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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-01306


Atto n. 3-01306 (con carattere d'urgenza)

Pubblicato il 15 ottobre 2014, nella seduta n. 332

DE PETRIS , PETRAGLIA , CERVELLINI , BAROZZINO , URAS , DE CRISTOFARO , STEFANO - Al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. -

Premesso che, a giudizio degli interroganti:

il provvedimento di licenziamento dell'orchestra e del coro del teatro dell'Opera di Roma azzera in un colpo solo un secolo di storia della cultura italiana, colpendo il teatro della capitale d'Italia che ha ospitato la "prima esecuzione assoluta" della "Tosca" di Giacomo Puccini;

il licenziamento collettivo proposto dal consiglio di amministrazione del teatro dell'Opera di Roma, primo caso nella storia dei teatri in Italia e probabilmente nel mondo, fa ricadere sui 182 musicisti le responsabilità delle cattive gestioni economiche che le diverse amministrazioni alla guida della fondazione negli ultimi anni hanno causato; sembra di assistere alle "prove generali" degli attacchi a cui il mondo del lavoro, nel suo complesso, si vedrà sottoposto nel prossimo futuro;

la volontà politica appare sempre più quella di svuotare i teatri per renderli dei contenitori e per potere, di volta in volta, affidare le prestazioni artistiche a cooperative esterne che saranno costrette a ribassare sempre più i costi e la qualità affermando, a questo scopo, che i contratti di lavoro a tempo indeterminato sono sinonimo di scarsa qualità;

il teatro non è fatto dalle mura, ma da gli artisti e dai professionisti che ci lavorano;

in caso di esuberi legati allo stato di difficoltà economica delle fondazioni lirico-sinfoniche, la "legge Bray" (decreto-legge n. 91 del 2013, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 112 del 2013) prevede una "razionalizzazione del personale artistico" (art. 11). La decisione del consiglio di amministrazione del teatro dell'Opera di Roma ha applicato in maniera quantomeno "creativa" la legge Bray cancellando, nella loro totalità, gli organici di orchestra e coro;

gli artisti di coro e orchestra sono stati oggetto di una campagna mediatica diffamante che li ha rappresentati nel mondo come dei "lavativi privilegiati" mentre la realtà è che si tratta di professionisti, con retribuzioni minori rispetto a quelli di tutti gli altri teatri europei, vincitori di concorsi internazionali, che hanno dedicato e dedicano tutta la vita allo studio ed al perfezionamento per poter offrire al pubblico spettacoli dal vivo di alto livello, come dichiarato dalla stampa nazionale e mondiale che li ha visti protagonisti al festival di Salisburgo 2013 fino alla tournée in Giappone del maggio 2014 con il maestro Riccardo Muti;

un'orchestra è composta da una compagine stabile ed una aggiuntiva. Gli artisti stabili sono circa 90 persone contrattualizzate che fanno parte in maniera continuativa dell'insieme strumentale. Sono la parte fondamentale di un ente lirico perché lavorando insieme da anni costruiscono giorno dopo giorno un'amalgama sonora che li contraddistingue e li differenzia dagli altri teatri. Ogni orchestra ha una sua identità sonora e tecnica e porta avanti la sua peculiarità nel tempo, formando i nuovi arrivati e perpetrando tradizioni. Per questo Strauss suonato dai Musickverein di Vienna suona differentemente da quando lo si suona in qualsiasi altra parte del mondo. Per questo l'opera suonata in Italia suona così solo in Italia. Gli "aggiunti" invece sono strumentisti freelance che vengono convocati di volta in volta quando l'organico stabile non è sufficiente all'esecuzione di un brano;

il teatro dell'Opera di Roma ha costantemente ridotto l'organico stabile essendo poi impossibilitato a riassumere strumentisti con concorsi pubblici a causa del blocco, che impedisce nuove assunzioni da parte degli Enti statali. Si è dovuto quindi nel tempo ricorrere a numerosi aggiunti, e ciò oltre ad impedire all'orchestra di preservare la propria identità, ha comportato un notevole aumento dei costi di gestione. E proprio contro questo protestava l'orchestra. Per una volta, uno sciopero non era per chiedere niente in più, ma anzi per fare qualcosa di negativo in meno;

gli sprechi del teatro dell'Opera di Roma si annidano nella cattiva gestione dell'ente: i dipendenti del teatro sono 430 lavoratori e 11 dirigenti, 419 tra personale artistico, macchinisti, tecnici audio, tecnici video, scenografi, assistenti di palco, sarti, pianisti accompagnatori, truccatori e tutto il resto. Per un costo totale del personale stimabile in circa 15 milioni di euro, considerando le varie indennità. Dal bilancio 2012 pubblicato dall'ente sul proprio sito, i conti non tornano in quanto il dato relativo alle contribuzioni riporta per il personale alla voce salari e stipendi 25.716.550 euro, se aggiungiamo ai 15 milioni del costo del personale i 790.000 euro per gli stipendi lordi degli 11 dirigenti (pari a circa lo stipendio di 20 orchestrali) si è ancora lontani dal raggiungere i 25 milioni presenti nel bilancio. Mancano altre 3 figure professionali, i cantanti, i direttori d'orchestra e i registi, i cui cachet rappresentano il costo maggiore di ogni teatro;

sul piano della gestione e quindi delle entrate le responsabilità sono evidenti pensando agli allestimenti e alla ricerca di sponsor privati. Bastino solo pochi esempi per comparare situazioni simili tra il Wien Staatsoper, il teatro dell'Opera di Vienna, il parallelo austriaco del teatro capitolino: a Vienna nel 2014 "Sigfrido", nuovo allestimento, 17esima replica con questo allestimento; "Tosca", 573esima replica con questo allestimento; "L'Olandese volante", 53esima replica con questo allestimento; "Elisir d'amore", 213esima replica con questo allestimento. Nella stagione 2014 all'Opera di Roma: "Elisir d'amore", 6 repliche; "Ernani", nuovo allestimento, 7 repliche; "Lago dei Cigni", nuovo allestimento, 11 repliche; "Manon Lescaut", nuovo allestimento, 5 repliche; "Rigoletto", nuovo allestimento, 10 repliche. Al teatro delle terme di Caracalla, 3 opere, 2 nuovi allestimenti;

i dirigenti dei teatri esteri hanno ben capito che le opere, una volta messe in scena, per essere produttive devono essere rappresentate anche 600 volte se funzionano. Perché così il teatro fa cassa, perché ogni replica messa in scena diminuisce drasticamente il costo di produzione fino a raggiungere il famoso "punto di rientro" tanto caro all'economia aziendale, che fa sì che ad un certo punto si cominci a guadagnare del denaro utile al pareggio di bilancio. L'allestimento scellerato di nuove opere invece non fa altro che alimentare il meccanismo perverso del dispendio a solo beneficio di registi estrosi chiamati per "chiara fama" a creare scenografie enormemente costose ed a totale discapito dell'ente teatrale, specialmente se poi se ne fanno pochissime repliche. E sono proprio registi e direttori d'orchestra la voce di spesa maggiore del teatro dell'Opera di Roma;

gli sponsor privati nel teatro viennese appongono diciture come la seguente: "questa produzione è stata resa possibile grazie al finanziamento della Lexus" e a volte si fanno carico di mettere in scena intere produzioni teatrali in cambio di un enorme rientro di immagine. Alla voce sponsor del bilancio 2012 del teatro romano si legge alla voce "Altri ricavi e proventi", b) sponsorizzazioni e diritti per ripresa e diffusioni 1.247.604 euro. Un teatro di tradizione dell'importanza dell'Opera di Roma con tournée internazionali ed una direzione artistica stabile come quella del maestro Muti, è impensabile che riesca a racimolare solo 600.000 euro in un anno (dando per scontato che la cifra faccia riferimento per metà anche ai diritti televisivi e radiofonici) di sponsor;

senza considerare che il contributo dello Stato, che rappresenta una voce fondamentale dei ricavi, è strettamente correlato alle scelte di politica economica del Paese, come evidenziato dall'andamento discontinuo degli ultimi anni; inoltre le riduzioni dei finanziamenti avvengono in tempi che non permettono di adottare misure correttive. I tagli sono comunicati ad esercizio avanzato vanificando i principi di corretta programmazione economico finanziaria che per le fondazioni lirico-sinfoniche costituisce l'obiettivo strategico da conseguire costantemente, creando quindi problemi di bilancio;

sarebbe il caso di investire nel settore degli sponsor privati e nel taglio dei cachet di registi, direttori e cantanti, prima di tagliare in altri. Forse sarebbe il caso di tentare tutto il possibile prima di licenziare 182 persone. Forse prima di prendere una decisione del genere andrebbe considerata la situazione sotto un'ottica più ampia, o forse basterebbe leggere i bilanci per rendersi conto che la soluzione adottata appare più che altro una scappatoia;

nello specifico il consiglio d'amministrazione del teatro dell'Opera di Roma ha scelto la strada del licenziamento di questi lavoratori sostenendo che l'"esternalizzazione del servizio" farebbe risparmiare al teatro circa 3,4 milioni all'anno. Agli orchestrali e coristi è stato proposto di formare, dopo il licenziamento, una sorta di cooperativa musicale che possa anche proporsi come "servizio esterno" per il teatro al fine di garantirne le rappresentazioni. Questa singolare posizione significa in pratica che il consiglio di amministrazione non ritiene gli orchestrali e i coristi musicalmente inadeguati ai compiti richiesti, ma semplicemente che vuole risparmiare tagliando i salari dei lavoratori, eliminando molti diritti (in primo luogo quello di sciopero) e minando la sicurezza del posto di lavoro;

la storia delle "esternalizzazioni" è ormai abbastanza lunga, in Italia, e largamente applicata, con risultati piuttosto negativi, in tutti i settori industriali, nella logistica e persino nel settore pubblico, come nel caso delle pulizie delle scuole. Per i datori di lavoro, si tratta sempre di abbassare il salario reale dei lavoratori, di precarizzarli e di annullarne i diritti. Questa logica, applicata a un settore come quello musicale, appare ancor più folle che altrove. Un'orchestra importante si costruisce nel tempo, con la continuità di prove, di conoscenza reciproca e di vicinanza e comprensione con i grandi direttori d'orchestra. Non è pensabile il reclutamento di un gruppo "a contratto" per un periodo limitato, con una valutazione in cui magari una riduzione dei costi pari al 10 o 15 per cento è il fattore decisivo a scapito della qualità artistica;

la soluzione adottata con il licenziamento collettivo dei musicisti del teatro dell'Opera di Roma si configura quindi come una scelta prettamente politica per zittire polemiche scomode e tacitare i sindacati come esempio, un atto illecito per spostare l'attenzione dal vero problema: la scellerata gestione amministrativa, la totale inadeguatezza del sovrintendente e non ultima la primaria responsabilità dello Stato nel non combattere i privilegi ma anzi nel tutelarli. I veri privilegi, non quelli millantati dalla stampa. Licenziare persone che hanno studiato moltissimo per vincere un concorso per percepire uno stipendio assolutamente nella norma e tutelare invece dirigenti di nomina politica che nulla hanno a che vedere con l'arte e con la musica e che non hanno minimamente una formazione professionale da permettere loro di fare scelte adeguate di gestione costituisce una gravissima ammissione di colpa. Specialmente quando proprio i dirigenti di nomina politica sono la vera causa dello scempio dei teatri italiani;

considerato inoltre che il Ministro in indirizzo non ha mai risposto all'interrogazione 4-02938 presentata dall'on. Celeste Costantino il 2 dicembre 2013,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga il caso di revocare immediatamente i provvedimenti di licenziamento;

quali iniziative intenda porre in essere per ripristinare una corretta applicazione della legge Bray che prevede una "razionalizzazione del personale artistico" e non una sua drastica cancellazione;

se non ritenga, per una questione di correttezza e di trasparenza istituzionale, di dover rendere di dominio pubblico le specifiche del bilancio del teatro dell'Opera di Roma;

se non ritenga di indurre a pianificare la restituzione dei debiti contratti, attraverso delle politiche di risparmio volte al risanamento economico con l'azzeramento di appalti e commesse esterne;

se non ritenga opportuna un'azione di rilancio anche con un'accurata ricerca di dirigenti capaci di governare il teatro dell'Opera di Roma a partire dalla sovrintendenza e all'uopo, attesa l'importanza, di far sì che ciò avvenga come accaduto presso il teatro Alla Scala di Milano, dove tale carica è stata scelta in seguito ad un concorso internazionale;

quali misure ritenga necessarie per consentire il necessario ridimensionamento dei vari incarichi e le molteplici consulenze attualmente esistenti a carico della fondazione, considerando che il decreto-legge n. 91 del 2013 individua 3 figure dirigenziali e preminenti: il soprintendente, il direttore artistico ed il direttore amministrativo.

se, nella sua qualità di organo preposto a difendere e valorizzare la cultura del nostro Paese e la sua identità artistica, si senta di escludere drasticamente che quella del teatro dell'Opera di Roma non rappresenti il primo passo per un'opera di "razionalizzazione" dell'intero comparto lirico-sinfonico nazionale.