare nostrum droga". Una impronta palmare di Ugo Manca è stata ritrovata dalla Polizia scientifica nell'appartamento di Attilio, circostanza giustificata con una operazione di varicocele effettuata dal cugino alla quale lo stesso Ugo Manca si sarebbe sottoposto quasi 2 mesi prima. Non si è mai capito perché Ugo Manca si sia fatto operare dal cugino che egli stesso, sentito dai magistrati di Messina, giudica un "drogato, capace di bucarsi anche con la mano destra";

la figura di Ugo Manca ci conduce alla cittadina siciliana di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina (una delle più mafiose della Sicilia), e ai poteri forti come il circolo paramassonico "Corda fratres", frequentato dai boss Giuseppe Gullotti (mandante, fra l'altro, del delitto del giornalista Beppe Alfano), Rosario Pio Cattafi (avvocato, legato ai servizi segreti deviati e riciclatore del denaro sporco del clan Santapaola), ma anche da personalità rispettate della città. Basta seguire il modus operandi di Ugo Manca per comprendere alcune dinamiche di questa incresciosa vicenda;

la Polizia di Barcellona, invece di informare i genitori di Attilio del decesso del figlio, il 12 febbraio 2004, informò i genitori di Ugo, allora sotto processo per traffico di stupefacenti. Ugo Manca, essendo venuto a conoscenza dai genitori si precipitò a Viterbo, chiedendo prima alla famiglia di Attilio, quindi, in seguito al diniego da parte della stessa, alla magistratura di Viterbo, addirittura il dissequestro della casa del cugino, con il pretesto di prendere degli indumenti per rivestire la salma. Pertanto uno degli indiziati principali è stato liquidato dalla Polizia di Barcellona Pozzo di Gotto (incaricata da quella di Viterbo) con una quindicina di righe di verbale di sommarie informazioni, che possono corrispondere a cinque minuti di chiacchierata;

la mafia barcellonese è una delle più pericolose del nostro Paese, sia per le centinaia di morti ammazzati registrati in questi decenni, sia perché ha fabbricato il telecomando della strage di Capaci che nel 1992 ha visti uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Quel telecomando è stato consegnato brevi manu da Giuseppe Gullotti al boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca. Questo fa comprendere quanto sia forte il legame fra Barcellonesi e Corleonesi;

il suddetto legame è forte al punto da indurre due super latitanti ricercati dalla Polizia di tutto il mondo, come Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano a trovare rifugio a Barcellona durante la latitanza;

le incredibili ritrattazioni degli ex amici barcellonesi di Attilio Manca appartenenti al "sistema Corda fratres", e amici stretti di Ugo Manca; per esempio, la testimonianza di Lelio Coppolino che prima smentisce "categoricamente" la tossicodipendenza di Attilio Manca e diversi anni dopo la afferma con decisione, senza che gli inquirenti si pongano il perché di tali ritrattazioni;

il singolare modo di procedere degli inquirenti di Viterbo (ai quali, nel 2013, si affianca il Gip che con una ricostruzione assai fantasiosa sposa la tesi dell'overdose da eroina sostenuta dalla Procura);

l'estromissione, nella prima udienza del processo, dalla parte civile dei familiari di Attilio Manca (una estromissione proposta addirittura dal pm, che solitamente nelle aule di giustizia sta dalla parte delle vittime e dei suoi familiari) con la seguente motivazione: "La famiglia non ha subito alcun danno dalla morte del congiunto";

considerato inoltre che:

Francesco Pastoia, uomo fidato di Provenzano, morto impiccato in modo misterioso nel carcere di Modena, la cui tomba, pochi giorni dopo, è stata profanata da un incendio doloso appiccato presso il cimitero di Belmonte Mezzagno (Palermo), è stato intercettato, mentre parlava degli omicidi commessi dal suo capo, in riferimento ad un'operazione alla quale il boss corleonese fu sottoposto a Marsiglia disse genericamente: «Provenzano è stato da un "dottore"» senza specificare il nome, né il luogo di queste cure;

a giudizio degli interroganti alla luce del fatto che dal processo celebratosi a Palermo, che ha ricostruito il viaggio di Provenzano dalla Sicilia alla Francia per l'intervento chirurgico, sono stati accertati i nomi dei 3 medici francesi intervenuti ufficialmente per operare il capomafia, ma non del "dottore" (al singolare, come viene indicato da Pastoia) intervenuto prima dell'intervento con delle visite per diagnosticare la patologia, e dopo l'intervento per le cure da prestare al paziente, in quel periodo latitante e nascosto con le false generalità di Gaspare Troia, è logico ritenere che almeno un dottore, possa avere effettuato queste prestazioni, a meno che non si ritenga che il boss, con un titolo di studi da terza elementare, si sia diagnosticato da solo una patologia e non abbia avuto bisogno di cure post operatorie da alcun medico specializzato nell'intervento col sistema laparoscopico. Bisogna ricordare infatti che Provenzano è stato operato con quel sistema nel 2003 e che il dottor Attilio Manca, come detto, fu il primo medico in Italia (vedi dispacci dell'agenzia Ansa ed articoli dei giornali) ad intervenire con quel sistema nel 2002;

pertanto sono almeno 2 le persone che hanno suffragato e arricchito di particolari la parole di Pastoia: la prima è identificabile in tale Vittorio Coppolino di Barcellona Pozzo di Gotto, padre di Lelio Coppolino, uno dei migliori amici di Attilio, al punto da riceverne le confidenze più intime. Vittorio Coppolino, appena una settimana dopo il decesso del medico siciliano (quando ancora nessuno, compresi i magistrati, conosceva il segreto dell'operazione di Provenzano a Marsiglia) disse ai genitori del dottor Manca: "Siete sicuri che Attilio non sia stato 'suicidato' perché ha operato Provenzano?". La seconda persona è identificabile nel pentito del clan dei Casalesi, Giuseppe Setola, che ai pubblici ministeri di Palermo, Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, ha riferito che la morte di Attilio Manca non è stata causata da un suicidio per overdose (come asseriscono i magistrati di Viterbo) ma è da collegare all'operazione alla quale è stato sottoposto Provenzano. Ovviamente quando si parla di "operazione" ci si riferisce non solo all'intervento (al quale Manca potrebbe avere assistito, e ora verrà spiegato il perché), ma all'intero decorso ante e post operatorio al quale il boss è stato sottoposto;

diverse fonti, tra cui la trasmissione Rai "Chi l'ha Visto?", hanno riportato la notizia, che il latitante Provenzano sarebbe stato operato nel 2003, con sistema laparoscopico, a Marsiglia, nello stesso periodo in cui Manca si trovava in Francia;

Attilio Manca, proprio nell'autunno del 2003, quindi nel periodo in cui Provenzano era a Marsiglia per operarsi, si sarebbe trovato in terra francese per "assistere ad un intervento chirurgico", come allora telefonicamente disse ai genitori;

i familiari di Attilio Manca hanno chiesto, fin da subito, ai magistrati di Viterbo, di acquisire i tabulati telefonici del 2003 per accertare il luogo dal quale l'urologo avrebbe effettuato quella chiamata. Tale richiesta è rimasta inevasa dalla Procura, senza mai chiarirne i motivi;

già con atto di sindacato ispettivo, che ad oggi non ha ricevuto risposta, 3-00366 della XVII Legislatura, pubblicato il 17 settembre 2013, nella seduta n. 103, si chiedeva al Ministro della giustizia di valutare la possibilità di attivare potere ispettivi presso il Tribunale di Viterbo per accertare se gli uffici giudiziari abbiano proceduto secondo le leggi, i regolamenti e le istruzioni vigenti;

considerato altresì che a quanto risulta agli interroganti:

Giuseppe Setola, pentito del clan dei Casalesi, detenuto nel carcere di Napoli, da dichiarazioni rese nei mesi scorsi ai pubblici ministeri di Palermo Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia, ha sostenuto di aver appreso da un compagno di cella che l'urologo Attilio Manca di Barcellona Pozzo di Gotto, allora in servizio presso l'ospedale "Belcolle" di Viterbo non si sarebbe suicidato con un'overdose di eroina, ma sarebbe stato ucciso dalla mafia;

dalle parole del collaboratore di giustizia, Manca sarebbe stato il medico che avrebbe curato il super boss corleonese prima e dopo l'operazione, oltre a essere presente in sala operatoria durante l'intervento;

la Commissione d'inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, sta approfondendo gli aspetti che riguardano la latitanza a Barcellona Pozzo di Gotto dei boss Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano;

la presidente della stessa Commissione, onorevole Rosy Bindi, durante la conferenza stampa tenuta a Messina il 28 ottobre 2014, in occasione della visita nella città, ha detto: "La morte di Attilio Manca a tutto può essere attribuibile, tranne che a una morte per overdose di eroina", dichiarazione suffragata dal vice presidente della stessa Commissione, onorevole Claudio Fava, e da diversi altri componenti, quali i parlamentari Mario Giarrusso, Francesco D'Uva e Giulia Sarti;

dalle indagini svolte dalla redazione del programma di Rai Tre "Chi l'ha visto?", risulta che Attilio Manca non era in ospedale nei giorni del ricovero di Bernardo Provenzano a Marsiglia;

l'assenza di Attilio Manca dall'Ospedale "Belcolle" di Viterbo, è stata verificata dal giornalista Paolo Fattori del programma "Chi l'ha visto?", dopo aver controllato il registro delle presenze dello stesso nosocomio;

i giorni in cui è segnata la mancata presenza di Attilio Manca, sono quelli del 25, 26 e 31 ottobre 2003, mentre il 30 ottobre, lo stesso se ne era andato via intorno alle ore 15,30, prima quindi che terminasse il suo turno, per poi rientrare in servizio la mattina del 1° novembre del 2003;

il verbale della squadra mobile di Viterbo, guidata all'epoca dal dottor Salvatore Gava, asserisce invece che l'urologo siciliano era di turno in ospedale nei giorni in cui il boss si trovava in Francia per sottoporsi all'intervento chirurgico. Quindi, a parere degli interroganti, o Attilio Manca era davvero in ospedale oppure il capo della squadra mobile ha attestato il falso;

a quanto risulta agli interroganti il dottor Gava, capo della squadra mobile di Viterbo nel 2001, in occasione del G8 di Genova, fu accusato di avere fatto parte della "catena di comando" dei funzionari di Polizia che nella scuola Diaz di Bolzaneto furono protagonisti del pestaggio di decine di inermi pacifisti che avevano sfilato durante la giornata. In particolare Gava è stato accusato di aver redatto un falso verbale sul ritrovamento, all'interno della stessa scuola, di alcune spranghe e molotov, che però, secondo i magistrati, non erano state introdotte dai pacifisti. L'ex capo della squadra mobile di Viterbo, per questo reato, è stato condannato definitivamente in Cassazione a 3 anni e 8 mesi di reclusione e all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni;

tali novità sono certamente importanti per il nuovo quadro investigativo degli inquirenti e quindi, per la riapertura del caso sulla morte dell'urologo Attilio Manca. Recentemente il procuratore Giuseppe Pignatone della Direzione distrettuale antimafia di Roma ha aperto un fascicolo di indagini preliminari "modello 45", inserendo il caso "nel registro degli atti non costituenti notizia di reato", come riportato dalla testata online "L'Ora quotidiano" in data 22 ottobre 2014,

si chiede di sapere:

se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei fatti relativi alle discrepanze del verbale redatto dalla squadra mobile di Viterbo, guidata all'epoca da Salvatore Gava, dove si asserisce che Attilio Manca era di turno in ospedale nei giorni in cui il boss si trovava in Francia per sottoporsi all'operazione chirurgica, mentre dai registri delle presenze dell'Ospedale "Belcolle" di Viterbo è stata verificata dal giornalista Paolo Fattori del programma "Chi l'ha visto?" l'assenza dal nosocomio;

se non ritengano opportuno, alla luce di quanto esposto, attivare le procedure ispettive e conoscitive previste dall'ordinamento, anche al fine di prendere in considerazione ogni eventuale sottovalutazione di significativi profili di accertamento, tenuto conto delle novità emerse esposte in premessa, e in relazione a presunte omissioni e possibili tardive indagini della Procura di Viterbo, che potrebbero aver nascosto diversi elementi utili per accertare la verità sulla morte di Attilio Manca.