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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00079


Atto n. 1-00079

Pubblicato il 17 dicembre 2008
Seduta n. 116

COSSIGA , BIANCONI , CALABRO' , DI GIACOMO , BEVILACQUA , GRAMAZIO , TOMASSINI , SALTAMARTINI , MENARDI , CIARRAPICO , SIBILIA , DIGILIO , SACCOMANNO , GALLO , GENTILE , SERAFINI Giancarlo , ASCIUTTI , POSSA , LATRONICO , BALBONI , SANTINI , D'ALIA , PETERLINI , FOSSON , VALDITARA , LICASTRO SCARDINO , CONTINI , CASTRO , PONTONE , CURSI , NESPOLI , TOFANI , COLLI , NESSA , ZANETTA , COMPAGNA , COSTA , SCARPA BONAZZA BUORA , ALLEGRINI , RIZZI , SCARABOSIO , MAZZARACCHIO , VICECONTE , SPADONI URBANI , BETTAMIO , DE LILLO , DI STEFANO , CARRARA , VICARI , DE FEO , VACCARI

Il Senato,

premesso che:

negli ultimi giorni il Consiglio di amministrazione dell'Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha espresso un parere tecnico-scientifico sulla registrazione del principio attivo della pillola Ru486, anche se rimangono ancora da definire le procedure per l'impiego della pillola abortiva in coerenza con la legge n. 194 del 1978, nonché per la fissazione del prezzo di rimborso del farmaco;

Mifeprex è il nome commerciale della cosiddetta Ru486, la pillola abortiva, che tanto sta facendo discutere in questi giorni, dividendo gli schieramenti politici e ipotizzando conflitti di competenze; l’utilizzo della pillola in realtà è diventato per le amministrazioni regionali e le istituzioni sanitarie una bandiera ideologica e gran poco emerge del dibattito sulla tutela della salute delle donne;

la scoperta della Ru486, pillola in grado di procurare un aborto farmacologico, venne annunciata nel 1980 da un ricercatore francese e anche se immediatamente acquistata dal colosso farmaceutico tedesco Hoechst a causa delle sue controindicazioni che durante la prima sperimentazione in ospedale procurarono il decesso di una donna, trovò molte difficoltà per essere commercializzata. Ciò fino a quando, nel 1994, la Hoechst concesse gratuitamente il brevetto al Population Council, meglio conosciuto come Fondazione umanitaria Rockefeller che si occupa della promozione del controllo delle nascite nei Paesi in via di sviluppo. La Fondazione creò una società multinazionale farmaceutica, la Danco, con l’unico scopo di produrre la pillola abortiva in partenariato con la casa farmaceutica cinese Huan Lian Pharmaceutical Co. che già produceva il noto farmaco con il beneplacito del regime cinese impegnato nella ferrea politica di controllo delle nascite;

nel 2004 l’organo di controllo americano sui prodotti farmaceutici, a seguito delle numerose denunce di casi di infezioni ed emorragie, ordinava alla casa farmaceutica Danco di inserire nel bugiardino tra gli effetti indesiderati della Ru 486 “sepsi, emorragie, morte";

in Italia, dall'inizio della prima sperimentazione all'ospedale Sant'Anna di Torino nel settembre del 2005, oltre 1.500 donne hanno potuto utilizzare la pillola abortiva Ru486 in sei regioni: 132 nel 2005 (Piemonte e Toscana), 1.151 nel 2006 (Piemonte, Trento, Emilia-Romagna, Toscana e Marche) e centinaia nel 2007 (Trento, Emilia-Romagna, Toscana e Puglia). Secondo la relazione sulla legge n. 194 che regola l'aborto presentata dal Ministro della salute pro tempore, Livia Turco, al Parlamento, lo 0,9 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) in Italia è stato eseguito con la Ru486, ma se si considerano solo le regioni coinvolte la percentuale sale al 3,3 per cento. In realtà, in tutti gli ospedali dove era proposta, la percentuale di Ivg praticate con la Ru486 sale a oltre il 10 per cento;

la legge n. 194 del 1978, recante “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, prevede infatti tra i suoi primi obiettivi “il valore sociale della maternità e la tutela della vita umana fin dal suo inizio” (articolo 1, comma 1), cosa che ben pochi sanno;

lo scopo dichiarato della richiamata legge n. 194 non è quello di garantire un (inesistente) diritto di aborto, ma piuttosto quello di prevenire l'aborto, favorendo la nascita dei figli già concepiti con l'invito alle madri ad un’adeguata riflessione sul valore della vita umana e offrendo alternative al dramma (per il concepito e per la donna) dell’interruzione della gravidanza. Questa è l'interpretazione ripetutamente formulata dalla Corte costituzionale italiana, la quale ritiene che l'Ivg sia intesa soltanto come risposta a uno stato insuperabile di necessità e non come esercizio di un diritto di scelta della donna;

da queste premesse deriva che se l'uso della Ru486 viene inteso, come sembra, quale strumento tecnico per privatizzare e banalizzare l'aborto ed esaltare la libera scelta della donna, esso è assolutamente inaccettabile;

la legge n. 194 del 1978 è nata per arginare la pratica degli aborti clandestini oltre che per attuare una seria politica di contrasto al ricorso indiscriminato all’aborto attraverso interventi di aiuto mirati alla tutela della donna e del nascituro. Le azioni di informazione e di prevenzione sono state affidate, in particolar modo, ai consultori familiari istituiti con la legge n. 405 del 1975;

indipendentemente dalle vicende applicative che ne hanno condizionato l'attuazione, il nucleo centrale della legge n. 194 del 1978 è la creazione di un percorso articolato di riflessione finalizzato a consentire alla donna una piena maturazione della sua personale scelta in merito alla prosecuzione o meno della gravidanza. Se l’aborto farmacologico formalmente non preclude lo svolgimento di tali procedure di riflessione – almeno fin quando sia svolto in un contesto medico-ospedaliero assistito – è tuttavia evidente che assumere una pillola, se da un lato finisce per abbreviare i tempi e le procedure tecniche di interruzione della gravidanza, dall’altro lato, come si osserverà a breve, rischia di risultare sostanzialmente più gravoso (almeno sotto il profilo psicologico) per la donna che abortisce;

innanzitutto, è necessario evidenziare che non sono ancora noti tutti gli effetti collaterali della pillola; conseguentemente, se la Ru486 non è sicura, non si può certamente affermare, come semplicisticamente sostengono i movimenti pro choice, che essa amplierà le possibilità di scelta della donna. La Ru486 è imprevedibile nei suoi effetti: l’aborto si può prolungare per oltre due settimane, con nausea, perdite di sangue, vomito e contrazioni dolorose. Una donna su dieci avrà comunque bisogno di un intervento per portare a termine l’aborto;

la Ru486, infatti, anche se sono passati molti anni dalla sua prima introduzione, è ancora in fase di sperimentazione. La comunità scientifica ha registrato cinque casi negli Stati Uniti e in Canada di donne morte durante l’assunzione della pillola. A questi vanno aggiunti altri due decessi in Gran Bretagna e uno in Svezia. Paradossalmente mentre medici e scienziati a livello mondiale si stanno interrogando su queste morti, in Australia di fatto è stato dato il via libera alla sua messa in vendita. La Ru486 inoltre ha prescrizioni molto circoscritte. Non va assunta dalle donne sotto i 18 anni e da quelle sopra i 35 anni, pena pesanti controindicazioni. Inoltre, non deve essere assunta da soggetti di peso superiore ai 75 chili. Non si sa quali effetti dia se chi l’assume soffre di asma. In tutti questi casi, se la gravidanza non viene interrotta, si presenta il forte rischio di gravi malformazioni del bambino;

inoltre, la letteratura scientifica ha più volte sottolineato che la pillola abortiva comporta gravi rischi per le giovanissime: chi ha meno di 18 anni può accusare disturbi nel completamento dello sviluppo, con il rischio dell’infertilità. Le case farmaceutiche non lo dicono, ma queste ragazze rischiano di non potere poi avere più bambini. Il sogno dell’industria è arrivare a far sì che le strutture mediche non forniscano più l’assistenza in caso di aborto e che invece l’aborto a livello mondiale sia portato avanti in maniera chimica, attraverso una produzione di massa della Ru486;

le indicazioni che possono essere tratte dai casi registrati in altri Paesi testimoniano che la Ru486 indebolisce fortemente il sistema immunitario, rendendo impossibile per la paziente combattere i batteri. Questo conduce a uno shock settico e a morte rapida. Perciò in Canada sono state bloccate le sperimentazioni e la vendita della Ru486 non è consentita. Le quattro morti avvenute in California in un primo tempo furono attribuite a pillole contaminate, ma questo si è dimostrato falso. Di fatto, quindi, i rischi permangono e si è risolto semplicemente mettendo in guardia le donne che fanno uso della Ru486 che questa può causare infezioni. I casi di morte registrati, infatti, riguardavano tutti donne sane e senza problemi fisici particolari. Ora, se i sintomi della pillola abortiva sono gli stessi di un’infezione (nausea, perdite di sangue vaginali, crampi, dolori alla schiena), ci si deve chiedere come si possa distinguere se si tratti del normale processo abortivo o se invece sia in corso un’infezione dagli esiti mortali;

inoltre, non esiste al momento una registrazione di tutti i casi di utilizzo della Ru486 che hanno comportato complicazioni. Difatti la vicenda di una delle donne morte in California è venuta alla luce perché la famiglia ha ordinato un’autopsia privata. Ma chissà quante altre morti sono avvenute a seguito dell’utilizzo della pillola abortiva senza che se ne sia a conoscenza. Del resto, negli Stati Uniti non è obbligatorio, e si calcola che solo nel 10 per cento dei casi vengano registrati gli effetti collaterali, di qualunque farmaco. Comunque anche i soli casi registrati di effetti collaterali di vario tipo ammontano a parecchie centinaia. Solo le donne che hanno richiesto trasfusioni di sangue dopo l’assunzione della Ru486 sono quasi un centinaio;

altrettante obiezioni possono essere mosse alla Ru486 analizzando quali sono gli effetti negativi della pillola sulla psiche della donna;

in primo luogo, è importante evidenziare come nell’interruzione chirurgica della gravidanza un ruolo centrale sia di fatto svolto dal medico (come confermato anche dalle disposizioni sull’obiezione di coscienza), che assume una funzione di vero e proprio co-autore nei confronti della donna; tale figura viene invece a mancare nell’aborto farmacologico, nel quale è la donna l’unica responsabile-artefice dell’interruzione di gravidanza, con tutti i problemi psicologici che questo comporta. A livello psicologico, infatti, tanto nel breve come nel lungo periodo, l’interruzione volontaria della gravidanza viene di regola vissuta come un trauma dalla donna che ha prestato il proprio consenso, indipendentemente dalle motivazioni che hanno orientato la decisione;

in secondo luogo, durante l’aborto con la pillola Ru486 le donne possono vedere l’embrione abortito: sono loro, infatti, a dover controllare personalmente il flusso emorragico, in ospedale o anche a casa. In uno studio del 1998 pubblicato sul “British Journal of Obstetrics and Gynecology”, il 56 per cento delle donne sottoposte ad aborto chimico dichiara di aver riconosciuto l’embrione, e il 18 per cento ne denuncia come conseguenza incubi, flash-back e pensieri ricorrenti;

in genere questo non viene detto alle donne che si sottopongono all’aborto chimico, come non viene detto anche a quelle che scelgono il metodo chirurgico che l’interruzione di gravidanza può provocare danni psicologici di lunga durata. Il consenso informato non è una pura formalità, ma una possibilità per chi si sottopone a un intervento di decidere di sé e della propria vita con piena responsabilità. È inutile parlare di "libera scelta" se l’informazione fornita al paziente è scorretta o incompleta. Gli avvocati si sono accorti di questa mancanza di informazione, e in alcuni casi l’hanno trasformata in una battaglia legale vincente;

nelle "note informative per la paziente" della sperimentazione della Ru486 condotta dal dottor Silvio Viale all’ospedale Sant’Anna di Torino, a disposizione sul sito dell’associazione Adelaide Aglietta, si legge invece: «Quando abortirà, lei si accorgerà di abortire, ma normalmente non vedrà il prodotto dell’espulsione, poiché a quest’epoca l’embrione misura circa 0,5-1,5 cm ed è difficilmente individuabile in mezzo al sangue, alla mucosa ed ai coaguli». Nel testo del consenso informato, poi, scompare qualsiasi riferimento al «prodotto dell’espulsione»;

tuttavia, recentemente, proprio il dottor Silvio Viale denunciava preoccupato che la polizza assicurativa dei medici della regione Piemonte escludeva, fra gli altri, anche i danni «derivanti da prodotti anticoncezionali e Ru486 (…) nei casi in cui l’assicurato e/o contraente riveste la qualifica di produttore ai sensi di legge». Ci si domanda che cosa farebbero i medici che adottano la Ru486 se in Italia qualche donna che ha subito danni psicologici decidesse di intentare causa;

è quanto meno singolare che proprio in un momento storico in cui l’opinione pubblica mostra una rinnovata attenzione alle tematiche di tutela della vita – indubbiamente favorita anche dal recente dibattito sulla legge n. 40 del 2004 – si cerchi di aggirare lo spirito originario della legge n. 194 del 1978, con particolare riguardo agli aspetti di prevenzione-riflessione, proponendo alle donne modalità abortive presentate come delle scorciatoie;

in netta contraddizione con tale tentativo, che si ritiene assolutamente contrastante con il fondamentale principio etico della tutela della vita fin dal suo concepimento, si ritiene infatti opportuno puntare piuttosto le energie e le risorse disponibili verso un rafforzamento degli strumenti messi a disposizione della donna per una scelta alternativa all’aborto,

impegna il Governo ad adottare gli opportuni provvedimenti perché sia sospesa la procedura di autorizzazione alla registrazione del principio attivo di cui alla pillola abortiva Ru486, in coerenza con i principi di cui alla legge n. 194 del 1978, nonché al fine di prevenire i rischi sanitari indotti dall'assunzione del farmaco.