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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00084


Atto n. 1-00084

Pubblicato il 28 gennaio 2009
Seduta n. 136

BELISARIO , ASTORE , BUGNANO , CAFORIO , CARLINO , DE TONI , DI NARDO , GIAMBRONE , LANNUTTI , LI GOTTI , MASCITELLI , PARDI , PEDICA , RUSSO

Il Senato,

premesso che:

l'idrogeno solforato (H2, o acido solfidrico) è un acido estremamente velenoso e una prolungata esposizione ad esso può rivelarsi mortale per l'essere umano;

in particolare, l'idrogeno solforato, classificato ad alte concentrazioni come veleno e paragonabile nei suoi effetti al cianuro, a basse dosi di emissione può causare disturbi neurologici, respiratori, motori, cardiaci e potrebbe essere collegato ad una maggiore ricorrenza di aborti spontanei nelle donne. In alcuni casi i danni vengono considerati irreversibili, tanto è vero che da alcune recenti ricerche di carattere scientifico è emersa la potenzialità dell'idrogeno solforato a stimolare la comparsa del cancro al colon retto;

in natura, l'idrogeno solforato si forma per decomposizione delle proteine contenenti zolfo da parte dei batteri e si trova nei gas di palude, nel petrolio greggio e nel gas naturale, rappresentando anche il sottoprodotto di alcune attività industriali quali la raffinazione del petrolio;

tutte le operazioni di trattamento dei prodotti petroliferi, a qualsiasi livello, hanno la possibilità di emettere quantità più o meno abbondanti di idrogeno solforato, sia sotto forma di disastri accidentali, sia sotto forma di continuo rilascio nell'ambiente, durante le fasi di estrazione, di stoccaggio, lavorazione e trasporto del petrolio. Anche durante le varie fasi di de-sulfurizzazione esistono forti possibilità di perdite di idrogeno solforato a causa di inevitabili logorii e corrosione. I contenitori di stoccaggio, peraltro, possono rilasciare idrogeno solforato a causa della normale volatilizzazione del prodotto, a causa di cambiamenti di volume dovuti al modificarsi della temperatura fra il giorno e la notte, o durante le operazioni di riempimento;

l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) consiglia di fissare il limite di rilascio di idrogeno solforato a 0,005 parti per milione (ppm);

negli Stati Uniti il Governo federale raccomanda un limite di 0,001 ppm con limiti differenti fissati da Stato a Stato (ad esempio la California pone il limite dello 0,002 ppm, ed il Massachussetts dello 0,006);

in Italia, il limite massimo di rilascio di idrogeno solforato, secondo quanto stabilito dal decreto ministeriale del 12 luglio 1990, recante le "Linee Guida per il contenimento delle emissioni degli impianti industriali e la fissazione dei valori minimi di emissione", è di 5 ppm per l'industria non petrolifera e 30 ppm per quella petrolifera, nonostante sia ormai noto nella letteratura medica e scientifica che quest'ultimo valore è non solo seimila volte più alto dei valori raccomandati dall'OMS già applicati negli USA, ma anche causa di danni irreversibili per la salute umana;

in un documento scientifico, redatto recentemente dai docenti del Department of Mathematics, California State University at Northrige, Los Angeles e del Department of Biomathematics della David Geffen School of Medicine, University of California, Los Angeles, vengono illustrati gli effetti prodotti sulla salute degli esseri umani dall'idrogeno solforato come sottoprodotto del processo di idro-desulfurizzazione del petrolio, anche alla luce dei progetti ENI ad Ortona, in Abruzzo, ove è prevista la realizzazione di un Centro oli simile a quello situato nella città di Viggiano, in Basilicata;

l'analisi medico-scientifica mostra come anche un contatto quotidiano con basse dosi di idrogeno solforato dell'ordine di grandezza delle normali immissioni nell'atmosfera da un centro idro-desulfurizzazione (come quello di Viggiano), possa essere ad alta tossicità sia per la salute umana che per quella animale e vegetale. Lo studio, inoltre, fa menzione di incidenti che hanno riguardato alcuni pozzi in Basilicata come quelli di Policoro (Matera) e Monte Li Foi (Potenza) con due incidenti rilevanti nel 2002 e nel 2005 che hanno riguardato il Centro oli di Viggiano: incidenti gravissimi, sui quali non sono stati mai forniti i dati relativi all'emissione dell'idrogeno solforato, denotando insufficienti azioni di monitoraggio ambientale, prevenzione del rischio e screening medici costanti sulla popolazione residente che, come quella residente in prossimità del centro oli, ha presentato diversi esposti alla magistratura contro i dirigenti dell'ENI;

la possibilità di venire in contatto con l'idrogeno solforato aumenta notevolmente per le popolazioni in vicinanza dei centri di lavorazione del petrolio e ad oggi sorprende constatare come manchino dati ufficiali di rilevazione dell'idrogeno solforato in Basilicata ed in Val d'Agri;

si rileva al riguardo che nelle vicinanze dei centri di lavorazione del petrolio i livelli di idrogeno solforato possono essere 300 volte maggiori che in una normale altra città e che le centraline di monitoraggio presenti in Val d'Agri e nei pressi del centro oli di Viggiano diffondono esclusivamente i dati relativi ad alcuni parametri, ma non quelli relativi all'idrogeno solforato, i quali ultimi non si conosce se vengano o meno rilevati e da chi;

a tale riguardo si rileva, inoltre, che nella sopra citata Val d'Agri si estrae l'80 per cento del petrolio italiano e che da una ricerca curata dall'Università della Basilicata, pubblicata dall'International Journal Food Science and Technology risulta che nel miele prodotto nella Val D'Agri si trovano alti tassi di benzeni ed alcoli e tale fatto potrebbe provocare pesanti contraccolpi, oltre che sull'ambiente e sulla salute, anche sul tessuto economico dell'area interessata dalle produzioni di tale alimento;

considerato che:

il modo più efficace di contrastare gli effetti dell’idrogeno solforato è quello di adottare misure di carattere preventivo che prevedano severe regolamentazioni che proibiscano la costruzione di pozzi petroliferi, oleodotti associati e qualsiasi industria di trattamento e lavorazione del petrolio in zone abitate e, soprattutto un radicale irrigidimento del limiti di rilascio di idrogeno solforato, in linea con quanto consigliato dall'OMS;

in Italia, nella sola regione Basilicata, circa il 70 per cento del territorio è coperto da permessi estrattivi, mentre in altri Paesi come gli Stati Uniti d'America è imposto il divieto di estrarre il petroli nei parchi, nei grandi laghi, a 160 chilometri dalla costa, ovvero sull'85 per cento del territorio nazionale e in Norvegia, dove l'estrazione del petrolio avviene in mare, non è possibile attivare le procedure di trivellazione se non a distanza di 50 chilometri dalla costa,

impegna il Governo:

a porre in essere ogni atto di competenza, anche di carattere normativo, finalizzato ad adeguare i livelli di rilascio di idrogeno solforato attualmente previsti dal citato decreto ministeriale del 12 luglio 1990 in linea con quanto raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità;

ad adottare ogni opportuna iniziativa, anche normativa, tesa a salvaguardare la salute delle popolazioni residenti nelle aree esposte alle emissioni di idrogeno solforato ed ove sussistono attività estrattive, di lavorazione e di stoccaggio di prodotti petroliferi.