Il primo è quello di Malalai Joya, giovanissima deputata del nuovo Parlamento afghano. Chi, come me, ha avuto occasione di conoscerla personalmente, come molte altre donne parlamentari del Gruppo di contatto, non può non rimanere impressionato dal coraggio civile e dalla determinazione che Malalai mette nel suo atto costante di denuncia delle violazioni dei diritti umani del Paese commesse dai talebani e dai signori della guerra. Lei, e migliaia di altri afghani, hanno guardato con sentimenti contrastanti e contraddittori alla presenza militare straniera, sperando che questa portasse perlomeno ad una cesura netta con la storia passata, quella appunto dei talebani e dei signori della guerra. A loro oggi resta solo l'amarezza di vederli saldi nei loro scranni in Parlamento e nel Governo Karzai. E così Malalai oggi viene espulsa dal Parlamento, dopo essere stata oggetto di continue minacce di morte da parte di suoi stessi colleghi parlamentari, una situazione inaccettabile che a nostro parere richiede l'immediata attivazione da parte del Governo italiano per un suo immediato reintegro in Parlamento.
Il secondo caso è quello Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency detenuto senza imputazione - come è stato giustamente sottolineato dal senatore Salvi - per aver lavorato su richiesta esplicita del Governo italiano alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo. Una storia a lieto fine, quella di Hanefi, di recente liberato, ma che a nostro parere rende bene il quadro nel quale oggi si sviluppa il sistema giudiziario in Afghanistan: un sistema ancora "balcanizzato", ispirato a ben tre codici, a leggi tribali, alla Sharia, che si intreccia con le ossessioni securitarie e le eccezioni che gli Stati Uniti d'America vorrebbero introdurre in ossequio alla loro crociata contro il terrorismo.
L'Afghanistan Compact, al quale l'Italia si è impegnata a livello di Joint Coordination and Monitoring Board (JCMB) e anche come lead country per quanto riguarda le riforme nel settore della giustizia, accanto alla componente militare a quella della ricostruzione, aveva delineato un programma di lavoro per la riforma al settore, per la rule of law, per i diritti umani, tuttora bloccato nelle commissioni miste competenti.
Vorrei ricordare che l'Afghanistan Compact si regge su tre piedi: quello della giustizia, della rule of law e della democrazia; quello della ricostruzione fisica delle infrastrutture e la lotta alla povertà; quello della sicurezza intesa principalmente come attività militare del contingente ISAF. Di questi tre piedi, due oggi non funzionano, sia quello militare, come avrò occasione di dimostrare, sia quello della ricostruzione civile. Il problema, quindi, oggi non è soltanto procedurale, ma anche di sostanza politica.
Se vogliamo parlare di giustizia economica, ad esempio, quale giustizia economica ci può essere in un Paese dove il 70 per cento della popolazione oggi è malnutrito e non può accedere al cibo?
Se parliamo di giustizia e legalità, questo stallo inaccettabile rafforza il potere dei signori locali, indebolisce il già debole Governo Karzai e soprattutto sottopone centinaia di donne e uomini afghani a vessazioni ed inaccettabili violazioni dei loro diritti fondamentali.
Il Paese vive ancora nell'impunità dei crimini attuali e di quelli pregressi. Il piano di giustizia transizionale approvato dal Governo Karzai nel 2005 è ancora in gran parte inapplicato, soprattutto per quanto riguarda il perseguimento delle violazioni dei diritti umani compiute prima, durante e dopo la caduta del regime talebano. È per questo motivo che chiediamo e pensiamo che questo sia un elemento fondamentale per garantire coerenza rispetto a quello che il Governo italiano dice di voler fare in Afghanistan sui diritti umani, sul buongoverno e sulla democrazia.
Alcuni, come RAWA ed altre organizzazioni afghane, chiedono la creazione di un tribunale internazionale che possa giudicare i crimini commessi dai signori della guerra, dai talebani e non solo. Pensiamo che questa possa essere una importante opportunità da analizzare e da elaborare in maniera più coerente e cogente.
Come denuncia Amnesty International nel suo ultimo rapporto annuale, anche molti governatori locali continuano ad operare in assoluta autonomia dal Governo centrale e continuano a violare gravemente i diritti umani. Le forze di sicurezza afgane, in particolare la polizia, continuano a detenere illegalmente i cittadini afghani e a torturarli. Centinaia sono le donne detenute in condizioni indecenti in seguito a condanne comminate secondo i codici tribali, per adulterio o reati affini.
Si è registrato un aumento dei casi di delitti d'onore e anche di autoimmolazione delle donne in una società che rimane brutalmente patriarcale al punto che le stesse donne subiscono violenza anche dai giudici e dai poliziotti che dovrebbero tutelarne i diritti.
Poi c'è il carcere di Pol-i-Chark, finanziato anche dal Governo italiano, dove oggi 70 donne e 50 bambini vivono in condizioni inumane e indecenti. Questa struttura, un penitenziario civile, verrà trasformata in un penitenziario di massima sicurezza e ospiterà anche i detenuti che provengono da Guantanamo e da altre basi militari americane in Afghanistan, come quella di Bagram, dove attualmente sono 500 detenuti in attesa di giudizio.
Cosa pensiamo noi, cosa pensa il Governo italiano rispetto a questa situazione e rispetto alle legislazioni di emergenza che gli americani continuano ad applicare e ad imporre anche sulle popolazioni civili afgane? Il Governo è perfettamente consapevole della situazione; riteniamo debba cogliere l'occasione della Conferenza internazionale per chiedere la liberazione di quelle donne e la loro riabilitazione e programmi di reinserimento e di supporto per quelle famiglie già duramente provate.
Malalai, Hanefi, le detenute di Pol-i-Chark e tutto il popolo afghano oggi sono presi nel mezzo di un conflitto sempre più aspro, di una realtà quotidiana nella quale lo stesso concetto di giustizia scompare miseramente. Da una parte, i talebani non esitano ad assaltare scuole e villaggi e seguono una politica deliberata di uccisione di civili. Dall'altra, le operazioni militari della NATO e di Enduring freedom mietono vittime civili, danni collaterali di bombardamenti indiscriminati.
C'è un punto sul quale vorrei richiamare l'attenzione di tutti: le forze internazionali ISAF oggi godono di uno status legale che le pone al di là della legge afghana e anche al di là delle nostre normative nazionali; lo dice Amnesty International. Questa situazione di fatto comporta una sorta di esenzione delle truppe internazionali da ogni forma di responsabilità nei confronti del diritto internazionale. Quindi, i bombardamenti ISAF possono svolgersi violando il diritto internazionale umanitario e anche le nostre truppe rischiano di farlo quando consegnano alle autorità afgane o a quelle americani i prigionieri, senza poter accertare se poi questi vengono o meno sottoposti a tortura.
Questi sono elementi importanti che evidenziano la necessità di una maggiore coerenza nell'impegno per i diritti umani in quel Paese. Il ministro Parisi, di recente, ha giustamente denunciato le vittime civili causate dall'operazione ISAF. Questo, però, non basta: noi chiediamo che venga costituito un organismo al quale le popolazioni civili possano ricorrere per chiedere certezza sulle responsabilità di quelle vittime ed un risarcimento equo ed immediato.
Pensiamo che oggi si debba riflettere sul senso stesso della presenza italiana ed internazionale in Afghanistan. Crediamo che l'unica via d'uscita dal disastro causato dall'avventura militare afghana sia quella della ricostruzione del tessuto sociale ed economico, della convivenza civile, della riattivazione delle reti di società civile dal basso, di democrazia vera e non formale, dei diritti umani e della fine dell'impunità.
Per tale motivo, chiediamo anche che l'Italia si impegni, e colga l'occasione della Conferenza internazionale sulla giustizia per farlo, in una rimodulazione della presenza internazionale in Afghanistan. Non vogliamo lasciare il popolo afghano in mano ai talebani, ai signori della guerra o ai contingenti americani Enduring freedom; vorremmo, invece, capire quali sono gli strumenti più efficaci e reali per garantire i diritti fondamentali ad un popolo già martoriato da troppe guerre.
Invitiamo il Governo ad utilizzare l'occasione della Conferenza internazionale sulla giustizia per trarre quegli elementi necessari per costruire quella Conferenza internazionale sull'Afghanistan della quale abbiamo perso traccia nella stampa e nelle dichiarazioni pubbliche del Governo stesso ed anche a rivedere il mandato delle truppe ISAF affinché vengano sostituite con un contingente internazionale di polizia sotto l'ombrello dell'ONU. Lo sta già facendo l'Europa con la missione PESD, inviando civili, cioè poliziotti, avvocati ed osservatori sui diritti umani.
Pensiamo che questa debba essere la strada da perseguire e che si debba fare presto. L'Italia, infatti, ad ottobre dovrà riferire al Consiglio di sicurezza dell'ONU sull'ISAF e riteniamo che questa scadenza non possa essere mancata. Solo a queste condizioni, onorevoli colleghe e colleghi, pensiamo che la Conferenza sulla giustizia possa avere un senso e non rischi di diventare un evento autocelebrativo.
Per questo sosterremo con il nostro voto favorevole la mozione n. 115 (testo 2), da noi presentata, impegnandoci però ad intensificare il lavoro e gli sforzi di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, della Sinistra alternativa dei movimenti pacifisti, per costruire un'effettiva exit strategy alle operazioni militari in Afghanistan. (Applausi dai Gruppi RC-SE e Ulivo. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pianetta, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G1. Ne ha facoltà.
PIANETTA (DCA-PRI-MPA). Signor Presidente, i legami tra sicurezza, sviluppo e giustizia e promozione e tutela