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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00128


Atto n. 2-00128

Pubblicato il 4 novembre 2009
Seduta n. 273

CECCANTI , BIANCHI , CHITI , CUFFARO , DEL VECCHIO , FIORONI , GARAVAGLIA Mariapia , GIARETTA , MARINARO , MARINI , MOLINARI , PERTOLDI , PINZGER , RAMPONI , SANNA , SOLIANI , STRADIOTTO , TONINI , TREU , SPADONI URBANI - Al Presidente del Consiglio dei ministri. -

Premesso che:

in relazione alla sentenza "Lautsi contro Italia" della Corte di Strasburgo del 3 novembre 2009 il Governo italiano risulta aver presentato le ragioni dell'Italia, in modo a giudizio dell'interrogante errato e quindi non convincente in particolare ricorrendo a motivazioni irricevibili, a giudizio dell'interrogante, di opportunità politica e nello specifico alla "necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione cristiana", a tal punto che, in una materia delicata e opinabile, si è verificato il raro caso di una sentenza all'unanimità;

solo tale errata presentazione da parte del Governo delle ragioni dell'Italia sembra aver motivato quello che appare come un indubbio cambiamento della tradizionale cautela in materia di libertà religiosa e di neutralità dell'istituzione scolastica di una Corte sovranazionale tradizionalmente e necessariamente rispettosa dei margini di apprezzamento dei singoli Stati, a causa della sua legittimazione che non equivale a quella di una Corte costituzionale o neanche a quella della Corte di giustizia di Lussemburgo; un cambiamento tale da limitare in modo stringente i margini di intervento anche successivi delle istituzioni italiane dopo che la legge costituzionale n. 3 del 2001, sulla base del testo novellato dall'art. 117, comma 1, della Costituzione, ha vincolato il legislatore statale e regionale al rispetto dei vincoli derivanti dagli obblighi internazionali e dopo che le successive sentenze 348 e 349 del 2007 della Corte costituzionale hanno ricompreso esplicitamente tra tali vincoli la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali;

va tenuto presente che sia rispetto all'art. 9 (libertà religiosa) della citata Convenzione sia all'art. 2 del primo protocollo addizionale del 1952, non casualmente allegato e non direttamente incorporato nella Convenzione europea per evitare anche simbolicamente l'idea che si tendesse a uniformare rigidamente la tutela dei diritti nei diversi sistemi scolastici, le sentenze sono state tradizionalmente favorevoli ai Paesi membri (tra le altre si vedano Valsamis contro Grecia; Efstratiou contro Grecia; Kjeldsen, Busk, Madsen e Petersen contro Danimarca, Vogt contro Germania, Dahlab contro Svizzera, Karaduman contro Turchia, Otto Preminger Institut contro Austria) o, quando ha espresso una condanna, la Corte lo ha fatto con rigoroso riferimento al caso singolo richiamando a un'interpretazione convenzionalmente orientata della legislazione vigente, senza travolgere la legittimità della stessa (Kokkinakis contro Grecia);

autorevoli esponenti del Governo e della maggioranza, dichiarando che la sentenza attuale sarebbe la conseguenza del mancato richiamo del trattato costituzionale ed ora del trattato di Lisbona alle radici giudaico-cristiane dell'Europa, dimostrano palesemente di non conoscere le caratteristiche del

sistema originato dalla Convenzione di Strasburgo, che non ha nulla a che vedere con le istituzioni dell'Unione europea, comprendendo Stati quali ad esempio la Russia e la Turchia, lasciando così presagire che anche in sede di ricorso alla Grande Camera le ragioni dell'Italia non verrebbero difese in modo convincente;

l'articolo 43 paragrafo 2, della Convenzione di Strasburgo stabilisce condizioni particolarmente rigorose per il ricorso alla Grande Camera, affidando il ruolo di filtro a un collegio di cinque giudici membri della medesima che lo accoglie solo "quando la questione oggetto del ricorso solleva gravi problemi di interpretazione o di applicazione della Convenzione o dei suoi protocolli e anche una grave questione di carattere generale",

si chiede di sapere:

se il Governo intenda predisporre il ricorso alla Grande Camera con la dovuta accuratezza evitando di presentare stavolta argomentazioni politiche, a giudizio dell'interrogante, improprie e controproducenti, limitandosi a segnalare e a presentare solo gli argomenti giuridici fondati che possono condurre a rivedere la sentenza;

se il Governo intenda far valere quale "grave questione di carattere generale", anche quella degli effetti interni delle sentenze negli ordinamenti che, come quello italiano (nel nostro caso dopo la legge costituzionale n. 3 del 2001), vincolano in modo particolarmente pregnante tali ordinamenti;

se in particolare intenda basarsi nel ricorso sulla errata ricostruzione che la sentenza fa della giurisprudenza costituzionale italiana sulla laicità, giurisprudenza che risulta comprensibile dalla lettura delle sentenze e dalle principali ricostruzioni dottrinali. Infatti la specificità della giurisprudenza costituzionale italiana, peraltro non dissimile da altre tradizioni costituzionali dei Paesi membri, è stata praticamente disconosciuta dalla Corte di Strasburgo allineandola di fatto sulla del tutto diversa tradizione costituzionale francese, peraltro oggi oggetto di rimeditazione, tradizione che si fonda sull'interpretare la neutralità confessionale delle istituzioni scolastiche in modo indistintamente ostile al rilievo pubblico del fenomeno religioso, mentre dall'attenta disamina della giurisprudenza costituzionale italiana successiva al nuovo Concordato si ricava in modo chiaro che, pur svincolandosi coerentemente e positivamente dal precedente argomento quantitativo privilegiato per la religione della maggioranza, nondimeno, come afferma il professore Barbera, la distanza con la concezione francese della laicità è scolpita in modo netto e chiaro. Neutralità dello Stato non significa necessariamente neutralizzazione del fenomeno religioso;

se intenda in ogni caso, anche a prescindere dal ricorso per la sentenza citata, favorire un confronto parlamentare teso a superare le incertezze del quadro normativo attuale, basato su una fonte regolamentare come tale ritenuta non sindacabile dalla Corte costituzionale (ordinanza 389/2004), confronto teso a meglio contemperare i diritti in potenziale conflitto, anche sulla base di esperienze legislative comparabili quale quella bavarese, realizzata dopo la sentenza della Corte costituzionale federale del 16 maggio 1995. In proposito, l’art. 7, par. 3, della legge bavarese sull’educazione e l’istruzione pubblica (Bayerisches Gesetz über das Erziehungs- und Unterrichtswesen, BayEUG), così come modificata dalla legge approvata il 23 dicembre 1995 ed entrata in vigore il 1° gennaio 1996, recita: "In considerazione della connotazione storica e culturale della Baviera, in ogni aula scolastica è affisso un crocifisso. Con ciò si esprime la volontà di realizzare i supremi scopi educativi della costituzione sulla base di valori cristiani e occidentali in armonia con la tutela della libertà religiosa. Se l’affissione del crocifisso viene contestata da chi ha diritto all’istruzione per seri e comprensibili motivi religiosi o ideologici, il direttore didattico cerca un accordo amichevole. Se l’accordo non si raggiunge, egli deve adottare, dopo aver informato il provveditorato agli studi, una regola ad hoc (per il caso singolo) che rispetti la libertà di religione del dissenziente e operi un giusto contemperamento delle convinzioni religiose e ideologiche di tutti gli alunni della classe; nello stesso tempo va anche tenuta in considerazione, per quanto possibile, la volontà della maggioranza."