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Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00059


Atto n. 1-00059

Pubblicato il 6 giugno 2013, nella seduta n. 37

PUPPATO , FEDELI , DE PETRIS , ALBANO , BARANI , CANTINI , CASSON , CIRINNA' , DE MONTE , DE PIETRO , DE PIN , DIRINDIN , ESPOSITO Stefano , FABBRI , FAVERO , FERRARA Elena , GAMBARO , GOTOR , LO GIUDICE , MANASSERO , MATTESINI , MORGONI , PAGLIARI , PEZZOPANE , PUGLISI , RICCHIUTI , SPILABOTTE , ZANONI , TORRISI , CARDINALI , VERDUCCI

Il Senato,

premesso che:

l'ultima relazione sullo stato di attuazione della legge n. 194 del 1978, recante "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza", presentata al Parlamento dal Ministro della salute il 9 ottobre 2012 riporta, tra le altre informazioni, i dati definitivi sull'obiezione di coscienza esercitata da ginecologi, anestesisti e personale non medico nel 2010;

i dati che emergono sono molto preoccupanti e pongono l'esigenza di una seria riflessione sulla garanzia e la qualità del servizio per l'interruzione della gravidanza disciplinata dalla legge n. 194 del 1978. Dalla relazione del Ministro della sanità pro tempore Balduzzi, infatti, si evince che in Italia ben il 69,3 per cento dei ginecologi del servizio pubblico è obiettore di coscienza. In pratica quasi 7 medici ginecologi su 10 sono obiettori, in una tendenza che appare inoltre in continua crescita. Se si analizzano i dati su base territoriale si trova che, ad eccezione della Valle d'Aosta, dove i ginecologi obiettori sono solamente il 16,7 per cento, le percentuali regionali non scendono mai al di sotto del 51,5 per cento. I dati medi aggregati per Nord, Centro, Sud e isole indicano percentuali di ginecologi obiettori di coscienza pari rispettivamente al 65,4 per cento, 68,7, 76,9 e 71,3 per cento. In particolare le regioni dove l'obiezione è più alta sono le seguenti: Lazio 91 per cento, Puglia 89, Molise 85,7, Campania 83,9, Alto Adige 81,3 e Sicilia 80,6 per cento;

recentemente l'associazione Laiga (Libera associazione italiana dei ginecologi per l'applicazione della legge 194), dopo un monitoraggio sullo stato di applicazione della normativa, ha denunciato uno scollamento fra i dati ufficiali contenuti nella citata relazione al Parlamento e i dati reali raccolti dall'associazione stessa. In particolare, nel Lazio, in ben 10 strutture pubbliche su 31 non è nemmeno più possibile accedere alle interruzioni di gravidanza. La stessa associazione ha evidenziato inoltre il rischio reale che nell'arco dei prossimi 5 anni resti operativo un numero di medici non obiettori non superiore a 150 per tutto il territorio nazionale;

i pochi medici non obiettori rischiano di vivere oggi una specie di segregazione professionale, in quanto costretti a fare in prevalenza aborti rispetto ad altri interventi in sala operatoria;

nell'ottobre 2012 l'organizzazione non governativa International planned parenthood federation european network, con il supporto della Laiga, ha presentato una denuncia contro l'Italia al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d'Europa ritenendo la legge n. 194 del 1978 non in grado di garantire il diritto all'interruzione della gravidanza, e quindi il diritto delle donne alla salute e a non essere discriminate. Tale ricorso è stato ritenuto ricevibile;

molte strutture ospedaliere, per garantire l'applicazione della legge, ricorrono a specialisti esterni convenzionati con il sistema sanitario ed assunti esclusivamente per le interruzioni di gravidanza (medici Sumai), o a medici "a gettone", con un significativo aggravio per il Sistema sanitario nazionale;

a livello nazionale, la principale conseguenza di un numero così elevato di obiettori di coscienza è quella di rendere sempre più difficoltosa la stessa applicazione della legge n. 194, con effetti gravemente negativi sulla funzionalità dei vari enti ospedalieri (e quindi del Sistema sanitario nazionale) che si riflettono sulle donne che devono ricorrere all'interruzione volontaria di gravidanza (e che spesso si traducono in aborti drammaticamente tardivi, a causa dei lunghi tempi di attesa);

a fronte di questo stato "di emergenza" le donne si ritrovano spesso a dover migrare da una regione all'altra o addirittura all'estero, mentre (soprattutto tra le immigrate) ritorna ad emergere il ricorso all'aborto clandestino (con il malaffare che vi è collegato), una piaga che solo la corretta applicazione della legge n. 194 aveva debellato;

questo dato raccapricciante è confermato da azioni delle forze dell'ordine che hanno portato addirittura alla scoperta di cliniche e ambulatori fuorilegge. Sono 188 i procedimenti penali aperti solo nel 2012 per violazione della legge, spesso contro insospettabili professionisti che agivano nei loro studi medici. Ma queste strutture sono controllate in numero crescente anche dalla delinquenza organizzata: l'ultima, smantellata dalla Guardia di finanza solo poche settimane fa, era gestita a Padova dalla mafia cinese, e incassava circa 4.000 euro al giorno. Dunque, traendo profitto dalla mancata applicazione della legge, si imbastiscono illegalmente affari lucrativi che alimentano a loro volta altri illeciti: agli interventi illegali si aggiunge, ad esempio, il fenomeno dello spaccio di farmaci abortivi, somministrati, inoltre, con modalità pericolose e fuori controllo. Sono numerosi, ad esempio, i casi di ragazzine e donne straniere che cercano di indursi l'aborto assumendo dosi massicce di un farmaco per l'ulcera a base di "misoprostolo", e che viene spacciato a tale scopo da bande sudamericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli Stati Uniti (10 pillole per 100 euro al mercato nero, meno della metà se si compra su internet);

considerato che:

l'esercizio del diritto all'obiezione di coscienza, disciplinato dall'articolo 9 della legge n. 194 del 1978, da parte del personale sanitario in relazione all'interruzione volontaria di gravidanza riveste particolare importanza per le sue ricadute socio-sanitarie sulle donne e per i suoi effetti sulla stessa funzionalità del Servizio sanitario nazionale;

l'articolo 9 prevede che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate siano "tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8" ed inoltre che, in tale contesto, "La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale";

la legge n. 194 oltre a prevedere la tutela di scelte individuali prevede anche delle responsabilità pubbliche. L'obiezione di coscienza è infatti un diritto della persona ma non della struttura, che ha anzi l'obbligo di erogare le prestazioni sanitarie garantite dalla legge;

il diritto della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata, e quello del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza dovrebbero poter convivere affinché nessun soggetto veda negata la propria libertà;

risulta necessario valorizzare e ridare piena centralità ai consultori, quale servizio per la rete di sostegno alle donne e quali servizi primari di prevenzione e di controllo del fenomeno abortivo, e attuare un'effettiva integrazione fra i consultori e i centri in cui si effettua l'interruzione volontaria della gravidanza. Come conferma il rapporto del Ministero della salute "Organizzazione e attività dei consultori familiari pubblici in Italia - Anno 2008", "Nel tempo i consultori familiari non sono stati, nella maggior parte dei casi, potenziati né adeguatamente valorizzati. In diversi casi l'interesse intorno al loro operato è stato scarso ed ha avuto come conseguenza il mancato adeguamento delle risorse, della rete di servizi, degli organici, delle sedi";

considerato altresì che:

la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo agli articoli 3, 18 e 25 contempla la libertà, il diritto alle cure mediche ed alla libertà di coscienza;

la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna all'articolo 12 prevede che gli Stati parte sono tenuti a prendere "tutte le misure adeguate per eliminare la discriminazione nei confronti delle donne nel campo delle cure sanitarie al fine di assicurare loro, in condizione di parità con gli uomini, i mezzi per accedere ai servizi sanitari, compresi quelli che si riferiscono alla pianificazione familiare",

impegna il Governo:

1) a garantire il rispetto e la piena applicazione della legge n. 194 del 1978 su tutto il territorio nazionale nel riconoscimento della libera scelta e del diritto alla salute delle donne;

2) a garantire un riequilibrio del personale medico e infermieristico, come peraltro previsto all'articolo 9 della legge n. 194, attraverso la mobilità del personale, nell'ambito di livelli minimi e di una programmazione regionale, che preveda almeno il 50 per cento di personale non obiettore;

3) a valorizzare e ridare piena centralità ai consultori familiari, quale servizio fondamentale per attuare vere politiche di prevenzione nonché servizio essenziale per l'attivazione del percorso per l'interruzione volontaria della gravidanza;

4) ad attivarsi perché l'interruzione volontaria di gravidanza farmacologica sia proposta come opzione alle donne, che, entro i limiti di età gestazionale imposti dalla metodica, devono poter scegliere quale percorso intraprendere;

5) a promuovere la conoscenza dei diritti in tema di contraccezione di emergenza, anche tramite adeguate azioni informative sull'esclusione del diritto all'obiezione di coscienza per i farmacisti;

6) a prevedere azioni di prevenzione dell'interruzione volontaria di gravidanza mediante attività di educazione alla tutela della salute e di informazione sulla contraccezione nelle scuole di ogni ordine e grado.