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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07171


Atto n. 4-07171

Pubblicato il 27 marzo 2012
Seduta n. 699

SAIA , AUGELLO , MENARDI , BUTTI , NESPOLI , CASTRO , CORONELLA , PALMIZIO , PISCITELLI , PARAVIA , PINZGER , SPADONI URBANI , DI STEFANO , BALDASSARRI , D'AMBROSIO LETTIERI , SERAFINI Giancarlo , TOFANI , LANNUTTI , DE ECCHER , TOMASSINI , MALAN - Ai Ministri dello sviluppo economico, dell'economia e delle finanze e della giustizia. -

Premesso che:

con sempre maggior frequenza accade che le banche non consentono agli imprenditori che abbiano avuto una segnalazione pregiudizievole alla CAI (Centrale di allerta interbancaria) e/o alla Centrale rischi della Banca d'Italia di accendere e mantenere un rapporto bancario su basi esclusivamente attive per l'impresa in crisi. Questo contrasta con i principi posti dall'ordinamento, tutti diretti a deflazionare la procedura fallimentare ed assecondare la composizione concordata della crisi dell'impresa prevista dalla legge fallimentare (di cui al regio decreto n. 267 del 1942 e successive modificazioni), con particolare riguardo a quella del concordato preventivo;

molto di frequente la crisi di un'impresa si manifesta all'esterno con la perdita del credito bancario, il che comporta il più delle volte, in modo pressoché automatico, la segnalazione alla Centrale rischi della posizione in "sofferenza". Nei casi più gravi la conclamazione della crisi si può manifestare anche con la segnalazione alla CAI in ragione dell'avvenuta emissione di assegni bancari da parte dell'imprenditore in crisi del tutto privi del rapporto di provvista;

il comma 2, punto 4, dell'articolo 163 della legge fallimentare statuisce che il Tribunale con il provvedimento di ammissione alla procedura di concordato preventivo "stabilisce il termine non superiore a quindici giorni entro il quale il ricorrente deve depositare nella cancelleria del tribunale la somma pari al 50 per cento delle spese che si presumono necessarie per l'intera procedura";

tenuto conto che:

dalla normativa vigente sulla limitazione all'utilizzo del denaro contante deriva logicamente che l'impresa in crisi che voglia ricorrere alla procedura di concordato preventivo deve necessariamente precostituire un conto corrente bancario su base attiva, anche al fine di rispettare la par condicio creditorum ed escludere la possibilità ab origine che le banche che in precedenza le avevano concesso un fido si avvalgano del patto di compensazione, incamerando le disponibilità finanziarie dell'imprenditore in crisi;

è di tutta evidenza che il diniego da parte degli istituti di credito a mantenere un rapporto bancario su basi esclusivamente attive da parte dell'imprenditore in crisi pregiudica, sul nascere, tutte le attività necessarie strumentali alla conservazione del patrimonio aziendale nello stesso interesse del ceto creditorio, preclude la possibilità di precostituire il saldo disponibile destinato ad assolvere l'obbligo di depositare le cosiddette spese di giustizia di cui al citato decreto all'art. 163, comma 2, della legge fallimentare e impedisce all'imprenditore di sostenere le spese funzionali all'ingresso nella procedura concordataria, che la normativa medesima stabilisce come prededucibili (si veda l'art. 182-quater della stessa legge);

l'ostativa condotta di taluni istituti di credito può rivelarsi gravemente pregiudizievole per l'impresa in crisi non potendosi immaginare, allorquando fosse già stato acceso un nuovo rapporto bancario su basi attive in un periodo antecedente alla segnalazione alla Centrale rischi, la continua e sistematica comunicazione di variazione delle coordinate bancarie ai propri debitori ogni qualvolta la banca di turno abbia comunicato l'intenzione di voler cessare il rapporto bancario per il solo evento rappresentato dalle eventuali segnalazioni pregiudizievoli,

si chiede di sapere:

se ai Ministri in indirizzo risulti quanto riportato in premessa;

se ritengano che questa situazione non andrebbe a determinare de facto un naufragio della riforma della legge fallimentare, tutta orientata a beneficio dei creditori e della competitività dell'Italia a privilegiare gli strumenti di composizione della crisi aziendale e dell'insolvenza a discapito del fallimento;

se non ritengano di adoperarsi per obbligare le banche e gli istituti di credito ad accendere e mantenere in vigore, alle ordinarie condizioni contrattuali, i rapporti bancari non affidati, che siano quantomeno assistiti dalla determinazione resa dal legale rappresentante di un'impresa in crisi, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 152 della legge fallimentare, determinazione depositata ed iscritta nel registro delle imprese a norma dell'articolo 2436 del codice civile.