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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 3-00857


Atto n. 3-00857 (in Commissione)

Pubblicato il 1 aprile 2014, nella seduta n. 220

PETRAGLIA , DE PETRIS , BAROZZINO , CERVELLINI , DE CRISTOFARO , STEFANO , URAS , ROMANI Maurizio , BENCINI , BIGNAMI , DE PIN , GAMBARO , MASTRANGELI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca. -

Premesso che:

tra le molte criticità della riforma dell'università approvata con legge n. 240 del 2010 vi è la disciplina del reclutamento e delle progressioni di carriera del personale docente. L'abilitazione scientifica nazionale nella sua prima tornata ha già mostrato numerose criticità e suscitato un contenzioso significativo;

il sistema di reclutamento a regime prevedeva un sistema di ingresso con posti di ricercatore a tempo determinato per i quali si prevedeva la possibilità della tenure track; si introduceva poi la possibilità dell'upgrading per i vecchi ricercatori del ruolo messo ad esaurimento (a tempo indeterminato) e degli associati tramite un sistema di abilitazione scientifica con cadenza annuale per l'accesso alle posizioni di professore associato ed ordinario; la disciplina delle procedure di chiamata degli abilitati veniva poi affidata ai regolamenti dei singoli atenei;

considerato che:

il primo elemento venuto meno dall'entrata in vigore della legge è stata l'immissione nel sistema del reclutamento di "nuova linfa", visto che sono mancati pressoché ovunque i bandi da ricercatore di tipo B, costringendo un'intera generazione di studiosi a rinunciare alla via della ricerca o ad abbandonare il nostro Paese con una perdita secca per l'Università italiana, anche in ragione dell'investimento fatto nella loro formazione. A giudizio degli interroganti da questo punto di vista non si può che constatare che la legge n. 240 del 2010 si sta rivelando un castello di carte che si sta ripiegando su se stesso, sul quale occorrerà intervenire;

le modalità di reclutamento degli associati a regime si dimostreranno quindi inutilizzabili, se non da parte dei ricercatori a tempo indeterminato, che dopo anni di blocco dei concorsi vedono nuovamente riaprirsi la possibilità della progressione di carriera, ma nuovamente con una procedura che lascia ampio margine all'arbitrio dei baronati locali. Se, infatti, l'abilitazione scientifica nazionale ha mostrato sin qui "la corda" di una gestione che ha messo insieme un sistema poco credibile di fissazione di mediane e criteri da parte dell'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR) che in molti settori hanno prodotti risultati la cui iniquità è abnorme, la fase delle cosiddette chiamate, a causa della scelta improvvida di affidare a regolamenti di ateneo la disciplina delle stesse, dato il disegno accentratore della governance degli atenei statali, sarà rimessa all'arbitrio di pochissimi;

ulteriore conseguenza della scelta fatta, anche dalla citata legge, di non risolvere il nodo dello stato giuridico dei ricercatori a tempo indeterminato, è quella per cui la pletora dei non abilitati (bocciati nella prima tornata) non sta tardando a trarre le conseguenze da tale giudizio negativo, rifiutando di svolgere tutte quelle attività sin qui svolte dai ricercatori a titolo di volontariato, tra cui l'attività didattica. Non è un problema di poco conto poiché negli atenei italiani si calcola che circa il 40 per cento della didattica sia svolta a titolo volontario da ricercatori. La regola secondo cui i "bocciati" all'abilitazione non possono partecipare nuovamente alle procedure per i 2 anni successivi non fa che aggravare questo problema;

nella prima tornata le procedure di abilitazione in molti settori scientifici si sono svolte mostrando numerose irregolarità nei lavori e negli esiti, come ampiamente documentato più volte su tutti i principali quotidiani. Si va dal caso di candidati bocciati alla seconda fascia e promossi alla prima, a quelli di settori in cui la pletora di abilitati si affianca all'esclusione di studiosi illustri e riconosciuti a livello internazionale, ai molti casi di commissari che hanno autocertificato titoli che non possedevano per poter essere sorteggiati nelle commissioni, ai sorteggi che, in violazione del regolamento non si sono svolti tutti in un'unica sequenza, alle commissioni di dimensioni troppo ridotte per poter rappresentare le diverse aree scientifiche culturali e i diversi settori disciplinari compresi nel settore concorsuale (con l'assurdo di commissari stranieri che in alcuni casi non conoscevano l'italiano, provenienti da elenchi formati su basi poco chiare), infine alle conseguenze delle regole cervellotiche dell'ANVUR per cui del lungo percorso di produzione scientifica di candidati che hanno dedicato la vita all'università, viene fotografato solo l'ultimo tratto conclusivo, mettendo sullo stesso piano chi è nella fase di espansione produttiva nella ricerca e chi, subendo lunghi anni di blocco dei concorsi, si presenta all'abilitazione con titoli che in alcuni casi non vengono neanche ritenuti ammissibili;

ritenuto che:

le risorse sin qui messe a disposizione dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca nell'ambito del piano straordinario degli associati hanno coperto solo il primo triennio di un periodo che doveva servire a "smaltire" le chiamate di una significativa percentuale di ricercatori a tempo indeterminato, e che invece si sono comunque dimostrate del tutto insufficienti rispetto al numero degli abilitati, anche perché nel primo anno sono state utilizzate anche per chiamare i vecchi idoneati dell'ultima tornata di concorsi locali, con un'ulteriore infornata di candidati non sottoposti a una valutazione seria di livello nazionale;

occorre finanziare un nuovo triennio per coprire le chiamate degli abilitati prodotti sin qui tenendo conto, tra le necessarie modifiche della disciplina del reclutamento dei professori, che l'attuale sistema delle chiamate privilegia la chiamata degli interni, disincentivando la circolazione degli studiosi e dimenticando totalmente gli abilitati provenienti dagli enti di ricerca,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non voglia valutare l'opportunità di promuovere un intervento emendativo puntuale, alla luce delle problematiche prodotte dalla disciplina del reclutamento e dalla procedura di abilitazione scientifica nazionale nella sua prima tornata;

se non intenda, inoltre, apportare, attraverso un opportuno intervento legislativo che ridimensioni i poteri dell'ANVUR, anche con riferimento alla sua composizione, una limatura delle procedure di abilitazione al fine di collegare le procedure di abilitazione alla programmazione triennale degli atenei, onde non creare un esercito di abilitati-illusi che non saranno mai chiamati;

inoltre, anche in vista di un recupero di credibilità ed autorevolezza del corpo docente delle nostre università, quali misure voglia intraprendere per recuperare sulla disciplina legislativa relativa alle procedure di chiamata oggi affidate al capriccio dei rettori e rispettivi consigli di amministrazione, oltre alla disciplina dello stato giuridico ed economico, oggi delegificata.