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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00144


Atto n. 1-00144 (procedura abbreviata)

Pubblicato il 19 settembre 2013, nella seduta n. 106
Esame concluso nella seduta n. 112 dell'Assemblea (26/09/2013)

Note: Testo 2

FEDELI , ZANDA , ESPOSITO Giuseppe , GHEDINI Rita , FATTORINI , LATORRE , CONTI , BONFRISCO , CHIAVAROLI , RIZZOTTI , DE PIETRO , LANZILLOTTA , GIANNINI , DE PETRIS , PETRAGLIA , BISINELLA , FINOCCHIARO , ALBANO , AMATI , ASTORRE , BERTUZZI , BORIOLI , CALEO , CANTINI , CAPACCHIONE , CARDINALI , CASSON , CHITI , CIRINNA' , CUCCA , CUOMO , D'ADDA , DE BIASI , DE MONTE , DI GIORGI , DIRINDIN , FABBRI , FAVERO , FILIPPIN , FISSORE , FORNARO , GATTI , GINETTI , GRANAIOLA , GUERRIERI PALEOTTI , LO GIUDICE , MANASSERO , MARINO Mauro Maria , MATTESINI , MATURANI , ORRU' , PADUA , PAGLIARI , PEGORER , PEZZOPANE , PIGNEDOLI , PUGLISI , PUPPATO , RICCHIUTI , ROSSI Gianluca , RUSSO , SAGGESE , SOLLO , SPILABOTTE , VACCARI , VALENTINI , VATTUONE , ZANONI , BENCINI , DI BIAGIO , DE PIN , ROMANO , MANCONI

Il Senato,

premesso che:

è inaccettabile che lo stupro, eseguito in modo sistematico e di massa su donne, ragazze, bambine e bambini, così come la schiavitù sessuale e la tratta di esseri umani, insieme ad altre forme di violenza, siano ancora usati come armi, forme di controllo e sopraffazione, in zone di conflitto in tutto il mondo;

secondo la campagna delle Nazioni Unite contro lo stupro in situazioni di conflitto, la stragrande maggioranza delle vittime delle guerre odierne si riscontrano tra i civili, per lo più donne e minori. Particolarmente le donne possono essere esposte a gravi forme di violenza, che talora sono messe in atto in quanto costituiscono obiettivi militari o politici;

durante le guerre spesso vengono commessi stupri allo scopo di seminare il terrore tra la popolazione, disgregare famiglie, distruggere comunità, e, in alcuni casi, modificare la composizione etnica della generazione successiva. Talora si fa ricorso allo stupro per contagiare deliberatamente le donne con il virus dell'HIV o allo stupro etnico delle donne appartenenti alla comunità nemica per controllare le nascite della popolazione nemica;

lo stupro contro le donne come prassi nei conflitti ha attraversato ogni angolo della terra in tutte le epoche. Durante la Seconda guerra mondiale l'esercito giapponese e americano disponevano di schiave sessuali, ovvero donne prigioniere costrette a subire violenze sessuali, e in Italia gli americani costrinsero 40.000 donne napoletane a prostituirsi dopo stupri;

le cifre dei conflitti negli ultimi venti anni parlano di 20.000-50.000 donne violentate in Bosnia; almeno 200.000 nella Repubblica democratica del Congo durante gli ultimi 12 anni di guerra. Le agenzie delle Nazioni Unite calcolano che più di 60.000 donne siano state stuprate durante la guerra civile in Sierra Leone (1991-2002), più di 40.000 in Liberia (1989-2003), fino a 60.000 nella ex Yugoslavia (1992-1995);

se prima o durante i conflitti mondiali lo stupro era strumento di vendetta sul nemico, dagli anni '90 in Bosnia diventa pulizia etnica, tanto che il Tribunale penale internazionale per la ex Yugoslavia (ICTY) ha perseguito in maniera specifica i reati di stupro e riduzione in schiavitù in quanto crimini contro l'umanità;

Margot Wallstrom, inviata speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto, ha affermato: «La violenza sessuale è utilizzata dai combattenti come un'arma per instillare paura tra la gente. Inoltre, il fenomeno è diventato sistematico ed esteso, e si registra un incremento dei casi di violenza contro le donne perpetrate da civili consapevoli di non incorrere in sanzioni penali. È necessario quindi cambiare il punto di vista che considera lo stupro durante i periodi di conflitto solo come danno collaterale. Lo stupro non è né culturale, né sessuale ma è criminale»;

gli effetti dello stupro in periodi di guerra, sia fisici (rischio di sterilità, di incontinenza e di malattie sessualmente trasmissibili) che psicologici, sono devastanti per le vittime dato che queste possono essere in certi casi anche stigmatizzate, respinte, maltrattate, disonorate, escluse dalle loro comunità e, a volte, anche assassinate;

le famiglie delle vittime sono a loro volta particolarmente colpite e subiscono le violenze come un'umiliazione, mentre i bambini nati da stupri possono essere oggetto di rifiuto e quindi soggetti all'abbandono alla nascita o all'infanticidio;

valutato che:

casi di violenza sessuale di massa si sono registrati, e si registrano ancora, in molte parti del mondo: Cecenia, Darfur, Iraq, Libia, Congo, Kosovo, Sierra Leone, Ruanda, eccetera. Nel rapporto 2010 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) si afferma che «le donne fanno di rado la guerra, ma troppo spesso ne soffrono le conseguenze peggiori: la violenza sessuale costituisce un'arma di guerra ripugnante e sempre più utilizzata»;

per quanto concerne la Repubblica democratica del Congo (RDC), Amber Peterman, autore di uno studio pubblicato nel 2011 sull'"American journal of public health", ha parlato del dramma congolese come di un fenomeno 26 volte più grave rispetto a quello valutato dall'Onu: «I dati raccolti mostrano quanto le precedenti stime sui casi di violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo siano ben lontane dal fotografare la reale situazione presente nel Paese» in quanto, secondo questo rapporto, i casi di stupro sarebbero circa 1.100 al giorno su un totale di 400.000 donne, tra i 15 e 49 anni, violentate solo tra il 2006 e il 2007, una media di 48 all'ora, quasi una al minuto, stima basata sui dati delle strutture sanitarie contro le 15.000 registrate dall'Onu e basate sui rapporti della polizia;

oltre al Ruanda, anche Burundi, Uganda e Angola sono stati accusati delle atrocità avvenute in Congo tra il 1993 e il 2003, in cui l'uso sistematico dello stupro da parte di tutte le forze combattenti è denunciato in un rapporto delle Nazioni Unite con un documento di 500 pagine che elenca 617 gravi violazioni accertate: «La violenza sessuale è stata una realtà quotidiana che non ha dato tregua alle donne del Congo - si legge nel rapporto - e i diversi gruppi armati hanno commesso violenze sessuali che si iscrivono nel quadro di vere campagne di terrore. Stupri in pubblico, stupri collettivi, stupri sistematici, incesti forzati, mutilazioni sessuali, donne sventrate, mutilazione degli organi genitali, cannibalismo, sono tutte tecniche di guerra usate contro la popolazione civile nel conflitto»;

«Siamo di fronte a un cancro che si diffonde nel mezzo dell'impunità e del silenzio», dice Michael van Rooyen, direttore della "Harvard humanitarian initiative" che ha fatto un'inchiesta su un gruppo di vittime, tra i 3 e gli 80 anni, nell'ospedale Panzi di Bukavui in Congo, dove il 60 per cento ha subito violenza collettiva da un numero di uomini che varia da 3 a 15 a volta;

le violenze nella RDC provengono da entrambi gli schieramenti in guerra, quindi sia dalle milizie sia dalle forze statali, con ingaggio anche stupratori seriali, e, seppure la guerra è ufficialmente finita nel 2003, gli scontri e gli stupri proseguono;

l'avvocato congolese Hamuly Rely, in una petizione che ha già raccolto una cinquantina di firme in tutto il mondo, tra attiviste dei diritti umani e personalità politiche, ha chiesto che sia istituito un tribunale penale internazionale incaricato di giudicare e condannare i crimini di guerra commessi in oltre 20 anni di conflitto nella RDC e, in particolare, gli stupri sulla popolazione femminile. «Non aprire un TPI per il Congo sarebbe una discriminazione nei confronti delle donne congolesi, principali vittime della guerriglia e delle violenze» afferma Rely, secondo il quale il tribunale sarebbe chiamato a indagare sui crimini denunciati nel "rapporto Mapping" sui gravi crimini commessi nella RDC dal 1993 al 2003, cioè negli ultimi anni del potere di Mobutu e durante le due guerre del 1996-1997 e del 1998-2002, pubblicato dall'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani il 1° ottobre 2010;

valutato altresì che:

il fenomeno non concerne solo la RDC. In Libia, nel mese di aprile 2011, l'ambasciatrice statunitense, Susan Rice, aveva denunciato la distribuzione di viagra alle truppe con il fine di maggior aggressione nelle violenze sessuali, e il britannico "DailyMail" aveva intervistato Michael Mahrt di Save the children, che parlava di violenze sessuali a minori. Storie di stupri indistinti sono stati riportati da chi è fuggito da Misurata, Ajdabiya e Ras Lanuf;

nell'aprile 2011, nel Bahrain, la poetessa ventenne Ayat al-Ghermezi, in prima fila nelle proteste in piazza della Perla a Manama, è morta dopo essere stata arrestata e ridotta in coma per gli stupri subiti;

nelle carceri di Gohar Dasht, nella città di Karaj a nord di Teheran, ancora oggi moltissime ragazze vengono sistematicamente violentate e uccise: arrestate per motivi che vanno dalla morale al dissenso, nel momento in cui vengono condannate queste donne vengono drogate e trasformate in schiave sessuali;

in 14 anni di guerra civile liberiana il 40 per cento delle donne ha subito violenze con conseguenze psichiche e fisiche devastanti;

nella sanguinosa guerra civile in Sierra Leone migliaia di donne, ragazze e bambine sono state stuprate e ridotte a schiave sessuali;

un numero imprecisato di donne e ragazze sono state violentate in Darfur, nel sud Sudan e sui monti Nuba durante i conflitti;

oggi in Asia, poi, l'emergenza è in Birmania dove la guerra, nel Kachin e nello Shan, porta da 40 anni morti, torture e stupri di massa usati come arma sistematica di terrore per piegare la popolazione;

stupri sistematici sono stati denunciati da organizzazioni umanitarie: nel 2002 lo "Shan women's action network" ha pubblicato un rapporto, "Licenza di stupro", che documenta, tra il 1996 e il 2001, più di 600 rapimenti e assalti sessuali commessi dalle truppe birmane, mentre nel 2007 il rapporto "State of terror", della "Karen women's organisation", dava più di 4.000 abusi, rapimenti, assassini, torture in circa 200 villaggi;

il conflitto tra Governo colombiano e Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), solo nel 2011, ha provocato, tra l'altro, 22.597 casi di stupro. Nel rapporto diffuso il 4 ottobre 2012 da Amnesty international, "Colombia: hidden from justice. Impunity for conflict-related sexual violence", il Governo colombiano è direttamente chiamato in causa per non aver fatto veri passi avanti per giudicare i responsabili dei crimini sessuali e per aver agevolato l'impunità davanti ad un fenomeno non denunciato da molte donne che raramente ottengono giustizia;

a maggio 2012, la rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Margot Wallstrom, ha ascoltato le donne colombiane, dichiarando: «È chiaro che la questione della violenza sessuale è il lato oscuro della Colombia. È inaccettabile non aiutare la Colombia a raggiungere la pace. Le donne continuano a temere per la loro vita. I loro figli sono vittime di abusi e a rischio. Nella maggior parte dei racconti, gli autori sono gruppi paramilitari o armati. Ma quando queste donne cercano aiuto nelle forze di sicurezza, non si sentono rispettate, ascoltate, e non ricevono la protezione di cui hanno bisogno»;

infine, in merito ai più recenti conflitti, si segnala che secondo la denuncia di Raywa Abdel Rahman del "Coordinating mass action for Egyptian women movement", in Egitto, nelle ultime settimane, sono aumentati a dismisura gli atti di violenza sessuale contro le donne, per lo più commessi in strada e ai danni di quelle donne che partecipano a manifestazioni di tipo politico nelle quali chiedono il rispetto dei diritti delle donne;

più dura ancora Fathy Farid, coordinatrice di "I saw harassment", che accusa le forze dell'ordine ancora legate al regime di Morsi di molestare sessualmente le donne giudicate "poco islamicamente corrette";

sul fronte siriano, poi, un progetto di "Women under siege" costituisce il primo tentativo di raccogliere le testimonianze di violenze sessuali in Siria: i dati sono stati analizzati da un team della Columbia university di New York ed il rapporto, pubblicato nel 2012, ha preso in esame 117 resoconti, raccolti tra il marzo 2011 (quando è iniziato il conflitto) e fine giugno 2012. Il 58 per cento delle violenze sessuali sono attribuite a soldati o ufficiali, il 26 per cento a sconosciuti, il resto a shabiha (miliziani volontari pro -regime), mentre molti sono gli uomini che denunciano di aver subito simili violenze in prigione. Nel caso della Siria, il fatto che nel 42 per cento dei casi le donne siano state stuprate ripetutamente da più uomini fa pensare ai ricercatori che "la violenza venga usata come strumento di guerra, anche se non necessariamente secondo una strategia organizzata";

considerato che:

per secoli, lo stupro in situazioni di conflitto è stato tacitamente accettato in quanto inevitabile. Un rapporto del 1998 delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale e sul conflitto armato rileva che, storicamente, i militari consideravano lo stupro un legittimo bottino di guerra;

durante la Seconda guerra mondiale, tutte le parti del conflitto furono accusate di aver commesso stupri di massa, tuttavia nessuno dei due tribunali, istituiti a Tokyo e a Norimberga dai Paesi alleati risultati vittoriosi per perseguire i presunti crimini di guerra, hanno riconosciuto il reato di stupro sistematico nel conflitto come atto criminoso;

è stato solo nel 1992, a fronte dei diffusi stupri di donne in ex Yugoslavia, che il tema è giunto all'attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il 18 dicembre 1992, il Consiglio ha dichiarato la "prigionia di massa, organizzata e sistematica e lo stupro di donne, in particolare di donne musulmane, in Bosnia e in Erzegovina" un crimine internazionale;

in seguito, lo statuto del Tribunale penale internazionale per la ex Yugoslavia (1993) ha incluso lo stupro come crimine contro l'umanità, accanto ad altri crimini come la tortura e lo sterminio, qualora siano commessi durante un conflitto armato e siano diretti contro la popolazione civile;

nel 2001, il Tribunale penale internazionale per la ex Yugoslavia è stato il primo tribunale internazionale a dichiarare la persona accusata colpevole di stupro come reato contro l'umanità. Inoltre, il Tribunale ha ampliato la definizione di schiavitù come reato contro l'umanità includendo la schiavitù sessuale;

anche il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR, 1994) ha dichiarato che lo stupro è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità. Nel 1998, l'ICTR è stato il primo tribunale internazionale a dichiarare la persona accusata colpevole di stupro in quanto reato di genocidio, nella misura in cui è stato commesso intenzionalmente per distruggere, in tutto o in parte, il gruppo etnico Tutsi;

lo statuto di Roma della Corte penale internazionale, in vigore a partire dal luglio 2002, comprende lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata, o "qualsiasi altra forma di violenza sessuale di analoga gravità" come crimine contro l'umanità qualora sia commesso in modo diffuso o sistematico. I mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale comprendono diversi capi d'accusa di stupro sia come crimine di guerra che come crimine contro l'umanità;

considerato inoltre che:

negli ultimi anni, anche il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è adoperato in gran misura contro lo stupro in situazioni di conflitto: in particolare, si ricordano le risoluzioni del Consiglio di sicurezza n. 1325 del 2000 e n. 1820 del 2008 rispettivamente su donne, pace e sicurezza e sulla condanna dello stupro come arma di guerra, n. 1888 del 2009 sulla violenza sessuale contro donne e bambini in situazioni di conflitto armato, n. 1889 del 2009 volta a rafforzare l'attuazione e il monitoraggio della risoluzione n. 1325 citata, nonché n. 1960 del 2010, che introduce un meccanismo per la compilazione dei dati e di un elenco relativo agli autori di violenza sessuale nei conflitti armati;

nel 2007 è nato UN Action against sexual violence in conflict, il cui compito è coordinare il lavoro di 13 enti impegnati nella lotta contro le violenze sessuali nei conflitti. La presenza di un unico organismo di riferimento facilita il coordinamento tra le varie organizzazioni, ne favorisce la responsabilizzazione e ne incoraggia l'intervento, coinvolgendole nello sviluppo di strategie per la prevenzione e il sostegno delle vittime di tali crimini;

nel 2008 il Segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha lanciato "UNiTE", una campagna per la prevenzione e l'eliminazione della violenza contro donne e ragazze di tutto il mondo, sia in tempi di guerra che di pace;

nel 2010, Margot Wallstrom è stata nominata rappresentante speciale del Segretario generale per la violenza sessuale in situazioni di conflitto, con il ruolo di guidare, tramite UN Action, gli organismi impegnati nella lotta contro la violenza sulle donne e di coordinarne gli sforzi con l'elaborazione di strategie sistematiche;

nel rapporto dal titolo "Violenza sessuale in situazioni di conflitto: rapporto del Segretario Generale", pubblicato il 13 gennaio 2012, per la prima volta vengono nominate le forze militari, le milizie cittadine e i gruppi armati sospettati di essere i peggiori responsabili di tali crimini. Tra i nomi spiccano quelli dell'Esercito di resistenza del Signore della Repubblica centrale africana e in sud Sudan, i gruppi armati e il vecchio esercito della Costa d'Avorio e le forze armate della Repubblica democratica del Congo;

il rapporto dimostra come lo stupro rappresenti una minaccia per la sicurezza delle nazioni e che sia stato spesso d'intralcio per l'instaurazione della pace a seguito di conflitti, come accaduto in Chad, nella Repubblica dell'Africa centrale, in Nepal, in Sri Lanka, a Timor Est, in Liberia, in Sierra Leone e in Bosnia Herzegovina; la violenza sessuale è stata utilizzata anche nel corso di elezioni politiche, scioperi e disordini civili in Egitto, Guinea, Kenya e Siria e in molti altri Paesi;

considerato altresì che:

dopo la risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2006 sulla situazione delle donne nei conflitti armati e il loro ruolo nella ricostruzione e post-conflitto (2005/2215(INI)), il Consiglio europeo del 13 novembre 2006 si è espresso, nelle sue conclusioni, sulla promozione dell'integrazione della dimensione di genere nella gestione delle crisi;

nel 2008 il Consiglio europeo ha poi adottato il suo "approccio globale" relativo all'attuazione da parte dell'Unione delle risoluzioni n. 1325 e n. 1820 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nonché un documento operativo sull'attuazione di tali risoluzioni, segnatamente nell'ambito della politica europea di sicurezza e di difesa, ha creato un gruppo d'azione interistituzionale "donne, pace e sicurezza" per il relativo monitoraggio ed ha adottato, nel luglio 2010, degli indicatori per dare seguito all'attuazione stessa;

il Consiglio europeo ha inoltre adottato gli "orientamenti dell'Unione europea sulle violenze contro le donne e la lotta contro tutte le forme di discriminazione nei loro confronti", che ha rafforzato la posizione dei diritti delle donne nel contesto globale delle politiche dei diritti umani dell'Unione europea;

lo strumentario dell'Unione europea è stato completato dal piano d'azione sulla parità di genere nella cooperazione allo sviluppo (SEC(2010)0265) e dall'adozione della risoluzione sulla situazione delle donne in guerra (2011/2198(INI) del Parlamento europeo il 2 febbraio 2012;

rilevato che:

da sempre il nostro Paese è impegnato a promuovere l'eguaglianza di genere e l'empowerment femminile sulla scena internazionale;

nel 2009 è stata organizzata a Roma, nel quadro della Presidenza italiana del G8, una Conferenza internazionale sulla violenza contro le donne nelle sue molteplici forme;

dal 1° gennaio 2011, l'Italia siede nel Consiglio esecutivo di UN Women, la nuova entità delle Nazioni Unite per l'eguaglianza di genere e l'avanzamento delle donne;

l'Italia è stata inoltre in prima linea nei negoziati che hanno portato negli anni scorsi il Consiglio di sicurezza a pronunciarsi sull'uso dello stupro in situazioni di conflitto armato, affinché fosse riconosciuto il nesso tra il contrasto ad ogni forma di violenza di genere e la sicurezza internazionale;

a questo riguardo, il Ministero degli affari esteri ha adottato, all'inizio del 2011, un piano d'azione triennale per l'applicazione della risoluzione n. 1325 del Consiglio di sicurezza, dedicata all'impatto della guerra sulle donne e al contributo delle donne alla risoluzione dei conflitti e ad una pace durevole;

rilevato altresì che:

«Da sempre lo stupro fa parte dei conflitti, è menzionato nella guerra di Troia e nella Bibbia, e qualcuno potrebbe perfino pensare che sia un danno collaterale. Ma in realtà non è così: lo stupro non è inevitabile», dice Margot Wallstrom, aggiungendo che «la legislazione internazionale esiste ma il problema è che deve cambiare atteggiamento» in quanto gli stupratori non devono sentire di agire nella più totale impunità;

un tema, quello della giustizia, riportato anche nel recente rapporto "Progress of the world women: in pursuit of justice", redatto dalla UN Women, l'agenzia dell'Onu per le donne presieduta da Michelle Bachelet, ex presidente del Cile e ora executive director di UN Women, in cui si legge che troppo spesso «i crimini contro le donne non vengono divulgati» e che «milioni di donne nel mondo continuano a subire ingiustizia, violenze e disparità nelle loro case, nel loro posto di lavoro e nella loro vita sociale», fattori che rendono difficile il superamento reale di una disparità tra uomini e donne;

così, nell'ambito degli impegni per il mandato britannico di presidenza del G8 nel 2013, il Ministro degli esteri britannico, William Hague, ha inserito il tema dello stupro come arma di guerra contro la popolazione civile e la sua impunità nell'agenda del G8;

per promuovere anche nel nostro Paese una maggiore consapevolezza rispetto al fenomeno dello stupro di guerra nei conflitti armati, l'ambasciata britannica ha costituito un gruppo di lavoro in Italia, che coinvolge l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), Roma capitale (Dipartimento per le pari opportunità), le associazioni "Se non ora quando" e "Avvocati senza frontiere" e ha organizzato, il 20 febbraio 2013, un convegno-dibattito dal titolo "Fermiamo la violenza sessuale come arma di guerra";

l'11 aprile 2013, a Londra, sotto la presidenza britannica, i Ministri degli esteri del G8 hanno adottato una dichiarazione storica sulla prevenzione della violenza sessuale nei conflitti che comprende la creazione di una cornice internazionale a supporto delle indagini e dei procedimenti giudiziari nei casi di violenza e il principio che l'amnistia per i responsabili non farà mai parte di accordi di pace;

inoltre, a fronte della necessità di stabilire delle linee guida standard, i Ministri degli esteri hanno accolto con favore gli obiettivi proposti dalla presidenza britannica nel protocollo internazionale sulla ricerca e documentazione della violenza sessuale nei conflitti e ne hanno approvato lo sviluppo;

oltre a porre la questione al vertice del gruppo degli 8 Paesi più ricchi al mondo in Irlanda del Nord, il 17 e 18 giugno 2013, il Ministro britannico ha dichiarato di voler sollevare la questione anche in sede Onu, con l'auspicio di ottenere adesioni al suo protocollo internazionale, mentre le ambasciate britanniche nel mondo stanno sollevando la questione con Governi e organizzazioni internazionali quali OSCE, NATO, Unione europea, Unione per l'unità africana;

valutato inoltre che:

per combattere lo stupro di guerra nei conflitti armati, la giustizia deve essere certa e uguale per tutti, nel rispetto di tempi ragionevoli e della dignità delle vittime, e la questione dell'impunità deve costituire un fattore di primo piano nei negoziati di pace;

non può esservi pace senza giustizia, i responsabili devono affrontare le conseguenze penali delle loro azioni ed è quindi necessario escludere i reati di stupro nei conflitti armati dalle disposizioni di amnistia;

al fine di prevenire, affrontare e ridurre i reati di violenza sessuale nei conflitti armati è necessario favorire la partecipazione delle donne al tavolo dei negoziati: dall'adozione della risoluzione n. 1325 del Consiglio di sicurezza, la consapevolezza delle differenze di genere nei conflitti è aumentata, ma, nonostante gli sforzi intrapresi, la partecipazione delle donne ai negoziati di pace continua ad essere, con rare eccezioni, inferiore al 10 per cento dei partecipanti ufficiali;

le cause più profonde della vulnerabilità delle donne durante i conflitti risiedono spesso nell'accesso notoriamente più limitato all'istruzione e al mercato del lavoro e pertanto la partecipazione economica delle donne su base paritaria costituisce una conditio sine qua non della lotta contro la violenza di genere nei conflitti armati;

l'importanza del coinvolgimento delle donne e di una prospettiva di genere è sottolineata dal fatto che, nei casi in cui un maggior numero di donne si impegna nei processi di risoluzione dei conflitti e di costruzione della pace, viene trattato un maggior numero di settori di ricostruzione e consolidamento della pace: infrastrutture di mercato, viabilità rurale, centri sanitari, scuole accessibili e giardini di infanzia;

favorire la partecipazione politica, sociale ed economica attiva e pari delle donne anche nei processi di prevenzione e risoluzione dei conflitti, nell'amministrazione della giustizia di transizione e nei processi di riforma del settore della sicurezza è inoltre fondamentale per porre fine alla stigmatizzazione delle vittime;

anche includere un maggior numero di donne nelle forze armate, sia in posizioni di comando che in posizioni di base è fondamentale per intervenire efficacemente sulle violenze subite da donne e minori nei conflitti armati. Le donne nell'esercito e/o che lavorano nelle organizzazioni civili operanti nel mantenimento della pace fungono da mediatrici interculturali di genere, e quindi costituiscono un modello e un punto di riferimento che incentiva all'emancipazione le donne locali, contribuendo alla presa di coscienza nella decostruzione degli stereotipi;

in tal senso, è necessario garantire un'adeguata formazione dei militari sulle implicazioni della violenza di genere in situazioni di conflitto e post-conflitto, includendo anche un ampio coinvolgimento di donne e consulenti per la protezione dell'infanzia all'interno di opportune operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite e in altre missioni;

allo stesso modo, pieno deve essere lo svolgimento del mandato del Rappresentante speciale delle Nazioni Unite per i crimini sessuali in situazioni di conflitto e forte il sostegno per il lavoro del team di esperti "Rule of law/Sexual violence in conflict" previsto dalla risoluzione n. 1888 del 2009 del Consiglio di sicurezza;

è poi necessario rafforzare la volontà politica internazionale per rimuovere le barriere che impediscono l'efficace monitoraggio e reporting su situazioni di violenza sessuale nei conflitti armati, per fornire un migliore sostegno alle vittime, e per costruire le capacità sia nazionali che internazionali per rispondere alla violenza sessuale nei conflitti armati anche attraverso un potenziamento delle indagini ed il perseguimento dei colpevoli;

l'effettivo accertamento e la documentazione circa le violenze sessuali nei conflitti armati è infatti strumentale, sia nell'assicurare i responsabili alla giustizia che nel garantire l'accesso alla giustizia per le vittime, a protezione della loro sicurezza e dignità;

anche la fornitura di servizi adeguati e accessibili, tra cui sanità, sostegno psicosociale, giuridico ed economico è fondamentale per la riabilitazione e il reinserimento delle vittime di violenza sessuale nei conflitti armati e permettere loro di esprimere appieno la domanda di giustizia;

per affrontare lo stupro di guerra nei conflitti armati è fondamentale adottare un approccio cooperativo in cui tutte le forme di sostegno umanitario sono imparziali, coerenti con il principio del "non nuocere" e conformi alle linee guida per gli interventi sulla violenza di genere in contesti umanitari dell'Inter agency standing committee (IASC) delle Nazioni Unite, agli standard minimi per la protezione dei minori nell'azione umanitaria e ai principi guida delle Nazioni Unite per l'assistenza umanitaria;

infine, è necessario garantire una risposta globale adeguatamente finanziata da parte della comunità internazionale, anche attraverso programmi come il Trust fund for victims della Corte penale internazionale;

considerato infine che:

questi atti, per la loro gravità, meritano di essere adeguatamente sanzionati ed è evidente che la giustizia dei singoli Stati non risulta in grado di sanzionare tali episodi;

sarebbe auspicabile definire un reato internazionale ben determinato e con l'indicazione delle ipotesi specifiche, atteso che la genericità di un reato confligge con i principi generali dei vigenti "diritti penali", in modo da evitare duplicati di giurisdizione per una completa razionalizzazione dell'attività giurisdizionale,

impegna il Governo ad agire, nelle opportune sedi a livello nazionale, sovranazionale e internazionale, e in particolare nell'ambito dei lavori della 68ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, la cui settimana ministeriale inizierà il 23 settembre 2013, al fine di sollecitare l'adozione di quei provvedimenti necessari a prevenire, reprimere e mettere fine allo stupro come arma di guerra, in particolare prevedendo:

1) per le parti offese, vittime di così gravi reati, una forma di giustizia totale che comprenda l'inflizione di severe sanzioni ma anche un ampio risarcimento del danno da parte degli Stati colpevoli o di un fondo "trust fund for victims", come quello previsto in sede di Corte penale internazionale, a cui potrebbero partecipare tutti gli Stati che hanno accettato la giurisdizione delle Corti;

2) che la pena da infliggere non sia inferiore a quella dell'ergastolo, escludendo ogni tipo di attenuanti che porterebbero ad una riduzione della pena;

3) il massimo della pubblicità agli instaurandi procedimenti penali, pur sempre nel rispetto della tutela dei diritti degli autori dei crimini, poiché il processo penale anche per fatti gravissimi non deve mai essere il terreno per vendette postume;

4) un potenziamento delle indagini per accertare i fatti e perseguire rapidamente i colpevoli, anche attraverso l'istituzione a livello internazionale di una "polizia giudiziaria" specializzata nel tipo di crimini che operi a livello internazionale ed in stretta collaborazione con l'autorità giudiziaria;

5) sezioni specializzate all'interno del Tribunale penale internazionale, che dovranno indagare e giudicare su reati "internazionali specifici", stabiliti sulla base di precisi accordi internazionali, mettendo a frutto anche l'elaborazione giurisprudenziale dei singoli Paesi, e a creare un corpo di giudici internazionali specializzati in diritto bellico, che dovranno essere anche specializzati nella valutazione e nella liquidazione degli aspetti civilistici delle gravi vicende;

6) una formazione adeguata ed efficace del personale militare e civile impiegato in scenari di conflitto così come in missioni di peacekeeping e peacebuilding, secondo un approccio di genere in materia di mantenimento della pace, prevenzione dei conflitti e consolidamento della pace;

7) l'elaborazione di un codice di condotta per il personale militare assegnato a missioni militari e civili che, definendo anche lo sfruttamento sessuale quale comportamento ingiustificabile e criminale, sia applicato rigorosamente in casi di violenza sessuale perpetrata da personale umanitario, da rappresentanti delle istituzioni internazionali, da forze di mantenimento della pace e da diplomatici, mediante sanzioni severe sul piano amministrativo e penale;

8) la promozione attiva di un aumento del numero di donne nelle forze armate e civili impegnate in operazioni di mantenimento della pace, soprattutto in posizioni di responsabilità, anche attraverso la definizione di campagne per promuovere la professione militare e le forze di polizia come un'opzione valida per le donne come per gli uomini, per decostruire possibili stereotipi;

9) l'inclusione di un maggior numero di donne, soprattutto nelle operazioni civili, in posizioni di alto rango e nelle interazioni con la comunità locale;

10) un'adeguata assistenza tecnica e finanziaria a sostegno dei programmi che consentano alle donne di partecipare a pieno titolo alla conduzione dei negoziati di pace e che emancipino le donne nella società civile;

11) una maggiore cooperazione con le organizzazioni locali di donne, per introdurre un sistema di allerta preventiva e, eventualmente, consentire loro di evitare le violenze o ridurne l'incidenza;

12) il rispetto della legislazione relativa all'impunità e quindi l'esclusione dei reati di violenza di genere nei conflitti armati dalle disposizioni di amnistia;

13) il rafforzamento del sistema giudiziario attraverso una specifica formazione dei giudici e dei pubblici ministeri in materia di indagini e sanzioni nei casi di violenza sulle donne e sui minori nei conflitti;

14) un'elevata visibilità e pubblicità dei procedimenti giudiziari quale mezzo per diffondere il messaggio secondo cui lo stupro nei conflitti costituisce un comportamento ingiustificabile e criminale;

15) la possibilità per le donne vittime di violenza e/o tortura e/o riduzione in schiavitù sessuale durante i conflitti di adire giurisdizioni internazionali in condizioni compatibili con la propria dignità e venendo da queste protette rispetto alle aggressioni fisiche e psicologiche derivanti da interrogatori in cui si mostri insensibilità rispetto ai traumi e, in tali casi, di fruire di programmi di assistenza per il reinserimento economico, sociale e psicologico;

16) lo sviluppo di programmi di protezione dei testimoni volti a proteggere le vittime e ad incoraggiarle, con la garanzia della protezione, a farsi avanti e testimoniare contro i loro aggressori;

17) il riconoscimento dello stupro di guerra come "grave violazione" dell'articolo 27 della Convenzione di Ginevra e dunque come fattispecie criminosa oggetto della giurisdizione della Corte penale internazionale, unitamente ai crimini di genocidio, ai crimini contro l'umanità e a tutti i crimini di guerra;

18) un'intensificazione degli sforzi per l'attuazione della risoluzione n. 1960 del 2010 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che chiede informazioni dettagliate sui presunti responsabili di violenza sulle donne durante i conflitti armati;

19) l'aumento dei finanziamenti per il rappresentante speciale del Segretario generale dell'Onu sulla violenza sessuale nei conflitti;

20) il sostegno alla raccolta, l'elaborazione e la divulgazione di pratiche efficaci in materia di integrazione orizzontale della dimensione di genere nell'attuazione degli indicatori di Pechino riguardanti il campo delle donne e conflitti armati;

21) il pieno e attivo sostegno all'iniziativa di prevenzione dello stupro di guerra nei conflitti, promossa nell'ambito del G8, dal Ministro degli esteri britannico, William Hague, con particolare rifermento alla costruzione di una cornice internazionale a supporto delle indagini e dei procedimenti giudiziari nei casi di violenza, all'applicazione del principio di esclusione dei reati di stupro nei conflitti armati dalle disposizioni di amnistia e allo sviluppo di un protocollo internazionale sulla ricerca e documentazione della violenza sessuale nei conflitti;

22) la piena attuazione della risoluzione sulla situazione delle donne in guerra (2011/2198(INI)) del Parlamento europeo, con particolare riguardo alle richieste di:

a) assicurare che il Rappresentante speciale per i diritti umani dell'Unione europea continui ad affrontare sistematicamente il tema della prevenzione della violenza sessuale nei conflitti armati nello svolgimento del suo mandato;

b) istituzione di adeguate procedure pubbliche di denuncia nell'ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), che favoriscano in particolare la segnalazione delle violenze sessuali e basate sul genere;

c) attenzione alla dimensione di genere nel contesto della ricerca della pace, di prevenzione e soluzione di conflitti, nelle operazioni di mantenimento della pace e di risanamento e di ricostruzione postbellica;

d) invito all'autorità di bilancio della UE ad aumentare le risorse finanziarie destinate alla promozione dell'uguaglianza di genere e dei diritti delle donne nei futuri strumenti finanziari per lo sviluppo riguardo al periodo 2014-2020;

e) invito all'Alto rappresentante della UE ed alla Commissione a prendere le misure necessarie per migliorare la complementarietà e la mobilitazione tempestiva di tutti gli strumenti finanziari per l'azione esterna dell'Unione, ovvero il Fondo europeo di sviluppo, lo Strumento di cooperazione allo sviluppo, lo Strumento europeo di vicinato e partenariato, lo Strumento di assistenza preadesione, lo Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani e lo Strumento per la stabilità, per evitare una reazione frammentata della UE alla situazione delle donne nei conflitti bellici.