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Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00030


Atto n. 1-00030

Pubblicato il 25 settembre 2008
Seduta n. 61

GASPARRI , TOFANI , CASOLI , BIANCONI , SAIA , BUTTI , AMORUSO , FASANO , MALAN , COMPAGNA , CARRARA , DI GIROLAMO Nicola , BETTAMIO , DE LILLO , GERMONTANI , VICARI , ALLEGRINI , CANTONI , VETRELLA , AMATO , POLI BORTONE , DIVINA , ZANETTA , GIULIANO , SARO , SANTINI , MAZZARACCHIO , MUSSO , ASCIUTTI , BERSELLI , BORNACIN , CARUSO , SPADONI URBANI , DIGILIO , FLUTTERO , PALMIZIO , CUFFARO , COSTA , LAURO , TOMASSINI , VALENTINO , SANCIU , FOSSON , BONFRISCO , PARAVIA , MONTI , BEVILACQUA , SERAFINI Giancarlo , MENARDI , RIZZOTTI , D'ALIA , POSSA , PASTORE

Il Senato,

premesso che:

i diritti umani sono argomento universale e inalienabile e il loro rispetto rappresenta una priorità centrale e principio fondamentale delle politiche di ogni Paese democratico;

da anni, il Parlamento segue con particolare attenzione la situazione dei diritti umani in Cina, denunciando puntualmente singoli casi di violazione delle libertà e dei diritti individuali;

l'Asia risulta essere il continente in cui i diritti umani e la libertà di religione sembrano più soggetti a limitazioni e provvedimenti repressivi, in particolare nella Repubblica popolare cinese;

le restrizioni delle libertà fondamentali, le dure sentenze imposte ai dissidenti politici, la persecuzione delle minoranze religiose, la non ratifica delle convenzioni internazionali sui diritti umani dell’ONU, sono solo alcuni aspetti rilevanti di settori dove è necessaria un’azione urgente;

come evidenziato nel rapporto di Amnesty International il 28 luglio 2008 - in occasione dello svolgimento dei Giochi olimpici di Pechino -, le recenti situazioni di crisi nella Cina occidentale hanno messo alla prova la capacità delle autorità di dimostrare che i loro impegni in materia di diritti umani fossero più che semplici parole. Le proteste della primavera in Tibet e nelle zone delle province circostanti abitate da tibetani, la conseguente repressione e il silenzio imposto alla stampa hanno evidenziato non solo vecchie e irrisolte violazioni dei diritti umani fondamentali, ma anche una crescente censura dei mezzi d’informazione. Amnesty International ha condannato la violenza rivolta contro i residenti cinesi di etnia Han e le loro proprietà e ha riconosciuto il diritto e il dovere delle autorità cinesi di proteggere tutte le persone sotto attacco, incluse quelle a rischio di essere prese di mira solo a causa della loro origine etnica;

l’uso della forza, del terrore e dell’autoritarismo come mezzi principali per governare ed amministrare il Tibet e le altre regioni occupate (come la Mongolia e il Turkestan orientale) possono condurre ad una stabilità solo superficiale e la tensione provocata dalla sete di giustizia, libertà e verità, troppo a lungo conculcate, possono sfociare in nuove tragedie;

la World Organisation to Investigate the Persecution of Falun Gong (WOIPFG) indaga sui casi di operazioni di trapianto in Cina - il cui volume nel quinquennio 2000/2005 è cresciuto in maniera esponenziale - dove si sospetta che i donatori siano praticanti di Falun Gong, uccisi per prelevarne gli organi;

da quando sono emerse le prime notizie riguardanti le atrocità di prelievi forzati di organi nel 2006, sono state svolte indagini su molti casi e i risultati agghiaccianti hanno confermato la veridicità delle accuse di prelievo illegale di organi;

dal rapporto di un'indagine indipendente elaborato tra il 2006 e il 2007 dall'avvocato dei diritti umani canadese David Matas e dall'ex segretario di Stato canadese per l'Asia-Pacifico David Kilgour, è emerso che i fiorenti profitti di questi crimini verrebbero utilizzati per il finanziamento dell'apparato militare cinese;

gli ispettori dell'ONU per la libertà di religione e di fede e per la tortura, hanno chiesto alla Cina spiegazioni riguardo al drammatico aumento del numero degli organi usati per i trapianti tra il 2000 e il 2005. Il governo cinese ha semplicemente risposto di non possedere statistiche ufficiali al riguardo;

tenuto conto che:

in Cina la pena di morte è prevista per 68 reati, inclusi atti non violenti quali la frode fiscale, la distrazione di fondi, la corruzione e alcuni reati legati alla droga; Amnesty International stima che nel 2007 siano state eseguite almeno 470 condanne a morte e ne siano state emesse 1.860;

secondo fonti accademiche cinesi, dalle 8.000 alle 10.000 persone vengono messe a morte ogni anno; nessun condannato a morte riceve un processo equo, non vi è presunzione d'innocenza, le prove vengono estorte sotto tortura e non è consentito pieno e rapido accesso alla difesa;

malgrado il fatto che l'articolo 36 della Costituzione della Repubblica popolare cinese preveda la libertà di credenza religiosa, le autorità - di fatto - cercano di limitare le pratiche religiose ad organizzazioni approvate dal governo e a luoghi di culto registrati, e di controllare lo sviluppo dei gruppi religiosi;

tra le Chiese cristiane presenti in Cina, la Chiesa cattolica ha sofferto nella Repubblica popolare cinese un lungo periodo di persecuzione ed è ancora costretta, in parte, ad agire nella clandestinità in conseguenza di tali pratiche;

la diffusa pratica dell'espianto di organi dai prigionieri messi a morte non è stata intaccata dalle nuove disposizioni in vigore dal luglio 2006, che riguardano l'espianto da donatori ancora in vita. Amnesty International chiede al governo di aumentare la trasparenza, pubblicando dati completi a livello nazionale sulle condanne a morte e sulle esecuzioni come primo passo verso la completa abolizione;

le autorità cinesi hanno esteso l'uso di forme punitive di detenzione amministrativa, tra cui la "rieducazione attraverso il lavoro". Si stima che centinaia di migliaia di persone si trovino in strutture per la "rieducazione attraverso il lavoro" o siano sottoposte ad altre forme di detenzione senza atto d'accusa su tutto il territorio cinese. La polizia ha poteri illimitati di imporre sentenze fino a tre anni per "reati minori" e le persone sottoposte a queste forme di detenzione vanno frequentemente incontro alla tortura e ai maltrattamenti, soprattutto se mostrano resistenza al tentativo di "riformarle";

la repressione nei confronti dei giornalisti e degli utenti di Internet si è intensificata; risulta che centinaia di siti Internet siano oscurati, censurati o proibiti, in particolare quelli contenenti espressioni quali "libertà", "diritti umani", "Tibet" o "Amnesty International". Utenti di Internet sarebbero stati imprigionati in seguito a processi iniqui, spesso basati su accuse molto vaghe, quali "sovversione o divulgazione del segreto di Stato";

considerato che:

il dialogo formale con la Cina, sia sul piano bilaterale, sia su quello multilaterale, e ancor prima il dialogo tra Unione europea e Cina sui diritti dell'uomo avviato nel 2000, non hanno prodotto ad oggi concreti risultati, in particolare per quanto riguarda il Tibet dove, a seguito dell’occupazione militare cinese, continua a registrarsi un’atmosfera di coercizione, intimidazione e paura che negli ultimi mesi ha determinato la morte di migliaia di persone, in un’atroce campagna di pulizia etnica che risulta ancora accompagnata dalla sterilizzazione di massa e dagli aborti forzati eseguiti sulle donne tibetane;

la promozione dei diritti umani, qual è stabilita nei Trattati dell'Unione europea, è un obiettivo della Politica estera e della sicurezza comune;

il Parlamento europeo, i cittadini d’Europa, le loro associazioni, i sindacati, le amministrazioni locali, si sono espressi ripetutamente per una politica di giusta pace, che metta al primo posto il rispetto dei valori democratici e delle libertà fondamentali, e che non sia avvilita da compromessi affaristici, anteponendo la sete di un profitto sperato ad una condotta etica e trasparente. I Paesi europei non potranno che trarre vantaggio dalla posizione di autorità morale derivante da una decisa condanna delle violazioni dei diritti umani in Cina;

nel marzo 2004, le autorità cinesi emendarono la Costituzione inserendo la frase “Lo Stato rispetta e protegge i diritti umani”;

la scelta di organizzare i Giochi Olimpici a Pechino (svoltisi nel mese di agosto 2008) era stata accompagnata dalla promessa da parte del governo cinese di attivarsi concretamente per il rispetto dei diritti umani, in linea con gli impegni assunti nel 2001, quando Pechino fu scelta dal Comitato olimpico internazionale (Cio) per ospitare la manifestazione sportiva,

impegna il Governo:

ad assumere concrete ed urgenti iniziative, sia nell'ambito dei rapporti bilaterali, sia in quello dell'Unione europea, per promuovere ed ottenere la ferma condanna di ogni violazione dei diritti umani e religiosi in Cina;

a sostenere, in sede internazionale, la ferma condanna dei duri trattamenti e delle persecuzioni perpetrate dalle autorità cinesi, sia nei confronti dei cristiani che dei singoli cittadini, ponendo termine ad un silenzio dovuto solo al timore di ledere gli interessi economici del nostro Paese;

ad intraprendere le iniziative più opportune al fine di sensibilizzare il governo cinese, da un lato, perché ponga fine alla repressione religiosa e assicuri il rispetto delle norme internazionali in materia di diritti umani e religiosi, garantendo la democrazia, la libertà di espressione, la libertà di associazione, la libertà dei mezzi di informazione e la libertà politica, e, dall'altro, sul tema della moratoria delle esecuzioni capitali approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite del 18 dicembre 2007.