RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del presidente MARINI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 17).
Si dia lettura del processo verbale.
VIESPOLI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta dell'8 febbraio.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Comunicazioni della Presidenza
PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 17,02).
Disegni di legge, annunzio di presentazione
PRESIDENTE. Comunico che, in data 8 febbraio 2007, è stato presentato il seguente disegno di legge:
dal Presidente del Consiglio dei ministri e dai Ministri per le politiche giovanili e le attività sportive, dell'interno e della giustizia:
«Conversione in legge del decreto-legge 8 febbraio 2007, n. 8, recante misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche» (1314).
Per comunicazioni del Governo sulle dichiarazioni del Presidente della Repubblica croata
ANTONIONE (DC-PRI-IND-MPA). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIONE (DC-PRI-IND-MPA). Signor Presidente, ritengo che le parole pronunciate dal presidente della Repubblica croata Mesic nei confronti del nostro Capo dello Stato, che è stato accusato di razzismo, revisionismo e revanscismo, siano francamente inaccettabili, soprattutto perché espresse dal massimo rappresentante istituzionale di un Paese amico. Un Paese che l'Italia ha aiutato nel percorso di integrazione europea; un Paese che da noi ha avuto tutto il sostegno possibile, anche nei momenti più difficili.
Ritengo siano ancora più inaccettabili nel momento in cui si riferiscono a parole che il Presidente della Repubblica italiana ha espresso in una giornata importante, il «Giorno del ricordo», in cui il nostro Paese intende tributare un doveroso omaggio a tanti innocenti, vittime di una stagione di odi e di vendette.
Credo che per queste ragioni sia necessario che anche il Senato della Repubblica possa discutere di queste dichiarazioni. Pertanto, sono a chiederle d'intervenire nei confronti del Governo e del Ministro degli affari esteri perché venga a riferire qui in Senato in merito alle azioni che indubbiamente il Governo sta intraprendendo, non certo per difendere il presidente Napolitano, che non ne ha bisogno, ma per chiarire con precisione quali sono le verità storiche, per convincere gli amici croati che l'atteggiamento che il loro Presidente sta tenendo è profondamente sbagliato e per fare in modo che su questa vicenda ci sia anche una presa di posizione da parte dell'Istituzione che siamo qui a rappresentare. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. Senatore Antonione, prenderò contatti con il Ministro degli affari esteri. In ogni caso, ho avuto modo, insieme al Presidente della Camera, di intervenire su questo punto.
Sul Giorno del ricordo
PRESIDENTE. (Si leva in piedi e con lui tutta l'Assemblea). In apertura di questa seduta, la prima all'indomani del 10 febbraio, giorno dedicato al ricordo dei martiri delle foibe, dell'esodo dalla propria terra di istriani, dalmati e fiumani, ritengo giusto e doveroso farmi interprete del sentimento dell'Assemblea del Senato, esprimendo il commosso ricordo per le tante vittime innocenti di allora e la vicinanza ai familiari di quanti furono così barbaramente assassinati e di coloro costretti a lasciare le proprie case, i propri paesi e le proprie città.
Nei giorni scorsi abbiamo tutti ascoltato e condiviso le limpide e misurate parole del Presidente della Repubblica a cui, sicuro di rappresentare l'animo di tutta l'Assemblea, rinnovo un ringraziamento forte e sincero.
L'istituzione del «Giorno del ricordo», grazie ad una legge approvata nel 2004 dal Parlamento, offre l'opportunità al Paese di fare memoria di una pagina terribile che ne ha segnato la storia nel secolo scorso.
Una tragedia troppo a lungo dimenticata ed è bene riconoscere che sono stati commessi un grave errore e una ingiustizia verso quelle italiane e quegli italiani vittime di un odio ideologico ed etnico costato migliaia di morti e l'esodo per centinaia di migliaia di essi.
Rinnovare il ricordo di quei drammatici eventi ci deve anche fortificare nella convinzione che non ci può essere un futuro comune tra i popoli se non all'insegna del riconoscimento reciproco, dell'amicizia, del superamento di qualsiasi barriera politica, culturale ed etnica e nella piena affermazione della libertà e della democrazia.
Vi invito ad osservare un momento di raccoglimento.
GRAMAZIO (AN). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GRAMAZIO (AN). Signor Presidente, intervengo dopo le sue dichiarazioni per ricordare che le affermazioni del Presidente croato sono gravi e che è giusto il richiamo che altri colleghi hanno fatto in quest'Aula.
Il 10 febbraio abbiamo celebrato la giornata dedicata a quegli italiani che furono infoibati. Ricordo che a Roma, alcuni anni fa, è stata dedicata una piazza importante ai martiri delle foibe istriani e dalmati. Le affermazioni dell'altro giorno del Presidente della Repubblica, quando ha consegnato gli attestati e ricevuto i familiari degli italiani che dovettero abbandonare, in 350.000, quelle terre, riscattano finalmente il silenzio di cinquanta anni su italiani che hanno pagato con la loro vita la prima pulizia etnica in quei territori.
Signor Presidente, le sue sono parole che rappresentano e vogliono rappresentare l'intero Senato, ma noi siamo qui a voler ricordare ancora una volta con commozione quegli italiani che sono rientrati in Patria, che sono andati all'estero, che hanno onorato l'Italia avendola sempre nel cuore; tanti sono quegli italiani, tanti sono gli uomini e le donne che con questa data finalmente hanno un riscatto.
Abbiamo visto questi italiani commossi quando sono stati ricevuti dal Presidente della Repubblica, che ha stretto loro la mano; erano commossi, così come lo erano, e molto, gli istriani e i dalmati che in questa città hanno un intero quartiere loro dedicato, il quartiere giuliano-dalmata (così si chiama) e hanno ricevuto un attestato dallo stesso prefetto di Roma. Tuttavia, la mattina del 10 febbraio, sabato scorso, sono apparse scritte ingiuriose proprio sulla toponomastica che ricorda quei martiri.
Abbiamo chiesto con un'interrogazione al Ministro dell'interno di indagare su uno pseudogruppo che richiama quell'evento con un volantino in cui si legge «Viva l'esercito jugoslavo di Tito», cioè, viva gli infoibatori di quegli italiani. Chiediamo altresì che le forze dell'ordine aprano un'indagine per scoprire i mandanti di un tale vilipendio nei confronti di quegli italiani ai quali è stata dedicata una piazza nella città di Roma. Mi auguro che il Ministro dell'interno sia attento alla nostra interrogazione, che non rispecchia altro che le dichiarazioni del Presidente della Repubblica, che Alleanza Nazionale ha completamente condiviso.
ANDREOTTI (Misto). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI (Misto). Signor Presidente, credo sia mio dovere intervenire perché l'espressione che fa riferimento ad un lungo silenzio può essere equivoca. Vorrei spiegare - ho vissuto quel periodo e quindi lo conosco direttamente - perché abbiamo coscientemente evitato di fare di quell'argomento un motivo che dividesse.
Certamente, eravamo ispirati da due fattori. Innanzitutto, non doveva essere un motivo di polemica interna, perché i comunisti italiani non c'entravano niente; in secondo luogo, vi era il dovere di cercare, quanto più possibile, di instaurare con un Paese vicino, con il quale vi era stato più di un motivo di grandissimo contrasto, un clima di comprensione che guardasse al futuro e non al passato.
Ritengo quindi che il silenzio sia stato più che giusto e che siano state molto opportune le parole dette. Ognuno, del resto, ha la propria opinione e guai se dovessimo avere tutti la stessa!
Dal momento che l'ho vissuto, però, so che la grande maggioranza degli italiani di quelle zone riteneva di dover guardare al futuro e non creare dei solchi che aggravassero ulteriormente la situazione. (Applausi dal Gruppo Ulivo e del senatore Cossutta).
CAMBER (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CAMBER (FI). Signor Presidente, intervengo per associarmi ai concetti finora espressi e per sottolineare un aspetto del problema che è stato focalizzato quest'oggi dal sindaco di Trieste, che ha invitato ufficialmente il Presidente della Repubblica a rendere visita al Monumento nazionale della foiba di Trieste, inaugurato nella giornata del 10 febbraio scorso.
Intendo, inoltre, ricordare che, mentre parliamo di ricordo, di memoria e di giustizia, a distanza di oltre cinquant'anni restano irrisolti i problemi di ordine sicuramente morale, ma con alcuni profili anche di carattere materiale, relativi ai diritti degli oltre 300.000 esuli istriani, fiumani e dalmati quanto agli indennizzi congrui loro spettanti e ad oggi non ancora corrisposti (a distanza, lo ripeto, di quasi cinquant'anni).
Un altro problema irrisolto, di cui si sta parlando in questi giorni e ci si sta occupando, pare anche con una certa serietà, riguarda la restituzione dei beni che risultano - e ce ne sono molti ancora oggi - in proprietà delle Repubbliche sovrane succedute alla Repubblica sovrana di Iugoslavia. Si tratta di beni nazionalizzati che, per una serie di situazioni giuridiche, che in altro momento e in altra sede sono state e verranno illustrate, possono essere restituiti alla luce dei princìpi del diritto internazionale e del diritto europeo vigenti in materia per l'Italia e per le altre Repubblica sovrane alle quali ho fatto riferimento.
BOCCIA Antonio (Ulivo). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOCCIA Antonio (Ulivo). Signor Presidente, ci ritroviamo pienamente nelle parole del Capo dello Stato e in quelle pronunciate già ieri dal Presidente del Senato e richiamate oggi, in maniera puntuale, in apertura dei nostri lavori.
Ritengo che nelle parole del Capo dello Stato e nell'annuncio fatto all'Aula in maniera solenne dalla Presidenza del Senato siano espressi tutti i nostri sentimenti e tutte le nostre volontà. Anche le integrazioni del presidente Andreotti servono a capire meglio quel fenomeno e a porlo nella luce che il Capo dello Stato ha già compiutamente indicato.
Ogni altra parola sarebbe soltanto un'aggiunta a quanto è stato detto e non farebbe altro che offuscare i sentimenti alti espressi dal Capo dello Stato. (Applausi dai Gruppi Ulivo, Misto-IdV e del senatore Cossutta).
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. Do ora lettura del calendario dei lavori del Senato, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo di questa mattina.
La Conferenza dei Capigruppo, riunitasi questa mattina, ha approvato all'unanimità modifiche ed integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori fino al 22 febbraio.
La seduta di domani mattina avrà inizio alle ore 10,30 - e proseguirà fino alle 13,30 - per consentire alle Commissioni affari costituzionali e bilancio tempi più ampi per la conclusione dell'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge recante proroga di termini legislativi.
Nella giornata di domani, oltre al predetto decreto, sarà posto all'ordine del giorno l'esame di una relazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari in materia di reati ministeriali. Pur tenendo conto di quanto previsto dall'articolo 135-bis del Regolamento, il Presidente ha avuto mandato unanime dalla Conferenza dei Capigruppo di valutare, in relazione all'andamento dei lavori, quando procedere alla prima serie di votazioni con procedimento elettronico - eccezionalmente anche nella seduta pomeridiana - al fine di favorire la più ampia partecipazione ai voti, in ragione del quorum della maggioranza assoluta richiesto per l'approvazione delle conclusioni della Giunta. In ogni caso, i senatori che non abbiano partecipato alle votazioni elettroniche potranno comunicare il proprio voto in modo palese ai senatori segretari fino alle ore 19, come prevede il richiamato articolo del Regolamento.
Resta confermato, per giovedì mattina, l'avvio della discussione generale del decreto-legge recante recepimento di direttive comunitarie. Nel corso della stessa seduta avranno inoltre luogo comunicazioni del Governo sulle recenti operazioni antiterrorismo, cui seguirà un dibattito, senza voto di strumenti di indirizzo. I tempi saranno comunicati ai Gruppi.
La prossima settimana, nella seduta antimeridiana di mercoledì 21 febbraio, il Ministro degli affari esteri renderà comunicazioni al Senato sulle linee di politica estera. I tempi della successiva discussione sono stati ripartiti tra i Gruppi, in modo tale da consentire la conclusione delle eventuali votazioni entro la fine della seduta antimeridiana, prevista per le ore 14-14,30.
Nel corso della prossima settimana potrà inoltre proseguire l'esame dei due decreti-legge in calendario, per i quali si è proceduto alla ripartizione dei tempi tra i Gruppi.
Calendario dei lavori dell'Assemblea
PRESIDENTE. La Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, riunitasi questa mattina, con la presenza dei Vice presidenti del Senato e con l'intervento del rappresentante del Governo, ha adottato all'unanimità - ai sensi dell'articolo 55 del Regolamento - modifiche ed integrazioni al calendario corrente e il nuovo calendario dei lavori dell'Assemblea fino al 22 febbraio:
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Martedì |
13 |
febbraio |
pom. |
h. 17-20 |
- Ratifiche di accordi internazionali concluse dalla Commissione (884 - Cina coproduzione cinematografica; 1136 - Cina cooperazione scientifica e tecnologica; 1134 - India cooperazione difesa) (martedì 13, pom.) - Disegno di legge n. 1293 - Decreto-legge n. 300, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative (Approvato dalla Camera dei deputati - scade il 26 febbraio) (da mercoledì 14, ant., ove concluso dalla Commissione) - Doc. IV-bis, n. 2 - Proposta della Giunta di non concedere l'autorizzazione a procedere per reati ministeriali nei confronti di un ex Ministro e di altri soggetti (Votazioni a maggioranza assoluta) (nella giornata di mercoledì 14 febbraio, con urne aperte fino alle ore 19) (*) - Avvio discussione generale disegno di legge n. 1299 - Decreto-legge n. 297, recante disposizioni urgenti per il recepimento di direttive comunitarie (Approvato dalla Camera dei deputati - scade il 25 febbraio) (giovedì 15 ant., ove concluso dalla Commissione) - Comunicazioni del Governo sulle recenti operazioni antiterrorismo (giovedì 15, ant.) |
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Mercoledì |
14 |
" |
ant. |
h. 10,30-13,30 |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Giovedì |
15 |
" |
ant. |
h. 9,30-14 |
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Giovedì |
15 |
febbraio |
pom. |
h. 16 |
- Interpellanze e interrogazioni |
(*) La Conferenza dei Capigruppo ha dato mandato unanime al Presidente di valutare, in relazione all'andamento dei lavori, quando procedere alla prima serie di votazioni con procedimento elettronico - eccezionalmente anche nella seduta pomeridiana - al fine di favorire la più ampia partecipazione ai voti, in ragione del quorum della maggioranza assoluta richiesto per l'approvazione delle conclusioni della Giunta. In ogni caso, i senatori che non abbiano partecipato alle votazioni elettroniche potranno comunicare il proprio voto in modo palese, fino alle ore 19, ai Senatori Segretari che ne terranno nota in appositi verbali.
Gli emendamenti al disegno di legge n. 1299 (Decreto-legge recepimento direttive comunitarie) dovranno essere presentati entro le ore 19 di giovedì 15 febbraio.
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Martedì |
20 |
febbraio |
ant. |
h. 10-14 |
- Seguito discussione generale disegno di legge n. 1299 - Decreto-legge n. 297, recante disposizioni urgenti per il recepimento di direttive comunitarie (Approvato dalla Camera dei deputati - scade il 25 febbraio) |
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Martedì |
20 |
febbraio |
pom. |
h. 16.30-20 |
- Eventuale seguito disegno di legge n. 1293 - Decreto-legge n. 300, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative (Approvato dalla Camera dei deputati - scade il 26 febbraio) - Seguito disegno di legge n. 1299 - Decreto-legge n. 297, recante disposizioni urgenti per il recepimento di direttive comunitarie (Approvato dalla Camera dei deputati - scade il 25 febbraio) - Comunicazioni del Ministro degli affari esteri sulle linee di politica estera e conseguente dibattito (mercoledì 21, ant.) - Seguito discussione decreti-legge non conclusi |
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Mercoledì |
21 |
" |
ant. |
h. 9-14 (*) |
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" |
" |
" |
pom. |
h. 16,30-20 |
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Giovedì |
22 |
" |
ant. |
h. 9.30-14 |
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Giovedì |
22 |
febbraio |
pom. |
h. 16 |
- Interpellanze e interrogazioni |
(*) La seduta antimeridiana di mercoledì 21 febbraio potrà protrarsi - se necessario - fino alle ore 14.30.
Il calendario potrà essere integrato con l'esame di documenti definiti dalla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.
Dibattito di politica estera
(Totale 4 ore e 15 minuti, incluse dichiarazioni di voto)
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Gruppi 4 h. e 15', incluse dichiarazioni di voto, di cui: |
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Ulivo |
49' |
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FI |
41' |
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AN |
29' |
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RC-SE |
24' |
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UDC |
20' |
|
Misto |
22' |
|
LNP |
18' |
|
IU-Verdi-Com |
16' |
|
Aut |
15' |
|
DC-PRI-IND-MPA |
15' |
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Dissenzienti |
10' |
Ripartizione dei tempi per la discussione del disegno di legge n. 1293
(Decreto-legge n. 300, recante proroga di termini previsti da disposizioni legislative)
(Totale 8 ore e 40 minuti)
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Relatore |
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20' |
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Governo |
|
20' |
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Votazioni |
2 h. |
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Gruppi 6 ore di cui: |
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Ulivo |
1 h. |
14' |
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FI |
|
57' |
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AN |
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40' |
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RC-SE |
|
33' |
|
UDC |
|
29' |
|
Misto |
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28' |
|
LNP |
|
25' |
|
IU-Verdi-Com |
|
24' |
|
Aut |
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23' |
|
DC-PRI-IND-MPA |
|
23' |
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Dissenzienti |
|
5' |
(Decreto-legge n. 297, recante recepimento direttive comunitarie)
(Totale 7 ore)
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Relatore |
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20' |
|
Governo |
|
20' |
|
Votazioni |
1 h. |
20' |
|
Gruppi 5 ore di cui: |
|
|
|
Ulivo |
1 h. |
02' |
|
FI |
|
48' |
|
AN |
|
34' |
|
RC-SE |
|
27' |
|
UDC |
|
24' |
|
Misto |
|
23' |
|
LNP |
|
21' |
|
IU-Verdi-Com |
|
20' |
|
Aut |
|
19' |
|
DC-PRI-IND-MPA |
|
19' |
|
Dissenzienti |
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5' |
In memoria dell'onorevole Adele Faccio
PRESIDENTE. La senatrice Negri ha chiesto di poter ricordare l'onorevole Adele Faccio. Ne ha facoltà.
NEGRI (Aut). Signor Presidente, Adele Faccio ci ha lasciati a ottantasei anni. Il pensiero di chi l'ha conosciuta o di chi ha solo saputo della sua eccezionale biografia, alla quale in questi giorni hanno reso omaggio le forze politiche e lo stesso Presidente della Repubblica, corre a quegli anni, all'inizio degli anni Settanta quando lei, donna già matura, fu testimone del suo tempo e illustre e coraggiosa protagonista della battaglia per i diritti civili degli ultimi, dei carcerati e, in prima linea, delle donne, per il divorzio e per ottenere la legalizzazione dell'aborto, dell'interruzione volontaria della gravidanza.
Adele Faccio apparteneva ad un'illustre genealogia femminile. Nipote di Sibilla Aleramo, partigiana combattente nelle sue martoriate terre di confine contro il nazifascismo, studiosa e letterata.
Io la conobbi - lo ricordo, anche se allora ero giovanissima - nel movimento femminista di Torino. Appartenevamo a pensieri e culture diverse, quando lei a Torino, insieme ad Adelaide Aglietta, fondò il Movimento di liberazione della donna. A Firenze fondò il CISA, mentre nelle grandi città italiane, specialmente quelle del Nord, si affermava la lotta per i consultori autogestiti. Da quella fase di battaglie, da quelle lotte aspre ed anti-istituzionali che lei nobilitò con la sua intransigenza, sino alla disobbedienza civile estrema e all'arresto, noi ora ci sentiamo abbastanza lontani, perché venne un'altra stagione più istituzionale, quando le grandi correnti di massa e le grandi forze popolari riuscirono a portare a legalità, a legislazione, a produrre buone leggi sul divorzio, sull'aborto, difendendolo con il referendum del 1981.
Questa stagione istituzionale, più solida, più di massa, che ha dato al Paese leggi buone ed equilibrate, porta però nella sua genesi, nel suo farsi, nel suo atto di nascita, anche il ricordo di quelle lotte solitarie estreme che Adele Faccio, insieme ai suoi compagni radicali e a molte donne, combatté.
Ricordo agli ambientalisti che Adele fu anche fondatrice dei Verdi Arcobaleno e che nell'VIII legislatura si fece propugnatrice di molte leggi sui limiti dello sviluppo, sullo sviluppo sostenibile e sui nuovi problemi ambientali.
Voglio quindi associarmi all'invito che il quotidiano «Il Riformista» rivolge in questi giorni, sotto il bellissimo titolo "È morta una donna libera", laddove si propone che non solo i suoi compagni radicali, ma tutti gli ambientalisti e tutto il mondo della politica si diano da fare in suo ricordo con qualcosa di concreto, che trasmetta la sua cultura e i suoi insegnamenti, soprattutto ai più giovani. (Applausi dai Gruppi Aut, Ulivo e RC-SE).
BIONDI (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BIONDI (FI). Signor Presidente, mi unisco alle parole della collega Negri nel ricordo e nel rimpianto di Adele Faccio, che ho avuto l'onore di conoscere in Parlamento e di apprezzare per le sue capacità di affrontare i problemi, anche più delicati e difficili, con uno spirito aperto, non fazioso, più desideroso di convincere che di imporre le proprie opinioni, come dovrebbe sempre essere.
Adele Faccio era una donna straordinaria per il modo in cui era capace di affrontare, in tempi difficili e diversi (mi permetto di dire anche peggiori di quelli di oggi, per quanto attiene alla condizione femminile), i valori di una società che ha bisogno di una grande e nuova forza, che stabilisca l'equilibrio nei rapporti civili, sociali ed umani nel nostro Paese.
Era una donna coraggiosa, non temeva l'impopolarità; quello che doveva dire lo diceva sempre, con chiarezza e con il senso delle proprie convinzioni, nel rispetto di quelle altrui. Credo sia una parlamentare che va ricordata come esempio di come ci si deve comportare in Parlamento: con rispetto e con forza. Forza delle proprie convinzioni, rispetto di quelle degli altri. Ecco come io ricordo Adele Faccio. (Applausi dai Gruppi FI, Ulivo e Misto-IdV).
BRISCA MENAPACE (RC-SE). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRISCA MENAPACE (RC-SE). Signor Presidente, colleghe e colleghi, intervengo anch'io per unirmi al ricordo di Adele Faccio. L'ho conosciuta abbastanza bene: era una donna dolcissima nei rapporti amicali, di grande discrezione e di grande affettuosità; rigorosissima nei rapporti politici e di principio. Rigorosissima prima di tutto con se stessa; un'etica assolutamente di grande rigore e di grande precisione.
Di lei posso dire di aver apprezzato tutte le lotte che ha iniziato e che ha fatto, mettendo sempre in gioco se stessa e tutta la propria vita. Quello che posso dire è che in questa temperie ciò che apprezzo di più è stata la sua capacità di sopportare anche dolorose vicende familiari (il figlio) e la sua capacità di sottrarsi all'impero mediatico. Le persone che sono capaci di vivere con discrezione un periodo di oscurità sono oggi, a mio parere, dei modelli assolutamente inarrivabili e rari. Adele Faccio è stata anche questo. (Applausi dai Gruppi RC-SE, Ulivo e FI).
Sulla scomparsa dell'onorevole Luigi Memmi
COSTA (FI). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
COSTA (FI). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, quest'oggi è deceduto l'onorevole Luigi Memmi, che da parlamentare della Repubblica e da profondo conoscitore dei problemi del Mezzogiorno d'Italia si applicò non poco, nel Parlamento nazionale prima e, per un lungo periodo, come sindaco della sua città, Casarano, che fu catalogata, grazie anche alla sua azione, tra i primi cento Comuni della Repubblica italiana, quelli che più degli altri avevano conseguito progresso e sviluppo per le genti del Mezzogiorno nei primi cinquant'anni della Repubblica.
Al suo impegno nella Commissione bilancio e per la legislazione in materia di bilancio va il nostro grato ricordo e affettuoso pensiero.
Discussione e approvazione del disegno di legge:
(884) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo di coproduzione cinematografica tra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica popolare cinese, firmato a Pechino il 4 dicembre 2004 (Relazione orale) (ore 17,27)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 884.
Il relatore, senatore Barbieri, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni, la richiesta si intende accolta.
Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.
BARBIERI, relatore. Signor Presidente, terrei a portare all'attenzione dei colleghi che il provvedimento che andiamo a discutere oggi non solo ha un significato importante sotto il profilo economico-culturale, ma anche un forte rilievo politico.
Il rilievo economico-culturale è dato dalle prospettive di apertura del mercato cinese alla produzione cinematografica italiana, nonché dalle potenzialità che tale partnership è in grado di offrire alla produzione italiana. Infatti, si deve tener conto, da un lato, della vivacità della produzione cinematografica cinese, che, come i colleghi sanno, nel recente passato ha conseguito significativi e importanti successi e riconoscimenti nelle manifestazioni culturali internazionali e anche in quelle più significative del mondo occidentale e, dall'altro, che diverse produzioni italiane, anche di grande qualità (ricordo «L'ultimo Imperatore» di Bertolucci o l'ultimo film di Gianni Amelio), sono state realizzate in Cina e quindi la definizione dell'accordo potrebbe consentire, in futuro, di disporre di maggiore sostegno in loco per la produzione italiana, ivi compresepartnership cinesi.
Sotto il profilo politico, lo ritengo importante perché bisogna tener conto che la ricca produzione ufficiale è accompagnata da una significativa produzione cinematografica non ufficiale da parte di operatori cinesi che, però, purtroppo, non possono diffondere le loro opere in loco perché soggetti a pesanti restrizioni.
Questo accordo, dunque, rende auspicabile e probabile che da un'intensificazione della cooperazione culturale in questo campo con l'Italia ci sia, come risultato ineluttabile, una maggiore apertura di quel Paese in termini di rispetto dei diritti civili e politici; quindi, dalla coproduzione cinematografica deriverebbe una contaminazione positiva sul piano dei diritti.
Il provvedimento, nello specifico, propone di realizzare un importante quadro normativo per lo sviluppo delle relazioni culturali tra la Repubblica italiana e la Repubblica popolare cinese, tramite la facilitazione della produzione in comune di film che, per le loro qualità artistiche e tecniche, possono contribuire alla maggiore conoscenza reciproca ed essere competitive dal punto di vista commerciale sia nei rispettivi territori nazionali che in quelli dei mercati terzi.
Nel merito, l'accordo precisa il significato tecnico dei film in coproduzione e stabilisce che ogni film coprodotto goda degli stessi vantaggi dei film nazionali. Vengono poi individuati i requisiti che i produttori devono possedere, fissando al 20 per cento del totale del costo del film l'apporto minimo al progetto di coproduzione, e si stabilisce che il personale artistico e tecnico impiegato nella coproduzione debba essere di cittadinanza italiana, inclusi ovviamente i Paesi membri dell'Unione Europea, o cinese, inclusi i cittadini di Hong Kong o delle Regioni ad amministrazione speciale come Macao, e che tale personale è tenuto a rispettare la legislazione vigente, gli usi, i costumi e il credo religioso del Paese in cui le riprese hanno luogo.
Ulteriori norme del provvedimento autorizzano poi l'ingresso di cittadini dell'altro Paese e la temporanea importazione di attrezzatura tecnica cinematografica nel territorio dell'altro Stato contraente, nonché lo svolgimento di riprese in Paesi terzi, laddove la sceneggiatura o l'azione del film lo renda necessario. Alla collaborazione e alla negoziazione tra i coproduttori sono quindi rimesse sia le decisioni riguardo all'accesso dei film in coproduzione ai festival internazionali, sia la ripartizione dei proventi derivanti dai diritti d'autore, che ovviamente appartengono a entrambe le parti contraenti.
Rilevo, inoltre, per fornire informazioni ai colleghi, che l'Accordo dispone che i film coprodotti debbano essere esaminati ed approvati dalle autorità competenti dei due Paesi individuati dall'Accordo e precisa che gli stessi possano essere distribuiti e proiettati in pubblico all'interno e all'esterno di ciascun Paese solo dopo il rilascio del relativo permesso da parte delle relative autorità competenti, le quali, in base all'Accordo, con un successivo scambio di Note, provvederanno a fissare le norme di procedura per la coproduzione nel rispetto della legislazione vigente in ciascuno dei due Paesi.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (FI). Signor Presidente, la Cina è uno dei Paesi in cui le violazioni dei diritti umani sono più estese; è sicuramente il Paese in cui c'è la maggiore violazione dei diritti umani anche a causa del numero elevato di abitanti.
Di fronte a tale situazione, che credo sia assolutamente innegabile, vi sono due atteggiamenti possibili: quello della chiusura e quello del dialogo che - come ha evidenziato il relatore, senatore Barbieri - può portare ad una reciproca influenza, nella speranza di pervenire ad un miglioramento della situazione dei diritti civili in Cina.
È evidente che è stata scelta la via del dialogo. In tal senso, la Cina ha avuto una grande apertura di credito con trattati come quello in esame, con il voto da parte di un organismo che non è governativo, ma che indubbiamente è a suo modo rappresentativo di una vasta realtà, per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2008 proprio alla città di Pechino.
Valutando i risultati che queste aperture dovrebbero avere generato, credo non si possa essere soddisfatti. La maggior parte delle organizzazioni che si occupano di diritti umani ritengono che la repressione dei diritti umani sia dal punto di vista fattuale aumentata negli ultimi anni; è innegabile, però, che dal punto di vista formale siano state introdotte, almeno in teoria, norme di maggiore garanzia o, sarebbe più giusto precisare, di minore violazione dei diritti umani. Mi riferisco a quanto è stato proposto, per quanto riguarda la pena di morte, ad esempio per il diritto di appello a un tribunale, ad una corte diversa da quella che ha già decretato la condanna a morte di una persona; mi riferisco anche a quelle proposte volte a garantire maggiormente o almeno un po' i diritti dei lavoratori. Di fatto, però, la situazione è tutt'altra.
La maggior parte delle esecuzioni avviene nelle cosiddette campagne "colpisci duro", che sono di propaganda e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica che, anziché avvenire attraverso materiale illustrativo o inserzioni televisive (come accade invece per le campagne di informazione del nostro Governo contro la droga o per l'accettazione di comunità con culture diverse dalla nostra), vengono fatte a suon di condanne a morte. Se la campagna è contro la corruzione, è necessario che ogni provincia od ogni distretto esibisca il suo adeguato numero di esecuzioni che vengono attuate con metodo brutale e sommario, a volte con processi che di fatto non sono neanche tali.
Legaranzie, peraltro scarsissime, vengono invece attuate soltanto al di fuori di queste campagne. Pertanto, può accadere che per l'identica fattispecie di reato ci siano procedure giudiziarie completamente diverse: le une con scarsissime garanzie per l'imputato e le altre addirittura senza neanche prendere in considerazione alcuna garanzia per l'imputato.
Cosa ha a che fare questo rispetto all'accordo di cui stiamo parlando? Ebbene, ringraziando il relatore per aver accennato al problema dei diritti umani con un Paese come la Cina, tuttavia, se avessimo siglato un accordo - al tempo in cui nel Sudafrica vi era ancora il regime dell'apartheid - di qualunque genere, ad esempio, di produzione cinematografica con la Repubblica sudafricana, non si sarebbe proceduto a quest'accordo, per la verità. Sicuramente, poi, se lo si fosse fatto, non si sarebbe persa occasione, ad esempio nella relazione con cui il Governo presenta alla Camere il Trattato per la sua ratifica, per ricordare la necessità di superare quell'odioso regime che, infatti, fu superato in modo del tutto pacifico.
Qui, invece, mi pare che in questo, come in molti altri casi, non si perda occasione piuttosto per esaltare la grande ed impetuosa crescita economica della Cina, per ricordare che la Cina è una grande opportunità anche per le nostre imprese: sicuramente per qualche imprenditore è una grande opportunità, ma è anche certezza di perdere parecchi posti di lavoro nel nostro Paese.
Sul punto vero dei diritti umani, invece, ci si esprime con timidezza, quando lo si fa. Allora, va bene che si tenti di generare un'osmosi tra la nostra cultura, basata innanzitutto sulla libertà, e quella, in particolare cinematografica, cinese, però mi chiedo se, nell'ambito di queste coproduzioni italo-cinesi, sarebbe immaginabile la produzione di un film su alcuni importanti temi del mondo cinese che potrebbero dare luogo a film straordinari per le problematiche da presentare agli spettatori (che naturalmente ci si augura sempre siano molti) delle opere cinematografiche prodotte: si potrebbero, ad esempio, ricordare la tragedia del Tibet, le campagne di sterilizzazione o di aborti forzati, le decine di milioni di persone uccise indirettamente attraverso la generazione di carestie artificiali, che in Italia venivano esaltate sotto l'etichetta del grande balzo in avanti di colui che si chiama sempre, con sussiegoso rispetto, il presidente Mao, uno dei più feroci dittatori che mai abbiano governato un Paese al mondo (Applausi dal Gruppo FI).
Ci sono tanti argomenti che potrebbero essere oggetto di film; ad esempio, l'aggravamento delle violazioni dei diritti umani, fatte proprio in relazione alle Olimpiadi: per la costruzione degli impianti, per mantenere la tranquillità sociale e mediatica sono attuate, infatti, ulteriori violazioni. Interi quartieri sono evacuati da un giorno all'altro, con tre giorni di preavviso, per costruire meravigliosi impianti che impressioneranno i visitatori che, tra poco più di un anno, si recheranno in Cina per partecipare ed osservare questo grande avvenimento sportivo.
A questo punto, intendo citare un'interrogazione presentata dieci giorni fa proprio al Ministro degli affari esteri: va bene che prosegua la collaborazione cinematografica, però, il 27 novembre 2006, il vicepresidente della Casa della cultura tibetana in Italia ha inoltrato, alla nostra ambasciata a Delhi, una formale richiesta di concessione dei visti per un periodo di 30 giorni ad una compagnia teatrale, un gruppo composto di 19 elementi di origine tibetana che hanno chiesto di venire nel nostro Paese perché invitati da una serie di enti, parecchi dei quali sono enti locali che hanno aderito all'iniziativa "Amici del Tibet".
In molti municipi ed in molte sedi provinciali è esposta la bandiera del Tibet, che naturalmente è severamente vietato esporre nel Tibet. Questo Gruppo di artisti è stato invitato a venire in Italia per avere uno scambio culturale, che è probabilmente più modesto e anche meno costoso di una coproduzione cinematografica. Purtroppo, a questi artisti è stato rifiutato, dalla nostra ambasciata a Delhi, la concessione del visto con delle giustificazioni un po' bizzarre: parrebbe che queste persone siano a rischio migratorio, anche in considerazione della loro età.
Ora, per l'esperienza che abbiamo di immigrazione clandestina nel nostro Paese, mi sembra che di rischio migratorio si possa parlare, all'incirca, dall'età di zero anni fino ai novanta anni, forse con eccezioni che si potrebbero avere nel caso di qualche vegliardo che venisse comunque nel nostro Paese. Si tratta, inoltre, di una preoccupazione bizzarra, visto che non si ha notizia di tibetani, siano essi di nazionalità cinese o di nazionalità indiana, che abbiano violato le leggi sull'immigrazione. Aggiungo che è ulteriormente bizzarro che ci si preoccupi del rischio migratorio di un gruppo di 19 artisti quando in ogni altro aspetto dell'attività di questo Governo si fa di tutto invece per incoraggiare l'immigrazione, specialmente se clandestina.
Mi riferisco a tutti i vari provvedimenti che costituiscono delle sanatorie di fatto o delle vie per far entrare gli immigrati clandestini nel nostro Paese. Penso, ad esempio, ad un certo modo di recepire la direttiva europea sulla libertà di circolazione all'interno degli Stati dell'Unione; ad un articolo, in particolare, del disegno di legge governativo sulle coppie conviventi; ai continui aggiramenti della cosiddetta legge Bossi‑Fini che vengono posti in essere.
Pertanto, va bene la collaborazione con la Cina sulla produzione cinematografica, ma in questa occasione vorrei chiedere al Governo di interessarsi del perché viene negato il visto a questi artisti tibetani che vorrebbero venire nel nostro Paese, invitati da istituzioni, che, tra l'altro, hanno anche stanziato del denaro, contando sull'ovvia concessione di tali visti. Non vorrei che il vero motivo che osta alla concessione dei visti sia il mantenimento di buoni rapporti con la Cina, che evidentemente preferisce negare la realtà dell'etnia, della cultura, della religione e diremmo anche della nazione tibetana e non gradisce che questo nome, questa cultura e questa religione vengano in alcun modo diffusi.
A fronte di una risposta del Governo potrei allora sentirmi meno a disagio nel votare tale provvedimento, altrimenti non riesco a capire perché incoraggiare il cinema e invece tenere fuori degli artisti che vengono invitati dagli enti locali. Altrimenti credo che non possiamo essere seri quando affermiamo che nei contatti con la Cina e le autorità cinesi li si incalza, li si esorta e li si richiama al rispetto dei diritti umani. Il pragmatismo cinese, e non soltanto quello cinese per la verità, perché forse è un pragmatismo di molti regimi totalitari, è tale per cui possono benissimo ascoltare con pazienza il fervorino sui diritti umani e poi infischiarsene completamente e andare avanti. Ma allora o qui c'è un comportamento coerente, continuativo e serio oppure sarebbe meglio lasciar perdere i fervorini o far finta di agire per il rispetto dei diritti umani.
Qui non parliamo di cosucce: parliamo di 10.000 esecuzioni capitali l'anno, forse, perché neanche si può sapere la cifra. Parliamo di un popolo che si sta cercando di cancellare dal punto di vista della sua identità: c'è stata una cinesizzazione del Tibet, a fronte di 6 milioni e mezzo di tibetani ci sono sette milioni di cinesi che sono stati introdotti, di fatto quasi deportati in alcuni casi, per cinesizzare quella regione. Abbiamo una situazione di violazione sistematica dei diritti umani, con centinaia di migliaia di persone che si trovano nelle carceri per le loro convinzioni religiose, politiche o filosofiche; non possiamo far finta di nulla. Dunque, dobbiamo essere coerenti ed agire su tutto, a cominciare da questi piccoli accordi e scambi culturali. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pollastri. Ne ha facoltà.
POLLASTRI (Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, le relazioni culturali tra l'Italia e la Cina stanno acquisendo di anno in anno una consistenza sempre maggiore non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche in termini di immagine internazionale del nostro Paese in Cina e viceversa.
Lo spettacolo, ed in particolare il cinema, gioca un ruolo fondamentale in questo processo di avvicinamento e di collaborazione tra i due Paesi.
Condivido con il senatore Malan le preoccupazioni sui diritti umani in Cina, ma, come giustamente egli ha affermato, verso la Cina deve esserci un atteggiamento o di chiusura o di dialogo. Poiché è stato scelto (mi pare un po' da tutti, sia dal mondo dell'imprenditoria sia dal mondo culturale) il secondo, sicuramente il cinema rappresenta uno strumento di dialogo che può aiutare ad aumentare, quanto meno a far crescere, la coscienza nei cinesi dei diritti umani. Quindi, ben venga questo accordo.
Sempre più di frequente ci capita di vedere film provenienti dall'Oriente o girati nell'Est del mondo. Tra gli esempi più recenti abbiamo il film «La stella che non c'è» di Gianni Amelio, prodotto da RAI-Cinema, con un ampio cast quasi esclusivamente composto da attori cinesi. La pellicola è stata tra le opere italiane in programma durante uno degli eventi di maggiore rilevanza internazionale degli ultimi mesi. Mi riferisco all'iniziativa italiana «Il cinema esplora l'Italia», organizzata da Cinecittà holding e promossa dal Ministero degli affari esteri e dalla Direzione generale per il cinema del Ministero per i beni e le attività culturali.
Tale manifestazione si è svolta a Pechino e Shangai, dove per due settimane, dal 17 al 29 maggio, 30 lungometraggi del cinema italiano sono stati proiettati nelle sale cinematografiche più prestigiose delle città cinesi, alla presenza di una delegazione di esponenti del mondo dello spettacolo (attori, produttori e distributori) tutti di alto livello. Un evento che per 15 giorni è riuscito a catalizzare l'attenzione del popolo cinese sul cinema e, attraverso di esso, sulla cultura italiana in ogni sua peculiarità regionale.
Questi sono solo alcuni esempi della presenza italiana in Cina; un Paese la cui industria cinematografica ha dimostrato, nell'anno appena conclusosi, una capacità di sviluppo rapido ed intelligente, riuscendo ad imporsi nel mercato artistico globale. Nel 2006 i film di produzione nazionale sono aumentati di più di 300 unità rispetto all'anno precedente e le pellicole cinesi hanno ottenuto 44 premi nei festival internazionali, tra cui il prestigioso Leone d'Oro a Venezia.
Alla crescita quantitativa si aggiunge quella qualitativa, che ha portato l'industria del cinema cinese al suo primo grande traguardo: uscire dai suoi confini ed arrivare in ogni parte del mondo. Cito, a titolo di esempio, il film «Hero» del pluripremiato regista Zhang Yimou.
Secondo le più recenti statistiche, l'intero territorio nazionale è arrivato a contare attualmente più di 1300 sale con oltre 300 schermi grazie ad una politica di diffusione cinematografica realizzata attraverso l'ampliamento della dimensione della copertura nelle proiezioni. Nel 2006, 16 zone sperimentali di otto province e regioni hanno proiettato 190 film con oltre 50 milioni di spettatori raggiungendo anche le zone rurali.
L'Italia e la Cina rappresentano due Paesi che insieme possono realizzare di più, e sempre meglio, grazie anche a questo accordo bilaterale di coproduzione cinematografica che faciliterà lo spostamento delle persone coinvolte e del materiale necessario allo svolgimento delle riprese tra i due Paesi. Soprattutto, questo accordo incoraggerà, sosterrà e diffonderà le attività di coproduzione attraverso le rispettive autorità cinematografiche nazionali. È un accordo prezioso, che porterà enormi benefici non solo economici, ma anche culturali. Voglio aggiungere, sempre riprendendo un concetto espresso dal senatore Malan, che esso è sicuramente uno strumento di maggiore diffusione dei princìpi dei diritti umani.
Come Marco Polo, che raggiunse la Cina seguendo la via della seta, noi seguiamo adesso la via del cinema, una realtà che in entrambi i Paesi vanta eccellenze da non sottovalutare, ma da esplorare e sostenere il più possibile attraverso una cooperazione costante e proficua. (Applausi dai Gruppi Ulivo e Aut).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pianetta, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G1. Ne ha facoltà.
PIANETTA (FI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, ci accingiamo a ratificare un accordo di coproduzione cinematografica. L'arte cinematografica è espressione di cultura e di libertà. Proprio in ragione della libertà di espressione, dobbiamo essere veramente preoccupati, come anche tutte le democrazie e i popoli liberi, per quanto riguarda la situazione delle libertà nella Repubblica popolare cinese.
Mi riferisco alla libertà di stampa e a tante altre forme di libertà, ma voglio particolarmente sottolineare la situazione delle libertà religiose. Per quanto riguarda la libertà di stampa è apparsa recentemente, anche su alcuni quotidiani italiani, l'informazione secondo la quale nella Repubblica popolare cinese sarebbe in vigore una disposizione in forza della quale ogni giornale disporre di 12 punti.
La pubblicazione di eventuali articoli non adeguatamente coerenti con la visione della libertà nella Repubblica popolare cinese determinerebbe una parziale cancellazione di questi punti. Da tale parziale cancellazione potrebbe derivare una conseguente chiusura del giornale quando si dovesse arrivare all'azzeramento di questi punti.
Questa è, a mio avviso, una forma di censura permanente, di controllo dell'espressione dei giornalisti che non può essere accettata dalle coscienze e dai concetti fondamentali di democrazia e libertà.
È in ragione di questa situazione che l'organizzazione Reporters sans frontières afferma che nelle carceri della Repubblica popolare cinese sarebbero incarcerati alcuni giornalisti: l'organizzazione fa riferimento a 32 giornalisti che sono imprigionati in ragione della loro posizione, cioè per via di quanto hanno espresso sui loro giornali. Questa stessa organizzazione fa riferimento ad una classifica circa la libertà di stampa nei vari Stati in cui la Cina, su 167 Paesi, occuperebbe la centocinquantanovesima posizione.
Desidero altresì aggiungere un altro aspetto, che mi sono permesso di sottolineare direttamente anche al nostro Ministro degli esteri già in precedenza quando, in occasione di un question time, avevo particolarmente evidenziato la questione della libertà religiosa nella Repubblica popolare cinese.
Questo è un tema su cui chiedo al Governo di mettere in atto (come ho enunciato nell'ordine del giorno), nei modi e nelle sedi più opportune, azioni finalizzate alla capacità di determinare un percorso volto alla promozione e alla tutela dei diritti umani. Infatti, come ho detto nell'ordine del giorno che ho presentato e come è stato particolarmente evidenziato da tutti gli oratori intervenuti la settimana scorsa in occasione di un dibattito fondamentale che ha permesso a questa Camera di istituire una Commissione speciale per la promozione e la tutela dei diritti umani, tali diritti non sono qualcosa che può essere oggetto di interferenza nella sovranità di uno Stato, ma sono dei principi, dei valori fondamentali che attengono il diritto inviolabile della persona umana.
Allora, proprio in ragione di questo concetto, di questa forza, di questo profondo convincimento che in quest'Aula è stato evidenziato e rafforzato, nell'ordine del giorno a mia firma chiedo che il Governo possa continuare a svolgere, nei modi, nei tempi e nelle sedi opportune, quella funzione finalizzata alla promozione e alla tutela dei diritti umani nel mondo ed in questo caso nella Repubblica popolare cinese, perché è di questo Paese che stiamo discutendo. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Divina, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l'ordine del giorno G2. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, desidero solo precisare che nella premessa dell'ordine del giorno si parla anche di pena di morte, ma ciò che interessava noi era estendere la questione dei diritti umani ai rapporti e ai diritti che si dovrebbero riconoscere in campo economico e del lavoro.
In questi anni abbiamo assistito ad un grosso sviluppo del sistema economico cinese, cui non è corrisposto un altrettanto rispettoso sviluppo nel campo del riconoscimento dei diritti. Le campagne si sono svuotate di contadini, c'è stato un fortissimo inurbamento; peccato che nelle nuove industrie e fabbriche cinesi non si rispettino assolutamente i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici e dei fanciulli: realtà che per il mondo occidentale sono da tempo assodate. Si registra, inoltre, la mancanza dei giusti tempi di riposo: non esistono ferie, né tempi di recupero normali per le nostre società occidentali; non vengono rispettati i diritti dell'ambiente, che dovrebbe essere considerato patrimonio dell'intera umanità. Sappiamo infatti che i disastri ambientali si producono in determinate parti del globo, ma poi si ripercuotono su tutto il sistema mondiale.
L'impegno che chiediamo al Governo, pertanto, è di prestare grande attenzione al rispetto dei diritti umani in Cina, con la puntualizzazione dei diritti dei lavoratori, dei diritti dell'ambiente, diritti il cui mancato rispetto fa sì che i prodotti cinesi producano un secondo effetto devastante: non rispettando assolutamente nulla di quello che abbiamo detto, vengono posti sui mercati europei a prezzi estremamente competitivi se confrontati con quelli delle imprese europee che invece rispettano i diritti umani e dell'ambiente, mettendo così in crisi, se non facendo chiudere, imprese sane. Si tratta quindi di un sistema nefasto a catena: peggio andrà in Cina, sempre peggio andrà sui nostri territori.
Pertanto, l'impegno che chiediamo al Governo è proprio di far rispettare i diritti umani in Cina, che vuol dire avere maggior rispetto per i sistemi produttivi italiani ed europei che questi diritti, già da molto tempo, riconoscono.
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore, che invito anche a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.
BARBIERI, relatore. Signor Presidente, sarò brevissimo e ringrazio innanzitutto gli intervenuti.
Colgo il significato politico importante degli interventi di alcuni colleghi, nonchè degli ordini del giorno del senatore Pianetta e del senatore Divina. Naturalmente, do parere favorevole ad entrambi, perché allorché si cerca di impegnare il Governo allo sviluppo e al rispetto dei diritti umani e della libertà individuale, laddove esse non sono pienamente garantite, il parere non può che essere favorevole.
Naturalmente, nell'intervento c'è stato un carico di giudizi storici epocali su cui poi si potrebbe aprire una discussione, fermo restando che alcune valutazioni sono certamente vere.
Quello che dico, per invitare con convinzione a partecipare al voto di questo provvedimento, è che una partnership produttiva su temi culturali e su produzioni culturali ed intellettuali, anche di qualità, fa partire una contaminazione che, insieme a tante altre che cercheremo di cogliere - per cogliere anche le opportunità economiche che il mercato cinese offre in tanti settori - non possono che far bene allo sviluppo di una cultura politica diversa delle libertà individuali in Cina.
Nel merito degli ordini del giorno, poi, ribadisco il parere favorevole ad entrambi.
PRESIDENTE. Ha facoltà parlare il rappresentante del Governo, che invito anche a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.
VERNETTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, il Governo esprime parere conforme a quello del relatore in merito agli ordini del giorno, sui quali però farò alcune proposte di riformulazione del dispositivo per renderli anche più efficaci e più coerenti.
Il Governo è profondamente convinto che quest'accordo di coproduzione cinematografica tra la Repubblica popolare cinese e la Repubblica italiana intenda promuovere scambi e facilitare coproduzioni e quindi si muova all'interno di una stagione positiva di rapporti fra il nostro Paese e la Repubblica popolare cinese; recentemente, le due visite, quella del primo ministro Prodi a settembre dello scorso anno, seguita dalla visita del ministro degli affari esteri D'Alema, hanno permesso di costruire e consolidare una forte partnership strategica tra i nostri Paesi.
In particolare, sono sostanzialmente quattro i settori sui quali abbiamo avuto la possibilità di siglare importanti intese, che aprono ad una grande cooperazione economica, commerciale, culturale, scientifica e politica fra il nostro Paese e la Repubblica popolare cinese: cultura, economia, sanità e ambiente.
In particolare nel settore culturale siamo profondamente convinti che il miglior modo per affrontare i temi delicatissimi della democrazia e dei diritti umani, giustamente e anche correttamente posti in diversi interventi, sia con un atteggiamento di tipo inclusivo.
Il nostro Governo è convinto che dobbiamo essere in grado (l'Italia, l'Europa, la comunità internazionale) di includere la Repubblica popolare cinese in contesti condivisi; questo è stato il caso dell'Organizzazione mondiale del commercio, ma voglio richiamare un altro fatto importantissimo: il dialogo strutturato tra Unione Europea e Repubblica popolare cinese sui diritti umani, che mi pare esattamente il contesto nel quale l'Unione Europea pone anche casi singoli - alcuni sono stati citati dal senatore Pianetta - perché il dialogo strutturato sui diritti umani sollecita, denuncia, evidenzia e pone richieste specifiche sui vescovi incarcerati, sui giornalisti citati dal rapporto di Reporters sans frontières, sui blogger che hanno espresso libere opinioni su Internet. È quello pertanto il contesto.
Penso, quindi, che favorire produzioni culturali comuni e produzioni cinematografiche porterà sempre più la Repubblica popolare cinese, come detto, in contesti di condivisione e quindi anche di condivisione di una cultura del diritto e della democrazia che noi auspichiamo, dobbiamo favorire e mettere anche in cantiere azioni concrete per favorirne le sviluppo e il processo.
Nel merito dei due ordini del giorno, il Governo esprime parere favorevole; per quanto concerne l'ordine del giorno G1, propone una riformulazione del dispositivo da riformulare nel seguente modo: «Richiede al Governo di mettere in atto nelle sedi e nei modi opportuni azioni che possano contribuire a favorire nella Repubblica popolare cinese lo sviluppo delle fondamentali libertà di ogni persona, con particolare riferimento alle azioni già intraprese all'interno del dialogo strutturato Unione Europea-Repubblica popolare cinese sui diritti umani». È una proposta che lo fissa e lo colloca in un contesto organizzato e strutturato.
Parimenti, nell'esprimere parere favorevole anche all'ordine del giorno G2, proporrei una riformulazione nel dispositivo molto simile: «Impegna il Governo ad attivarsi affinché ogni iniziativa di carattere economico e culturale nei confronti della Repubblica popolare cinese sia accompagnata da una verifica costante del rispetto dei diritti umani da parte di quel Paese, anche nel quadro delle azioni già intraprese all'interno del dialogo strutturato Unione Europea-Repubblica popolare cinese sui diritti umani». Questa proposta vuole dare coerenza rispetto ad un'azione molto strutturata e molto chiara che è già in atto.
PRESIDENTE. Senatore Divina, accetta la riformulazione proposta dal rappresentante del Governo?
DIVINA (LNP). Sì, Presidente.
PRESIDENTE. Lei, senatore Pianetta, accetta?
PIANETTA (FI). Va bene, Presidente.
PRESIDENTE. Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1 (testo 2) e G2 (testo 2) non verranno posti in votazione.
Do ora lettura del parere espresso dalla 5a Commissione permanente sul disegno di legge in esame: «La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, esprime, per quanto di propria competenza, parere non ostativo».
Procediamo all'esame degli articoli.
Passiamo all'esame e alla votazione dell'articolo 1.
MALAN (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MALAN (FI). Colgo l'occasione della dichiarazione di voto sull'articolo 1 per chiedere al Sottosegretario quantomeno se ha udito il mio riferimento all'interrogazione che riguarda - chiedo scusa per la ripetizione, non avendo ricevuto la parvenza di una risposta - un gruppo concreto di 19 artisti tibetani che ha chiesto di venire in Italia. A questo gruppo è stato rifiutato il visto per entrare in Italia, pur avendo tutti i documenti in regola e tutte le garanzie, tra l'altro da parte di numerosi enti locali, governati dal centro-destra così come dal centro‑sinistra.
Allora ribadisco quanto detto prima: purtroppo, noto che quando si viene al punto c'è di fatto disattenzione; è inutile dire che si incalza, è inutile dire che si esorta se poi dal punto di vista pratico la nostra ambasciata a Delhi, per questioni formali sicuramente ineccepibili, impedisce questo piccolo, vero scambio con una realtà tibetana che non fa comodo al Governo della Repubblica popolare cinese, ma che esprime la cultura di un Paese, di una Nazione che è stata inglobata con le armi, con la violenza, con la pulizia etnica, con la repressione religiosa, ideologica, e persino demografica della sua popolazione.
Spero di avere una risposta. In caso contrario, quantomeno a titolo simbolico, voterò contro questo articolo.
VERNETTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VERNETTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, il Governo ha già chiesto chiarimenti sul tema alla nostra ambasciata a New Delhi.
Anch'io ho letto attentamente, senatore Malan, il parere da lei citato sulle perplessità legate ai rischi di immigrazione clandestina che, al momento, hanno portato la nostra rappresentanza diplomatica a New Delhi, in India, a negare quella richiesta di visto. Peraltro, quando sono stato sollecitato dagli enti locali che avevano aderito all'iniziativa e l'avevano patrocinata, circa sette-otto giorni fa, avevo già invitato a riesaminare ed approfondire la questione ed avevo già richiesto la documentazione al riguardo, che sarà nostra cura verificare.
Se ovviamente non ritenessimo che sussistano quei rischi, non avremmo alcuna obiezione alla concessione di un visto, peraltro per un periodo di tempo limitato, ad una compagnia teatrale che svolge un'iniziativa di promozione culturale, tra l'altro patrocinata da alcuni importanti enti locali.
Vorrei quindi rassicurare il senatore Malan sul fatto che stiamo monitorando e seguendo la vicenda.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Passiamo all'esame degli articoli successivi.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
MELE (Ulivo). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MELE (Ulivo). Signor Presidente, intervengo brevemente, perché mi sembra che la discussione tra di noi abbia chiarito i termini del confronto.
Ritengo che il provvedimento al nostro esame sia importante perché si tratta di un provvedimento culturale e, secondo me, in una situazione come quella attuale, così difficile e complessa a livello internazionale, il dialogo culturale, il dialogo sulle arti e con le arti, è fondamentale, è un punto essenziale. La coproduzione cinematografica con la Cina può rappresentare, perciò, un aspetto importante anche nella logica, come si è detto, di suscitare nuovi e più alti livelli di democrazia, anche qualora essi manchino.
Come ha già indicato con chiarezza il Sottosegretario, una politica di apertura e di dialogo non è in contraddizione con una politica ferma nei confronti dei diritti umani. Anzi, esse si devono intrecciare, proprio perché i diritti umani oggi hanno bisogno del dialogo per crescere, magari anche trovando il modo di ripianare sbagli commessi, come è stato detto adesso a proposito dei 19 artisti tibetani. Dove c'è arte c'è libertà, dove c'è libertà bisogna assolutamente garantirla. È il caso, ad esempio, del cinema, rispetto al quale, come ha detto bene il relatore e come abbiamo sottolineato anche in Commissione, si registra un'importante novità, che è una qualità nostra e dello stesso cinema cinese, racchiudendo in sé anche dubbi, contraddizioni di rilievo e riflessioni che parlano non solo alla Cina, ma anche a noi.
Da questo punto di vista, nell'ambito di un impegno a livello europeo affinché i diritti umani siano punti essenziali per lo sviluppo della democrazia nel nostro Paese, penso sia opportuno votare a favore della ratifica dell'Accordo al nostro esame, perché mi sembra un passo in avanti nei rapporti con questo grande Paese con cui dobbiamo comunque fare i conti.
ANDREOTTI (Misto). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI (Misto). Signor Presidente, faccio una dichiarazione di voto, perché credo sia necessario invitare tutti coloro che parlano della Cina a tener conto delle condizioni tutte particolari di quel Paese.
Noi abbiamo un tono didattico e non teniamo conto delle notevoli trasformazioni in meglio che sono avvenute, qui è citato poc'anzi il periodo di Mao. Ebbene, io ricordo di aver accompagnato l'allora presidente Craxi in un viaggio a Pechino in occasione del quale egli, come tutti i presidenti occidentali, fece un fervorino, una predica. Deng Xiaoping lo ascoltò con molta attenzione e quando terminò gli chiese se lui in Italia avesse il 99 per cento dei consensi. Alla risposta che certamente non aveva un consenso del genere, il Presidente cinese gli rispose che anche se avesse avuto il 99 per cento dei consensi gli sarebbero comunque rimasti 11 milioni di cinesi da convincere. Non dimenticatelo mai quando parlate della Cina. (Applausi dei senatori Barbieri e Gagliardi).
PRESIDENTE.Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.
È approvato.
Discussione e approvazione, con modificazioni, del disegno di legge:
(1136) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo fra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica popolare di Cina per la cooperazione scientifica e tecnologica, con Allegato, fatto a Pechino il 9 giugno 1998 (ore 18,18)
PRESIDENTE.L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1136.
La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo al relatore se intende integrarla.
COSSUTTA, relatore. Signor Presidente, intervengo semplicemente per poche considerazioni rispetto alla relazione scritta che accompagna il disegno di legge n. 1136, deliberato dal Governo e approvato dalla Commissione affari esteri sentito il parere della Commissione bilancio.
Si sottolinea come l'impegno del nostro Paese a sviluppare l'attività nel campo della ricerca, della scienza e della tecnologia figura tra gli obiettivi principali di questa nostra fase politica, economica, sociale, ben sapendo tutti quanto siano gravi ancora i ritardi del Paese che permangono al riguardo e malgrado sia, viceversa, sottolineata da tutti l'urgenza di introdurre innovazioni finalizzate alla crescita.
In particolare, appare rilevante l'interesse dell'Italia ad espandere la cooperazione su questi temi con la Repubblica popolare cinese, che è oggi una delle maggiori potenze economiche del mondo e la maggiore in assoluto tra le nuove potenze emergenti.
L'Accordo quadro che si sottopone alla ratifica del Senato risulta uno strumento adatto a far compiere un ulteriore salto di qualità alla cooperazione bilaterale. Tra l'altro, signor Presidente, onorevoli colleghi, l'Accordo di cui si sta riferendo fu firmato parecchio tempo fa, cioè nel 1998 dal primo Governo Prodi. Non fu ratificato allora e fu poi presentato nella precedente legislatura in Parlamento dal Governo Berlusconi, ma neanche in quell'occasione fu possibile giungere ad una sua ratifica.
Oggi viene ripresentato al Parlamento. Nel frattempo, dal 1998 in poi, in attuazione del primo Accordo siglato con la Repubblica popolare cinese, anch'esso di antica data, firmato il 6 ottobre 1978 dal quarto Governo Andreotti, la cooperazione bilaterale fra l'Italia e la Cina ha potuto giovarsi delle biennali riunioni della Commissione mista e della firma di Protocolli esecutivi di quell'Accordo, l'ultimo dei quali (l'XI Protocollo) fu concluso proprio dal Governo Berlusconi nel novembre del 2002.
Questo ho voluto ribadirlo per integrare la relazione nella quale si illustrano, uno per uno, i dieci articoli dell'Accordo che dobbiamo ratificare, nonché gli aspetti finanziari che, fra l'altro, sono stati valutati attentamente anche dalla Commissione bilancio. Mi auguro che l'Assemblea possa accogliere questa nostra proposta.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.
MALAN (FI). Signor Presidente, anche in questo caso, evidentemente, abbiamo in questione la realtà cinese, una realtà estremamente importante, che ha un peso sempre maggiore a livello mondiale.
In quest'Aula, mercoledì scorso, è stata approvata la mozione del senatore Andreotti per l'istituzione di una Commissione sui diritti umani. Ho riletto quanto è stato detto in quell'occasione: curiosamente, sono stati menzionati molti Paesi e molti casi concreti di violazione dei diritti umani, ma di Cina hanno parlato solo due senatori di Alleanza Nazionale e due senatori di Forza Italia. Questo non vuol dire che gli altri intervenuti non avessero presente la situazione; gli altri senatori hanno parlato del Brasile, dei CPT in Italia, della pena di morte negli Stati Uniti e di vari casi nel resto del mondo. Hanno parlato anche di due questioni estremamente importanti: della feroce dittatura presente in Birmania e della gravissima situazione del Darfur, in Sudan.
Credo che faremmo torto ad un minimo di conoscenza degli affari internazionali se non ricordassimo che la dittatura birmana è appoggiata dal Governo della Repubblica popolare cinese e che il governo del Sudan, con la sua politica di feroce sterminio, di feroce oppressione della minoranza che si trova nel Darfur, è appoggiato dal Governo cinese dal punto di vista economico e politico. Sappiamo benissimo che il Governo cinese era in prima fila - ce l'ha detto il ministro D'Alema qualche mese fa in quest'Aula, pur senza menzionare direttamente il Governo cinese - tra quei Paesi che hanno impedito l'approvazione di una mozione di condanna da parte dell'ONU del Governo sudanese per il suo atteggiamento nei confronti del Darfur. Per non parlare di quanto avviene nella Cina vera e propria.
Credo pertanto che il passaggio dall'alta discussione che si è svolta la settimana scorsa nell'approvare la Commissione sui diritti umani alle ratifiche di oggi non dovrebbe essere troppo brusco. Nella discussione odierna non dovremmo dimenticarci di quanto abbiamo detto la settimana scorsa, sia pure parlando solo in linea generale.
Questo Accordo tra l'Italia e la Repubblica popolare cinese risale al lontano 1998. Credo che non sia un caso se, dopo quasi nove anni, esso non è ancora stato ratificato. Ricordo che nella scorsa legislatura abbiamo smaltito tutto l'arretrato che avevamo trovato all'inizio della legislatura per quanto riguarda la ratifica di Accordi e Trattati internazionali e che abbiamo ratificato la grandissima maggioranza degli Accordi intervenuti nel corso del quinquennio.
Il fatto che questo Accordo sia rimasto indietro non è, per l'appunto, casuale. Esso approdò in Aula già nella XIII legislatura, nel 1999; fu poi rimandato in Commissione perché erano state suscitate delle perplessità riguardo, in particolare, alle biotecnologie. Esponenti del Gruppo dei Verdi notarono che nell'Allegato, che tuttora siamo chiamati a ratificare, si menzionano, a proposito di proprietà intellettuale, «in particolare invenzioni, modelli industriali, nuove varietà vegetali» e ciò dovrebbe attirare l'attenzione. Il disegno di legge di ratifica fu rimandato in Commissione, il tempo passò e si giunse alla fine della legislatura nel 2001, senza arrivare alla ratifica, all'approvazione da parte di entrambe le Camere, anzi neppure da parte del Senato in Aula.
Nella scorsa legislatura si è fatto un passo in più, cioè l'approvazione al Senato, ma alla Camera si ritornò in Commissione quando già il provvedimento era in Aula, e dai resoconti sembra di capire per la stessa ragione. Allora credo che dobbiamo porci veramente il problema di questo Accordo di cooperazione.
Cito anche che, tra i campi di collaborazione menzionati all'articolo 2 dell'accordo, vi è un punto importante (anche se per la verità sono tutti importanti), cioè: «Sanità, biomedicina e biotecnologie». Ora, accanto all'atrocità delle 10.000 esecuzioni annuali (forse più o forse qualcosa di meno: penso che neppure le autorità cinesi lo sappiano con certezza), esiste un fenomeno ancora più inquietante, se possibile, che è quello dell'espianto di organi dai condannati a morte, sicuramente dopo l'esecuzione, ma non è escluso, da coloro che si occupano dei diritti umani, che a volte avvengano addirittura prima della morte.
Abbiamo la testimonianza di un medico cinese, che ovviamente non vuole essere nominato, dell'aprile del 2006, il quale dice: «Una volta che il tribunale dà il suo consenso, i medici possono andare sul campo dove vengono svolte le esecuzioni, aspettano in un furgone sterile e raccolgono l'organo immediatamente dopo l'esecuzione. Tali esperienze causano un forte shock morale e mentale a molti chirurghi, perché i prigionieri di solito non muoiono immediatamente dopo essere stati colpiti. Ma i chirurghi devono agire rapidamente perché gli organi abbiano i dovuti requisiti di freschezza» (usa proprio la parola «freshness»). In qualche modo «i medici sono parte dell'esecuzione», perché è chiaro che, una volta prelevati gli organi vitali, il condannato, benché non colpito a morte dallo sparo che viene usato per giustiziarlo, evidentemente non può più vivere. Dice ancora: «Questo è troppo per molti giovani medici da accettare però se vuoi fare i trapianti devi affrontare la realtà».
Questo racconta un medico cinese. Allora mi pare che queste non siano cose da poco e io credo che dovremmo davvero pensarci bene prima di andare avanti su questo Accordo. È vero che l'Accordo è stato firmato ormai molti anni fa e che nessuno ha pensato di sconfessarlo, e io credo che bene fece il Governo del tempo a firmarlo, ma devo dire che dal 1998 ci si poteva aspettare qualche miglioramento. Mi pare che i miglioramenti, come ho detto parlando della ratifica precedente, avvengano dal punto di vista formale, cioè vengono presentati alcuni miglioramenti, ma di fatto si vada avanti verso una maggiore efficienza di questo sistema mostruoso che assomma il peggio del comunismo con il peggio del capitalismo, cioè la totale mancanza di rispetto per gli individui, per le comunità e per le etnie locali, per le religioni, per la libertà di opinione e anche uno sfruttamento scientifico, totale fino alle estreme conseguenze, come quella di predare gli organi ai condannati a morte, in punto di morte.
A fronte di tutto ciò vengono presentati dei provvedimenti che sembrano venire un poco incontro agli appelli a favore dei diritti umani che vengono talora presentati, ritengo con scarsa convinzione e anche con scarsa fiducia (questo credo sia pienamente giustificato). Per esempio, per quanto riguarda la predazione degli organi, è stata approvata una legge che stabilisce che ci voglia il consenso del cosiddetto donatore; questo però implica che il donatore sia vivo; quando il donatore è morto, evidentemente, il suo consenso non può più essere espresso e neppure negato. In questo caso, non una legge, ma una norma di rango inferiore stabilisce che sia la famiglia a poter disporre dell'eventuale autorizzazione all'espianto degli organi.
Credo, però, che il complesso della situazione politica e sociale, nella pratica, impedisca alle famiglie di esprimere un reale e sereno consenso, perché vi saranno sicuramente delle pressioni. Sappiamo bene che gli organi possono essere venduti a notevoli cifre; tuttavia, anche se non si parla di soldi, qualora un potente personaggio avesse bisogno di un rene ci si potrebbe tranquillamente dimenticare di chiedere alla famiglia del condannato l'autorizzazione all'espianto.
C'è, però, un punto fondamentale, rappresentato dal fatto che generalmente le famiglie apprendono dell'esecuzione una volta che questa è stata effettuata, quando arriva a casa il conto, secondo un'antica tradizione, relativo al costo della pallottola utilizzata per eliminare quella persona.
Vale la pena di ricordare (dovremmo farlo tutti) che in Cina la pena di morte può essere applicata non soltanto per crimini violenti, ma anche per una serie di comportamenti in cui le fattispecie di reato sono estremamente vaghe. In sostanza, la pena di morte può essere applicata in qualunque caso il giudice lo ritenga opportuno: può essere applicata per corruzione, per traffico di droga, per determinati tipi di furto e di rapina, naturalmente per omicidio e così via; soprattutto, essa viene applicata con grande rapidità, senza garanzie processuali e ancora oggi senza possibilità di presentare appello ad un tribunale diverso da quello che ha pronunciato la sentenza di morte.
Allora, di fronte ad una situazione di questo genere, francamente non mi sento - parlo a titolo personale - di esprimere un voto favorevole sul provvedimento in esame. Tra l'altro, esso ha un costo, seppure limitato, pari a circa 400.000 euro all'anno per tre anni. Non ritengo giusto, quindi, approvare un investimento per questo tipo di collaborazione scientifica e tecnologica con un Paese che applica sistematicamente una certa logica. Infatti, non si tratta di aspetti marginali di questa società. Ricordo anche lo sfruttamento sistematico del lavoro dei reclusi nei campi di concentramento, che in Cina si chiamano laogai, ma che si potrebbero tradurre in tedesco come lager: non vi sarebbe nulla da cambiare se non probabilmente i numeri; infatti, considerate le dimensioni del Paese, che ci sono state ricordate anche dal senatore Andreotti, nella scia delle classiche dichiarazioni di esponenti del Governo cinese, le realtà sono molto più importanti dalpunto di vista numerico.
Ricordo che, quando stava concludendosi la missione del presidente del Consiglio Prodi in Cina, ho presentato un'interrogazione per chiedere, nel concreto, se il Governo, negli accordi che - come ci veniva riferito - avrebbe cercato di stabilire con la realtà produttiva, politica e sociale cinese (alla fine interamente controllata dal Partito comunista cinese), avesse ottenuto qualche risultato concreto. In realtà, abbiamo chiesto poco e ci si accontenterebbe di qualcosa di simbolico. È stato fatto un appello, che io ho anche firmato, a favore dell'avvocato Gao Zhisheng, un attivista dei diritti umani che è stato imprigionato e che era ancora in prigione proprio quando il presidente Prodi, con la foltissima delegazione che lo accompagnava, si trovava in Cina. Nello stile di Amnesty International, prima sarebbe bene che tutti i prigionieri politici fossero liberati. Noi non chiediamo la liberazione, ma non risulta neanche che ciò sia stata chiesta (credo che, se fosse stato fatto, ci sarebbe stato riferito).
C'è dunque una certa timidezza di fronte a questo Paese che, grazie allo sfruttamento intensivo e sistematico del lavoro (che peraltro non finirà presto), approfittando del grandissimo numero di cinesi ancora completamente tagliati fuori da qualsiasi tipo di benessere, sta accumulando un'enorme potenza finanziaria oltre che economica e produttiva che non esita ad usare in tutti i Paesi, in particolare in Africa, o anche per influenzare l'informazione e la politica occidentale.
Allora credo che, di fronte a questa realtà, non possiamo far finta di niente. Ascolterò le repliche, ma francamente non mi sento in coscienza di dire sì a questo provvedimento. La fiducia data al Governo cinese nel 1998 e - torno a ripetere - nel 2001 quando sono state assegnate le Olimpiadi a Pechino, mi sembra che sia stata incamerata dando in cambio pressoché nulla: dei provvedimenti che di fatto non vengono applicati e che in gran parte addirittura non sono stati neppure approvati.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Furio Colombo. Ne ha facoltà.
COLOMBO Furio (Ulivo). Signor Presidente, sono certo che mi perdonerà se ci sarà un lieve allontanamento dall'argomento, nel senso che ritornerò al provvedimento appena approvato sul cinema. Vorrei ricordare qui un paio di esperienze che ho avuto nei rapporti di Governo con la Repubblica popolare cinese e che possono essere utili per rispondere ad alcune delle obiezioni ascoltate, obiezioni, s'intende di enorme interesse e che non possono essere scartate soltanto per ragioni politiche, di maggioranza o di minoranza.
Stiamo parlando dei diritti umani in Cina e la cosa ha un'importanza immensa; è, questo, un argomento delicatissimo, che oltretutto sta a cuore proprio a quelli di noi che si sono sempre battuti per i diritti umani, da una parte e dall'altra, sotto qualunque denominazione politica.
Vorrei ricordare, Presidente, due situazioni nelle quali sono stato coinvolto: nel 1972 firmai con il ministro degli affari esteri cinese, Chou En-lai, un accordo di collaborazione cinematografica. Succedono cose del genere: allora ero soltanto il direttore dei programmi culturali della RAI, però non c'era una rappresentanza diplomatica italiana e il Governo cinese, ansioso di avere delle relazioni, mi promosse, durante un viaggio di giornalisti italiani in Cina, al rango di interlocutore, visto che io chiedevo specificatamente, nell'incontro con Chou En-lai, la possibilità di girare documentari e film in Cina (in quel momento lo stavo chiedendo a nome della RAI).
Ebbene, non solo è stato firmato quel protocollo nelle condizioni più strane, cioè tra un Ministro degli affari esteri e un non membro di Governo, ma è stato dato seguito a quell'accordo e ne è seguito - vi ricorderete - il film di Michelangelo Antonioni «Chung-Kuo, Cina». Non sto parlando del provvedimento appena approvato, cioè dell'accordo di coproduzione cinematografica, sto parlando dei rapporti con la Cina, e potete immaginare quanto i diritti umani fossero rispettati in quel momento.
Ebbene, Michelangelo Antonioni ha potuto girare il suo film in Cina, perché in quel momento è coinciso con un interesse che la Repubblica popolare cinese, e in particolare la parte rappresentata da Chou En-lai, aveva, e il film è stato fatto. Ricorderete anche che il film è stato drammaticamente sconfessato e condannato dalle autorità della Repubblica popolare cinese e da quella che poi sarebbe stata definita la «Banda dei Quattro». Però è stato fatto e ha girato il mondo, gli Stati Uniti d'America; credo che 186 televisioni nel mondo lo abbiano trasmesso. Ne sono orgoglioso perché a quel tempo ne ero il produttore e, insieme ad Andrea Barbato, l'autore del testo.
È stata una dimostrazione di problemi e di violazioni che in quel momento erano in corso perché è molto difficile tenere a bada un regista come Antonioni, quando gli si dà il permesso di filmare un Paese come la Cina, cioè con talmente tante facce, tanti aspetti e tanti percorsi che alcuni è riuscito a rappresentarne. Ed è stato quindi un fatto di estrema rilevanza dal punto di vista della denuncia delle violazioni dei diritti umani. Ecco perché accostarsi anziché scostarsi ha il suo vantaggio.
Una seconda esperienza che vorrei ricordare è quella di un viaggio del quale sono stato coprotagonista nel 1995 ed al quale hanno partecipato tre persone: lo storico francese Jacques Le Goff, Umberto Eco per l'Italia e io, che allora vivevo in America, come esperto di comunicazioni. Ognuno di noi, facendo un viaggio attraverso una ventina di città cinesi, grandi e piccole, doveva ogni sera intrattenersi con un'assemblea di persone e con un opposite number: cioè, il filosofo Eco con un filosofo, lo storico Le Goff con uno storico e io con un giornalista o un comunicatore o un esperto di televisione.
Potete immaginare che cosa ne è nato: una serie di incontri di questo genere hanno prodotto scintille, problemi, tensioni, aule svuotate, aule riempite, persone che ci sostenevano e persone che creavano un grosso antagonismo. Mi ricordo che alla fine del viaggio a Umberto Eco invece che un'aula magna dell'università di Pechino gremita di studenti è stata fatta trovare un'aula magna gremita di capelli bianchi: poiché c'era il rischio che Umberto Eco parlasse di Tien An Men, piuttosto che avere gli studenti hanno chiamato tutti i professori in pensione. Prendevano quindi i loro provvedimenti per impedire che le cose accadessero, ciononostante quante ne sono accadute. Potete immaginare la storia visitata da uno storico come Jacques Le Goff, di fronte a platee di cinesi, per quanto condizionate da quella situazione.
Tutto questo per dire che più ci avviciniamo ‑ confermo e sostengo ciò che ho sentito dire dai colleghi, anche dell'opposizione, che il problema dei diritti umani è certamente al centro di tutto questo discorso - con l'intento di fare in modo che ci sia un intrecciarsi di rapporti, più possiamo contribuire a far sì che alcune cose accadano di meno e altre cose forse non accadano più. Possiamo essere agenti del nostro tempo.
Credo che questo sia lo spirito dell'accordo che abbiamo appena ratificato, quello relativo al cinema, e certamente lo è anche nel caso degli scienziati, perché qui si parla di riunioni biennali nel corso delle quali personaggi liberi, quali sono gli scienziati del nostro Paese, si incontrano sì sui campi specifici di pertinenza degli opposite numbers, dei loro antagonisti, ma su materie che, essendo della scienza, sono della vita e che, essendo della vita, comportano diritti e affermazioni di diritti.
Stiamo quindi per approvare un provvedimento a fronte del quale «n» ambasciatori si recheranno sul posto ad affermare per «n» volte nel corso di un anno l'impegno ad allargare lo spazio dei diritti umani, fino a riconoscerli a quel livello di civiltà a cui noi di tanto in tanto noi stessi ci illudiamo di essere giunti (e poi sappiamo o scopriamo che anche noi siamo in cammino e siamo tutt'altro che arrivati).
Credo quindi che questo strumento sia prezioso e che tale Accordo vada ratificato. Credo che rappresenti una buona, seria, umana, utile possibilità di avere rapporti più stretti e di lavorare insieme. Molte volte il lavorare insieme ha cambiato molte facce del mondo, potrebbe farlo ancora.
Non mi fiderei poi di apprezzare gli aspetti esterni delle cose. Poco fa si diceva che il Darfur è tale perché la Repubblica popolare cinese sostiene il Governo del Sudan. Ahimè, ho qui l'«Herald Tribune» di oggi che riporta articoli del «New York Times» relativi alla denuncia del fatto che parecchie società inglesi e americane hanno contratti con il Sudan per un ammontare di dollari o sterline che va molto al di là degli stessi aiuti che il Sudan riceve dalla Repubblica popolare cinese.
È una denuncia, appunto, quella che viene fatta dai commentatori americani, i quali dicono: attenzione, non possiamo chiedere un impegno alle Nazioni Unite, che noi sosteniamo in modo anche economicamente rilevante, e poi permettere che aziende private sostengano Governi che sono liberticidi, come ad esempio quello del Sudan (mi riferisco in particolare alla famosa questione dei terribili mercenari arabi del Darfur che fanno strage di donne e bambini). Quindi, cerchiamo di non appiattire la questione, che purtroppo è multidimensionale molto più che tridimensionale.
In ogni circostanza in cui abbiamo la possibilità di attuare quella che, con grande intelligenza, Giovanni Paolo II aveva chiamato l'interferenza umanitaria, ogni volta che si schiudono percorsi per questo tipo di interferenza, credo che essa sia la benvenuta. Di qui, io credo, il nostro impegno, come è avvenuto per quello precedente sulla collaborazione cinematografica, di approvare il provvedimento ora in esame, che non è di cooperazione, che so, militare, ma è di collaborazione scientifica e dunque tocca il cuore di quei rapporti che vorremmo poter approfondire per poi cambiare. (Applausi dai Gruppi Ulivo e RC-SE).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
COSSUTTA, relatore. Signor Presidente, poche parole, perché la materia, sia pure in modo indiretto, è stata già trattata per il precedente disegno di legge.
Io condivido con animo sincero le preoccupazioni che sono state espresse prima ed ora circa il tema drammatico dei diritti umani in Cina. Chi vi parla non ha simpatie o condivide il regime interno della grande Repubblica popolare cinese. Qui si tratta di vedere se il nostro Paese prima di tutto ha un interesse oggettivo, proprio sul tema della ricerca, tecnica e scientifica, ad avere una cooperazione con un grandissimo Paese che anche in questo campo è tra i più avanzati e che oggi è, come tutti sappiamo e vediamo, sulla scena internazionale.
In secondo luogo, è appunto attraverso l'intensificarsi di questi rapporti sul piano scientifico che probabilmente si possono ottenere dei risultati sul piano direttamente legato ad alcuni dei temi più delicati della vicenda di cui qui si è parlato.
Questo secondo Accordo ricalca le orme del primo Accordo e lo amplia un po'. Risale ad un periodo in cui non c'era un Governo di sinistra o di centro-sinistra: c'era il Governo presieduto dal senatore Andreotti, il IV Governo Andreotti. Era il 1978 e ci fu allora - lo riconosco - una lungimiranza di quel Governo in certi aspetti della politica internazionale che oggi io credo dobbiamo cercare di far rivivere, sia pure nelle nuove condizioni, e se possibile ulteriormente sviluppare.
Per questi motivi, insisto per l'approvazione di questo Accordo.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
VERNETTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, solo due brevissime considerazioni.
Il Governo, naturalmente, ritiene che la ratifica di questa intesa sia importante. È importante per il nostro sistema economico, per il nostro sistema di impresa, che oggi vede, soprattutto nei settori ad alto contenuto tecnologico, la necessità di affiancare alle attività e agli investimenti economici una costante attività di ricerca in settori specifici da parte di istituti di ricerca, di università italiane e cinesi.
La ratifica di questo Accordo di cooperazione scientifica e tecnologica mette nelle condizioni il nostro sistema universitario, i nostri istituti di ricerca e anche il mondo privato di poter migliorare e rendere più efficace ed efficiente la cooperazione scientifica e tecnologica fra Italia e Repubblica popolare cinese.
I settori citati sono settori cruciali per lo sviluppo, per le biotecnologie, per le tecnologie dell'informazione, per la scienza di base, per le tematiche dell'energia e dell'ambiente. Sono settori cruciali e strategici e il nostro sistema economico ha interesse affinché siano fortemente consolidati i rapporti scientifici e tecnologici con la Repubblica popolare cinese.
In interventi anche molto precisi è stato affrontato il tema dei diritti umani. Voglio assicurare che in recenti missioni della Presidenza del Consiglio e del Ministro degli affari esteri, e anche nelle missioni di Sottosegretari, il nostro Governo ha posto costantemente il tema dei diritti umani. Abbiamo sempre tentato di affiancare alle grandi iniziative di promozione del nostro sistema economico e commerciale e alle opportunità che oggi è possibile cogliere in quel Paese puntuali richieste.
Penso al tema della pena di morte. Durante la nostra ultima missione abbiamo, richiesto al Governo della Repubblica popolare cinese di dare perlomeno un primo segnale: ridurre i reati per i quali è applicata la pena di morte, che come è noto, in quel Paese essa è applicata per molti reati non connessi a fatti di sangue.
Quanto al tema della libertà religiosa, l'Italia è attivamente impegnata per la tutela delle libertà religiose, non soltanto dei cattolici. Il mondo cattolico oggi conta in quel Paese decine di milioni di credenti, con un rapporto molto difficile con il Vaticano. Il Governo italiano sta lavorando per favorire la ripresa dei rapporti diplomatici tra Vaticano e Repubblica popolare cinese.
Quanto al tema più generale della tutela della libertà di espressione e di stampa, nel corso di colloqui con il Governo cinese abbiamo segnalato anche casi puntuali.
Concludo sottolineando il dialogo strutturato tra Unione Europea e Cina sui diritti umani. Siamo fortemente impegnati in quel contesto nel segnalare anche casi singoli e specifici, alcuni dei quali sollevati in precedenti interventi.
In tale contesto, questo accordo di cooperazione culturale e tecnologica non può che favorire il resto delle relazioni con la Cina e, quindi, anche un'attività di dialogo critico e di denuncia relativamente al tema del rispetto dei diritti umani.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli, nel testo proposto dalla Commissione.
Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Passiamo all'esame e alla votazione dell'articolo 3.
MALAN (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MALAN (FI). Signor Presidente, per le ragioni già illustrate prima, voterò contro l'articolo 3, così come ho votato contro i due articoli precedenti, e voterò contro il provvedimento nel suo insieme.
Sulle ragioni da me illustrate in precedenza, potrebbero leggersi migliaia di pagine relative alla violazione dei diritti umani in Cina. Non è certo una novità di oggi, ma risalente alla presa del potere da parte del cosiddetto presidente Mao nel 1949. Anche in precedenza, la Cina non era certo una palestra di democrazia, di libertà e di diritti umani, ma il regime al potere dal 1949 è in piena continuità con quello attuale e la figura del suo leader campeggia ancora nelle grandi piazze cinesi.
Il nostro atteggiamento è costellato di almeno parziali buone intenzioni ed è ricco di momenti nei quali studenti, che non sono stati massacrati in piazza Tien An Men, possono magari ascoltare professori europei, e italiani in particolare, come raccontato dal senatore Colombo, parlare liberamente degli argomenti più diversi, sia pure con qualche remora morale.
Temo che con questo atteggiamento stiamo in realtà mostrando che, pur sapendo quanto avviene in quel Paese (e non da ieri) e pur sapendo che neanche durante le Olimpiadi in programma per il 2008 a Pechino interverrà un reale miglioramento, proseguiremo comunque nei nostri rapporti con la Cina, anche perché aziende italiane vi concludono grandissimi affari. Certamente, il compito delle aziende è concludere affari. Mi chiedo, però, quale sia la convenienza per gli italiani nel loro insieme nello spostare produzioni dall'Italia alla Cina, dove non sussistono garanzie per i lavoratori in generale, dove c'è un impiego sistematico di manodopera infantile e di manodopera servile, nel senso di schiavi, prigionieri politici spesso impiegati nelle produzioni.
Sicuramente qualcuno risparmierà enormi cifre per le produzioni e il tempo di lunghe trattative sindacali; singoli imprenditori faranno sicuramente buoni a affari, e d'altra parte devono fronteggiare la concorrenza internazionale non soltanto propriamente cinese, ma anche degli altri Paesi che, a loro volta, investono e producono in Cina.
Di fronte a questa realtà, auspico che il nostro Governo, nell'ambito dell'Unione Europea, riesca ad esprimere un'azione forte. Infatti, è chiaro che anche se l'Italia si schierasse in modo particolarmente forte e convinto su questi temi e tutti gli altri membri dell'Unione Europea e anche altri Paesi occidentali si comportassero invece in modo pragmatico, chiudessero cioè gli occhi di fronte a quello che succede, che si sente e si vede, tutto ciò che otterremmo sarebbe far perdere un po' di concorrenzialità a certe nostre aziende, che, peraltro, sono nostre per modo di dire.
Non dimentichiamo infatti che gli investimenti delle aziende in Cina vanno a costituire delle entità che sono controllate dal Governo cinese, il quale è un socio obbligato per chi vi investe: investire in quel Paese non è come farlo in Albania, in Romania o in Ucraina; investire in Cina vuol dire diventare soci del Governo cinese. Naturalmente, molti ci guadagnano: numerosi cinesi e molti non cinesi.
Tuttavia, di fronte a quello che succede, sento il bisogno di esprimere qualcosa di diverso; allora, va bene anche l'umorismo che è stato suggerito, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di un umorismo amaro. Vorrei ricordare con una nota stridente quanto viene raccontato che i dirigenti cinesi dicano ai nostri leader, agli esponenti politici occidentali quando si recano in Cina e, ad esempio, sottolineano il problema dell'enorme numero di esecuzioni che vengono effettuate, di cui abbiamo parlato precedentemente.
Qualora si domandi se 10.000 esecuzioni l'anno non sembrino troppe, il primo argomento usato dai dirigenti cinesi è - come abbiamo sentito poc'anzi - che i cinesi sono così tanti che 10.000 esecuzioni non sono molte. Rapportando questo dato alla popolazione italiana sarebbe come eseguire 500 condanne a morte l'anno, una decina la settimana; non credo che questo sia nulla e pertanto non ritengo che il ragionamento numerico valga.
L'altro argomento che si attribuisce un po' scherzosamente - con un umorismo evidentemente amaro - ai dirigenti cinesi è ammettere che sono state eseguite 10.000 condanne a morte, ma 7.000 erano proprio dei delinquenti, sottolineando il fatto che 3.000 probabilmente non lo erano; forse, si trattava di oppositori politici.
Si tratta di una battuta umoristica - ci vuole anche questo - ma credo che dobbiamo ricordare quale tremenda realtà si celi dietro queste più o meno simpatiche difese di un sistema, di fronte al quale ritengo che non si possa restare indifferenti. Io, per quello che conta, voterò contro l'articolo 3 e contro il provvedimento nel suo complesso.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 4.
È approvato.
Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.
È approvato.
Discussione e approvazione, con modificazioni, del disegno di legge:
(1134) Ratifica ed esecuzione dell'Accordo tra il Governo della Repubblica italiana ed il Governo della Repubblica dell'India sulla cooperazione nel campo della difesa, fatto a New Delhi il 3 febbraio 2003 (ore 19,02)
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1134.
La relazione è stata già stampata e distribuita. Il relatore, senatore Pianetta, ha chiesto di integrala.
Ha pertanto facoltà di parlare il relatore, che invito anche a pronunziarsi sugli ordini del giorno G1 e G2.
PIANETTA, relatore. Signor Presidente, i rapporti tra l'India e l'Italia sono intensi sia per quanto riguarda la ricerca, sia per quanto riguarda i rapporti tra le imprese, non soltanto perché in questo momento, tra l'altro, c'è una intensa attività del Governo, ma anche perché ci sono delle visite programmate anche da parte di Presidenti di Regione (cito la regione Campania e la regione Lombardia, con il presidente Formigoni). Del resto, l'India è un grande Paese per quanto riguarda la conoscenza: ci sono 380 università scientifiche e ci sono ogni anno 525.000 ingegneri laureati, è questo che fa dire che la prossima superpotenza della conoscenza sarà l'India.
Ritornando al provvedimento cui lei ha fatto riferimento, mi rifarò alla relazione scritta. Desidero soltanto evidenziare tuttavia alcuni aspetti, perché è stato oggetto di particolare e intenso dibattito in Commissione
Il provvedimento, prima di tutto, si rende necessario per dare attuazione legislativa ad un accordo che costituisce un preciso impegno politico assunto dal Governo italiano in materia di cooperazione con l'India nel settore della difesa, in un quadro di salvaguardia dei reciproci interessi in termini di miglioramento delle capacità militari nel campo dell'addestramento e nei settori tecnologico ed industriale.
Faccio infatti riferimento, in modo particolare, al seguito degli impegni contenuti nel Memorandum d'intesa sulla cooperazione nel campo dei materiali della difesa, che è stato stipulato tra i due Paesi il 4 novembre 1994 e ratificato dall'Italia il 23 marzo 1998, con la legge n. 203.
Dicevo, appunto, che questi sono gli elementi che costituiscono la cornice del provvedimento al nostro esame. Desidero soltanto sottolineare alcuni aspetti importanti: l'articolo 5 provvedimento regola le operazioni di interscambio di materiali di armamento tra i due Paesi e sono individuati in questo stesso articolo, in particolare, le categorie di materiali di armamento oggetto dell'eventuale scambio e le possibili modalità dello stesso.
Lei, signor Presidente, ha fatto riferimento a due ordini del giorno: ebbene, l'ordine del giorno G1 è stato approvato in Commissione; esprimo parere positivo su di esso anche in questa sede, perché esso esclude espressamente la cooperazione nel campo delle mine antiuomo e delle cluster bomb, quindi è un fatto estremamente preciso e specifico.
Esprimo parere favorevole anche sull'ordine del giorno G2 della Commissione che, con riferimento allo stesso articolo 5, impegna il Governo ad assicurare che nel rilascio delle autorizzazioni relative alle operazioni di trasferimento di armamenti sia previsto il concerto del Ministero degli affari esteri, in conformità con la citata legge n. 185 del 1990.
Desidero concludere il mio intervento citando quella legge, perché deve essere ovviamente applicata; soprattutto, voglio citarne l'articolo 1, che esprime il divieto al transito e all'esportazione di materiale verso i Paesi in stato di conflitto armato, che quindi sono in contrasto con i principi dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, verso i Paesi in cui la politica contrasti con i principi dell'articolo 11 della nostra Costituzione, verso i Paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l'embargo e verso i Paesi in cui i Governi si sono resi responsabili di grandi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. Da ultimo, verso i Paesi che, in ragione dell'applicazione della legge n. 49 del 1987 sulla cooperazione, destinino nel proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del Paese.
Ho voluto evidenziare questi aspetti perché il Parlamento vuole sottolineare in modo particolare che il Governo si attenga a queste misure; del resto, lo stesso Parlamento, da questo punto di vista, è nella condizione di poter poi verificare tutto quanto in ragione della valutazione che potrà fare, perché, come sappiamo, entro il 31 marzo di ogni anno il Governo è tenuto a presentare una relazione sulle operazioni effettuate nell'anno precedente. Con questa particolare sottolineatura, concludo la mia relazione. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Polito. Ne ha facoltà.
POLITO (Ulivo). Signor Presidente, mi pare quanto mai appropriato e opportuno un dibattito che coinvolga i nostri rapporti di partnership con l'India proprio in questi giorni in cui il nostro Paese, non il nostro Governo, è impegnato in uno sforzo in prima persona per rafforzare quei rapporti di partnership economici e commerciali con l'India e per diventare un punto di riferimento cruciale di quel tumultuoso e straordinario sviluppo economico che sta cambiando la faccia del contenente asiatico e di cui l'India è forse la prima protagonista.
Di recente il presidente Prodi, presentando il suo viaggio in India su «Il Sole 24 ORE», ha fornito qualche dato dello straordinario sconvolgimento che è in corso in quell'area del mondo: l'India, che oggi rappresenta l'uno e mezzo per cento del PIL mondiale, lo triplicherà nel 2030 e raggiungerà nel 2050 la quota del 12 per cento del PIL mondiale, più dell'intera Unione Europea messa insieme.
Nei prossimi cinque anni un quarto di tutti i nuovi posti di lavoro che verranno creati nel mondo verranno creati dall'India e, per gli appassionati di statistiche, si può concludere semplicemente dicendo che si calcola che nell'arco di 30 anni, cioè poco più di una generazione, l'India diventerà la terza potenza mondiale dell'universo.
Ci troviamo di fronte a fenomeni e a dati che descrivono, con efficacia, un aspetto della globalizzazione che troppo spesso è sottaciuto o male interpretato nel dibattito pubblico italiano - secondo me se n'è avuta un'eco anche in qualche discussione che abbiamo fatto in quest'Aula nei momenti passati sui nostri rapporti con la Cina - cioè il valore straordinariamente progressivo di questo fenomeno di apertura dei mercati e anche di equità e di giustizia che sta sollevando dalla condizione di sottosviluppo e di miseria centinaia di milioni di persone sulla faccia della terra.
Ciò dovrebbe consigliare ad un Paese come il nostro di non sopravvalutare gli egoismi economici e nazionali di fronte a fenomeni di portata così positiva e di non sottovalutare i vantaggi economici e commerciali che per un Paese ad avanzato sviluppo come il nostro e per l'Unione Europea nel suo complesso possono derivare.
Per quanto riguarda l'India, va anche aggiunto che per fortuna qui non dobbiamo immergerci nel grand guignol che è stato in buona parte correttamente descritto a proposito della Cina perché parliamo della più grande democrazia del mondo. L'unico Paese che la sopravanza è l'Unione Europea, se considerata come un unico Paese, cosa che non è ancora.
Si tratta di un Paese in cui vigono le regole dello Stato di diritto - seppur tra difficoltà e ritardi - di un'entità statuale che è dedicata alla promozione sociale e umana del suo popolo: l'India spende oggi il 6 per cento del suo PIL per l'educazione.
Ci troviamo di fronte ad una democrazia multietnica: la quantità di lingue ed etnie di quel Paese ne fanno un'unione, si parla, appunto, di Unione Indiana. È un Paese in cui vigono principi di tolleranza religiosa, tanto più apprezzabili e benedetti dopo la drammatica e terribile tragedia del conflitto religioso che caratterizzò la partizione del 1948, nonché di un Paese con un elevato livello di apertura culturale e intellettuale, oltre che spirituale. Ricordiamo che l'India è un po' la culla di tutte le filosofie della non violenza, con luoghi e città che, come culla delle religioni, sono più antichi della stessa città di Roma.
Di fronte ad un Paese con queste caratteristiche e tradizioni, credo sia quanto mai opportuno un rapporto di partnership che riguardi anche la cooperazione militare. L'India può rappresentare un fattore di estrema ed enorme importanza nella stabilizzazione di un'area delicata e complessa nella vicenda mondiale, come l'Asia. Credo, infatti, come è ormai ampiamente dimostrato anche nelle vicende di questi anni, che l'opera di stabilizzazione e di pacificazione del mondo non possa avvenire senza l'impegno delle potenze regionali in ogni singola area regionale: il mondo si è rivelato troppo grande anche per la superpotenza americana.
L'India, allora, può essere chiamata a svolgere un ruolo di questo tipo e già assolve a tale responsabilità nell'area di sua competenza. Ritengo, pertanto, sia del tutto corrispondente all'interesse dell'Europa e dell'Italia aiutarla a svolgere questo ruolo anche attraverso la cooperazione internazionale.
Sappiamo che in India ci sono due situazioni di pericolo e di difficoltà che dobbiamo assolutamente considerare, che sono state oggetto anche di un'ampia discussione in Commissione affari esteri, durante l'esame di questo provvedimento in esame. L'India, di fatto, è in uno stato di guerra con il Pakistan per un conflitto relativo ai confini tra i due Paesi, ma, soprattutto, l'India è un Paese dotato di un arsenale atomico. Ciò che lo rende ancora più pericoloso, poi, è il fatto che, quando l'Iran sarà dotato di un arsenale nucleare, evenienza che speriamo non si verifichi mai, forse in nessun posto del mondo due arsenali nucleari potenzialmente nemici saranno così vicini come nell'area tra India e Pakistan.
È evidente, quindi, che, a fianco all'impegno di cooperazione militare, che oggi speriamo di ribadire con l'approvazione di questo provvedimento, l'Unione Europea e l'Italia devono svolgere un ruolo moderatore e pacificatore ed hanno tutte le caratteristiche per farlo. Ciò si può realizzare tanto più se abbiamo fiducia nell'India, nel suo ruolo di promozione della democrazia dello Stato di diritto, dei diritti umani e della pace nel continente asiatico.
A tal proposito, trovo perfettamente corrispondenti a queste preoccupazioni i due ordini del giorno che impegnano il Governo ad escludere dall'accordo le cluster bomb e le mine antiuomo, nonché, naturalmente, il riferimento, che in qualche modo corregge anche il contenuto del provvedimento che ci è stato presentato, alla richiesta del concerto del Ministero degli affari esteri per ogni valutazione che riguardi tale accordo. (Applausi dal Gruppo Ulivo).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore.
PIANETTA, relatore. Presidente, non ho nulla da aggiungere.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo, che invito anche a pronunziarsi sugli ordini del giorno in esame.
VERNETTI, sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, accolgo entrambi gli ordini del giorno.
PRESIDENTE.Essendo stati accolti dal Governo, gli ordini del giorno G1 e G2 non verranno posti in votazione.
Passiamo all'esame degli articoli, nel testo proposto dalla Commissione.
Metto ai voti l'articolo 1.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 2.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 3.
È approvato.
Metto ai voti l'articolo 4.
È approvato.
Passiamo alla votazione finale.
MARTONE (RC-SE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARTONE (RC-SE). Signor Presidente, annuncio il voto di astensione del mio Gruppo riguardo a questo accordo militare per una ragione ben specifica.
Noi siamo molto d'accordo sulle modalità di cooperazione che abbiamo sviluppato nel dibattito precedente e pensiamo che oggi debba essere interrotta una continuità rispetto al passato che vedeva la cooperazione nel settore della difesa, in questo caso anche della vendita di armi, come una modalità prioritaria per la politica estera.
Noi pensiamo che oggi sia necessario svolgere un'inversione di tendenza essendo profondamente convinti che l'Italia possa esportare tecnologie appropriate ad alto contenuto però certamente non utilizzando l'industria degli armamenti e il comparto industriale militare come volano per la ripresa economica e gli scambi commerciali.
Per questo pensiamo che oggi con il nostro voto di astensione - dunque non un voto contrario - sia anche possibile esortare il Governo ad una soluzione di continuità rispetto al passato. Ci ha molto preoccupato, durante la discussione della finanziaria, il constatare l'enorme aumento delle spese militari e ci preoccupa la firma del Memorandum d'intesa sul joint strike fighter. Riteniamo che i posti di lavoro possano essere costruiti e moltiplicati attraverso la riconversione dell'industria bellica e che anche i rapporti tra Paesi di grande rilievo per la democrazia come l'India, che può rappresentare anche il nocciolo fondamentale di un assetto multipolare, possano essere improntati verso un altro tipo di cooperazione, che veda nello sviluppo sostenibile o comunque nella tecnologia eco-compatibile una delle chiavi di volta.
L'India è oggi tra i principali produttori al mondo di carbone e di gas serra. Allora, se vogliamo veramente prevenire i prossimi conflitti, che verranno dalle inondazioni o dall'aumento dei mutamenti climatici e dal riscaldamento globale, come ribadisce anche l'ultimo rapporto emerso dalla conferenza di Parigi dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), forse è possibile intervenire su quello, non continuando a pensare ad un modello di pacificazione continentale basato invece sulla forza delle armi.
Approviamo e guardiamo con molto favore anche all'impegno preso dalla Commissione rispetto alla necessità di garantire comunque un maggiore controllo politico sui rapporti e sulle esportazioni di armi, però riteniamo anche che vi sia un problema culturale di fondo che deve essere assolutamente affrontato anche perché una delle motivazioni addotte in Commissione esteri riguardava proprio il ruolo propulsore che l'Italia può svolgere in termini di rilancio dell'iniziativa diplomatica anche a livello regionale.
Poco si comprende perché proprio oggi si debba ratificare un accordo militare con uno dei Paesi arcinemici del Pakistan, che invece deve essere un attore fondamentale per quel processo di pacificazione e di rilancio dell'iniziativa diplomatica per quanto riguarda un altro grande, grave e serio conflitto in Afghanistan.
Per queste ragioni pensiamo che oggi sia necessario dare un messaggio al Governo e a tutte le forze politiche del Parlamento affinché si inizi una discussione seria sulla necessità di lavorare ad una riconversione dell'apparato produttivo del nostro Paese e certamente non ad un aumento delle spese militari e delle esportazioni dell'industria della difesa. (Applausi dal Gruppo RC-SE).
MELE (Ulivo). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MELE (Ulivo). Signor Presidente, ritengo che questo Accordo debba essere ratificato e quindi esprimo il voto favorevole a nome del mio Gruppo.
C'è un punto molto importante, già ricordato dal senatore Polito nel suo intervento, che io apprezzo: abbiamo bisogno di rafforzare il rapporto (e ciò valeva già per i due Accordi esaminati in precedenza relativamente alla Cina) con una delle più grandi democrazie del mondo, qual è l'India.
È evidente che c'è un problema - l'ha detto adesso il senatore Martone - sul versante degli armamenti, che il problema del disarmo è da affrontare in maniera più seria e che dovremmo costruire una politica su questo tema. Tuttavia, in Commissione - ne abbiamo discusso attentamente e lo ricordava poco fa il senatore Pianetta - abbiamo approvato un ordine del giorno del senatore Martone che tendeva a richiamare la nostra attenzione sui possibili rischi di una cooperazione di difesa (che quindi ha per oggetto le armi) con un paese che non è l'Europa, con la quale abbiamo un accordo privilegiato per quanto riguarda le armi.
Si tratta certo di un paese molto importante, che tuttavia presenta anche elementi di conflitto (il problema del Pakistan). Ricordava giustamente il senatore Pianetta che la legge n. 185 del 1990 pone alcuni punti e paletti; tant'è vero che l'ordine del giorno chiede - penso che questo sia importante, abbiamo di fatto cambiato il testo del trattato - un concerto con il Ministero degli esteri (perché è quello che valuta la politica), per quanto riguarda l'applicazione dell'intero trattato e dell'articolo 5.
Proprio perché vi è stato uno sforzo positivo da diverse posizioni, penso che l'accordo debba essere accolto. In più, ritengo che intorno a questo scacchiere fondamentale ci debba essere un confronto sempre più aperto ed auspico che tale confronti passi dalle armi ad altri elementi importanti della scienza, della cultura e dello sviluppo economico.
Intanto questo accordo può rappresentare un dato rilevante, anche per far svolgere al nostro Paese e a quel grande paese che è l'India un ruolo importante nello scacchiere mondiale.
DIVINA (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DIVINA (LNP). Signor Presidente, quando parliamo di politica estera e di politica della difesa accade spesso che quest'Aula scompagini un po' le fila, nel senso che non si sa mai da che parte arriva il sostegno al Governo. Anche in questa occasione mi sembra non faccia specie che una parte della sinistra, quando soltanto sente l'espressione «militare», aprioristicamente deve dire di no e chiudere la porta.
A noi fa specie che, viceversa, avendo oggi trattato tre disegni di legge che ratificano tre accordi ben distinti, non sia stato detto nulla sui primi due; se obiezioni si potevano fare, infatti, queste avrebbero dovuto essere avanzate sicuramente sui primi due, cioè sugli accordi siglati con la Cina, sicuramente non sull'accordo con la Repubblica indiana.
Non possiamo che essere estremamente favorevoli a tale accordo; da una piccola analisi, abbiamo potuto verificare innanzitutto che esso parla sì di cooperazione e di difesa, ma circoscrive molto dettagliatamente gli ambiti di riferimento. Per sintesi di punti, si parla di sicurezza e politica della difesa (rapporti e interscambi), di operazioni umanitarie (non so perché la sinistra abbia da osservare), di organizzazione e gestione delle forze armate (relativamente alle competenze proprie di ciascun Paese) e di informatica.
Il nostro Paese, a questo punto, allaccia una partnership di tutta eccezione; il mondo intero vorrebbe, vuole e prova ad avere rapporti diretti con l'India nel campo della tecnologia informatica. Infatti, il centro di massima eccellenza mondiale non è più la Silicon Valley, ma un distretto indiano, il distretto di Bangalore, dove tutte le multinazionali che operano nel campo dell'informatica hanno concentrato le loro produzioni e i loro studi.
Stiamo parlando, in questa tornata, di rapporti italo-cinesi e italo-indiani. Sono i rapporti che caratterizzeranno probabilmente il nostro futuro e il futuro dell'umanità perché, sullo scenario internazionale, sono proprio queste due grandi potenze che si stanno affacciando con un'impressionante dinamicità. La grossa differenza tra i due sistemi è che quello cinese si basa su una bassissima tecnologia, sul manifatturiero, sostanzialmente sulla produzione di beni; viceversa, l'India si sta specializzando nella produzione di servizi e per di più servizi ad altro valore aggiunto, servizi che trovano radicamento nella scienza delle telecomunicazioni, nella scienza della tecnologia informatica. La prima spesa della famiglia media indiana è l'investimento nella scolarizzazione dei figli, del tutto in controtendenza se pensiamo, ad esempio, che in tutto il mondo occidentale, l'indebitamento per lo più è per l'acquisto di beni materiali.
La sicurezza, della quale tutto il mondo ha sempre più bisogno, e il rapporto di interscambio di tecnologia informatica di alto valore non può che trovarci estremamente d'accordo. Ai colleghi che, viceversa, hanno votato con una certa disinvoltura le precedenti due leggi che ratificavano accordi con la Cina ricordiamo che il secondo accordo, che parlava di interscambio di materiale scientifico e forniture tecnologiche alla Cina, è veramente pericoloso, perché si tratta di un Paese irrispettoso dei diritti umani, delle libertà fondamentali, potenza grandiosa per la produzione di tutti i tipi di beni.
Offrire un'apertura di credito ad una Cina che forse oggi non la merita, prima che rispetti un decalogo che ripercorra la Carta fondamentale dei diritti dell'uomo, noi lo troviamo veramente pericoloso; viceversa, nei confronti dall'India, non possiamo che condividere e ratificare, pertanto, questo accordo.
PRESIDENTE. Metto ai voti il disegno di legge, nel suo complesso.
È approvato.
Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una mozione, interpellanze e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 14 febbraio 2007
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi mercoledì 14 febbraio, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 10,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
La seduta è tolta (ore 19,30).