ePub

Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 390 del 08/05/2003


SENATO DELLA REPUBBLICA
—————— XIV LEGISLATURA ——————

390a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 8 MAGGIO 2003

(Antimeridiana)

_________________

Presidenza del presidente PERA,

indi del vice presidente FISICHELLA

e del vice presidente SALVI



 

RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza del presidente PERA

La seduta inizia alle ore 9,35.

Il Senato approva il processo verbale della seduta antimeridiana di ieri.

Comunicazioni all'Assemblea

PRESIDENTE. Dà comunicazione dei senatori che risultano in congedo o assenti per incarico avuto dal Senato. (v. Resoconto stenografico).

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverte che dalle ore 9,41 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Rinvia la discussione del disegno di legge n. 2205, non essendo ancora concluso l'esame in Commissione.

Discussione dei disegni di legge:

(1956) Disposizioni per il riordino e il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Muratori e Germanà; Perlini ed altri; Carli ed altri)

(237) LAURO. – Norme per le imbarcazioni d’epoca e di interesse storico e collezionistico

(536) PROVERA. – Norme in materia di nautica da diporto

(743) GRILLO. – Disposizioni per il riordino ed il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico

(979) CUTRUFO ed altri. – Provvedimenti di sostegno del settore della nautica da diporto e del turismo nautico

GRILLO, relatore. Lo sviluppo del settore realizzatosi negli ultimi anni ha determinato una crescita dell'industria nautica, che si è affermata sui mercati internazionali, con relativo aumento dell'occupazione, ma le previsioni per il futuro non appaiono di identico segno positivo a causa sia del contesto congiunturale a livello internazionale sia della concorrenza di altri Paesi. Il disegno di legge, nel testo proposto dalla Commissione, risponde pertanto all'esigenza di un riassetto e di un rilancio del settore indicando adeguamenti legislativi necessari e prevedendo altresì una delega al Governo per l'emanazione di un codice della nautica da diporto. In particolare, si prevedono l'ampliamento della categoria dei natanti nonché nuove norme in materia di numero massimo delle persone trasportate e di titoli professionali per il comando; l'iscrizione nel Registro internazionale delle navi da diporto adibite al noleggio; il riordino delle competenze in materia di polizia marittima e di controlli relativi alla sicurezza; disposizioni relative alle aree marine protette e alle unità da diporto di particolare interesse storico. Si dispone altresì l'abrogazione definitiva della tassa di stazionamento per tutte le unità da diporto. (Applausi del senatore Borea).

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione generale e, come convenuto, rinvia il seguito dell’esame ad altra seduta.

Discussione del disegno di legge:

(1972) Modifiche agli articoli 83, 84 e 86 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di attribuzione di seggi nell’elezione della Camera dei deputati (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Sanza ed altri; Fontana; Fontana) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)

PRESIDENTE. Autorizza il senatore Malan a svolgere la relazione orale.

MALAN, relatore. Le modifiche proposte al testo unico delle leggi recanti norme per l'elezione della Camera dei deputati di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 individuano una soluzione alla questione della ripartizione dei seggi della quota proporzionale non attribuibili a causa dell'insufficienza, nelle circoscrizioni di riferimento, del numero dei candidati (sia per la parte proporzionale, sia delle liste collegate nei collegi uninominali) rispetto al numero degli eletti. Tale situazione, concretamente verificatasi nelle ultime elezioni politiche ai danni di Forza Italia, da un lato non consente alla Camera dei deputati di raggiungere il plenum dei suoi membri, dall'altra priva una quota di cittadini elettori della rappresentanza parlamentare per la quale hanno validamente espresso il proprio voto. Con il meccanismo proposto, i seggi vacanti verrebbero assegnati ai primi candidati non eletti nei collegi uninominali che appartengano al medesimo gruppo politico organizzato, nozione quest'ultima che proietta nella quota proporzionale il legame di coalizione che unisce le forze politiche nei collegi uninominali. Tale meccanismo, che ha il merito di avvicinarsi quanto più possibile alla volontà espressa con il voto dai cittadini, verrebbe applicato per la legislatura in corso ai fini dell'attribuzione dei seggi vacanti a seguito di dimissioni, morte o decadenza per cause di ineleggibilità o di incompatibilità.

MALABARBA (Misto-RC). Avanza una pregiudiziale di costituzionalità, per violazione degli articoli 1, 3 e 48 della Costituzione in tema di uguaglianza dei cittadini nell'espressione del voto. Rilevata l'inopportunità che una materia tanto delicata venga affrontata nel corso della legislatura per cambiare le regole con effetto su elezioni già avvenute, ribadisce la netta contrarietà di Rifondazione comunista all'attuale sistema elettorale, fortemente distorsivo dei principi della rappresentanza democratica e contesta la soluzione proposta, tendente ad aggirare proprio il meccanismo dello scorporo, introdotto per correggere in senso proporzionale il sistema elettorale maggioritario. Coglie l'occasione per sottolineare come dalla penalizzazione elettorale derivino problemi di agibilità democratica in sede parlamentare che relegano in spazi politici angusti una forza politica come Rifondazione comunista, largamente radicata sul territorio ed espressione di una vasta area sociale. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Mar-DL-U e DS-U).

PETRINI (Mar-DL-U). Avanza una pregiudiziale di costituzionalità, per violazione dell’articolo 48 della Costituzione, sottolineando come la volontà espressa dai cittadini in sede elettorale non possa essere interpretata per legge in modo diverso a posteriori. La proposta contenuta nel disegno di legge n. 1972 appare tanto più inaccettabile in considerazione dell'emendamento presentato dal Gruppo AN che ne allarga l'ambito ai seggi attualmente vacanti, ai fini del raggiungimento del plenum della Camera dei deputati. Ricordato che tale situazione si è verificata a causa del comportamento illegittimo messo in atto, per trarne vantaggio, da alcune forze politiche, che non hanno rispettato le prescrizioni della legge elettorale in tema di collegamenti tra liste, sottolinea la rilevanza del meccanismo truffaldino proposto per aggirare lo scorporo ed accentuare il carattere maggioritario del vigente sistema elettorale. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Misto-RC e Misto-Com).

VILLONE (DS-U). I Democratici di sinistra voteranno a favore della pregiudiziale di costituzionalità proposta, rilevando la palese forzatura tentata dalla maggioranza per introdurre per legge una nuova interpretazione delle regole vigenti al momento delle elezioni. Si tratta di uniniziativa improvvida e lesiva dei principi posti a base della democrazia rappresentativa, resa ancora più grave dal tentativo di introdurre un emendamento che ne amplierebbe la portata fino a stravolgerne il senso. Molto più correttamente, trattandosi delle candidature relative alla quota proporzionale, si sarebbe dovuto ricorrere, in caso di esaurimento dei candidati, al meccanismo di passaggio da una lista alla successiva, utilizzato nel precedente sistema elettorale. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC).

MANCINO (Mar-DL-U). Il disegno di legge non contiene una proposta organica finalizzata alla rimozione delle contraddizioni del sistema elettorale della Camera dei deputati, che derivano dalla combinazione tra un sistema tendenzialmente maggioritario e la sua correzione in senso proporzionale attraverso le liste bloccate. Segnala inoltre alla Presidenza alcuni dubbi circa l’ammissibilità dell'emendamento 1.111 del senatore Magnalbò, che contraddice il principio della irretroattività delle disposizioni in materia elettorale. E' quindi favorevole alla questione pregiudiziale, in quanto la corretta soluzione del problema verificatosi nelle ultime elezioni consiste nella proclamazione dei candidati non eletti di altre liste, in modo che quei partiti che hanno utilizzato artificiosamente lo scorporo e le liste civetta ne paghino le relative conseguenze. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-Com e Misto-RC).

MALAN, relatore. Si dichiara contrario alla questione pregiudiziale, in quanto il disegno di legge non ha effetto retroattivo e supplisce ad una carenza della legge elettorale in vigore. Né è sostenibile che i partiti debbano pagare le conseguenze per le modalità di utilizzo delle leggi elettorali, in quanto tali comportamenti sono stati ritenuti legittimi da organi giurisdizionali e va rispettata la volontà espressa dagli elettori.

Previa verifica del numero legale, chiesta dal senatore PETRINI (Mar-DL-U), il Senato respinge la questione pregiudiziale, avanzata con diverse motivazioni dai senatori Malabarba, Mancino e Battisti.

PRESIDENTE.

Dichiara aperta la discussione generale e, come convenuto, ne rinvia il seguito ad altra seduta.

Seguito della discussione dei disegni di legge:

(1986) Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Pisapia ed altri; Fanfani ed altri)

(1835) CREMA. – Sospensione dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni per condanne relative a reati commessi prima del 31 dicembre 2000

(1845) CAVALLARO ed altri. – Sospensione dell’esecuzione della pena detentiva residua fino ad un massimo di tre anni per reati commessi fino a tutto il 31 dicembre 2001

(Relazione orale)

PRESIDENTE. Ricorda che nella seduta pomeridiana di ieri il relatore ha svolto la relazione orale e sono state presentate numerose questioni pregiudiziali.

TIRELLI (LP). Sostiene le questioni pregiudiziali in quanto il disegno di legge presenta notevoli affinità con l'indulto, costituisce un tipico provvedimento di clemenza e pertanto è soggetto alle disposizioni dell'articolo 79 della Costituzione. Le argomentazioni addotte in senso contrario non appaiono convincenti, visto che il provvedimento, allo stesso modo dell'indulto, si applica a tutti i soggetti condannati che abbiano scontato una parte della pena, i relativi benefici vengono concessi indipendentemente dalla richiesta e, come i precedenti provvedimenti di clemenza, prevede tipizzazioni oggettive e soggettive. (Applausi dal Gruppo LP).

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

D'ONOFRIO (UDC). Si dichiara contrario alla pregiudiziale, in quanto il disegno di legge non prevede un indulto camuffato bensì una sospensione condizionata della pena. (Applausi dal Gruppo UDC e dei senatori Salzano e Monticone).

Previa verifica del numero legale, chiesta dal senatore PERUZZOTTI (LP), il Senato respinge e la questione pregiudiziale, avanzata con diverse motivazioni, dai senatori Peruzzotti, Corrado, Brignone, Moro, Provera, Vanzo, Franco Paolo, Chincarini, Boldi, Pedrazzini, Stiffoni e Agoni. (Il senatore Peruzzotti chiede la controprova; il Presidente non ritiene vi siano i requisiti per accogliere tale richiesta).

TIRELLI (LP). Avanza una questione sospensiva per rinviare la discussione del disegno di legge a una data successiva al 24 dicembre dell'anno in corso, onde consentire la valutazione dei risultati del piano di edilizia carceraria del Governo, degli accordi bilaterali con i Paesi di origine dei reclusi e del potenziamento degli istituti alternativi alla detenzione, tutti strumenti che più efficacemente del provvedimento in esame possono contribuire a decongestionare le carceri. La sospensione è inoltre opportuna per consentire una verifica accurata, che non è stata possibile a causa dei ristretti tempi di discussione, della platea dei possibili beneficiari e quindi degli effetti sulla sicurezza dei cittadini, che costituisce un obiettivo centrale del programma della Casa delle libertà, mentre il provvedimento fa venir meno il principio della certezza della pena senza contribuire efficacemente alla rieducazione e al reinserimento sociale dei detenuti.

STIFFONI (LP). Il suo Gruppo è favorevole alla questione sospensiva proposta dal senatore Tirelli, non condividendo l'impianto del provvedimento, sul quale sono stati presentati numerosi emendamenti volti ad inserire una modalità di espiazione della pena alternativa alla detenzione, rappresentata dallo svolgimento di un lavoro civico non retribuito. In tal modo il detenuto, esclusi quelli condannati per gravi reati, oltre a realizzare una forma di collaborazione con le amministrazioni statali, regionali e degli altri enti locali, per migliorare ad esempio i servizi pubblici, contribuire alla protezione civile o alla manutenzione del territorio, agevolerebbe il proprio reinserimento sociale, in attuazione della funzione rieducativa della pena, senza pregiudicare la certezza e l'effettività della stessa. (Applausi dal Gruppo LP).

FLORINO (AN). Anche il suo Gruppo concorda sulla questione sospensiva e invita l'Assemblea ad approvarla. Il disegno di legge che consente la liberazione di migliaia di detenuti contrasta con l'esigenza di garantire la sicurezza pubblica, soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno. La situazione è particolarmente drammatica in Campania, dove recentemente si sono verificati numerosi attentati dinamitardi, tanto che il Ministro dell'interno ha inviato 1.500 agenti delle forze dell'ordine per prevenire l'azione criminale, in una stagione di particolare afflusso turistico. (Applausi dai Gruppi AN e LP).

CALVI (DS-U). Il suo Gruppo è contrario alla questione sospensiva che rappresenta una decisione inutile e perversa di fronte alla necessità di risolvere il problema dell’inadeguatezza delle strutture carcerarie e del sovraffollamento, proposta per motivi puramente demagogici. Peraltro, non condivide le osservazioni del senatore Florino sulla situazione di Napoli e comunque dai benefici del disegno di legge sono esclusi i condannati per reati di criminalità organizzata, rapina e sequestro. Occorre quindi al più presto esaminare il testo, migliorandolo in sede di emendamenti, ed eventualmente discutere di un possibile provvedimento di indulto. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e Misto-RC).

D'ONOFRIO (UDC). Annuncia il voto contrario del suo Gruppo alla questione sospensiva, ritenendo che anche il Senato debba pronunciarsi sul provvedimento.

VILLONE (DS-U). Si dichiara a favore della questione sospensiva.

Con votazione preceduta dalla verifica del numero legale, chiesta dal senatore STIFFONI (LP), il Senato respinge la questione sospensiva proposta dal senatore Tirelli. (Stante l‘evidenza del risultato della votazione, il Presidente non accoglie la richiesta di controprova formulata dal senatore Peruzzotti. Reiterate proteste dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. Sospende brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle ore 11,16, è ripresa alle ore 11,18.

PRESIDENTE. Dichiara aperta la discussione generale.

CAVALLARO (Mar-DL-U). Nonostante il tentativo furbesco della maggioranza di portare all’esame dell’Assemblea un disegno di legge con il voto contrario della Commissione, circostanza mai verificatasi nella storia parlamentare se non per i disegni di legge dei Gruppi delle opposizioni, è opportuno discutere sul problema dell’inadeguatezza del sistema carcerario rispetto ai compiti fissati dall'articolo 27 della Costituzione, com’è stato sollecitato dal Pontefice nel corso della sua recente visita in Parlamento, nonché da larga parte della società civile e del mondo del volontariato. Peraltro, in termini schizofrenici rispetto all'atteggiamento espresso sul disegno di legge, la Commissione giustizia, presieduta da un autorevole esponente di Alleanza Nazionale, sta svolgendo un'indagine conoscitiva sulle carceri, da cui sono già emersi elementi preoccupanti e da cui è auspicabile scaturisca una spinta per una riforma del codice penale che produca una deflazione penitenziaria; il nuovo ordinamento deve basarsi su parametri di personalizzazione della pena, in grado di assicurare la rieducazione del condannato e nel contempo la sicurezza pubblica, con un’impostazione che garantisca il pieno rispetto della persona umana, propria dei regimi civili e democratici. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Misto-RC e dei senatori Marino e Del Turco. Congratulazioni).

CHINCARINI (LP). Auspica l’abbandono dei toni offensivi adottati da chi lo ha preceduto cosicché il dibattito possa fondarsi su elementi desunti dalla realtà e dai principi di giustizia. Il disegno di legge contrasta con le promesse fatte dalla Casa delle libertà durante la campagna elettorale per il miglioramento della situazione dell’ordine pubblico e la certezza della pena, limitandosi a svuotare le carceri senza provvedere al reinserimento dei detenuti nella società. Certamente il Governo e la maggioranza stanno esaminando la situazione delle carceri, consci del sovraffollamento che le caratterizza, ma non si comprendono le ragioni del provvedimento che ottiene benefici solo nell’immediato, né si condividono i giudizi sugli istituti penitenziari, paragonati addirittura a dei lager. Per il futuro occorre migliorare le strutture e realizzare circuiti differenziati per età, tipologie di reato e pena da scontare, nonché ridurre i tempi dei processi e conseguentemente il numero di coloro che sono in attesa di giudizio; i magistrati dovranno cogliere la possibilità prevista dalla legge Bossi-Fini per espellere gli irregolari anziché tradurli in carcere. Ritira infine l’ordine del giorno G1. (Applausi dal Gruppo LP).

BOBBIO Luigi (AN). Il giudizio sul provvedimento non può che essere estremamente critico alla luce di valutazioni sia politiche sia strettamente tecniche. Sotto quest'ultimo profilo, la misura proposta contribuisce a minare una delle strutture essenziali di uno Stato moderno fondato sulla legge e cioè il sistema penale, già fortemente in crisi, disarticolando di fatto la credibilità del processo. L'ipotesi di sospensione dell'esecuzione della pena rappresenterebbe infatti una nuova misura alternativa alla detenzione, che si aggiungerebbe alle altre esistenti, caratterizzata peraltro da assoluta asistematicità, non essendo collegata la sua applicazione al momento dell'emanazione della sentenza da parte del giudice, secondo quanto previsto dall'ordinamento.

PRESIDENTE. Rilevando l’assenza del relatore, sospende brevemente la seduta.

La seduta, sospesa alle ore 11,45, è ripresa alle ore 11,51.

Presidenza del vice presidente SALVI

PRESIDENTE. Permanendo l'assenza del relatore, sospende la seduta fino alle ore 12.

La seduta, sospesa alle ore 11,51, è ripresa alle ore 12.

PRESIDENTE. Il senatore Bobbio ha facoltà di proseguire l'intervento.

BOBBIO Luigi (AN). Dal punto di vista politico, le condizioni drammatiche dei detenuti negli istituti carcerari, più volte richiamate nel dibattito, rappresentano un fatto endemico - su cui peraltro non è stato operato dai Governi di centrosinistra alcun intervento - che sicuramente la misura in esame non riuscirebbe a risolvere. Occorre percorrere altre strade rispetto a quella degli atti di clemenza, essendo prioritario per la sua parte politica l'obbligo di rispondere agli impegni assunti nei confronti di cittadini a tutela della loro sicurezza. Conseguentemente, la posizione di Alleanza Nazionale nel corso dell'esame del provvedimento non sarà caratterizzata da alcuna volontà di modificare il testo ritenendone preferibile la cancellazione. (Applausi dai Gruppi AN e LP. Congratulazioni).

SODANO Tommaso (Misto-RC). La drammatica condizione dei detenuti nelle carceri, su cui è stata posta l'attenzione anche dal Papa nel suo intervento in Parlamento, emerge con forza dai dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che segnalano l'inadeguatezza degli istituti carcerari ad ospitare l'alto numero di detenuti in essi rinchiusi. Ciò, unitamente alla carenza di operatori sociali, rende impossibile qualsiasi percorso rieducativo per il detenuto e pertanto impone alla classe politica il dovere politico, giuridico e morale di intervenire. La misura della sospensione dell'esecuzione della pena rappresenta un primo e parziale passo volto ad incidere sul sovraffollamento degli istituti di pena, di cui potrebbero usufruire molti detenuti colpevoli di reati di non grave allarme sociale. Rifondazione comunista auspica pertanto che si prosegua nell'iter parlamentare con l'intento di approvare il testo pervenuto dalla Camera.

FRANCO Paolo (LP). La ratio del provvedimento è quella di individuare una modalità per liberare un ampio numero di detenuti senza percorrere la strada eccessivamente rigida dell'indulto o di altro provvedimento di clemenza: tale è infatti la misura della sospensione dell'esecuzione della pena, prevista una tantum nel provvedimento. Le reali motivazioni che sottendono al provvedimento non appaiono ravvisarsi però nel sovraffollamento degli istituti penitenziari - poiché ben altri sarebbero gli interventi necessari - né tanto meno, in uno Stato libero, nel dare esecuzione alle parole del Papa, che ha rivolto un appello generale di carattere morale, certamente condivisibile, ma piuttosto in quell'atteggiamento di cosiddetto "perdonismo" volto a deresponsabilizzare l'individuo delle proprie azioni per spostare le colpe sempre e solo sulla società. Ciò mina alla base le fondamenta della convivenza civile e rende un pessimo servizio alla collettività in quanto non tiene in alcun conto dell'impatto del provvedimento sui cittadini, vittime quotidiane in particolare della microcriminalità, che è poi l'area interessata dalla misura. Invita pertanto alla riflessione quei parlamentari della maggioranza che hanno assunto precisi impegni con i cittadini per la tutela della loro sicurezza. Tali motivazioni inducono la Lega a valutare il provvedimento privo delle condizioni giuridiche e morali necessarie per essere introdotto nell'ordinamento. (Applausi dal Gruppo LP).

VANZO (LP). Applicare prioritariamente la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni ai soggetti che al momento dell'entrata in vigore della legge usufruiscano dell'affidamento in prova al servizio sociale darebbe un contenuto positivo, ai fini del reinserimento sociale dei condannati, all'inaccettabile provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo LP).

FASSONE (DS-U). Dell'utilità di un gesto di clemenza nei confronti dei detenuti si cominciò a parlare fuori del Parlamento nel 1999 in previsione dell'anno giubilare e solo successivamente la proposta fu raccolta da alcune forze politiche: vale la pena ricordare che nella scorsa legislatura i Democratici di sinistra proposero a lungo interventi alternativi per attenuare la pressione carceraria. Oggi il Parlamento si trova di fronte all'inderogabile necessità di affrontare il problema per l'inaccettabile grado di sofferenza in cui versa la popolazione carceraria in moltissimi istituti penitenziari, ma lo strumento individuato dalla Camera dei deputati presenta numerosi profili di dubbia costituzionalità in quanto, pur proponendo di fatto l'indulto condizionato previsto dall'articolo 672, comma 5, del codice di procedura penale, l'applicabilità dei benefici discenderebbe non da un fatto certo - la data di commissione del reato - ma da una situazione casuale ed estranea alla condotta dell'interessato, quale lo stato della sua vicenda giudiziaria alla data di entrata in vigore della legge. Tale palese disparità di trattamento tra cittadini di fronte alla legge non sembra sanabile attraverso l’emendamento del relatore volto a trasferire a regime l'istituto proposto, bensì, secondo quanto suggerito dai senatori Brutti e Calvi, ancorandone l'applicabilità ai reati commessi entro e non oltre una certa data, come per l'indulto, e trasformando le sterili e per certi versi controproducenti misure di vigilanza di polizia previste in un apparato affine a quello dell'affidamento in prova, idoneo ad evidenziare il percorso espiativo dell'interessato. Auspica un largo consenso delle forze politiche su tale ipotesi, che consentirebbe al Senato di adottare una soluzione coerente e socialmente utile. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U e del sottosegretario Valentino).

TIRELLI (LP). Il senatore Fassone ha sostanzialmente riconosciuto la fondatezza delle questioni pregiudiziali sollevate dai senatori della Lega ed ha manifestato consapevolezza dei risvolti pratici delle norme adottate dalla Camera dei deputati, che prevedono obblighi difficilmente rispettabili dai beneficiari della sospensione della pena, che rischiano pertanto di vanificare le finalità del provvedimento. La Lega contesta la riduzione dell'emergenza carceraria, laddove essa esista, ad un mero fatto numerico, derivando essa non solo dal sovraffollamento ma anche e soprattutto da carenze gestionali che non consentono all'istituzione carceraria di far fronte alla funzione di recupero e reinserimento sociale dei condannati. In assenza di adeguati interventi di natura tecnica e strutturale sugli istituti di pena e di programmi che garantiscano ai carcerati l'acquisizione di una preparazione professionale minima, la semplice messa in libertà di persone non ancora in grado di vivere nella società contrasta con le finalità previste dall'articolo 27 della Costituzione ed attenta alla sicurezza dei cittadini, con i quali proprio su questi temi il centrodestra ha sottoscritto un patto in sede elettorale. (Applausi dal Gruppo LP).

ZANCAN (Verdi-U). La contrapposizione instaurata sul provvedimento in particolare dalla Lega e da Alleanza Nazionale non appare fondata sul merito ed ha trovato una occasione impropria. Infatti, posta l'esigenza largamente condivisa di affrontare la gravissima situazione delle carceri, i problemi di sovraffollamento e l'evidente insufficienza dei programmi di ammissione al lavoro e quindi di recupero e reinserimento sociale, appare evidente la necessità di trovare forme diverse di detenzione capaci di tutelare la sicurezza dei cittadini. Sotto tali profili, le misure proposte nel disegno di legge non sono certamente lassiste poiché prevedono che i beneficiari, risultanti da un lungo e severo elenco di esclusioni oggettive, dopo aver scontato una parte della pena effettiva debbano sottostare ad una serie di rigide condizioni ed adoperarsi per le vittime del reato. Per tali ragioni, pur nutrendo riserve sul meccanismo proposto, auspica l'accoglimento del provvedimento, come valida alternativa all'inciviltà permanente dell'attuale situazione carceraria e tentativo di assicurare un effettivo reinserimento nella società dei condannati. (Applausi dei senatori Tommaso Sodano e Dalla Chiesa).

PERUZZOTTI (LP). La Lega Padana si oppone all’adozione della sospensione condizionata della pena, mentre è disponibile ad affrontare una seria ed organica riforma del sistema carcerario che coniughi le esigenze di tutela della sicurezza dei cittadini con il rispetto effettivo delle finalità di recupero e reinserimento sociale della pena. E’ infatti ormai indifferibile affrontare le situazioni ereditate dal passato, rivedere i regolamenti carcerari del tutto inadeguati alle esigenze, adeguare le obsolete strutture penitenziarie, garantire effettiva direzione degli istituti carcerari e contrastare i centri di potere affermatisi all'interno dell'amministrazione penitenziaria. Solo attraverso un’organica modifica dell'ordinamento penitenziario sarà possibile identificare un percorso attraverso il quale il condannato possa essere impegnato in attività produttive formative ed evidenziare condotte meritevoli di sconti di pena al fine del suo pieno e rapido reinserimento nella società. (Applausi dal Gruppo LP).

AGONI (LP). Il disegno di legge viola la Costituzione, sia perché contiene un indulto mascherato, sia perché determina diseguaglianze tra i detenuti; inoltre i benefici concessi anche a coloro che hanno commesso reati a forte pericolosità sociale attentano alle giuste esigenze di sicurezza dei cittadini e trascurano la tutela delle vittime dei reati. Il provvedimento produrrà effetti solo temporanei in relazione al sovraffollamento delle carceri, un problema rilevante che potrà essere risolto esclusivamente attraverso la costruzione di nuove strutture, che prevedano circuiti differenziati tre detenuti sulla base dell'età e della pena da scontare, ed una effettiva applicazione delle legge Bossi-Fini in materia di espulsione degli stranieri condannati a pene inferiori a due anni di detenzione. Ribadisce quindi la valutazione contraria della Lega Padana, che ha presentato una valida proposta di legge, imperniata sulla certezza della pena, la rieducazione dei detenuti e la riforma delle misure alternative alla detenzione in carcere. (Applausi dal Gruppo LP).

CALVI (DS-U). Nonostante la preferenza per un limitato provvedimento di indulto, non praticabile alla luce delle posizioni dei Gruppi parlamentari, si dichiara favorevole al disegno di legge, benché le differenze emerse nella discussione non lascino presagire un suo esito positivo. Il provvedimento, che tiene conto delle esigenze di sicurezza dei cittadini poste dai senatori della Lega, rappresenta l'unica risposta praticabile all'urgente problema del sovraffollamento delle carceri e delle condizioni dei detenuti (che solo il Ministro della giustizia non coglie nella sua drammaticità), inconciliabili rispetto al dettato dell'articolo 27 della Costituzione, su cui hanno invece richiamato l'attenzione con parole forti ed accorate il Presidente della Repubblica ed il Pontefice. Visto che in questi due anni di attività il Governo non ha saputo affrontare i problemi strutturali che effettivamente interessano i cittadini (appunto la situazione carceraria e i tempi eccessivamente lunghi dei processi penali), mentre si è dedicato con impegno al varo di provvedimenti ritagliati su alcune specifiche posizioni processuali, considerato che la riforma del processo penale nel senso di un diritto penale minimo e la complessiva rivisitazione del sistema di esecuzione della pena sono problematiche non risolvibili in tempi brevi, il disegno di legge in esame, che contiene norme di portata limitata e di temporanea applicazione, rappresenta l'unico strumento in grado di evitare l'esplosione della situazione carceraria. Ne auspica pertanto l'approvazione con le modifiche di cui il dibattito evidenzierà l'opportunità.

PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta. Dà quindi notizia della mozione, delle interpellanze e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza (v. Allegato B) e toglie la seduta.

La seduta termina alle ore 13,52.

 



RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente PERA

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,35).

Si dia lettura del processo verbale.

CALLEGARO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Congedi e missioni

PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Amato, Antonione, Baldini, Bettamio, Bobbio Norberto, Bosi, Cherchi, Cursi, Cutrufo, D'Alì, D'Ambrosio, De Corato, Degennaro, Delogu, Guzzanti, Izzo, Mantica, Marano, Pellicini, Saporito, Sestini, Siliquini, Vegas, Ventucci.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Crema, Rigoni, per attività dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; Del Pennino, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Iniziativa Centro Europea; Marini, per attività del Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato; Peterlini, per partecipare al Convegno sui fondi pensione europei; Baratella, Giaretta, Pedrizzi e Sodano Calogero, per un incontro con la delegazione spagnola del Gruppo di collaborazione tra il Senato italiano e quello spagnolo.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,41).

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, il primo punto all'ordine del giorno prevedeva la discussione del disegno di legge n. 2205. Poiché la Commissione non ha ancora concluso i propri lavori, rinvio l’esame del suddetto provvedimento ad altra seduta.

Discussione dei disegni di legge:

(1956) Disposizioni per il riordino e il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Muratori e Germanà; Perlini ed altri; Carli ed altri)

(237) LAURO. – Norme per le imbarcazioni d’epoca e di interesse storico e collezionistico

(536) PROVERA. – Norme in materia di nautica da diporto

(743) GRILLO. – Disposizioni per il riordino ed il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico

(979) CUTRUFO ed altri. – Provvedimenti di sostegno del settore della nautica da diporto e del turismo nautico

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione dei disegni di legge n. 1956, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Muratori e Germanà; Perlini ed altri; Carli ed altri, e nn. 237, 536, 743 e 979.

La relazione è stata già stampata e distribuita. Chiedo al relatore se intende integrarla.

GRILLO, relatore. Signor Presidente, intendo brevemente integrare la relazione scritta, su cui richiamo l’interesse dei colleghi, semplicemente per sottolineare l’importanza di questo disegno di legge di riordino del settore della nautica peraltro già approvato dalla Camera dei deputati con un vasto sostegno, nel senso che non vi sono stati voti di opposizione.

In questo breve intervento desidero sottolineare, integrando quanto già indicato nella relazione scritta, l’importanza che ormai ha raggiunto il settore della nautica in Italia, confermando i dati di una sorta di fotografia che mi pare estremamente significativa dell’interesse economico, sociale e occupazionale di un settore che da anni sta dando un contributo rilevante all’economia del Paese.

Parlando della nautica in Italia, occorre prendere atto che il nostro parco nautico è oggi formato da 840.000 unità, di cui: 69.505 imbarcazioni da diporto immatricolate regolarmente presso il Ministero dei trasporti; 330.000 natanti non immatricolati; 440.000 piccole derive, canoe, kayak e quant’altro.

I posti barca organizzati dal nostro Paese sono circa 116.873, di cui organizzati in marine 49.832, in porti o porti-canale circa 46.000, in spiagge attrezzate 2.222, in pontili e gavitelli circa 18.000.

In un Paese che dispone di 8.000 chilometri di costa, in un Paese in cui sono state organizzate e funzionano 16 riserve e aree protette, a me pare che questa sia la cornice di riferimento estremamente significativa.

Cosa è successo nel comparto nel 2001 (i dati del 2002 sono ancora in fase di registrazione)? Nel complesso, nel 2001 l'industria nautica ha registrato un'ulteriore crescita del 18,5 per cento, arrivando a dare un contributo al prodotto interno lordo nel nostro Paese di circa 1.770 milioni di euro. Il contributo all'export di questa produzione nel settore è stata del 29 per cento, raggiungendo così i 1.087 milioni di euro. I principali Paesi di destinazione delle esportazioni italiane sono per la massima parte i Paesi dell'Europa unita, per il 30 per cento i prodotti vanno in America, il 10 per cento a Paesi extra Unione Europea. L'occupazione diretta ed indotta che genera questo comparto somma circa 11.000 occupati nel settore diretto e 6.000 occupati nel settore indiretto.

A fronte di questa situazione, una situazione che in tutti questi anni ha visto un trend di crescita davvero soddisfacente, i dati del 2002 e le previsioni per gli anni futuri, purtroppo, non si registrano di identico segno, nel senso che l'aumentata concorrenza, l'aumentata competitività degli altri Paesi europei, ma anche e soprattutto degli Stati Uniti, desta qualche preoccupazione negli operatori del settore e in qualche modo alimenta il sospetto che, se non si interviene con una normativa organica, in grado di fornire delle certezze e di introdurre semplificazioni, e soprattutto di realizzare un assetto più funzionale dell'intero comparto, a livello anche amministrativo, tali preoccupazioni potrebbero materializzarsi e generare, nel futuro, anziché una crescita, un ristagno ed una preoccupata condizione di regresso.

Per questo motivo sollecito l'approvazione del provvedimento di legge in esame, che contiene una serie di modifiche, di riforme e di adeguamenti legislativi assolutamente necessari; con in più una delega, quella contenuta all'articolo 6, per l'emanazione da parte del Governo entro 12 mesi di un codice sulla nautica da diporto atto ad armonizzare le normative nazionali in materia di nautica con le prescrizioni e le direttive della Comunità Europea.

Cosa contiene questo provvedimento di legge, e perché ne auspichiamo l'approvazione nel testo licenziato dalla Commissione, peraltro con un vasto consenso? Il testo contiene molti elementi di novità, già presenti negli articoli 1 e 2, laddove si definiscono le caratteristiche dei cosiddetti natanti, arrivando a prevedere l'ampliamento della categoria fino a 10 metri di lunghezza dello scafo (finora questa misura è stata assolutamente più contenuta).

Sempre nei primi due articoli vengono dettate nuove norme in materia di numero massimo delle persone trasportabili e di titoli professionali per il comando di queste unità da diporto e del personale di bordo; vengono adeguate le sanzioni amministrative in caso di condotta dell'unità senza abilitazione; in armonia con le normative europee, vengono semplificate le procedure per l'installazione a bordo degli apparati ricetrasmittenti; viene poi consentita, con la norma approvata all'articolo 3, l'iscrizione nel Registro internazionale di cui alla legge n. 30 del 1998, delle navi da diporto adibite al noleggio, adeguando così il nostro naviglio agli elementi forniti dalla concorrenza, soprattutto degli inglesi, laddove finora ci si è dovuti in qualche modo riferire al Registro inglese proprio su questa problematica.

L’articolo 4 regolamenta invece la questione delle aree marine protette. L’articolo 7 definisce una normativa assolutamente innovativa per il settore della nautica con particolare riferimento alle imbarcazioni di natura storica, identificandole quali beni culturali, ai sensi del decreto legislativo n. 490 del 1999. Con l’articolo 8 si concentrano le competenze in materia di ordinanze di polizia marittima al capo del circondario marittimo.

Con gli articoli successivi si innova in altri settori sempre straordinariamente interessanti per quanto riguarda la nautica da diporto. C’è poi l’articolo 15 che, a parer mio, segna una novità frutto di impegno di molti mesi di lavoro; infatti, con questo articolo si procede alla definitiva abrogazione della tassa di stazionamento per tutte le unità da diporto. Voglio ricordare che questa tassa ha dato un gettito veramente irrisorio negli anni passati, che non superava mai i 17 miliardi di vecchie lire all’anno, a fronte di un costo per la gestione che era veramente rilevante.

Per questi motivi mi avvio alla conclusione di questa breve integrazione verbale chiedendo l’approvazione di questo testo che è atteso dalla categoria con grande interesse. Sono circa due anni che stiamo lavorando attorno alla definizione di questa normativa. Non posso non ringraziare e non rilevare il contributo dato dal Governo, in particolare dal vice ministro onorevole Tassone, in questi ultimi mesi nel corso dei quali abbiamo migliorato il testo originariamente varato per iniziativa legislativa di alcuni senatori e alcuni deputati (non li cito perché sono moltissimi).

Credo che il punto di sintesi, di mediazione che abbiamo raggiunto anche con i rappresentanti della minoranza possa rappresentare un elemento di grande soddisfazione. Anche per questo motivo, approssimandosi la stagione estiva, nella quale dobbiamo disporre di norme nuove per il turismo nautico nel nostro Paese, chiedo che venga al più presto approvato questo provvedimento. (Applausi del senatore Borea).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale che, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, avrà luogo nella giornata di martedì.

Rinvio pertanto il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Discussione del disegno di legge:

(1972) Modifiche agli articoli 83, 84 e 86 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di attribuzione di seggi nell’elezione della Camera dei deputati (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Sanza ed altri; Fontana; Fontana) (Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1972, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Sanza ed altri; Fontana; Fontana.

Il relatore, senatore Malan, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

MALAN, relatore. Signor Presidente, la legge elettorale vigente per la elezione della Camera dei deputati prevede che un quarto dei deputati sia eletto con il sistema proporzionale. La legge stessa prevede, peraltro, che i candidati al conseguimento dei suddetti seggi siano soltanto un terzo, circoscrizione per circoscrizione, dei seggi spettanti. Risulta perciò che, essendoci circa 175 deputati da eleggere con il sistema proporzionale, i candidati realmente scritti sulla scheda siano 55.

A questo si aggiunga che la legge consente a un candidato di essere tale in tre circoscrizioni. Pertanto, con una ventina di candidati è possibile coprire l’intera competenza delle liste in tutto il Paese.

È chiaro che è sufficiente una percentuale neanche particolarmente alta di voti per superare con il numero degli eletti il numero dei candidati. Ciò può accadere o perché una lista ottiene dei consensi che possono andare dal 20 al 30 al 35 per cento, ed in questo caso già supereremmo il numero dei candidati, oppure perché questi ultimi sono stati presentati in numerose circoscrizioni, e di conseguenza in questa circostanza sarebbe addirittura sufficiente una percentuale intorno al 7-8-9 per cento affinché una lista nel proporzionale ottenga un numero di seggi superiore a quello dei suoi candidati.

La legge prevede questo caso, ovvero quello in cui, ove in una determinata circoscrizione non siano più disponibili dei candidati da proclamare eletti, si possa ricorrere ai candidati nell’uninominale, collegati alla lista che nel proporzionale avesse superato per numero di eletti il numero di candidati.

Può accadere però che un tale collegamento o non vi sia o sia limitato ad un numero ristretto di candidati. Questo può essere il caso di una lista che si presenta solo nel proporzionale e non nell’uninominale, che è quanto ha fatto il partito di Rifondazione Comunista nelle ultime elezioni; oppure può accadere che il collegamento dal quale deriva lo scorporo non venga effettuato, come è stato fatto da una coalizione nel 1996 e da tutte e due le coalizioni nel 2001.

Può dunque accadere che si verifichi il fenomeno per cui una lista ha diritto ad un certo numero di deputati e i candidati siano esauriti, sia quelli del proporzionale sia quelli, più o meno numerosi, dell’uninominale collegati alla lista del proporzionale. È bene ricordare che ciò è avvenuto nelle elezioni del 2001 ove la lista di Forza Italia ha avuto un numero di eletti superiore di 12 unità al numero dei candidati eleggibili.

La presente proposta di legge tende a rimediare a questa discrepanza che ha dei riflessi indubbiamente assai problematici, che possiamo riassumere in due casi: nel primo, viene a cessare, come avviene attualmente, il plenum della Camera previsto dalla Costituzione nel numero di 630 deputati; nel secondo caso, altrettanto rilevante, può accadere che una parte degli elettori che hanno espresso validamente il proprio voto si trovi senza rappresentanti corrispondenti al peso di tale voto.

Nel disegno di legge si rimedia a tali situazioni aggiungendo, al termine del comma 1 dell’articolo 84 del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei deputati, cioè il decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957, alcuni periodi in cui è stabilito che qualora, al termine delle proclamazioni effettuate ai sensi dei meccanismi già oggi previsti, rimangano ancora da attribuire dei seggi ad una lista, l’Ufficio centrale nazionale assegna tali seggi alle circoscrizioni alle quali erano stati inizialmente assegnati e nelle quali non è stato possibile procedere alle proclamazioni ai sensi del primo, secondo, terzo e quarto periodo di tale comma per insufficienza di candidature.

Si stabilisce poi che l’Ufficio centrale nazionale procede all’assegnazione ponendo tali circoscrizioni secondo l’ordine decrescente dei resti ed assegna un seggio in successione a ciascuna di esse, procedendo secondo l’ordine della graduatoria, sino a concorrenza dei seggi inizialmente non assegnati in ciascuna di esse e ad esaurimento dei seggi che spettano alla lista.

A questo punto subentra una nuova figura non prevista dall’attuale legge elettorale ma che è di fatto vigente fin dal 1994, cioè la figura del gruppo politico organizzato.

Attualmente abbiamo, da una parte, le liste che presentano i candidati nel proporzionale e, dall’altra, le coalizioni che presentano dei candidati nell’uninominale. Di fatto, dal punto di vista strettamente formale, i partiti appartenenti alla stessa coalizione si trovano del tutto separati nel proporzionale.

Questa proposta di legge riconosce un dato di fatto, e cioè che gli appartenenti ad una medesima coalizione che presentano candidati comuni nell’uninominale hanno di fatto un legame che questo provvedimento riproietta anche sul proporzionale istituendo, come ho detto, la figura del gruppo politico organizzato, cioè il gruppo costituito da quelle liste che presentano anche solo un candidato, sia con il simbolo di una delle liste del proporzionale, sia con un certo simbolo nell’uninominale.

Pertanto, il gruppo politico organizzato, in pratica, viene a corrispondere alle attuali coalizioni, poiché i vari partiti di una coalizione presentano alcuni candidati sia come candidati propri del partito nel proporzionale, sia come candidati nell’uninominale, con un simbolo comune che generalmente è lo stesso in tutta Italia. Questi partiti vengono a formare così il gruppo politico organizzato.

Su questa base, quindi, nelle circoscrizioni ove rimangono da assegnare dei seggi si viene ad individuare il candidato nell’uninominale che non sia stato eletto in quanto non è stato il più votato e si individuano, tra questi candidati non eletti, appartenenti a quel gruppo politico organizzato, coloro che hanno ottenuto la cifra elettorale, cioè la percentuale maggiore circoscrizione per circoscrizione.

In questo modo si ottengono i seguenti risultati: in primo luogo, viene ripristinato il plenum della Camera; in secondo luogo, si rispetta e si concretizza la volontà dell’elettore nel modo il più vicino possibile all’espressione formale del voto espresso sulla scheda del proporzionale.

È importante ricordare che il quarto comma dell’articolo unico di questo disegno di legge prevede che: "Nella XIV legislatura le disposizioni recate dalla presente legge si applicano esclusivamente ai fini dell’attribuzione dei seggi che si siano resi vacanti a seguito di dimissioni, di morte o di decadenza per cause di ineleggibilità o di incompatibilità". Pertanto, si verrebbe a rimediare in parte, fin da questa legislatura, al problema della mancanza del plenum e a quello della mancata rappresentazione alla Camera dei deputati di voti validamente espressi dagli elettori.

MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, intendo illustrare la questione pregiudiziale di costituzionalità QP1 che il Gruppo di Rifondazione Comunista ha avanzato, così come altri colleghi del centro-sinistra.

Come si sa, noi abbiamo opinioni diverse dai colleghi dell’Ulivo sul concetto di rappresentanza e sulla sua traduzione in legge elettorale. Tuttavia, su questa specifica questione, ci troviamo uniti su concetti fondamentali che sono basilari in una democrazia rappresentativa.

Il provvedimento che ci viene sottoposto oggi, a nostro avviso, viola palesemente almeno tre articoli della Costituzione: l’articolo 1, l’articolo 3 e l’articolo 48, laddove si stabilisce l’uguaglianza dei cittadini e la loro possibilità di esprimere un voto che abbia lo stesso peso.

Secondo noi, questi princìpi vengono evidentemente violati nella proposta che ci viene presentata dalla maggioranza. Infatti, si verrebbe a creare una situazione nella quale i candidati sarebbero eletti con modalità diverse e con un peso diverso: alcuni eletti nel proporzionale con scorporo, altri eletti nel proporzionale senza scorporo. Quindi, sicuramente verrebbe meno la condizione di uguaglianza e di parità di condizioni di partenza.

Inoltre, è a nostro avviso inaccettabile che si vogliano cambiare le regole in corso d’opera, anche se il problema effettivamente si è posto in questa fase. La materia, tuttavia, è troppo delicata per poter essere affrontata in tale modo.

C’è poi un aspetto che riguarda il merito, e il merito naturalmente ci sta molto a cuore, perché il Gruppo di Rifondazione Comunista è vittima di questo aggiramento delle regole elettorali. Si può anche criticare la legge elettorale, si può dire che è fatta male, che ha aperto varchi tali da consentire violazioni ed aggiramenti, ma certamente non si può risolvere il problema in modo sbagliato.

Si tratta di una legge chiara nei suoi intendimenti. Essa aveva il senso di riequilibrare un sistema misto (maggioritario con correzione proporzionale) e il fine dello scorporo era proprio quello di correggere il sistema in senso proporzionale per garantire un minimo adeguato di rappresentanza nelle nostre istituzioni e nelle Aule parlamentari.

Vogliamo ribadire che, se dovesse essere affrontata una correzione della legge elettorale, ciò meriterebbe tutta l’autorevolezza e i tempi necessari allo svolgimento di una discussione approfondita che consenta di capire quali sono i veri limiti della rappresentanza. Voglio fare semplicemente un esempio che possa essere compreso anche al di fuori di quest’Aula. Per eleggere un senatore di Rifondazione Comunista occorrono mediamente 600.000 voti delle cittadine e dei cittadini italiani; per eleggere un rappresentante del partito di Forza Italia ne bastano mediamente 80.000. Questo è l’indice di un qualcosa di distorto rispetto all’effettiva rappresentanza democratica.

Con un’apparente piccola modifica come quella che ci viene presentata sotto forma di aggiunta, in realtà, si istituzionalizza di fatto una vera e propria violazione della legge, che già noi riteniamo inadeguata rispetto alla rappresentanza. Ci auguriamo vivamente che le pregiudiziali avanzate dalle opposizioni vengano accolte dall’Aula e soprattutto che si apra una riflessione seria sulla rappresentanza politica e sulla stessa agibilità democratica delle nostre istituzioni.

A tale proposito, vorrei anticipare che come Gruppo di Rifondazione Comunista intendiamo porre il problema degli spazi e dell’agibilità democratica all’interno di quest’Aula sia alle forze dell’opposizione sia di maggioranza. In molte occasioni ci siamo trovati a dover chiedere una devolution di tempi alle forze della stessa maggioranza per poter avere almeno il diritto di tribuna. Siamo una forza politica che esprime una vastità di orientamenti e rappresenta istanze sociali reali del nostro Paese. Spesso, abbiamo solo una manciata di secondi per poter esporre le nostre posizioni, in modo francamente troppo inadeguato.

Credo che qualcosa sul piano del riequilibrio possa essere fatto anche applicando il Regolamento con la dovuta elasticità. Sul punto, ripeto, ritorneremo come forza politica dell’opposizione, ma vogliamo porre il tema tranquillamente ai colleghi del centro-sinistra come ai colleghi della maggioranza.

La pregiudiziale QP1 da noi avanzata è di ordine costituzionale per le disparità di trattamento che vengono introdotte con questa apparente piccola modifica, che sicuramente rappresenta una violazione della legge: una legge che non ci piace, ma che è tuttora in vigore.

Per tali motivi, invitiamo i senatori ad accogliere la pregiudiziale che abbiamo avanzato, che va nella stessa direzione di quelle presentate da altri colleghi del centro-sinistra. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Mar-DL-U e DS-U).

PETRINI (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PETRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente, illustrerò le questioni pregiudiziali QP2 e QP3, di cui sono primi firmatari, rispettivamente, i senatori Mancino e Battisti.

La questione che ci viene sottoposta con una relazione molto tecnica è in realtà di notevole gravità, con rilevanti effetti sulla democrazia del nostro Paese e sul modo in cui la intendiamo.

Il senatore Malan ci ha infatti illustrato come la legge elettorale vigente possa essere in alcune situazioni insufficiente a definire i 630 eletti alla Camera dei deputati. Ebbene, senatore Malan, è evidente però che qualunque legge elettorale risulterebbe insufficiente all’uopo se i partiti che hanno l’incarico di formare le liste non ne rispettano le disposizioni e le prescrizioni.

Il difetto che lei ha rilevato alla legge elettorale è in realtà un difetto nel comportamento dei partiti che hanno evitato quei collegamenti che dovevano essere fatti, secondo la legge elettorale stessa, al fine di trarne un vantaggio nella ripartizione dei seggi.

È poi risultato che tale vantaggio acquisito ha avuto come controparte lo svantaggio di non poter compiere la definizione dei 630 eletti. Questo dipende esclusivamente da un comportamento illegittimo perché non conforme ai dettati della legge elettorale la quale, nel definire la necessità di un collegamento, definisce la necessità di uno scorporo e intende in questo modo mitigare l’effetto maggioritario a vantaggio di una più elevata ripartizione proporzionale dei seggi.

È questo un principio rilevante nella composizione di un Parlamento e, quindi, nella definizione di quella che noi intendiamo essere la rappresentatività democratica di un’Assemblea. È un principio rilevante che non può essere aggirato con una legge come questa che io non esito a definire truffaldina perché è soltanto il meccanismo attraverso il quale si aggira lo scorporo.

Allora sarebbe stato molto più onesto dire che siamo contrari allo scorporo e correggere la legge elettorale in un senso più spiccatamente maggioritario e minormente proporzionale che non ricorrere a questi marchingegni del tutto truffaldini.

Ma questo è il merito del problema che, peraltro, devo in qualche modo anticipare perché la questione pregiudiziale di costituzionalità si richiama soprattutto all’articolo 48 della Costituzione laddove si stabilisce che "Il voto è personale ed eguale, libero e segreto" e che "Il suo esercizio è dovere civico". Questo significa che il cittadino ha il diritto di sapere che cosa andrà a definire il proprio voto e noi non possiamo in alcun modo, con una lettura a posteriori, dare significati a quel voto che siano diversi da quelli che originariamente aveva.

Ciò è assolutamente incostituzionale ed è quanto noi stiamo facendo con il disegno di legge in esame perché abbiamo stabilito che queste modalità che ho definito truffaldine varranno anche nella presente legislatura, allorché si renderanno vacanti dei seggi e varranno queste disposizioni ai fini dell’attribuzione di tali seggi resisi vacanti.

Ebbene, ciò si traduce nel fatto che noi attribuiamo al voto un significato che non aveva nel momento in cui è stato espresso: questo è assolutamente inaccettabile, ancor più inaccettabile se al dispositivo di legge in esame aggiungiamo anche il tentativo di emendazione che è stato avanzato a firma del Capogruppo di Alleanza Nazionale, senatore Nania, e del vice presidente della Commissione affari costituzionali, senatore Magnalbò, con il quale si stabilisce che tale legge varrà anche al fine del ripristino del quorum dei componenti della Camera dei deputati, così come fissato dall’articolo 56 della Costituzione.

Quindi c'è anche il tentativo in sede emendativa di estendere gli effetti di questa legge non soltanto ai seggi che si renderanno vacanti, ma addirittura ai seggi già oggi vacanti per gli effetti perversi che ha illustrato il senatore Malan.

Non possiamo quindi, in alcun modo intervenire in corso di legislatura con una legge elettorale che attribuisce significati diversi al voto già espresso, che al momento della sua espressione aveva diverso significato. Questo è assolutamente inaccettabile. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Misto-RC e Misto-Com).

PRESIDENTE. Poiché non vi sono altri colleghi che intendono avanzare questioni pregiudiziali, ricordo che, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, sulle questioni pregiudiziali può prendere la parola un rappresentante per ogni Gruppo parlamentare per non più di dieci minuti.

VILLONE (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VILLONE (DS-U). Signor Presidente, intervengo per dichiarare il voto favorevole del mio Gruppo sulle pregiudiziali ora illustrate, perché troviamo convincenti gli argomenti esposti dai colleghi a sostegno delle medesime contro la prosecuzione della discussione su questo tema.

Siamo di fronte ad una palese forzatura. In campagna elettorale, per scelte tecnicamente incaute, malaccorte, di alcune forze politiche (perché i sistemi elettorali si devono anche saper leggere ed interpretare) ci si è trovati, per taluni soggetti politici, in carenza di candidati: non ve ne erano infatti a sufficienza per coprire i posti.

La domanda fondamentale che ci veniva e ci viene posta è se a questa situazione vi era o meno una soluzione. Io ritengo che la soluzione vi fosse, perché si poteva applicare il principio, proprio di tutti i sistemi proporzionali, che quando si esauriscono i candidati di una lista si passa a quelli di un'altra lista. Questo è il punto, perché ci si riferisce ad un modello proporzionale; pertanto, non si trattava e non si tratta di togliere la vittoria a chi l'ha conseguita nel collegio: questo è il grande imbroglio concettuale sotteso a tale questione.

Non possiamo dire, pertanto, che in questo modo si altera il risultato elettorale; ci troviamo nell'ambito di un modello proporzionale entro il quale, in base alla nostra stessa esperienza costituzionale, è principio da lungo tempo acquisito che la carenza dei candidati fa slittare su altre liste l'acquisizione della rappresentanza. Per decenni il nostro sistema ha funzionato così.

In realtà, c'erano gli appigli e gli agganci tecnici argomentativi per fare la stessa cosa anche in questa ipotesi, ripeto, trattandosi di un ragionamento da svolgersi nell'ambito di un modello proporzionale, qual è la quota, e non nell'ambito di un confronto maggioritario di collegio. Qui si innesta invece la forzatura che è stata fatta alla Camera e, quindi, viene giustamente eccepito dai colleghi che si modificano le regole in corso d'opera.

È chiaro che a quel voto bisognava applicare le regole al momento stabilite. Non possiamo adesso, a cose fatte, decidere che il risultato si orienta in un senso o nell’altro; allo stesso modo avremmo potuto decidere per legge che il risultato dell’elezione non era quello ma un altro: sarebbe esattamente lo stesso principio.

Quando si è svolta un’elezione, ogni questione giuridica va risolta sulla base della mera interpretazione delle norme esistenti. Questo è un principio che nessun Parlamento dovrebbe mai dismettere; si va in giudizio, di fronte al giudice o alla Corte costituzionale, ma non si torna in Parlamento per decidere qual è il risultato elettorale. È chiaro infatti che ciò pone in dubbio la solidità dell’impianto democratico del sistema, non potendosi escludere che il Parlamento decida che il risultato è un altro per cui, ad esempio, metà dell’opposizione va a casa e si sostituiscono gli eletti con altri. Chi lo impedirebbe?

Penso che questa iniziativa legislativa sia del tutto improvvida e fortemente lesiva dei princìpi basilari che sorreggono il nostro sistema. Ogni sistema elettorale - lo dicono i manuali - è un meccanismo per tradurre i voti in seggi: è questa la classica definizione del sistema elettorale. Una volta celebrata l’elezione, si devono soltanto fare i conti; possono essere conti controversi, si può non essere d’accordo, si può litigare, ma non si può cambiare a metà strada.

È questa una grave violazione di princìpi, resa ancora più grave, come ha ricordato il collega Petrini, dal fatto che per via di un piccolo emendamento, che inserisce poche parole nella parte conclusiva, si amplia in maniera sostanziale la portata del testo, forse perfino stravolgendone il senso.

Per queste argomentazioni riteniamo assolutamente fondate le considerazioni svolte dai colleghi e sosterremo in sede di votazione le pregiudiziali da loro avanzate. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC).

*MANCINO (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MANCINO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sarei aspettato dall’altro ramo del Parlamento una proposta organica, funzionale alla rimozione di una palese contraddizione presente nel sistema per la elezione della Camera dei deputati; mi sarei, cioè, aspettato una diversa valutazione perché alla Camera si verificano anomalie che non sono presenti invece nel sistema elettorale del Senato.

Ogni sistema elettorale si presta a valutazioni favorevoli o contrarie; non sto discutendo del sistema elettorale complessivo, ma questa anomalia cui ho fatto cenno, consistente nello spezzettare un sistema elettorale tendenzialmente maggioritario con un correttivo proporzionale non orienta il corpo elettorale nel senso della omogeneità dei risultati.

Non ho difficoltà, anche in un’Aula parlamentare oltre che fuori, a definire partitocratica la lista proporzionale, perché con il sistema delle liste bloccate, anche nell’indicazione dei candidati, dalle elezioni si passa alle nomine. Alla Camera, mentre per il 75 per cento abbiamo l’elezione dei deputati, attraverso collegi uninominali di coalizione, per il 25 per cento abbiamo una vera e propria nomina dei deputati, che rappresenta una forte anomalia all’interno di un sistema uninominale. Mentre al Senato il 25 per cento viene recuperato dai migliori piazzamenti dei candidati nell’uninominale - c’è una scelta anche personale operata dagli elettori - alla Camera la scelta nel proporzionale è limitata alle sole liste dei partiti.

Affido, onorevole Presidente, alla sua valutazione l’emendamento surrettizio, comunque distorsivo, presentato dal senatore Magnalbò. Perché, delle due l’una: o intendiamo retrodatare gli effetti della correzione al sistema elettorale e violiamo il principio della irretroattività delle norme elettorali, come giustamente hanno rilevato il senatore Petrini e poc’anzi il senatore Villone; oppure discipliniamo e correggiamo la legge elettorale per la prossima legislatura. Nell’uno e nell’altro caso rendiamo un cattivo servizio a un sistema elettorale che meriterebbe ben altra correzione.

Mi rendo conto che il testo della Camera apporta modifiche a futura memoria, cioè oltre la XIV legislatura, ma con il comma finale andiamo ad incidere anche rispetto alla presente legislatura, perché riguarda il caso di dimissioni, di morte o di decadenza per cause di ineleggibilità o di incompatibilità. O applichiamo la legge vigente nel momento in cui il corpo elettorale è chiamato al rinnovo della Camera dei deputati oppure una correzione nel corso della legislatura ha un effetto retroattivo, e questo è impossibile.

Concludo dicendo che esistono ben altri correttivi. Se le forze politiche, utilizzando furbizia e tecnica elettorale, producono effetti distorsivi sia in termini di scorporo sia in termini di liste "civetta" ne paghino anche le conseguenze. La legge vigente non crea vuoti, per ragioni di opportunità permane il vuoto alla Camera, ma dal punto di vista del sistema sarebbe stato sufficiente applicare un principio generale secondo cui quando ad una lista mancano i candidati ci si rivolge alle liste immediatamente successive.

Questo non sarebbe coerente con un sistema maggioritario? Ma chi dice che il candidato della lista proporzionale condivida la strategia dei collegi uninominali, cioè delle coalizioni? Come facciamo a rendere compatibile un sistema elettorale proporzionale, anche se ridotto, rispetto ad un sistema elettorale uninominale per il 75 per cento?

Alla Camera non si è voluto comprendere tutto questo. Se esiste un vuoto è colpa anzitutto di come sono state composte le liste, ma esso può essere colmato attraverso il ricorso alle altre liste, completando quindi il plenum, che è un requisito posto dalla Carta costituzionale.

Di fronte a queste valutazioni di opportunità interviene il disegno di legge a prima firma del deputato Sanza che, intanto, già apre un problema sia pure minore della retroattività nel corso di questa legislatura; se però dovesse essere ammesso per una logica meramente numerica l’emendamento Magnalbò, avremmo sancito la retroattività della disciplina elettorale nel corso di una legislatura.

Siamo tutti eletti in forza della stessa legge, dobbiamo rispettarla almeno in questa legislatura.

Queste sono le ragioni per le quali opportunamente il senatore Petrini ha illustrato una pregiudiziale motivata anche con dovizia di argomentazioni. Voteremo a favore di questa pregiudiziale. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-RC e Misto-Com).

MALAN, relatore. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALAN, relatore. Signor Presidente, colleghi, intervengo per puntualizzare molto schematicamente tre circostanze.

La prima è che il disegno di legge non è retroattivo, bensì supplisce ad una carenza della legge in vigore, che non prevedeva il caso che si è poi verificato. Si è verificato sulla base di certi meccanismi ma, come ho illustrato brevemente nella relazione, avrebbe potuto nel passato e potrebbe in futuro verificarsi sulla base di altre circostanze, cioè, ad esempio, di un partito che non si presenta affatto nell'uninominale, o che per altre ragioni non subisca scorpori, e che pur prendendo una percentuale di voti neppure plebiscitaria, come ho detto, anche inferiore al 10 per cento, potrebbe comunque esaurire i candidati presentati. Pertanto, si supplisce a una mancata previsione della legge, che ha determinato, e potrebbe determinare in futuro, una mancanza nel quorum.

Di conseguenza, voglio anche precisare che non si tratta tanto di dire che i partiti che hanno fatto certe scelte tecniche devono subire le conseguenze di questa stessa scelta, poiché il punto centrale in un'elezione non sono i partiti e le scelte dei meccanismi elettorali, ma gli elettori, il cui voto deve, proprio ai sensi dell'articolo 48, trovare la sua espressione nei parlamentari che vengono eletti.

Da ultimo, poiché è stato definito illegittimo il comportamento che in questo caso ha determinato una mancata rappresentazione del voto, voglio solo sottolineare che, se tale comportamento fosse stato illegittimo, i numerosi organi preposti all'accettazione delle candidature e alla proclamazione dei risultati sarebbero intervenuti di conseguenza.

Tengo a sottolineare che non sono organi politici, ma extrapolitici; sono organi giudiziari che si sono espressi in modo diverso, ritenendo legittime le candidature e procedendo, per quanto possibile, alla proclamazione degli eletti. Pertanto, non c'è stato comportamento illegittimo, per certificazione degli organi che stabiliscono, in questo e in altri casi, la legittimità o meno dei comportamenti.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione.

 

Verifica del numero legale

PETRINI (Mar-DL-U). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 1972

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione pregiudiziale, presentata, con diverse motivazioni, dai senatori Malabarba e Sodano Tommaso (QP1), dal senatore Mancino e da altri senatori (QP2), e dai senatori Battisti e Petrini (QP3).

Non è approvata.

Dichiaro aperta la discussione generale.

Onorevoli colleghi, come stabilito dalla Conferenza dei Capigruppo, rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Seguito della discussione dei disegni di legge:

(1986) Sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni (Approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Pisapia ed altri; Fanfani ed altri)

(1835) CREMA. – Sospensione dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni per condanne relative a reati commessi prima del 31 dicembre 2000

(1845) CAVALLARO ed altri. – Sospensione dell’esecuzione della pena detentiva residua fino ad un massimo di tre anni per reati commessi fino a tutto il 31 dicembre 2001

(Relazione orale)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge n. 1986, già approvato dalla Camera dei deputati in un testo risultante dall'unificazione dei disegni di legge d'iniziativa dei deputati Pisapia ed altri; Fanfani ed altri, e nn. 1835 e 1845.

Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri il relatore ha svolto la relazione orale e sono state presentate numerose questioni pregiudiziali, sulle quali si è aperta una discussione.

Riprendiamo la discussione delle questioni pregiudiziali proposte.

TIRELLI (LP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TIRELLI (LP). Signor Presidente, parlo a favore dell’insieme delle questioni pregiudiziali sottoposte all’attenzione dell’Aula dai miei colleghi.

Noi siamo convinti, come si evince da quanto sostenuto nelle pregiudiziali, della non costituzionalità di questo disegno di legge. Comunque, sottoponiamo la questione all’Aula, non pensiamo di avere la verità in tasca. (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente).

PRESIDENTE. Per favore, colleghi, non si sente la voce del senatore Tirelli!

TIRELLI (LP). Io ho sentito il collega Cavallaro che ci ha in qualche modo accusati di scarsa correttezza procedurale o abuso della suggestione mediatica: lascio ai colleghi stabilire chi utilizza di più la suggestione mediatica o l’attività di ostruzione a livello parlamentare, come si è visto nell’esame di parecchi disegni di legge in questo periodo.

Comunque, noi pensiamo che come minimo questo provvedimento abbia una natura ibrida. Questo convincimento lo ricaviamo da quanto successo nell’iter dello studio e della discussione di questo disegno di legge, laddove qualcuno ha parlato di inutile duplicazione di istituti già vigenti, quali le misure alternative dell’affidamento in prova ai servizi sociali, mentre qualcun altro, con cui noi siamo molto più d’accordo, ha detto chiaramente che si tratta sostanzialmente di un indulto, con il quale comunque permangono numerose analogie nonostante le modifiche che poi sono state apportate.

Secondo noi, questo istituto non costituisce un’ipotesi di misura alternativa. Ricaviamo questa conclusione da alcune considerazioni. Si è detto che le esclusioni trasformano questo provvedimento in un’azione che non ha niente a che fare con il beneficio clemenziale, però noi ricordiamo che i precedenti provvedimenti di clemenza hanno quasi sempre tipizzato comunque le esclusioni oggettive e soggettive (anche se non figurava fra queste la recidiva, che invece in questo disegno di legge viene considerata).

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

(Segue TIRELLI). Ci sono altri aspetti che ci inducono a considerare un provvedimento di clemenza quanto contenuto in questo disegno di legge. Sono elementi che ricaviamo proprio dalle considerazioni fatte da alcuni favorevoli a questo disegno di legge e che tendevano appunto a dimostrare che non si tratta di un istituto di natura clemenziale.

La stessa sospensione della pena pone questo disegno di legge in analogia con l’indulto, in quanto l’estinzione della pena non avviene in seguito alla espiazione ma per semplice estinzione dopo un periodo di cinque anni.

Così come la revoca della sospensione dimostra chiaramente che il detenuto durante il periodo di sospensione non è più considerato tale, in quanto la violazione delle prescrizioni o la commissione di reati comportano la revoca della sola sospensione, ma non viene considerato nessun altro tipo di reato, quale l’evasione o altri reati specifici legati a questa situazione.

Anche le prescrizioni che vengono utilizzate per differenziare questo provvedimento dall’indulto rappresentano soltanto condizioni cui bisogna soggiacere per ottenere l’estinzione della pena, già prevista al comma 3 dell’articolo 5. È un fatto questo che si verifica anche nell’indulto condizionato, come indicato dall’articolo 151, comma 4, del codice penale.

Siamo convinti che queste considerazioni ed anche altre che esporremo nella fase successiva della discussione del provvedimento allineino in qualche modo il presente disegno di legge con provvedimenti di natura esclusivamente clemenziale. Per questo abbiamo avanzato le pregiudiziali di costituzionalità ma, come in altre occasioni, sarà l’Aula a decidere in quale considerazione tenere tali istanze.

Sentite anche le argomentazioni dei colleghi contrarie alle nostre iniziative, pure espresse in forma assai articolata, riteniamo, come ho già detto, che le numerose analogie con l’indulto portino a pensare ad un provvedimento di natura esclusivamente clemenziale.

Tali analogie sono le seguenti: la generale applicabilità ai soggetti condannati che abbiano scontato una parte della pena; la possibilità per il condannato di rinunziare al beneficio; la concessione automatica, indipendentemente dalla richiesta del condannato; la previsione di determinate esclusioni oggettive e soggettive dal beneficio; la previsione di prescrizioni cui il beneficiario deve attenersi per non incorrere nella revoca del beneficio, in analogia con quanto già indicato dall’articolo 151, comma 4, del codice penale in materia di indulto condizionato; la mancata previsione della punibilità, ad esempio con la previsione di un reato di evasione, nel caso il soggetto non ottemperi alle suddette prescrizioni, contraddicendo così la supposta natura di misura alternativa alla detenzione, come da molti affermato; infine, l’estinzione della pena a seguito del decorso del termine di sospensione della stessa anziché per espiazione.

Tali considerazioni, signor Presidente, colleghi, ci portano a definire questo provvedimento come un atto di natura meramente clemenziale, quindi soggetto alle norme fissate dalla Costituzione. (Applausi dal Gruppo LP).

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, il nostro Gruppo è contrario alle pregiudiziali di costituzionalità illustrate in quest’Aula per una ragione molto semplice. Sappiamo da mesi che sul tema del cosiddetto indultino vi è un’opinione diversa tra i Gruppi parlamentari. Avevamo preso l’impegno di portare in Aula tale questione il primo giorno possibile dopo i due mesi assegnati alla Commissione giustizia. Tale giorno cadeva appunto ieri.

Riteniamo che si possa finalmente varare qui al Senato questo provvedimento con le modifiche ritenute opportune dai colleghi della Commissione giustizia. Le questioni di costituzionalità svolte riguardano sostanzialmente l’ipotesi che si tratti di un provvedimento di indulto camuffato, mentre come hanno ieri assai bene illustrato i colleghi Zancan e Calvi, non si tratta di ciò, bensì di una sospensione condizionale dell’espiazione della pena, quindi di un istituto processualmente diverso.

Per queste ragioni ritengo che i senatori dell’UDC respingeranno la pregiudiziale posta dai colleghi della Lega e sostenuta anche dal collega Consolo. Noi siamo favorevoli a proseguire nella discussione e nelle votazioni sul provvedimento. (Applausi dal Gruppo UDC e dei senatori Salzano e Monticone).

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione.

 

Verifica del numero legale

PERUZZOTTI (LP). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione dei disegni di legge
nn. 1986, 1835 e 1845

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione pregiudiziale, avanzata, con diverse motivazioni, dai senatori Peruzzotti, Corrado, Brignone, Moro, Provera, Vanzo, Franco Paolo, Chincarini, Boldi, Pedrazzini, Stiffoni e Agoni.

Non è approvata.

PERUZZOTTI (LP). Chiediamo la controprova.

PRESIDENTE. Non è necessaria, il risultato è chiarissimo.

TIRELLI (LP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TIRELLI (LP). Essendo state respinte le pregiudiziali di costituzionalità, vorrei avanzare una questione sospensiva, ai sensi dell’articolo 93 del Regolamento.

Signor Presidente, l’Assemblea ha espresso la sua valutazione sulle pregiudiziali che abbiamo presentato. Noi però riteniamo che ci sia anche la necessità di discutere in un secondo tempo, non ora, questo provvedimento e ne spieghiamo le motivazioni.

Fra l’altro, nell’intervento precedente ho dimenticato di fare accenno a quanto detto ieri dal senatore Calvi, che merita la nostra considerazione e che ci vede molto sensibili per quanto riguarda la costituzionalità delle attuali condizioni di detenzione in carcere.

Nel corso della discussione su questo disegno di legge proporremo anche qualche misura, perché siamo convinti che le attuali condizioni di permanenza nelle carceri dello Stato non attuino completamente il dettato costituzionale. Questo è un inciso che ritenevo di dover fare.

Comunque, siamo convinti che il provvedimento in esame non costituisce, come detto dal senatore D’Onofrio, una misura alternativa alla detenzione o una sospensione condizionale della pena, ma un vero atto di clemenza, al pari dell’indulto, per una serie di motivi che abbiamo esposto prima, tra cui la sua generale applicabilità ai soggetti condannati che abbiano scontato una parte della pena, la concessione automatica indipendentemente dalla richiesta, la previsione di determinate esclusioni oggettive e soggettive e, infine, l’estinzione della pena seguita dal decorso del termine di sospensione della stessa.

Dunque, questo provvedimento come è impostato? Secondo l’intento dei suoi presentatori, esso dovrebbe introdurre un meccanismo atto a risolvere, solo in modo contingente, il problema del sovraffollamento delle carceri.

I dati trasmessi dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria evidenziano che la situazione potrebbe essere comunque agevolmente risolta (e ciò anche dal nostro punto di vista) con il ricorso ad un altro tipo di interventi, quali un piano di edilizia carceraria, che il Governo ha già messo in atto (ed è uno dei motivi per i quali chiediamo la sospensione dell’esame di questo provvedimento, in modo da verificare se ci sia veramente tale emergenza), la stipulazione di accordi bilaterali con i Paesi di origine dei reclusi, oppure il potenziamento di istituti alternativi alla detenzione che non incidono sulla libertà e sulla sicurezza dei cittadini, come invece, a nostro avviso, fa questo provvedimento.

Secondo noi, non esistono recenti riforme di carattere sostanziale o processuale tali da giustificare un simile intervento, dato che anche in passato l’adozione di vari provvedimenti di clemenza è sempre stata ancorata ad importanti riforme, che per essere attuate in modo efficace necessitavano dei suddetti provvedimenti. Ciò è avvenuto con l’ultimo provvedimento del 1990, resosi necessario per garantire la piena entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale.

Questo disegno di legge è stato esaminato in tempi molto ristretti, senza che siano state adeguatamente approfondite alcune importanti questioni (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente), probabilmente non importanti per l’Aula, ma sicuramente per noi. Ad esempio, non è stata verificata la percentuale esatta dei soggetti beneficiari che potrebbero uscire dagli istituti di pena, generando (dal nostro punto di vista, ma non solo dal nostro) fenomeni di allarme sociale e mettendo a repentaglio la libertà e la sicurezza dei cittadini, la cui tutela - voglio sottolinearlo - era un pilastro del programma elettorale della Casa delle Libertà (forse qui ce ne stiamo dimenticando). Del resto, tali misure non sono accompagnate (almeno non ci risulta) da proposte per garantire il reinserimento sociale dei detenuti; ecco il richiamo al dettato costituzionale di cui parlavo prima.

C’è poi un ulteriore fatto: si è creata una grande attesa all’interno delle carceri, a proposito o a sproposito, e ciò condiziona l’attività del Parlamento, che si sente in qualche modo costretto a rispondere a questo tipo di istanze. Noi crediamo che chi è al Governo, e soprattutto chi ha funzioni di tipo legislativo, come noi, debba decidere al di fuori dell’emozionalità del momento o della pressione che viene esercitata dall’opinione pubblica o per qualche iniziativa che parte, come sappiamo, all’interno delle carceri, e non sempre in modo spontaneo.

Mi avvio a concludere, signor Presidente. A nostro avviso, questo provvedimento evidenzia in modo preoccupante il venir meno della certezza della pena, in un Paese dove un’altissima percentuale di delitti non viene neppure denunciata (e tanto meno punita) e dove le nostre forze dell’ordine arrestano persone che hanno commesso delitti vedendole liberate, se non il giorno dopo, dopo pochi giorni a seguito dell’attività della magistratura (non do giudizi, ma il risultato è che dopo alcuni giorni queste persone circolano di nuovo liberamente per le strade).

Questo provvedimento, a nostro giudizio, attenua ulteriormente il valore del dettato legislativo, senza dare alcun contributo allo sviluppo di un’efficace ed equilibrata azione del Parlamento che sia contemporaneamente contro i delitti e a favore della rieducazione.

Secondo noi, questo non è il modo di agire; ci sono modi diversi sia per lottare contro i delitti, sia soprattutto per favorire il reinserimento sociale e la rieducazione del condannato. Ci sono tante attività da mettere in atto all’interno e al di fuori delle carceri: al loro interno, attraverso effettivi progetti di formazione, utilizzando le attuali tecnologie, il volontariato e tutti i mezzi possibili per preparare il condannato al momento in cui uscirà dal carcere; all’esterno, attraverso provvedimenti alternativi alla detenzione, con l’inserimento sociale e la formazione lavorativa, ma anche culturale, del condannato.

Questi, a nostro avviso, sono i mezzi per ottenere il risultato; alcuni sono in fase di sperimentazione, altri in fase di attuazione, ma non ne conosciamo gli effetti.

Per questo motivo chiediamo che la discussione del disegno di legge in esame, che in qualche modo anticipa la ricerca dei risultati prevedendo azioni diverse, sia sospesa almeno fino al 24 dicembre 2003, cioè fino al termine dei lavori parlamentari dell’anno in corso.

STIFFONI (LP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

STIFFONI (LP). Signor Presidente, interverrò a supporto della tesi esposta dal collega Tirelli in merito alla questione sospensiva presentata.

A nostro avviso, infatti, la strada giusta da intraprendere è quella di creare una misura alternativa alla detenzione che sia utile a ridurre in modo permanente il numero dei detenuti reclusi in carcere e nella quale l’effetto estensivo della pena sia collegato allo svolgimento di un lavoro civico. Infatti, in un sistema carcerario che pone tra i suoi fini la riabilitazione e la reintegrazione sociale del detenuto il momento del lavoro rappresenta, oltre che un formidabile strumento di prevenzione di nuovi episodi di criminalità, una forma essenziale ed una possibilità concreta di riscatto morale ed umano per il soggetto costretto in carcere.

Proponiamo, quindi, che il condannato possa fare richiesta di ammissione al lavoro civico non retribuito. (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente).

La ringrazio, signor Presidente, perché è veramente impossibile parlare in questa bolgia.

PRESIDENTE. I colleghi sono stati richiamati più e più volte, ma non riusciamo ad ottenere da loro il silenzio richiesto.

STIFFONI (LP). Con la presentazione di emendamenti proporremo quindi che il condannato possa fare richiesta di ammissione al lavoro civico non retribuito, intendendosi con tale espressione una forma di collaborazione con le istituzioni pubbliche al fine di rendersi utile per la società, consentendo il raggiungimento di vari obiettivi. (Brusìo in Aula).

PRESIDENTE. Vogliamo far parlare il senatore Stiffoni? Per favore, consentite che il collega svolga il suo intervento in un ambiente meno rumoroso.

STIFFONI (LP). Tra questi obiettivi si individuano quelli di un riavvicinamento al lavoro come strumento per realizzare la personalità del singolo nell’ambito della società civile, l’utilizzazione dei condannati ammessi al beneficio da parte delle pubbliche amministrazioni e di altri enti che potrebbero in tal modo usufruirne per migliorare i loro servizi pubblici, l’introduzione di una forma alternativa di espiazione della pena che non si limiti all’osservanza delle regole di comportamento ma si qualifichi per una partecipazione attiva del condannato al proprio reinserimento sociale.

Il lavoro civico svolto in favore dello Stato, delle Regioni, delle Provincie, dei Comuni e degli altri enti locali consiste nella fornitura di attività lavorativa nei campi dell’ecologia, della manutenzione programmata del territorio, della protezione civile, della prevenzione contro gli incendi e in molti altri servizi utili alla collettività. (Brusìo in Aula).

Capisco che ai colleghi interessa solo aprire le porte delle carceri, ma sarebbe opportuno anche cercare di capire quale potrebbe essere una diversa utilizzazione di questi condannati. A chi non intende ascoltare suggerisco quindi di uscire dall’Aula.

PRESIDENTE. Senatore Stiffoni, lei è bravissimo perché le sue pause hanno un effetto di richiamo all'ordine: quando lei smette di parlare tutti si placano. È chiaro però che non può interrompersi continuamente, altrimenti non riesce a portare a termine il suo intervento.

STIFFONI (LP). La ringrazio, Presidente.

Questa possibilità non potrà riguardare, per ovvi motivi, coloro che si sono macchiati di alcuni gravi reati, quali quelli enunciati nell'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975 n. 354.

Ciò, oltre ad assolvere ad una finalità rieducativa della pena, avrà dei benefici concreti per il recluso, individuabili sia nella possibilità di uscire dalla struttura carceraria, sia in una detrazione di pena pari a due giorni per ogni giorno di lavoro civico svolto. (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente) Ovviamente le detrazioni di pena previste non andranno ad aggiungersi alle riduzioni di pena già contemplate dalla legge sull'ordinamento penitenziario.

In conclusione, la scelta di offrire opportunità concrete di lavoro ai detenuti rappresenta un valido strumento affinché gli stessi, una volta rientrati nella società, non continuino a delinquere.

Per tale motivo, e anche per contribuire a risolvere il problema del sovraffollamento all'interno delle carceri, è importante dare un impulso sempre maggiore a questo tipo di offerte di lavoro all'esterno dei penitenziari, piuttosto che studiare l'introduzione di nuovi istituti come la sospensione dell'esecuzione della pena, dove il detenuto aspetta passivamente, senza prendere parte attiva ai progetti lavorativi della società civile.

Oltre che un fatto rieducativo, premessa per un reinserimento nella società, il lavoro civico può diventare anche un investimento per la società, in quanto consiste in un'attività utile per tutta la collettività. Una tale scelta consente di soddisfare pienamente il principio cardine enunciato dalla nostra Costituzione sulla finalità rieducativa della pena senza peraltro pregiudicare la certezza e l'effettività della stessa, indispensabile a garantire l'ordine, la stabilità e la sicurezza della società civile. (Applausi dal Gruppo LP).

FLORINO (AN). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FLORINO (AN). Signor Presidente, dichiaro il mio assenso sulla questione sospensiva testé avanzata dai senatori della Lega, anche alla luce di situazioni molto preoccupanti che voglio illustrare per dare la possibilità ai colleghi senatori di cambiare la loro opinione su questo provvedimento.

La mia regione, la Campania, e in particolare la città di Napoli vivono un momento drammatico. Una serie di attentati dinamitardi ci riporta, per l'immagine dei danni, agli effetti della guerra in Iraq. Proprio ieri un attentato dinamitardo ha fatto saltare tre negozi e, a distanza di ventiquattro ore, un altro attentato ha fatto saltare letteralmente in aria una pasticceria a Piazza Garibaldi. Ricordo anche un precedente attentato verificatosi nel rione Scampia.

A tutto questo si aggiunge una serie di scippi e rapine in seguito alle quali le istituzioni locali sono intervenute in modo massiccio per richiedere una maggiore presenza di forze dell'ordine. Il Ministro dell'interno in questi giorni ha inviato in Campania 1.500 agenti delle forze dell'ordine.

Ebbene, l’invio di questi 1.500 agenti, per prevenire furti e scippi e reprimere il crimine diffuso, in un momento particolare di afflusso di turisti nella città di Napoli, comporta una spesa rilevante. Nello stesso momento, però, con questo provvedimento ci apprestiamo a liberare migliaia di detenuti ristretti nelle patrie galere. Il motivo indicato, quello del sovraffollamento delle carceri, non corrisponde al vero perché dall’inizio dell’anno al 28 aprile di quest’anno - è un dato della questura fornitomi in occasione di una recente visita che ho effettuato con il collega Luigi Bobbio e il deputato Taglialatela - i giudici, su 163 arrestati per scippi e rapine, hanno rimesso in libertà nell’immediato 87 persone, 27 sono stati condannati agli arresti domiciliari e solo una decina sono stati arrestati.

Questo quadro drammatico coinvolge soprattutto le Regioni meridionali; è pur vero che non possiamo dividere l’Italia in due con un provvedimento legislativo, ma vorrei invitare provocatoriamente a dividere il provvedimento, affinché le Regioni meridionali vivano in pace soprattutto questo periodo di grande afflusso turistico. Una divisione già esiste di fatto: se infatti vengono inviati ben 1.500 agenti, comportando non pochi problemi per le finanze dello Stato, c’è evidentemente una situazione drammatica nelle Regioni meridionali e soprattutto in Campania.

Questo disegno di legge fa a pugni con il provvedimento all’esame e fa a pugni con la vostra coscienza: non potete licenziare un testo che contraddice le vostre posizioni. Questi provvedimenti li assumono già i giudici rimettendo in libertà scippatori e rapinatori, non si può dunque richiamare il sovraffollamento delle carceri.

La gente non ce la fa più: sentite la gente, sentite soprattutto i feriti e gli anziani massacrati (Applausi dai Gruppi AN e LP). Sono morti diversi anziani negli ultimi tempi a Napoli per scippi e rapine. Se volete aprire le porte ancora di più a questa delinquenza, ne sarete responsabili di fronte al Paese. (Applausi dai Gruppi AN e LP).

CALVI (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CALVI (DS-U). Signor Presidente, a nome del mio Gruppo, esprimo un’opinione decisamente contraria alla questione sospensiva perché reputo che, tra tutte le decisioni possibili che possiamo assumere, la più perversa e inutile sia proprio una sospensiva.

Siamo di fronte ad un problema drammatico, quello delle carceri, che dobbiamo affrontare e risolvere; quando entreremo nel merito dei problemi illustreremo effettivamente il livello di degrado e la drammatica condizione che vivono i detenuti. Non già con passione, bensì con demagogia misurata e calcolata, il collega Florino ha tratteggiato poco fa un quadro assolutamente non veritiero: se Napoli ha problemi di criminalità, sono ben altri i provvedimenti da varare, perché questo disegno di legge non riguarda il tipo di criminalità cui ha fatto riferimento il collega.

Prima di intervenire, bisogna leggere il testo, che non prevede che questi signori escano di prigione. Ci sono condizioni oggettive che escludono proprio che i soggetti imputati di reati gravi, da quelli di criminalità organizzata alle rapine, ai sequestri, non possano godere dei benefici previsti da questo provvedimento.

Quindi, si tratta di ben altro, è un discorso di pura demagogia che non attiene al nostro provvedimento. (Commenti dai senatori del Gruppo AN. Il senatore Pontone rivolge un gesto con la mano al senatore Calvi).

Sono nell’Aula del Senato. Lei, senatore Pontone, non faccia quei segni. (Proteste dai senatori del Gruppo DS-U).

PONTONE (AN). Intendevo dire di fare presto.

PRESIDENTE. Questo lo decido io, sulla base dei tempi, e non lei. Ci mancherebbe altro!

CALVI (DS-U). Non si permetta di farlo più!

PRESIDENTE. Senatore Calvi, il senatore Pontone è persona garbata; non ingigantiamo il significato di un piccolissimo episodio. Indicava solo un problema di tempo, che invece è a mia cura.

Quindi, lei continui per tutto il tempo che il Regolamento le consente.

CALVI (DS-U). Ho già indicato la decisione che noi ci accingiamo ad assumere, cioè di contrarietà alla sospensiva, per entrare nel merito dei provvedimenti da prendere, discutendo di questo testo che noi vogliamo approvare. Vorremmo che la discussione ci portasse, semmai, a migliorarlo e, se del caso, ad arrivare anche all’indulto. Questo è il tema sul quale dobbiamo confrontarci: sospendere significa diluire nel tempo, allontanare il problema e non risolverlo.

Per questo siamo contrari alla questione sospensiva. (Applausi dal Gruppo DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e Misto-RC).

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, siamo contrari alla sospensione chiesta dai colleghi che l’hanno sostenuta. Riteniamo opportuno che il Senato si pronunci, dopo che lo ha fatto la Camera dei deputati.

La sospensione è una tattica che in questo momento non condividiamo. Quindi, siamo contrari alla sospensione dell’esame del provvedimento.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione.

 

Verifica del numero legale

STIFFONI (LP). Chiediamo la verifica del numero legale.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.

(Segue la verifica del numero legale).

Il Senato è in numero legale.

Ripresa della discussione dei disegni di legge
nn. 1986, 1835 e 1845

VILLONE (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VILLONE (DS-U). Signor Presidente, a differenza del mio Gruppo, voterò a favore.

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione sospensiva, avanzata dal senatore Tirelli.

Non è approvata.

PERUZZOTTI (LP). Chiediamo la controprova.

PRESIDENTE. Non è necessaria. Lo abbiamo constatato prima attraverso la verifica del numero legale. (Proteste dai senatori del Gruppo LP).

Dichiaro aperta la discussione generale.

È iscritto a parlare il senatore Cavallaro. Ne ha facoltà.

(I senatori Stiffoni e Peruzzotti chiedono ripetutamente la controprova).

CAVALLARO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori… (Vive proteste dai senatori del Gruppo LP).

PRESIDENTE. Sospendo per due minuti la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 11,16, è ripresa alle ore 11,18).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il senatore Cavallaro.

CAVALLARO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, la discussione generale su questo provvedimento consente di evitare affermazioni retoriche e demagogiche, che fra l'altro sono prive di ogni concludenza e conferenza con l'oggetto specifico del provvedimento che siamo chiamati ad esaminare. E questo perchè - è bene precisarlo e ribadirlo per l'ennesima volta - evidentemente la maggioranza parlamentare, nonostante i furbeschi tentativi dell'ultima ora qui in Aula, questo provvedimento lo ha licenziato, seppure con un voto negativo, e lo ha calenderizzato. Non è mai accaduto, né in altro modo potrebbe accadere, a meno che questo provvedimento non fosse stato fatto proprio dai Gruppi parlamentari dell'opposizione. Non essendo accaduto questo, dobbiamo affermare (e non possiamo essere smentiti) che ci troviamo in quest’Aula a discutere questo disegno di legge perché così vuole la maggioranza.

In realtà, c’è anche un motivo serio e urgente per cui ci dobbiamo preoccupare di questo provvedimento: che il sistema carcerario del nostro Paese (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente) è assolutamente inadeguato a svolgere l’alto compito istituzionale che ad esso viene affidato dall’articolo 27 della Costituzione, nel senso che è inadeguato tanto ad ottenere un’efficace espiazione della pena, quanto a provvedere ad una rieducazione dei detenuti.

Spiace rilevare che qui ci si scordi ormai non più soltanto di quello che fa la mano destra mentre agisce la sinistra o viceversa, ma persino che ormai le stesse dita di una mano non sappiano l’una cosa fanno le altre. Diversamente, non si potrebbe non ricordare (e lo dovrebbero ricordare in particolare i colleghi di Alleanza Nazionale) che la Commissione giustizia del Senato, presieduta da un autorevolissimo esponente di Alleanza Nazionale, sta svolgendo un’indagine conoscitiva sul sistema carcerario - della quale dobbiamo ringraziare la Presidenza - che ci ha consentito di acquisire elementi preoccupanti sullo stato del sistema carcerario, sulla condizione dei detenuti e sulla impossibilità di risolvere in tempi rapidi e brevi le gravi problematiche che abbiamo individuato. Anzi, da questo lavoro sicuramente scaturirà un’iniziativa parlamentare di carattere legislativo, che tenderà a dare una soluzione strategica ai problemi del mondo carcerario.

Tuttavia, l’affermazione - che sempre si fa - secondo la quale ci vuole o ci vorrebbe ben altro rispetto alle norme oggi in discussione non può essere una consolatoria affermazione che ferma la nostra indagine e la nostra attenzione ai problemi (come, del resto, è stato fatto in maniera, per così dire, astuta ma inefficace dai rappresentanti della Lega e di Alleanza Nazionale), perché sappiamo che il "benaltrismo" è una condizione psicologica e culturale che consente di avere sempre ragione e di non fare mai nulla. Invece, ci troviamo nella necessità di fare qualcosa e di dare delle risposte.

Abbiamo la consapevolezza - e siamo i primi a porla a quest’Aula - che occorre una riforma organica del sistema penale (Brusìo in Aula. Richiami del Presidente). Certo, il Presidente della Commissione - impegnato, come sappiamo, anche in cene di notevole livello - probabilmente è meno attento in questo momento a esitare la riforma del codice penale, dalla quale ci potremmo aspettare una deflazione almeno parziale del sistema carcerario.

Siamo consapevoli che occorre una riforma generale del sistema di espiazione della pena, che fra l’altro va in direzione esattamente opposta alle sguaiate richieste forcaiole che ogni tanto vengono agitate a ridosso di elezioni di qualunque genere e natura; infatti, il sistema punitivo efficace è quello di una sostanziale personalizzazione della pena, cioè una pena mirata che raccolga le duplici esigenze della sicurezza pubblica e dell’espiazione della pena comminata e quella della rieducazione, fissata come principio di elevatissimo rango, tanto che è scritto nella nostra Costituzione.

Non voglio soffermarmi più di tanto (perché anch’essa sembrerebbe considerazione demagogica) sulla constatazione che nel nostro sistema carcerario non vi sono - o sono rarissimi - imputati eccellenti e illustri che scontano nelle patrie galere (come si diceva una volta) le loro pene, mentre la quasi totalità dei detenuti è composta da tossicodipendenti, extracomunitari (talvolta associati nella medesima categoria) e, in genere, da rifiuti della società.

L'eccezione sono poche centinaia di detenuti "importanti", soggetti, tra l’altro, ad un regime carcerario che impedisce l’applicazione di ogni misura di clemenza, compresa questa, poiché coloro che sono imputati per reati di mafia e terrorismo sono esclusi dal provvedimento.

Si afferma - altro punto forte della discussione - che vi sarebbe un piano per l’edilizia carceraria. Intanto, si dice una cosa non vera: il piano di edilizia carceraria è stato predisposto dal Governo di centro-sinistra; l’attuale Governo non ha fatto altro che aggiornarlo con decreti ministeriali, tentando maldestramente e timidamente di implementarlo per un carcere o un carcere e mezzo, laddove il complesso dei posti - che sarebbero insufficienti - varia, a seconda dei dati di cui possiamo disporre, da 62.000 a 47.000, oppure da 57.000 a 42.000. Si può comunque affermare (è un dato su cui tutti possiamo convenire, giacché è per difetto) che nell’attuale sistema carcerario mancano almeno 10.000 posti.

Facendo un rapido calcolo, presumendo che un posto costi solo 50.000 euro (fatto assolutamente improbabile, perché dovrebbe costare intorno ai 100.000 euro), i 10.000 posti che dovrebbero essere realizzati, ammesso che potessero esserlo domani mattina, verrebbero a costare oltre 1.000 miliardi di vecchie lire o circa 500 milioni di euro.

Ebbene, di queste somme non vi è traccia in alcun atto del Governo, né in una programmazione pluriennale, né in una programmazione annuale; infatti, come ho già detto, l’ultimo decreto-legge discusso al riguardo prevedeva un finanziamento di poche decine di miliardi, cioè per poche decine, forse qualche centinaio, di posti in più per i detenuti.

Senza considerare che un altro degli "accorgimenti" usati dal Ministero è stato semplicemente quello di aumentare sulla carta la capienza delle carceri. Noi che le abbiamo visitate (io anche per mestiere ci entro; grazie a Dio per mestiere di avvocato, per fugare ogni equivoco!) abbiamo visto carceri in cui si dorme al quarto piano di letti a castello. Io che soffro di vertigini confesso che non potrei mai essere ospitato in quelle carceri, perché già morirei di paura per il rischio di cadere o dovendo scendere dal quarto piano, da un’altezza di otto metri. Vi sono addirittura carceri che hanno ancora i cosiddetti buglioli, o poco ci manca, o - mi dispiace dirlo in questa sede, ma va detto - le tazze del cesso in mezzo alla cella, senza alcuna intimità e senza alcuna privacy.

Questo è lo stato endemico del nostro sistema carcerario. Non voglio aprire altri fronti dicendo che in quest’Aula siamo uomini e donne e che, anche sotto determinati profili, dovremmo consentire ai detenuti di essere uomini e donne come tutti noi, proprio perché siamo diversi da loro e la diversità degli esseri umani normali si ha anche nel trattare criminali e delinquenti come esseri umani normali, quali inequivocamente essi sono o comunque devono ridiventare, pur se si sono macchiati di gravi crimini. Questo è uno degli aspetti fondamentali che distinguono un regime civile e democratico da un regime autoritario o da un regime che non ha nella democrazia e nel rispetto del valore intrinseco della persona umana il suo dato fondamentale.

Un’ultima considerazione, signor Presidente. I problemi di cui ho parlato sono problemi politici. È falso che si tratti di questioni di altra natura su cui furbescamente, persino al nostro interno (giacché se questo discorso passasse potremmo distinguerci come soggetto politico, come avvocato, qualcuno come imputato; forse, in questa Camera con minore frequenza), si potrebbe scegliere (secondo una bislacca tesi che consente ai colleghi della Lega di fare amena pubblicità alle loro tesi estremiste) tra un ventaglio di possibilità: quindi, essere talvolta forcaioli, talaltra magari particolarmente garantisti, specialmente se l’eccellenza delle persone indagate o imputate lo richiede, considerando la giustizia una sorta di armamentario, di bagaglio di vecchi ricordi da cui si pesca a caso ciò che più fa comodo al momento.

E invece no, colleghi senatori, signor Presidente, la giustizia è sempre la stessa e quelli della giustizia sono problemi politici, ai quali, secondo le buone regole delle istituzioni, vanno date risposte da parte sia della maggioranza che dell’opposizione.

L’opposizione ha tentato di dare una risposta (una parte dell’opposizione, alcuni parlamentari me compreso). Il provvedimento di clemenza proposto è comunque un provvedimento serio che consente dei controlli (la tesi che i controlli non funzionano attiene, semmai, all’incoraggiamento a farli funzionare perché è un passo verso il sistema rieducativo). Ha dato una risposta - senza retorica e senza demagogia - tale da essere anche risposta da uomini d’onore.

Dopo aver applaudito il Santo Padre (non in questa, ma nell’altra più grande Aula parlamentare), non riteniamo di aver stipulato alcun patto con Sua Santità, che non ha bisogno di noi per affermare la sua altissima autorità morale. Riteniamo invece di avere noi, piccoli uomini, preso visione di una sua volontà, di una sua indicazione, un’indicazione che peraltro non è solo del Santo Padre, ma anche di larghi strati della società e della popolazione, delle associazioni di volontariato e di tutti coloro che antepongono il valore della persona umana ai valori della retorica e della demagogia.

Questo è il provvedimento che qui viene rassegnato. Un provvedimento - lo dico con sincerità e con grande amarezza - sul quale si poteva e si può tuttora ragionare e discutere. Si può ritenere che i tre anni previsti siano eccessivi e quindi ridurli; si poteva metterlo a regime, cosicché transitasse più organicamente in un sistema di misure premiali simile a quello previsto dalla legge Gozzini, o che comunque si propone di arrivare a quel tipo di soluzione; si doveva e si poteva dare una risposta seria; mi dispiace dirlo, ma se il Governo in questo caso non è il diretto responsabile, lo è certamente nella sua responsabilità politica generale, non avendo saputo richiamare ad alcuna responsabilità di governo la sua maggioranza.

Si assiste allo spettacolo - mi si consenta - un po’ penoso e puerile di una maggioranza che, con evidenza, essendosi a ridosso - ma in Italia lo si è sempre - di una consultazione amministrativa, sta tentando una sorta di furbesco gioco delle parti.

Quindi, ci sarà chi è a favore, chi è contro e chi si astiene. Qualcuno presenterà emendamenti pensando che, "passata a nuttata", come si suol dire, si ricomincerà a discutere magari persino di immunità, di amnistie e di indulti, cioè di provvedimenti assai più incisivi, assai più forti e assai più gravi che verranno poi presentati con sagacia mediatica: nessuno chiamerà l’amnistia "amnistiuccia", per renderla denigratoria; nessuno dirà che l’indulto vero si potrebbe chiamare "indultaccio" e quindi suscitare una ripulsa di carattere lessicale. Nessuno userà queste denominazioni.

Sicuramente - ne siamo convinti - le forze di maggioranza troveranno una ragione per ricompattarsi; del resto, ne trovano sulle quote latte e su qualunque altra questione su cui ormai endemicamente si dimostrano largamente in dissenso. Il patto di potere siglato è evidentemente così forte da superare lo stesso il senso di responsabilità nei confronti di questo come di altri provvedimenti.

Dico con sincerità che non basta constatare l’amarezza, proprio perché anche la nostra è una posizione politica. Noi non ci limiteremo a registrare amarezza e sorpresa per questa mancanza di responsabilità istituzionale e parlamentare, ma ci comporteremo di conseguenza: verificheremo se e in quale misura la maggioranza è e vuole essere ancora in grado di dare un contributo serio e costruttivo, senza finzioni e senza furberie.

Con questo stesso spirito ci comporteremo, sapendo che questo provvedimento non risolve i problemi del sistema carcerario, non crea alcun reale pericolo alla sicurezza dei cittadini e comunque ha bisogno di un clima politico ed istituzionale sereno che noi per primi riteniamo che in questo momento non ci sia affatto nel Paese. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Misto-RC e dei senatori Marino e Del Turco. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chincarini, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l’ordine del giorno G1.

Il senatore Chincarini ha facoltà di parlare.

CHINCARINI (LP). Signor Presidente, vorrei abbandonare i toni da aula giudiziaria, perché chi mi ha preceduto ha offeso noi e chi difende la propria coscienza venendo in quest’Aula. Ci ha dato degli astuti ma inefficaci, dei forcaioli, degli estremisti, dei penosi e dei puerili.

Vorrei che la discussione su un argomento così serio non si abbandonasse a considerazioni del genere e che magari si dicesse la verità, perché io non ho mai visto letti a castello a due metri di distanza l’uno dall’altro. Forse si è fatta confusione con il film "A qualcuno piace caldo", quando nel vagone letto si facevano delle festine. Letti a castello fino a otto metri nelle carceri, come è stato detto, non si sono mai visti. Forse, dicendo la verità e non raccontando bugie si può anche convincere gli altri che sbagliano.

Comunque, due anni fa abbiamo fatto una promessa al Paese: quella di assicurare una maggior tutela dell’ordine pubblico. La certezza della pena è stato lo slogan che ha accompagnato ogni collega che si è candidato con me nella Casa delle libertà. Questo disegno di legge, allora, avrebbe dovuto essere presentato insieme ad altri provvedimenti che tutelassero meglio la dignità della vita dentro le carceri e che dessero agli ex detenuti la possibilità effettiva di reinserirsi nella società.

Il provvedimento al nostro esame, che consiste, in definitiva, nel rimettere fuori dalle carceri migliaia di persone senza creare strutture per reinserirle nella società e dar loro un posto di lavoro, è un atto scellerato, che contrasta con il più elementare senso di giustizia. La giusta e proporzionata punizione del delitto da parte dello Stato è doverosa non solamente dal punto di vista etico, ma anche come forma di rispetto del patto sociale che abbiamo stipulato con i cittadini. Tali concetti dovrebbero essere scontati dal punto di vista politico; oggi, invece, in questo disegno di legge sono completamente ribaltati.

L’idea di attuare provvedimenti di clemenza sembra irragionevole, quasi improntata all’illusione di poter cancellare il male passato ed il pericolo futuro semplicemente facendo finta che nulla sia successo. Oggi la società non avverte quest’esigenza.

La situazione delle nostre carceri, come è stato ricordato, è all’attenzione del Parlamento, ma porre una questione penitenziaria da affrontare in maniera improcrastinabile necessariamente con un provvedimento svuotacarceri, di cui sinceramente non riusciamo a comprendere le ragioni, non aiuta certo a ragionare. Il sovraffollamento carcerario è un problema serio e concreto, che nasce da lontano. Nel nostro Paese ha assunto una dimensione rilevante, ma le nostre carceri non sono lager, come qualcuno vorrebbe farci credere anche raccontando menzogne, come qui è stato fatto.

Assicurare condizioni dignitose di vivibilità dei detenuti è un impegno di questo Governo e del Ministro della giustizia. Per realizzare questo obiettivo, occorre porre in essere, come è stato già fatto, azioni positive che portino alla creazione di nuovi penitenziari e al miglioramento delle strutture esistenti.

Occorre pensare a strutture con circuiti differenziati a seconda dell’età, delle tipologie di reati commessi e della pena da scontare. Occorre ridurre sensibilmente i tempi dei processi, per diminuire il numero di coloro che sono ancora in attesa di giudizio. Occorre che i magistrati applichino bene la legge Bossi-Fini, che già prevede la possibilità di tramutare la pena inferiore a due anni di reclusione in provvedimento di espulsione.

Di qui la mia netta contrarietà a provvedimenti di questo tipo, anche perché l’esperienza del passato ce lo insegna: si tratta di provvedimenti che hanno un effetto deflativo della popolazione carceraria solo nell’immediato, visto che, purtroppo, in breve tempo le carceri tornano a riempirsi, data l’assoluta difficoltà di reinserimento sociale per i detenuti.

Per quanto riguarda l’ordine del giorno G1, si trattava chiaramente di una provocazione e, come tale, mi ha dato la possibilità di intervenire. Comunque lo ritiro. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bobbio Luigi. Ne ha facoltà.

BOBBIO Luigi (AN). Signor Presidente, cercherò di contenere in tempi veramente brevi il mio intervento, ma vorrei fare alcune valutazioni che credo non si possano omettere in relazione ad un provvedimento come questo e in relazione, soprattutto, a quella che possiamo considerare la sua genesi.

Questa è una materia che certamente si colloca a metà strada tra il politico e il tecnico. Devo dire con grande chiarezza - come ho già avuto occasione di fare insieme ad altri colleghi del Gruppo di Alleanza Nazionale - che essa, per come è nata, nella sua essenza, nel suo contenuto, e per come viene trattata, non ci piace né sul piano politico né su quello tecnico.

Se il provvedimento in esame dovesse essere approvato, è mia convinzione - ma non solo mia - che avremmo aggiunto un ulteriore drammatico tassello e avremmo tolto un’ulteriore tessera all’ormai cadente mosaico - per usare questo esempio - della credibilità del sistema giudiziario penale, del sistema penale e della sanzione penale, quindi di una delle strutture essenziali di uno Stato moderno, democratico e fondato sulla legge.

È il caso di sottolineare che questo testo di legge presenta due aspetti a mio avviso veramente dirompenti, di cui ci occuperemo più approfonditamente in sede di discussione degli emendamenti e di dichiarazioni di voto.

In primo luogo, con l’ipotesi di sospensione condizionale della pena si affianca alle già esistenti misure alternative alla detenzione una quarta previsione, con la conseguenza che nel sistema generale, a fronte di una esigenza non eludibile di credibilità e di effettività della pena, alle già esistenti tre cause di mancata esecuzione di questa, motivate con le ragioni più varie, si aggiunge addirittura una quarta, quella della sospensione condizionale della pena, peraltro asistematica, dal momento che il sistema normale vuole che la sospensione condizionale venga, se del caso, riconosciuta dal giudice con la sentenza da questo irrogata.

Pertanto, per tornare rapidamente all’aspetto della legittimità costituzionale, già questa asistematicità la dice lunga sulla genesi e sulle connotazioni reali del disegno di legge in esame. Ma tant’è; ormai è questione archiviata.

Peraltro, questo quarto istituto di misura alternativa alla detenzione va a regime; infatti, con il provvedimento in discussione questo istituto diventa a tutti gli effetti la quarta misura alternativa alla detenzione. La conseguenza è che se quattro sono le possibilità di sottrarsi a parte della pena per il detenuto legittimamente in espiazione di pena detentiva definitiva, ebbene, mi chiedo se a questo punto non sia il caso di porci provocatoriamente una domanda.

PRESIDENTE. Mi scusi, senatore Bobbio. Dov’è il senatore relatore?

BOBBIO Luigi (AN). Effettivamente, se il relatore fosse presente in Aula non sarebbe male.

MENARDI (AN). Signor Presidente, il relatore mi ha chiesto di sostituirlo per qualche minuto poiché è dovuto uscire dall’Aula per questioni personali.

PRESIDENTE. Senatore Menardi, lei fa parte della stessa Commissione del relatore?

MENARDI (AN). No.

PRESIDENTE. E allora non è possibile sostituirlo.

MENARDI (AN). Nessuna norma regolamentare lo impedisce.

PRESIDENTE. Senatore Bobbio, tutto questo risulta singolare. A me dispiace che lei sia stato interrotto perché il filo del suo ragionamento, che io stavo seguendo molto attentamente, aveva una sua coerenza interna precisa, però, in attesa che il relatore torni in Aula, non posso far altro che sospendere la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 11,45, è ripresa alle ore 11,51).

Presidenza del vice presidente SALVI

Permanendo la precedente condizione, sospendo nuovamente la seduta per dieci minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 11,51, è ripresa alle ore 12,00).

Riprendiamo i nostri lavori.

Il senatore Bobbio ha facoltà di riprendere il suo intervento.

BOBBIO Luigi (AN). Signor Presidente, dicevo che credo sia il caso di lanciare un’idea certamente provocatoria, ma che, attesa la sostanziale cumulabilità delle ormai ben quattro - se dovesse passare questa legge - misure alternative alla detenzione, potrebbe condurci a prendere atto che ormai tanto vale abolire il processo penale senza affannarsi a riformarlo, prendere i soldi stanziati in bilancio per far fronte alle spese necessarie e distribuirli alle vittime dei reati. Sicuramente otterremmo un risultato di maggiore utilità e non staremmo a gingillarci intorno a quello che ormai sembra essere diventato più un balocco che non la struttura portante del nostro Stato.

Si è fatto un gran parlare, sia in Commissione sia in quest’Aula, dato che la discussione è ormai iniziata da tempo su questa materia, e si è fatto giustamente riferimento ad una serie di argomenti. A nessuno di questi - lo dico con assoluta convinzione, seppure di parte, lo ammetto - credo si possa attribuire un pregio particolare.

Si è parlato di una sorta di obbligo ad adottare questo provvedimento che ormai cadrebbe in capo al Parlamento, una sorta di obbligo morale che sarebbe stato assunto nei confronti di una ben circoscritta categoria di persone: i cittadini attualmente detenuti. Ma è il caso di dire che noi, almeno come Alleanza Nazionale, non ci sentiamo obbligati da niente, se non dal rispetto di quegli impegni presi non solo in campagna elettorale, ma facenti parte della stessa essenza costitutiva del nostro soggetto politico, nei confronti di quanti si riconoscono nelle idee che noi riteniamo di rappresentare soprattutto in materia di giustizia e di sicurezza dei cittadini.

È a questi che facciamo riferimento, è alla tutela delle loro necessità e delle loro esigenze che intendiamo prestare tutta la nostra attenzione. Non ci sentiamo astretti da alcun vincolo, da alcun obbligo morale. Rileviamo che chi ha alimentato dolosamente o colposamente speranze, aspettative, attese in relazione ad un provvedimento del quale si sapeva bene fin dall’inizio che non avrebbe avuto un iter né facile né tranquillo né lineare, ne risponderà, se questo provvedimento non dovesse passare, davanti al Paese, davanti ai cittadini e davanti alla propria coscienza.

Va detto con chiarezza che restiamo contrari - e lo chiarisco in questa sede - al cosiddetto provvedimento di clemenza, perché in questo caso esso non è invocabile e chi lo fa dimostra di non saper uscire dalla pania del giochetto nel quale si è invischiato, perché o è misura processuale o è motivata da esigenze clemenziali, ma se così è, allora si rientra in quel provvedimento di cui alla Carta costituzionale.

Allora, comunque lo si voglia considerare, anche in vista dell’esame dell’altro disegno di legge relativo ai più propri provvedimenti di amnistia e di indulto, diciamo che siamo contrari al concetto dell’atto di clemenza e di indulgenza. Tanto più siamo contrari a questo concetto quanto più sia invocato in maniera strumentale.

Un provvedimento di clemenza è tale se non è costretto da nulla, tanto meno da una situazione contingente, materiale, strutturale; è tale se è paradossalmente motivato, se non dal desiderio, dalla volontà di beneficiare qualcuno. Quindi, invocare continuamente, ad ogni piè sospinto, la necessità di sfollare le carceri per motivare un provvedimento, clemenziale o paraclemenziale che sia, significa comunque fare un fuor d'opera.

Così come invocare la necessità di alleggerire il sovraffollamento delle carceri attraverso uno strumento che danneggia profondamente, forse in maniera definitiva e irreparabile, la stessa credibilità della struttura e del sistema del processo e della sanzione penale, significa veramente compiere un atto di distruzione istituzionale, in cui certamente si metterebbe in campo uno strumento non solo sproporzionato rispetto al risultato che si vuole raggiungere, ma addirittura inutile ed inadeguato. Infatti, non sarebbe certo con questo strumento, quello della sospensione della pena a regime, che si arriverebbe a risolvere comunque un problema che ha altre vie di soluzione, ha altre necessità, altre strade da percorrere per arrivare a soluzione.

D'altronde - e questo lo dico con grande chiarezza ai colleghi della maggioranza del centro-destra - stiamo ben attenti a non cadere in una trappola politica estremamente pericolosa. Se parliamo di sovraffollamento carcerario, se parliamo di problemi di gestione penitenziaria, se parliamo di problemi legati all'effettiva attuazione dell'istanza riabilitativa presente nella Carta costituzionale in relazione ai soggetti detenuti, tocchiamo un problema che non è emergenziale e non lo è nella misura in cui un'emergenza è tale se sorge all'improvviso dal nulla, incidendo su una situazione del tutto diversa.

In questo caso, siamo in presenza di un problema cronico, di un problema endemico, che si trascina ed è cresciuto su se stesso nel corso almeno degli ultimi 15-20 anni. Ed oggi si vorrebbe far credere che questa maggioranza di centro-destra, che ha un proprio patrimonio politico, un proprio patrimonio culturale, un proprio obbligo nei confronti dei cittadini che in essa si riconoscono, dovrebbe pagare con denaro politico del proprio patrimonio i debiti politici contratti ed accumulati da altri (Applausi dai Gruppi AN e FI )? Accumulati da quella opposizione attuale di centro-sinistra che, dopo aver tollerato ed acconsentito per inerzia, o per qualunque altra ragione, che questa situazione si creasse e si incancrenisse, oggi coglierebbe l'occasione che alcune fratture nella struttura politica del centro-destra consentano di pagare con il nostro patrimonio politico i debiti da loro contratti in termini istituzionali? No, almeno Alleanza Nazionale a questo non può e non vuole prestarsi!

Diciamoci tutto con chiarezza, almeno in questa sede, poi gli aspetti tecnici li vedremo nei momenti successivi di questa discussione parlamentare. Questo strumento legislativo, questo istituto non funziona così come stato concepito neanche in chiave rieducativa per una ragione molto semplice: perché è stato strutturato e concepito come una sorta di provvedimento automatico, un provvedimento che si fonda, al contrario di quello che si vuol dire, su logiche antirieducative del detenuto.

Infatti, secondo questa logica, l'automatismo del riconoscimento della sospensione, fondato sul semplice decorso del termine o sul passare del tempo, senza il benché minimo riferimento al comportamento carcerario tenuto nella struttura penitenziaria, vuol dire far passare il messaggio, altamente "rieducativo" per i detenuti che, comunque vadano le cose, qualunque sia il comportamento tenuto all'interno del carcere, pur in assenza, richiesta invece per altri istituti alternativi alla detenzione, di una prova con la condotta carceraria, che il percorso rieducativo è effettivamente iniziato, possono fare quel che vogliono, comportarsi come credono, non manifestare alcun comportamento che sia segno di un percorso rieducativo, perché tanto comunque il semplice passare del tempo li legittima, dà loro diritto alla scarcerazione, quindi alla mancata espiazione di quel che rimane della pena.

Quindi, come si fa con uno strumento del genere a invocare anche la funzione rieducativa? Ma rieducativa di che? In che cosa consiste questa funzione rieducativa?

Per non parlare poi delle più o meno velate o larvate o attuate o parzialmente attuate minacce che sono venute dal mondo carcerario nel corso dei passati mesi su questo argomento: la prospettazione dello sciopero, lo sciopero della fame, la minaccia della rivolta.

Approvare questo provvedimento malgrado il dibattito parlamentare, malgrado il disagio politico nei partiti, malgrado tutti gli altri elementi negativi, alla fine vorrà dire: guardate, voi cittadini detenuti, tutto sommato anche la minaccia delle manifestazioni aggressive e di quelle violente, anche la minaccia o comunque l’imposizione morale o fattuale che sia alla fine, paga. (Richiami del Presidente). Mi avvio a concludere, signor Presidente, chiedo scusa.

PRESIDENTE. Il tempo sarebbe scaduto ma, se ha bisogno di un paio di minuti in più, senatore Bobbio, ne può usufruire.

BOBBIO Luigi (AN). La ringrazio, signor Presidente.

Non accettiamo quindi alcuna logica modificativa di questo provvedimento. Noi possiamo aderire e seguiremo soltanto la strada della cancellazione, della elisione, della soppressione di questo disegno di legge. Non a caso abbiamo presentato ad esso emendamenti soppressivi.

Va solo detta una cosa con grande chiarezza (e lo dico adesso per spiegare ciò che verrà poi nella discussione parlamentare a nome del mio Gruppo). Non è vero, non è sostenibile che questo provvedimento non attiene alla sicurezza: questo provvedimento attiene alla sicurezza dei cittadini, attiene al controllo sociale, nel momento in cui il disordine sociale dilaga in molte aree del nostro Paese e ai problemi endemici, stanziali della criminalità più o meno organizzata si uniscono problemi legati alla criminalità comune.

Vi sono dei riflessi che non possono seriamente essere contestati da nessuno su questo tema, perché è ben vero che minare la credibilità del sistema penale, dire che la sanzione penale alla fine, in un modo o nell’altro, non si sconta, quale che sia il comportamento, significa minare la funzione general-preventiva della pena che nessuno può seriamente contestare. Significa dire sostanzialmente: quello che volete fare, fatelo, le violazioni che volete commettere, commettetele, tanto non vi saranno comunque le conseguenze che l’ordinamento prevede fino in fondo. Vi sarà quindi un grave cedimento sul fronte della sicurezza dei cittadini. (Applausi dai Gruppi AN e LP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano Tommaso. Ne ha facoltà.

SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, la proposta di legge che ha ottenuto una larga maggioranza alla Camera sta subendo un travaglio preoccupante in questo ramo del Parlamento.

Si è sentito spesso ripetere che le carceri italiane scoppiano di detenuti. Il dibattito è stato nel Paese ampio e articolato; tutti, soprattutto dopo le parole del Papa al Parlamento, hanno sentito la necessità di pronunciarsi sulla situazione incresciosa dei nostri istituti detentivi.

Certo, nemmeno al Ministro della giustizia, pur rimanendo convinto dell'eccessiva comodità delle carceri, saranno sfuggite le richieste di intervento su questo problema; certo, agli esponenti del Governo, che pure sono riusciti ad affossare la proposta di indulto alla Camera, non sarà mancata occasione di informarsi e leggere sulla stampa nazionale i numeri francamente allarmanti sul sovraffollamento delle carceri. Eppure non si è riusciti a fare altro che rinviare, passarsi la palla, rilasciare decine di dichiarazioni alle quali ben poco seguito si è dato: si è giocato in maniera incosciente con il destino di migliaia di persone.

Oggi ci si presenta la possibilità di muovere un primo, parziale passo che ci avvicini ai problemi di queste persone, un passo che dovrebbe aprire una lunga strada di ragionamenti e provvedimenti con i quali provare a sanare lo stato della giustizia, la situazione penitenziaria e non, che oggi rischia il collasso.

L'allarme ci viene dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (sono dati da loro forniti): 56.000 persone recluse nei 205 istituti penitenziari che potrebbero ospitarne al massimo 41.000; di questi 41.000 posti, ben 4.000 sono inutilizzabili. Il livello di sovraffollamento attuale è il più alto che si sia riscontrato dal 1945! Di questi 56.000 detenuti, più del 40 per cento sono reclusi in attesa di giudizio, quindi presunti innocenti, 16.000 sono immigrati e più di 15.000 sono i tossicodipendenti.

Questi numeri ci parlano di una realtà di degrado e di emarginazione che dilaga purtroppo nel nostro Paese; ci mettono tristemente dinanzi al fatto che lo Stato italiano al disagio sociale e all'isolamento risponde principalmente con la repressione e la reclusione in carceri che sono ben lungi dal rispettare il dettato costituzionale che, all'articolo 27, sottolinea il carattere rieducativo della pena, la quale, fondamentalmente, deve tendere al reinserimento sociale del condannato. Lungi, appunto, dal trovarci in questa situazione, ci troviamo di fronte a delle carceri che somigliano sempre più a dei depositi di esseri umani.

E' evidente che andrebbe, più generalmente, messa in discussione la logica autoritaria delle politiche governative; la logica delle politiche proibizioniste che incidono sulla libertà delle persone nei diversi ambiti della propria vita, dalla sfera dei consumi fino addirittura a quella sessuale; argomenti questi che rendono fin troppo evidenti le ragioni che fanno del carcere una pena fine a se stessa e non un luogo in cui si sconta un errore di vita in vista del reinserimento nella società.

Ma anche partire dalle carceri stesse e non dalle leggi che vi costringono una grossa parte dei "diseredati" di questo Paese, c'è molto da fare. I numeri li ho già citati poco fa, ma se non bastasse la loro evidenza voglio portarvi alcune testimonianze; ho visitato in particolare le carceri del Mezzogiorno e l’inferno di Poggioreale.

In quel carcere (mi rivolgo al collega Tirelli che si è meravigliato di quanto detto dal senatore Cavallaro) vi sono anche ventidue detenuti in una cella. L’ho visto con i miei occhi, vi invito a verificare. Vi sono letti a castello che ostruiscono l’apertura delle finestre. Un detenuto mi ha detto: "Qui è un carnaio umano. Siamo chiusi in cella 20 ore al giorno, non si può svolgere un lavoro e non si può seguire un corso perché le liste di attesa sono lunghissime". Un altro detenuto mi ha detto : "Questo non è un posto rieducativo, ma una sepoltura di uomini vivi".

Una riflessione su queste parole porta a conclusioni fin troppo scontate: nelle carceri si sta male perché si è in tanti, in troppi; le celle ospitano il doppio e, a volte, il triplo delle persone previste; i letti sono diventati tutti a castello ed arrivano fino al soffitto. Anche di giorno si sta sdraiati sui letti perché i pochi metri quadrati della cella non consentono di stare tutti in piedi e di muoversi. È praticamente impossibile leggere, studiare, concentrarsi su qualsiasi attività, così la giornata passa con il televisore acceso (quello di cui parlava il ministro Castelli a proposito della comodità e degli alberghi di lusso che sarebbero le nostre carceri).

Vi è inoltre, la notte che, normalmente angosciante per chi è recluso, diventa un incubo in condizioni di sovraffollamento. Nella stessa cella soggiorna sia colui che soffre di tachicardia sia colui che soffre di claustrofobia; uno di loro vorrebbe la finestra chiusa, mentre l'altro la vorrebbe aperta. Vi è poi chi russa e chi non riesce a dormire e vorrebbe leggere. In queste condizioni vi è ampio ricorso ai farmaci tranquillizzanti per sedare l'ansia, di sonniferi per dormire.

Vi sono poi tante altre ragioni che fanno della detenzione una pena fine a se stessa: mi riferisco al numero assolutamente inadeguato di assistenti sociali, educatori e psicologi; si tratta, infatti, di figure assolutamente indispensabili per applicare le buone leggi di cui disponiamo che parlano di rieducazione e reinserimento sociale.

In questo modo, accade che la maggior parte dei detenuti è abbandonata a se stessa perché si può incontrare un educatore solo in modo estemporaneo, senza un vero e proprio progetto ed una prospettiva per il domani. Il detenuto può contare, spesso, sul lavoro di volontari che cercano di dare una mano per rendere meno dura la sua permanenza in carcere, ma egli sa già che quando uscirà potrà contare solo su se stesso perché è mancato quel rapporto tra il dentro ed il fuori che passa, appunto, dal lavoro degli educatori, da una possibilità di lavoro, da un supporto psicologico che è sempre negato.

Il perenne clima emergenziale sul terreno della sicurezza che, periodicamente, si concretizza in vere e proprie campagne mediatiche - che diffondono ingiustificati allarmi sociali - ed il taglio delle risorse attuato attraverso la legge finanziaria - che impedisce l'assunzione di magistrati e di educatori - rendono di difficile applicazione quelle leggi che potrebbero contribuire, in modo strutturale, a rendere meno disumane le condizioni di vita negli istituti penitenziari.

Alla necessità di intervenire sulla drammatica situazione di invivibilità riscontrabile all'interno delle nostre carceri, dovuta, in primo luogo, al sovraffollamento e che si impone comunque quale nostro preciso dovere non solo politico, ma anche giuridico e morale, si aggiunge quella imprescindibile di trovare strumenti atti a far diminuire la recidiva, quindi il numero dei reati e a tutelare il diritto alla sicurezza dei cittadini.

Chi crede nella tutela dei diritti individuali e collettivi, infatti, non può non fare il possibile per trovare soluzioni tese ad evitare che chi ritorna in libertà rientri nel circuito perverso della piccola o grande criminalità.

Le finalità del provvedimento oggi al nostro esame sono strettamente collegate alla scelta di politica giudiziaria appena illustrata: cercare di conciliare l'esigenza di dare una risposta di civiltà all'attuale situazione carceraria, non certo degna di un paese democratico, con quella di tutelare la collettività.

Si tratta, in altri termini, di una modalità di messa in prova durante il periodo finale della pena da scontare che in altri paesi, con istituti analoghi a quello che oggi si propone, ha dato risultati estremamente positivi. La sospensione dell'esecuzione della pena detentiva non vuole dunque essere un mero atto di clemenza, ma una proposta con finalità ben più complessive che può portare finalmente ad una svolta nel rapporto tra carcere e società, nell'interesse generale dell'intera collettività.

È dunque necessario approvare la sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva che inciderebbe fortemente sul sovraffollamento degli istituti di pena, creando nel frattempo i presupposti per una diminuzione dei reati. Quello che comunemente ed erroneamente viene chiamato indultino, definizione rispetto alla quale sono totalmente in disaccordo in quanto preferisco parlare di messa in prova del condannato, verrebbe applicata a chi è detenuto al momento dell'entrata in vigore della legge.

Ne usufruirebbero quindi molti detenuti, soprattutto i più emarginati, che hanno commesso reati di non grave allarme sociale, che sono stati processati per direttissima, che spesso non hanno avuto un'adeguata difesa, e che sarebbero esclusi da un'eventuale approvazione di un provvedimento di indulto che pure noi auspichiamo, in quanto arrestati per reati commessi dopo il giugno 2001.

Il Gruppo di Rifondazione Comunista auspica che, nell’autonomia di questo ramo del Parlamento, si arrivi all’approvazione del testo così come pervenuto dalla Camera. Anche per le schermaglie di Lega e Alleanza Nazionale di questa mattina e di ieri, non credo ci siano le condizioni per migliorare questo testo. C’è solo un rischio: metterci le mani significa affossarlo definitivamente e deludere le aspettative di quanti ritengono doveroso che il Parlamento dia una risposta di civiltà e di garanzia per tutti.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche gli ordini del giorno G4, G7 e G9.

Il senatore Franco Paolo ha facoltà di parlare.

FRANCO Paolo (LP). Signor Presidente, questo provvedimento, al di là delle considerazioni che abbiamo sentito e detto un po’ tutti oggi, è fatto per evitare la rigidità necessaria per applicare un indulto.

Allora noi possiamo dire tante cose, per esempio che si riferisce alla sospensione condizionale della pena, quindi ad un altro istituto previsto nel codice penale, ma nella realtà non è così. È addirittura un provvedimento una tantum, che non è previsto nel nostro ordinamento giuridico.

Ci sono, nel nostro ordinamento giuridico, gli istituti relativi alla clemenza, all’indulto, all’amnistia, alla sospensione condizionale, appunto, ma non si intende di usare uno di questi istituti e si cerca di affiancare questo disegno di legge alla sospensione condizionale per evitare, come ho detto poco fa, di chiamarlo per nome e cognome, cioè indulto. Si cerca solamente di avvicinarlo ad un concetto di clemenza sporadico, unico (la sospensione condizionale, appunto), quasi che la sospensione condizionale della pena, sentite anche le motivazioni più o meno addotte dalle diverse parti oggi, fosse un istituto cui il giudice può ricorrere in relazione, per esempio, al sovraffollamento delle carceri.

Ecco quindi che la verità, il fatto cioè che questo provvedimento sia un indulto mascherato salta fuori proprio dalla logica dello stesso ordinamento giuridico italiano in vigore. Bene, bisognerebbe cambiare il codice penale, inserire una figura ulteriore, chiamiamola indultino, un nome ad hoc, che comunque incapperebbe nelle maglie della nostra Costituzione per quanto riguarda il quorum necessario per l’approvazione.

Non credo che le varie motivazioni sentite oggi abbiano, al di là degli aspetti che ho appena detto, un senso. Liberare dei carcerati per svuotare le carceri sovraffollate penso sia quanto di più deleterio si possa fare.

Quali sono i motivi per cui si approva o si vuole approvare questo disegno di legge? Solo questo? O ci sono dei motivi di carattere politico che derivano forse dalle parole del Santo Padre a Montecitorio? Non credo, mi auguro di no, perché le parole che tutti abbiamo sentito toccavano l’animo umano e richiamavano quello che deve essere considerato da tutti un rapporto civile all’interno della nostra società, anche nei confronti di chi ha sbagliato, non erano certo un invito preponderante ad un libero Parlamento e a un libero Stato di adottare indicazioni che da altri, da altre parti venissero come in quel caso, in senso generale e in senso morale, espresse.

Il buonsenso allora ci dice: quale altro motivo può esserci? Un motivo demagogico, politico? Le carceri, fra l’altro, sono piene di extracomunitari. Forse ci riaffacciamo al contenzioso verbale che si è registrato in quest’Aula - se ce lo ricordiamo - ai tempi della discussione della legge Bossi-Fini. Forse la demagogia di cui parlo è quel concetto di perdonismo, proprio della cultura sociale e socialista, secondo cui non c’è una vera responsabilità individuale, ma tutto sta nello Stato, nella collettività, nella cosa pubblica, a cui l’individuo è assoggettato, quindi, se l’individuo manca o sbaglia, ciò accade perché non è stato ben educato dalla società. Tutto fuorché il buonsenso, il buonsenso che invece hanno i nostri concittadini.

Con questo disegno di legge stiamo minando alla base le fondamenta del vivere civile. Che tipo di garanzia diamo a coloro i quali sono stati vittime dei reati compiuti dalle persone che andrete a liberare con questo provvedimento? Che tipo di garanzia diamo alle vittime di tali reati? Un futuro più efficiente?

La clemenza ha alla base, come principio fondamentale, la consapevolezza che un periodo, una situazione di difficoltà, con i pericoli che comportava, sono cessati, che non ci sono più nel contesto e nel tessuto sociale condizioni tali da determinare il reiterarsi di determinati fatti (indipendentemente dalla persona che in concreto li ha commessi), perché quella fase è stata superata. Così è avvenuto in passato per il terrorismo.

Manca, quindi, ai nostri concittadini la motivazione: non capiscono perché possono essere solamente vittime. Lo Stato, che già di per sé, come sarebbe nella logica delle cose, non riesce a tutelarli soprattutto nei confronti di un certo tipo di criminalità, quella che più sarà interessata da questo indultino (mi riferisco ai piccoli furti, ai delitti minori, certo; c’è una disposizione specifica nel provvedimento che esclude determinati tipi di reati, ma è ovvio, ci mancherebbe), a questi cittadini che risposta dà? Nessuna, se non quella di renderli quasi certi che saranno ulteriormente oggetto delle vessazioni di cui erano stati vittime in precedenza.

Ho sentito poc’anzi un riferimento al Ministro della giustizia, il quale riterrebbe che le carceri sono comode. Io credo, piuttosto, che la manifestazione di questo pensiero l’abbia data un Ministro della giustizia della scorsa legislatura, che ha fatto di tutto perché un’ospite delle carceri americane venisse a scontare la propria pene nelle carceri italiane (ed è stato molto felice di questo): evidentemente riteneva che fossero migliori di quelle degli Stati Uniti. Penso anche ai Ministri della giustizia o ai partiti, qui rappresentati, che facevano transitare sul nostro territorio terroristi e ricercati in altri Paesi d'Europa (la Turchia), mettendoci in grave difficoltà non solo politica ma, ripeto, morale.

Dunque, la politica prima del diritto, prima della certezza; e mi riferisco, naturalmente, alle garanzie da dare ai nostri concittadini, quelli che pagano le tasse, che lavorano dalla mattina alla sera e che sono rei soltanto di possedere, grazie al proprio lavoro e sacrificando la propria vita, una casa, una macchina, qualcosa che poi è oggetto di interesse delle persone che andremo a liberare.

Con un provvedimento di clemenza come questo non abbiamo dato la risposta ai nostri concittadini, non abbiamo detto che facciamo questo, dando però loro assicurazioni. Svuotare le carceri, a questo punto, è solo una questione di limiti.

Prendiamo in esame il numero dei detenuti presenti nelle carceri italiane; possiamo anche discuterne, ma se si supera quel numero la sospensione condizionale della pena è automatica perché le prigioni italiane non possono ospitare più di 300.512 detenuti e, quindi, i condannati in esubero non vengono incarcerati. È un pessimo servizio alla collettività.

Mi stupisce anche la posizione di alcuni colleghi della maggioranza che si sono espressi a favore del provvedimento in esame, nonostante il fatto che insieme a noi della Lega abbiano sempre condotto una battaglia per la sicurezza, una battaglia difficile che probabilmente nessuno riuscirà a vincere in assoluto ma che nei confronti dei cittadini abbiamo perlomeno il dovere di combattere. Altrimenti, cosa dovremmo fare fra un anno? Varare un’altra legge come questa che estende, riduce, sposta?

Io condivido i princìpi contenuti nell’istituto dell’amnistia, dell’indulto e della sospensione condizionale, perché si fondano su ragioni giuridiche ed anche morali ma non credo che vi siano le condizioni giuridiche né tantomeno quelle morali per poter introdurre la fattispecie al nostro esame con una legislazione, lo ripeto - una tantum nel sistema giuridico italiano, questo - lo sottolineo ancora una volta - nel rispetto dei nostri concittadini. Qualcuno dovrà poi dire loro che le persone che hanno commesso reati nelle loro case sono state liberate. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vanzo, il quale nel corso del suo intervento illustrerà l’ordine del giorno G3.

Il senatore Vanzo ha facoltà di parlare.

VANZO (LP). Signor Presidente, vorrei illustrare brevemente l’ordine del giorno G3 per sottolineare un aspetto in particolare. Noi stiamo discutendo un disegno di legge che sospende o riduce una pena. Sappiamo che l’istituto della pena è volto anche al recupero del detenuto e già altri colleghi hanno accennato alla questione della redenzione.

La previsione della pena costituisce sicuramente un deterrente affinché i cittadini non adottino comportamenti contrari alla legge e per il detenuto la pena in sé potrebbe rappresentare un tempo utile affinché possa redimersi e capire di avere sbagliato. Paradossalmente potremmo affermare che se fossimo sicuri del suo pentimento, potremmo anche liberare dopo due mesi di detenzione un cittadino macchiatosi di un grave crimine, dal momento che certamente non si porrebbe più il pericolo di un suo comportamento criminoso recidivo. Umanamente parlando però questa certezza non potremmo mai averla. Pertanto, la durata della pena potrebbe servire a questa redenzione.

Si prevede quindi di concedere un premio a delle persone che presentano come unico dato positivo quello di avere trascorso del tempo in carcere, senza sapere se queste si siano pentite o abbiano cambiato la loro mentalità. Pertanto, solo in virtù del fatto che esse siano state detenute per un certo periodo di tempo viene loro concesso un ulteriore sconto di pena.

Con l’ordine del giorno G3 vogliamo premiare la buona volontà eventualmente dimostrata dai detenuti precedentemente all’entrata in vigore della legge, prevedendo quindi un loro affidamento volontario ai servizi sociali. Riteniamo infatti che questo possa essere un elemento in grado di farci presumere una qualche forma di pentimento e di redenzione la quale deve essere premiata.

In questo modo, si potrebbe dare un contenuto utile e positivo dal punto di vista etico a quanto si intende realizzare con il disegno di legge in esame. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fassone. Ne ha facoltà.

FASSONE (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, è innegabile che ci troviamo oggettivamente in un’impasse dalla quale non è facile uscire ma dalla quale, tuttavia, il Senato deve uscire sotto pena di una infelice immagine di se stesso. Il problema c'è, la Camera in qualche modo lo ha risolto e il Senato non può assumersi semplicemente la responsabilità di azzerare tutto quanto si è fatto.

Per questo mi pare importante e necessario fare un passo indietro, ricordare come è nato questo problema che non abbiamo sollevato noi, contrariamente a quanto afferma il senatore Bobbio; altre forze politiche semmai lo hanno trasfuso in un momento di dibattito parlamentare. La questione è nata fuori dal Parlamento, lo ricordiamo bene, alla vigilia dell'anno giubilare, alla fine del 1999, quando in previsione dell'anno giubilare si evocò una tradizione che a me piace molto, quella ricordata dal Levitico, per cui ogni sette volte sette anni si azzeravano tutte le situazioni. Venivano quindi condonati i debiti, veniva ridistribuita la terra, gli uomini ritornavano potenzialmente uguali. (Commenti del sottosegretario Valentino). Non si è mai fatto, onorevole Valentino, lo so bene, ma lo dico perché rimanga almeno come motore dei nostri desideri, questo me lo consentirà.

Sulla base di questa emozione vetero-testamentaria si cominciò a dire che era utile e necessario un gesto di clemenza nei confronti dei detenuti perché rientrava in quella millenaria tradizione. Aggiungo una cosa: io personalmente, per quel nulla che vale, sono sempre stato contrario a provvedimenti di indulto e di amnistia. Scritti lo documentano all'occorrenza, perché ritengo che i problemi processuali e penitenziari vadano affrontati con riforme strutturali e su questo concordo con quanto hanno detto altri colleghi.

In questo caso, però, l'impulso nacque, ripeto, non da forze politiche ma ebbe origine in un certo mondo e alcune forze politiche lo raccolsero. Gli atti della scorsa legislatura documentano che i Democratici di sinistra furono contrari per largo tempo a questo tipo di provvedimento e proposero altri interventi attenuativi della pressione carceraria.

Poi la cosa prese piede e che il problema oggi ci sia è altrettanto oggettivo e inevitabile, colleghi, e lo documenta non la parola di chi sta intervenendo ma le ripetute visite carcerarie disposte con apprezzata decisione dal presidente della Commissione giustizia, senatore Caruso, che si sono svolte per oltre un anno e hanno portato molti componenti della Commissione giustizia in moltissimi istituti penitenziari, dove si è constatata un'effettiva ed oggettiva situazione di grande sofferenza umana.

Il problema della sicurezza mi trova certamente sensibile, ma mi trova sensibile anche il problema dell'umanità del trattamento perché tutti e due sono scritti nella Costituzione, e un apparato penitenziario che riceve oggi all'incirca 57.000 persone, mentre la sua capienza ufficialmente dichiarata è all'incirca di 43.000, fatalmente non può destinare ai reclusi delle condizioni umane. Questo è stata constatato da ripetute visite e accertamenti di un soggetto istituzionale qual è una delegazione della Commissione giustizia.

Il problema dunque c'è, va affrontato e risolto in qualche modo. Lo strumento proposto quando il problema nacque, alle soglie del 2000 e poi negli anni successivi, è l'indulto, per votare il quale però occorre una maggioranza qualificata della quale, evidentemente, non si sono raccolti gli estremi.

La Camera dei deputati ha ritenuto di uscire lateralmente dal problema con lo strumento che è affidato alla nostra riflessione ed eventuale votazione. Il problema è che questo strumento in effetti presenta numerosi profili (non voglio essere categorico e perentorio) di almeno dubbia costituzionalità. Non tanto per il motivo addotto ieri ripetutamente che occorrono i due terzi per votarlo, essendo un indulto mascherato. Questo è vero, ma i due terzi sono teoricamente possibili fino a che non si vota, quindi l'eventuale illegittimità nascerà nel momento del voto, qualora la maggioranza non si raggiunga.

I veri profili di illegittimità costituzionale, almeno a mio giudizio, sono quelli di violazione degli articoli 3 e 79, terzo comma, della Costituzione, perché questo testo, innanzitutto, effettivamente costituisce un indulto sostanziale, non voglio dire mascherato.

Infatti, l’articolo 672, comma 5, del codice di procedura penale descrive effettivamente una dinamica del tutto corrispondente a quella varata dalla Camera e la chiama indulto condizionale. L’amnistia e l’indulto condizionati hanno per effetto di sospendere l’esecuzione della sentenza fino alla scadenza del termine stabilito nel decreto di concessione. L’amnistia e l’indulto condizionati si applicano definitivamente se, alla scadenza del termine, è dimostrato l’adempimento delle condizioni o degli obblighi ai quali la concessione del beneficio è subordinata.

Non possiamo quindi sottrarci - parlo sine ira ac studio, e senza alcuna ambizione di strumentalizzazione politica del risultato - a questa constatazione: è un indulto, sotto nomenclatura diversa. Allora, non è tanto il problema della maggioranza dei due terzi a preoccuparmi sotto il profilo costituzionale, quanto piuttosto il problema del terzo comma dell’articolo 79: l’indulto non si applica se non ai reati commessi anteriormente alla data di presentazione del più risalente dei disegni di legge che hanno cominciato a parlare di questo istituto.

Con la struttura di cui all’articolo 10 del testo affidatoci dalla Camera ciò non accade per l’intuitiva ragione che le disposizioni della presente legge, ove approvata, si applicherebbero ai soggetti che, alla data di entrata in vigore della legge stessa, si trovassero in stato di detenzione o in stato di condanna irrevocabile in attesa dell’esecuzione.

L’applicabilità del beneficio discenderebbe non da un fatto certo, come l’ancoraggio alla data del commesso reato, bensì da un fatto fluttuante, casuale, estraneo alla condotta, e quindi ai meriti e alle colpe dell’interessato, quale l’entrata in vigore della legge e la vicenda giudiziaria dell’interessato. Chi in quel giorno fosse già detenuto fruirebbe del beneficio; chi in quel giorno non lo fosse ancora, avendo eventualmente concorso nello stesso reato, ma essendo giudicato successivamente per intralci processuali, non ne fruirebbe. Questo rende irragionevole la disparità di trattamento che, come ha ripetutamente insegnato la Corte costituzionale, è la base della valutazione della correttezza costituzionale di tutte le differenze normative.

Un conto è l’obiezione per cui anche l’amnistia e l’indulto hanno un tratto di casualità e di arbitrarietà perché, dichiarando non più punibili reati commessi prima di una certa data e punibili quelli commessi successivamente, comportano un indubbio connotato di arbitrarietà e di casualità; ma la Corte costituzionale, interpellata sul punto sin dal 1963, rispose giustamente che, da un lato, era impossibile dichiarare illegittimi l’amnistia e l’indulto, posto che la Costituzione stessa li contempla e, dall’altro lato, che questo aspetto di casualità si giustificava perché l’amnistia e l’indulto hanno normalmente il valore della chiusura di un ciclo storico in forza del quale il legislatore dichiara di non avere più interesse a punire ciò che è avvenuto prima e a ripristinare invece la normale punibilità per ciò che viene commesso dopo.

Questa è la ratio costituzionale che giustifica l’amnistia e l’indulto, e non giustifica invece l’ancoraggio del beneficio, comunque lo si voglia chiamare, ad un evento accidentale, casuale, estraneo, quale è la data di conclusione del processo dell’interessato.

Se è vero tutto ciò, e io credo fermamente che sia vero, il prodotto affidatoci dalla Camera, sia pure dovuto a comprensibili ragioni perché in qualche modo dal problema bisogna uscire, non è difendibile così com’è; bisogna intervenire in qualche modo.

I profili affacciati dalle varie forze politiche sono diversi. C’è un impegnativo e importante emendamento del relatore, senatore Borea, per cui si tratta di trasferire a regime questo istituto, che si applicherebbe non soltanto ai reati commessi entro una certa data o per i quali c’è una condanna entro una certa data, ma stabilmente, ieri e in futuro.

L’altra soluzione è quella dell’emendamento dei senatori Brutti e Calvi che razionalizza l’istituto, lo riconosce sostanzialmente come un indulto e ancora la sua applicabilità ai reati commessi entro e non oltre una certa data. Credo obiettivamente e spassionatamente che la proposta del senatore Borea abbia aspetti di positività, anche perché riduce l’ampiezza del provvedimento a due anni, ma non possa essere messa a regime - in questo concordo con quanto afferma il senatore Luigi Bobbio - perché rappresenterebbe un inutile doppione di istituti in larga parte già esistenti.

Per le pene fino a due anni è prevista la sospensione condizionale; è previsto l’affidamento in prova come interpretazione giurisprudenziale dell’articolo 47 dell’ordinamento penitenziario; è prevista, con sostanziale automatismo di applicazione, la detenzione domiciliare per certe categorie di soggetti. Avremmo un inutile doppione che si applicherebbe in modo anche più largo a soggetti che per definizione non hanno fruito delle altre misure proprio in quanto ritenuti meritevoli di un trattamento un po’ più rigoroso e che verrebbero, invece, instradati in un trattamento più benevolo. Questo mi pare non plausibile.

Plausibile invece è l’altra strada, cioè quella di prendere davvero contezza che il problema c’è e va risolto: lo strumento per farlo è quello dell’indulto. Se la preoccupazione è quella - in parte da me condivisa - di un eccessivo lassismo, costruiamo l’indulto condizionato, come è nel testo della Camera, ma mutiamo l’ottica, cioè le condizioni e trasformiamo le situazioni di mera vigilanza di polizia, che sono sterili e in molti casi si risolverebbero in una trappola, perché queste persone difficilmente accetterebbero di ritirarsi per due o tre anni tutte le sere alle ore 21 e fatalmente dopo un certo periodo violerebbero le prescrizioni e tornerebbero in carcere. Quindi, non solo questo non ha funzione e utilità di reinserimento, ma si rivelerebbe una normativa civetta, una normativa trappola.

Allora, sostituiamo questo apparato essenzialmente di vigilanza e di polizia con un apparato affine a quello dell’affidamento in prova, cioè chiediamo delle condotte veramente espressive di un reinserimento o almeno di una volontà di reinserimento, accompagniamole con le misure di sostegno che l’affidamento in prova già prevede. Alla fine, se questa prova è positiva, avremmo ottenuto due risultati positivi: da un lato, l’attenuazione della pressione carceraria; dall’altro lato, un’opera costruttiva nel percorso espiativo di questa persona, nel senso che al degrado carcerario avrà invece sostituito una misura di solidarietà e di accompagnamento.

Concludo con quest’ultima notazione. Il senatore Florino parlava di "mettere fuori", ma prima o poi queste persone le si deve mettere fuori, a meno di ipotizzare una pena perpetua: allora, effettivamente la neutralizzazione sarebbe ottenuta. Ma queste escono, e l’obiettivo non è quello di non farle uscire mai, ma di farle uscire migliori.

Ecco che allora se questo canovaccio può riscuotere - e io mi auguro vivamente che così avvenga - il consenso di larga parte delle forze politiche, oserei sperare addirittura di tutte, avremo la possibilità di uscire in modo rettilineo, corretto e socialmente utile.

Confido che la meditazione su queste proposte che finora non sono state formalizzate consenta una via d’uscita ed eviti al Senato della Repubblica l’accusa che domani si leverà inevitabilmente che, a fronte di un grave problema, la Camera in qualche modo è riuscita a proporre una soluzione e il Senato, per motivi che i cittadini difficilmente comprenderebbero, lo ha affossato. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U e del sottosegretario Valentino).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tirelli. Ne ha facoltà.

TIRELLI (LP). Signor Presidente, mi fa molto piacere quanto appena affermato dal collega Fassone, nel senso che, al di là dell’accettazione o meno di quanto risulterà da eventuali approcci più pratici al problema, in modo da definirne eventuali soluzioni, viene sostanzialmente riconosciuto quanto sottoposto da parte nostra al voto dell’Aula (anche se questa non lo ha approvato), motivando la pregiudiziale di costituzionalità.

Soprattutto, mi fa piacere sentire che qualcuno è a conoscenza dei risvolti pratici dell’esecuzione di una norma di legge come quella trasmessaci dalla Camera. Infatti, abbiamo sempre sostenuto che difficilmente le persone che verrebbero messe in libertà con questo provvedimento riuscirebbero a garantire il mantenimento degli obblighi dello stesso previsti. Per cui, il risultato alla fine sarebbe molto limitato, dato che queste tornerebbero in carcere. Comunque, ne riparleremo più avanti; probabilmente, ce ne sarà l’occasione.

Volevamo semplicemente affermare due concetti, al di là di tutti gli aspetti tecnici evocati e su cui ci soffermeremo nel corso dell'esame degli articoli. In primo luogo, rifiutiamo il teorema: sovraffollamento uguale necessità di questo provvedimento (chiamiamolo pure indulto, indultino o indultaccio, come diceva qualcuno).

Ho visitato anch'io alcune carceri nel recente passato. Non c'è solo l'inferno di Poggioreale, collega Tommaso Sodano; c'è anche l'inferno di Canton Mombello a Brescia, e non so fra i due in quale carcere preferirei essere ospitato, se lo Stato ne ravvisasse la necessità. Effettivamente, vi si vive in condizioni che non permettono non solo il recupero, ma neanche una vita dignitosa, forse neanche una vita vivibile: di questo siamo tutti a conoscenza.

Noi però sosteniamo che l'emergenza carceri (se vi è emergenza carceri; ma in qualche carcere c'è, anche se abbiamo visitato carceri in cui essa non è presente) non è un concetto numerico, cioè che non si tratta semplicemente di sovraffollamento. L'emergenza carceri è un concetto gestionale; è un problema di gestione delle carceri, ma non di gestione economica, tecnica o dei servizi: è un problema di gestione in funzione dell'articolo 27 della Costituzione, del recupero di chi è detenuto.

Questo è ciò che manca nelle nostre carceri, o che almeno, un po' a macchia di leopardo, in alcune carceri c'è e in altre no. Mettere in libertà persone che sicuramente sono numeri in più non è una soluzione al problema delle carceri e a quello del recupero di coloro che vi sono detenuti per aver commesso dei reati. Sono altre le soluzioni per attuare il dettato costituzionale. Non è cancellando dei numeri o riducendo la permanenza nelle carceri che si attua il dettato costituzionale.

C’è la possibilità di intraprendere delle strade nuove. Naturalmente, alcune di queste si basano su operazioni di tipo tecnico, come la costruzione di nuove carceri e l’adattamento di quelle esistenti, in modo da creare spazi che rendano possibile una vera e propria attività volta al reinserimento.

Non nascondiamoci neanche dietro all’insufficienza del numero degli operatori. Chi ha visitato le carceri sa che la carenza numerica degli assistenti sociali e dei volontari non sta tanto nel numero, quanto nella loro possibile operatività, che, a seconda dei direttori delle carceri, rappresenta un problema reale; sa anche però che questo problema lo si può superare.

Non limitiamoci quindi a parlare di un operatore ogni dieci detenuti o cento detenuti; al giorno d'oggi disponiamo di tecnologie che permetterebbero di risolvere il problema, posto che - e qui apro un inciso - il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria potesse svecchiare e snellirsi un po' il cervello applicando nuove tecnologie. Mi riferisco alle possibilità di recupero - che comportano mezzi economici alquanto limitati - offerte dal telelavoro e dalla teleformazione; mi riferisco ad altri sistemi, come la telemedicina.

Moltissimi sono i sistemi basati su nuove tecnologie che possono essere tranquillamente utilizzati e previsti nella ristrutturazione delle carceri perché si renda possibile l'avvio di un percorso di recupero, la cui riuscita, naturalmente, dipende dal condannato, dal detenuto, non competendo allo Stato intervenire dal punto di vista psicologico, forzando una persona a seguire un determinato percorso. Ognuno è libero di scegliere la sua vita: chi sceglie di essere al di fuori della società e delle sue regole può farlo; chi invece si accorge di aver commesso degli errori e vuole rimediarci ne abbia la possibilità, offerta dallo Stato.

In sostanza, rifiutiamo il concetto secondo cui si devono mettere in libertà i detenuti per agevolare questo percorso. Il nostro concetto è un altro: mettere in libertà persone in grado di stare nella società, di stare alle sue regole e che non debbano per forza, volontariamente o involontariamente (perché sprovviste di preparazione professionale, di mezzi di lavoro, di mezzi economici), tornare nelle nostre carceri non avendo altre possibilità per vivere una vita civile. Questo - secondo noi - è il punto principale.

Abbiamo quindi proposto e riproporremo il lavoro civile non retribuito (o altre forme di lavoro). Dobbiamo, soprattutto, essere in grado di garantire a costoro una minima preparazione professionale che li metta in grado di convivere con altri senza dover subire o imporre ricatti, nel senso che chi è uscito dal carcere grazie a un provvedimento di questo tipo ha tutto il diritto di star fuori, ma gli altri cittadini hanno il diritto di non subire un atteggiamento che potrebbe essere non conforme ad una vita civile.

Dal punto di vista tecnico, potremmo parlare di altri aspetti, ma mi limito alle considerazioni che ho esposto. Dobbiamo trovare un modo adeguato per garantire l’espiazione della pena, per garantire, cioè, quel patto sociale che abbiamo stipulato con gli elettori (mi rivolgo ai colleghi della Casa delle Libertà). Un patto sociale che riguarda la loro sicurezza. Dobbiamo garantire l’espiazione della pena e al tempo stesso il rispetto del dettato costituzionale.

Dobbiamo intraprendere un percorso diverso da quello seguito da questo disegno di legge, cui siamo fortemente contrari; un percorso che parte dalla considerazione dell’esistente, vede le strade da seguire nella ristrutturazione delle carceri e soprattutto nell’impiego di nuove tecnologie come mezzi di formazione e di lavoro, in modo da raggiungere questo risultato senza forzare la Costituzione, senza mentire agli elettori dicendo che si parla di misure alternative e, soprattutto, senza andare contro la loro sicurezza. Allora avremo fatto il nostro dovere. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zancan. Ne ha facoltà.

ZANCAN (Verdi-U). Signor Presidente, signori colleghi, la tranquillità dell’Aula, dovuta all’assenza di un gran numero di colleghi, mi consente di fare un discorso tranquillo e di dire che la contrapposizione che si è inteso instaurare su questa legge è in realtà una contrapposizione che ha scelto un terreno assolutamente improprio.

Il Gruppo della Lega sventola la bandiera del rigore; il Gruppo di Alleanza Nazionale sventola anch’esso la bandiera del rigore. Si attribuiscono a questa legge intenti lassisti. A mio giudizio, questo sventolamento di bandiere, prima di essere non giusto e non fondato nel merito, ha trovato un’occasione assolutamente impropria.

Partiamo da una premessa sulla quale siamo tutti d’accordo. In diversi interventi dei rappresentanti della Lega si è parlato di inferno per qualificare la situazione delle nostre carceri; sappiamo benissimo che questo inferno non può essere modificato a breve, perché la situazione economica del Ministero della giustizia ci è stata spiegata esaurientemente da un Ministro della giustizia della Lega; sappiamo dunque che questo inferno, a prescindere dall’altezza dei letti a castello e dalla impressionante esperienza della Commissione giustizia, dalla mia stessa esperienza personale, che ormai perdura da quarant’anni, deve cessare, non fosse altro per il seguente motivo: signori colleghi, sapete qual è la percentuale dei detenuti che hanno ingresso al lavoro nelle nostre carceri, ricomprendendo nel lavoro quei sottolavori svolti per la comunità carceraria, ovverosia gli spesini, i portavitti, i portalettere, cioè i lavori interni alla comunità carceraria? La percentuale è pari al 6 per cento. Allora, nessuna persona, nessun essere umano, che resta tale anche se ha colpe gravissime, può essere, nel 94 per cento dei casi, condannato all’ozio, che non solo è il padre dei vizi, ma è anche il peggiore dei castighi che si possono dare ad un uomo.

Questa è la premessa da cui dobbiamo partire ed essa ci impone di dire che ricercare forme diverse dalla detenzione, associando la sicurezza al rigore, è uno scopo che un Parlamento deve perseguire e deve farlo - io aggiungerei - con unità e unanimità di intenti.

Se così è, su questa legge si è verificata una campagna di disinformazione (non posso dire di "disinformazia") cominciata dandole un nome - indultino - che non risponde alla sua natura e che soprattutto non risponde ad un’analisi seria, obiettiva, penetrante della sua sostanziale natura.

Non si tratta di una legge lassista, signori colleghi. È una forma diversa di esecuzione della pena: molto, molto, molto rigorosa. Basterebbe dire - perché vi sono spie e segnali - che è una forma diversa di esecuzione della pena che può essere rinunziata. Se fosse la cornucopia di ogni mollezza e di ogni lassismo, credo proprio che il nostro legislatore parlamentare, che l’ha approvata con quella larga maggioranza che ricordavo ieri, non avrebbe scritto, all’articolo 3 (Esclusioni soggettive): "chi vi ha rinunciato", perché è ovvio che non si parlerebbe di rinunzia ad un beneficio così straordinario.

Perché è una forma di esecuzione tutt’affatto lassista? Per alcune ragioni che ora vi elencherò per cercare di convincervi, approfittando di questo clima finalmente accettabile per parlare. In primo luogo, si deve scontare un quarto della pena detentiva inflitta. Così non è per altre misure previste nel nostro ordinamento, come ad esempio l’affidamento in prova, fortemente voluto grazie all’attività, come è stato ieri ricordato, del collega parlamentare (e avvocato, dico io) Simeone, il quale è stato motore e coartefice della relativa legge. Occorre, ripeto, aver scontato una pena effettiva di almeno un quarto della pena comminata.

In secondo luogo, vi sono esclusioni oggettive. Non sventoliamo la bandiera della peste gialla, perché non è così. Infatti, all’articolo 2 si escludono tutti i reati di cui all’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354. Tale ultimo articolo è ormai diventato un elenco particolarmente allargato: non dimentichiamo le recenti modifiche ad esso apportate in materia di articolo 41-bis, ove si sono ricompresi tutti i reati di terrorismo e di eversione. Allora, non diciamo che con questo provvedimento si dà il via libera ad una criminalità di particolare pericolosità, perché così non è.

In terzo luogo, si tratta di un provvedimento condizionato, con delle condizioni che, nel mestiere di avvocato, non vorrei mai far dare ad un mio assistito. Infatti, è sufficiente una condanna ad una pena non inferiore a mesi sei nei cinque anni - e mesi sei si possono prendere per un reato di resistenza, che è reato assai lieve - per provocare la revoca.

Non solo: se non si ottempera alle prescrizioni, allora sì che la diversa forma di esecuzione della pena diventa una sorta di fatica di Sisifo. Ricorderete bene (lo ricordiamo tutti) che Sisifo spingeva verso una vetta un macigno che giunto alla cima rotolava già. Se si elimina questa diversa esecuzione, si può dover ripartire da capo, ed è un rischio enorme, perché non solo si sconta la pena, ma si ricomincia da capo.

Per quanto riguarda le condizioni, vi sembrano veramente condizioni da poco? Sembra si voglia dare una sorta di libertà incondizionata; ma per piacere! Leggiamole queste condizioni. In primo luogo, presentarsi giornalmente all’ufficio di polizia giudiziaria (voi direte che questa prescrizione non è mai servita a niente). In secondo luogo, obbligo di non allontanarsi dal comune di residenza o di domicilio, con la possibilità tuttavia di andare in un comune diverso ma ho dei dubbi che ciò sia possibile, perché questo provvedimento reintroduce il confino di polizia. Forse questa misura è incostituzionale; tuttavia, se gli addentellati sono o nel comune di residenza o nel comune dove si svolge una prestazione lavorativa, questo aspetto può essere per così dire superato attraverso il confino in un comune diverso. In terzo luogo, "obbligatoriamente", signori colleghi, si deve stare in casa dalle 21 alle 7. Non ditemi che per una persona di venti o venticinque anni lo stare in casa dalle 21 alle 7 non sia una cautela che abbia un peso e un’incidenza sulla sua potenziale pericolosità. È un punto fondamentale e mi rincresce che non l’abbiate compreso.

TIRELLI (LP). Lasciamoli allora in galera!

ZANCAN (Verdi-U). Rispondo, senatore Tirelli, al suo invito a lasciarli in galera dicendo, come ho già fatto nella premessa, che non è possibile lasciare in galera tutti. Infatti, se si tiene una persona in un luogo dove il livello di civiltà è sotto i minimi, questa prima o poi esce (come ha detto benissimo il senatore Fassone, il cui discorso però in gran parte non condivido) e se esce da una situazione di inciviltà protratta e permanente, è una persona che non si riconcilia con la società, ma che anzi ha trovato in carcere ragioni ulteriori per commettere reati.

La criminogenità del carcere non è che la debba spiegare io ai signori colleghi, perché è un fatto assolutamente notorio: mettere in un carcere una persona di venti-venticinque anni nel flusso della grande criminalità organizzata, questo è veramente criminogeno e non è, al contrario, utile al reinserimento nella società. Ma soprattutto, viene posto per la prima volta e codificato l’obbligo di adoperarsi in favore della vittima del reato.

Allora, dobbiamo parlarci chiaro, perché è la vittima del reato la vera Cenerentola del processo penale. Finalmente, viene stabilito per legge che una persona viene mandata a casa, ma si deve adoperare in favore della vittima del reato, il che significa che se guadagna un certa somma di denaro ne deve dare una parte alla vittima stessa e se non lo fa è suscettibile di revoca della sospensione della pena.

A me sembra che un meccanismo di questo tipo (l’articolo 4-bis, non riferito a reati gravi, ma a persone che hanno scontato effettivamente parte della pena e sono sottoposte a delle condizioni talora più gravose della pena stessa), valutato nell’ottica della premessa che ho fatto, possa essere accettato come momento non certamente perfetto di legislazione, ma come momento necessitato di legislazione.

Infatti, dire che chi ha scontato parte della pena viene rimesso in libertà a determinate condizioni e se sgarra o non si adopera per la vittima del reato viene rimandato in carcere non è lassismo, ma trovare un’alternativa a quell’inciviltà che oggigiorno è il carcere, nel nostro Paese, per tentare un recupero, un reinserimento nel sociale che comunque, piaccia o no, è l’unico fine che la nostra Costituzione attribuisce alla restrizione della libertà. Mi riferisco all’articolo 27 della Costituzione, che vale per tutte le situazioni di detenzione.

Per tali ragioni, pur con qualche riserva nel merito del meccanismo legislativo, ritengo che questo provvedimento debba essere approvato. (Applausi dai senatori Dalla Chiesa e Sodano Tommaso).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Peruzzotti, il quale, nel corso del suo intervento, illustrerà anche gli ordini del giorno G5 e G8.

Il senatore Peruzzotti ha facoltà di parlare.

PERUZZOTTI (LP). Signor Presidente, sono anch’io favorevolmente impressionato dalla pacatezza con cui si può svolgere questo dibattito (al di là delle numerose assenze), che ci permette di fare alcune riflessioni anche in ragione di quanto detto da alcuni colleghi poco fa.

Si è parlato di inciviltà nelle carceri. È verissimo, ma nelle carceri vigono regolamenti che oserei definire borbonici. Il senatore Zancan, emerito avvocato, sa che un detenuto spesso deve attendere anni per avere una macchina da scrivere, magari per registrare le sue memorie e le sue impressioni o per tenere un diario. Il senatore Zancan sa che a detenuti con sentenza passata in giudicato sono stati comminati due anni di isolamento diurno dopo dodici anni di carcere: questo perché abbiamo regolamenti borbonici, leggi che comunque non vengono modificate.

Non è certamente colpa del Governo se le leggi non vengono modificate; non si può buttare la croce addosso a questo Governo. Delle problematiche delle carceri si è cominciato a parlare quando qualche politico, ai tempi di Tangentopoli, ha iniziato a frequentarle. Prima, pochi per la verità parlavano delle carceri, ad eccezione di qualche forza politica, come i radicali. Ricordo le battaglie di Pannella e dei suoi colleghi, ma la maggior parte delle forze politiche delle carceri non si è mai occupata.

Ci sono nelle carceri problematiche che devono essere risolte; ci sono regolamenti che devono essere cambiati. Per la verità, in base alla mia piccola esperienza come componente della Commissione giustizia del Senato della Repubblica in una precedente legislatura, durata un anno e mezzo, posso dire, senatore Zancan, che in Commissione giustizia (e mi spiace di non vedere qualche collega emerito magistrato) si assiste continuamente a scontri tra avvocati e magistrati e troppo poco si parla dei problemi che riguardano sia i cittadini che sono fuori delle carceri sia quelli che vi sono dentro. Avrei voluto sentir parlare in questa sede di un tavolo che comprenda tutte le forze politiche per poter risolvere definitivamente i problemi non solo di chi sta fuori, ma anche di chi sta dentro.

Faccio riferimento ai regolamenti da cambiare, alle strutture ormai obsolete. Si parlava di regolamenti borbonici, ma esistono veramente delle carceri ricavate da fortezze borboniche nel nostro Paese, con tutta una serie di problematiche connesse. Ci sono centri di potere, all’interno dell’Amministrazione penitenziaria, che non dipendono certamente dalla forza politica che oggi governa il Paese, che lo ha governato o lo governerà domani, centri di potere difficilmente attaccabili dalle forze politiche perché comunque consolidati nel tempo.

C’è la problematica dei direttori delle carceri. Non è prevista, nell’ordinamento penitenziario, la figura del vice direttore. Spesso siamo costretti a vedere persone che a scavalco, come i segretari comunali, fanno il direttore del carcere in tre, quattro, o addirittura cinque strutture diverse e per non far torto a nessuno magari non vanno in nessuna di esse.

Questi sono i problemi che bisogna affrontare e non è giusto, come ho sentito fare in quest’Aula e leggendo la stampa, buttare la croce addosso a questo Governo. Si tratta di situazioni che da esso sono state ereditate, come lo erano state dai Governi precedenti.

Vogliamo fare veramente, tutti insieme, qualcosa di concreto? Lei, senatore Zancan (mi rivolgo a lei perché è stato l'ultimo ad intervenire prima di me), ha parlato della possibilità di varare una legge che potrebbe essere perfettibile e che quindi si potrebbe modificare in futuro.

Da troppo tempo nelle Aule parlamentari sentiamo parlare di leggi che potrebbero essere un domani modificate: vogliamo lavorare per approvare una legge che sia il massimo e che per un bel po' di tempo non debba più essere toccata da circolari interpretative o da direttive dei vari Ministeri e organismi competenti? Vogliamo fare veramente qualcosa di concreto? Mi sembra che le proposte della Lega siano chiare.

Faccio un esempio, avvocato e collega Zancan, onorevoli senatori. In provincia di Varese, dove abito io, fino a qualche tempo fa avevamo un bellissimo istituto di pena (io lo chiamo impropriamente colonia penale, ma non c’erano lavori forzati) dove i detenuti lavoravano la terra, allevavano gli animali, coltivavano frutta e verdura, producevano formaggi e vendevano anche i loro prodotti, situato vicino all'aeroporto della Malpensa. Con l'ampliamento dell'aeroporto quell’istituto di pena è stato smantellato; questo è avvenuto qualche anno fa, quando non c'erano il Governo Berlusconi e il ministro Castelli.

Indubbiamente, collega Zancan, chi ha fatto il serial killer non può essere messo in cella insieme a chi è in prigione (sono pochi, ma ancora qualcuno si trova) per aver emesso assegni a vuoto o per qualche reato minore, sono d'accordo con lei. Ho voluto citare quell’esempio perché credo sia da imitare.

Come ripeto, quell'istituto penale è però scomparso; nessuno si è più preoccupato di ricostruirlo da qualche altra parte, proprio perché, come dicevo, all'interno dell'Amministrazione penitenziaria ci sono centri di potere (e con questa espressione dico tutto) che difficilmente accettano ingerenze e che comunque non fanno certamente l'interesse dell'Amministrazione penitenziaria stessa, ma coltivano, purtroppo, interessi privati.

Non faccio riferimenti al momento attuale o a quello precedente; è sempre accaduto così. Basti constatare le difficoltà che incontra un parlamentare, anche se lo prevede la Costituzione, a recarsi nelle carceri per parlare con i detenuti. Non sempre questo avviene nella massima trasparenza e nella massima disponibilità degli organismi che governano il carcere.

Quindi, al di là delle battaglie politiche, delle indiscrezioni di stampa e di legiferazioni sulle ondate emotive è forse arrivato il momento di porre mano seriamente al problema delle carceri che, non è indifferente e non riguarda soltanto i detenuti, colleghi, ma riguarda anche chi all'interno dell'Amministrazione penitenziaria vive a stretto contatto con i detenuti stessi, come le guardie carcerarie (altra questione da risolvere).

Ci sono modelli di Paesi europei e di altri da noi lontani da imitare per una nuova ristrutturazione delle carceri, per un nuovo modo per reinserire nella società chi ha sbagliato una volta. Indubbiamente, bisogna dargli la possibilità di non sbagliare più e di reinserirsi nella società.

Nelle varie legislature che si sono succedute dal 1948 in poi, quanti disegni di legge di iniziativa parlamentare sono stati presentati per modificare l'ordinamento penitenziario? Migliaia. Per la verità, di qualcuno si è iniziato l'iter; poi è scomparso, e ci chiediamo il perché. Per quale motivo quando si parla di far lavorare i detenuti c'è subito qualcuno che insorge dicendo che si va contro qualche regola? C'è anche qualche organizzazione sindacale che si lamenta.

Io raccolgo le opinioni dell’uomo della strada e l’uomo della strada chiede perché non li facciamo lavorare. In questo modo potrebbero non gravare sul bilancio dello Stato e dare qualche contributo alla famiglia. I detenuti, infatti, vivono questa problematica: non sempre la famiglia può mandare loro un contributo mensile. Sappiamo che nelle carceri c’è la possibilità di prepararsi i pasti, di acquistare e cuocere cibi senza accedere alla cucina del carcere. La stragrande maggioranza dei detenuti non accede alla cucina del carcere, ma ci sono anche coloro che sono costretti - ahimè! - a farlo, e so bene che cosa viene dato loro da mangiare.

I detenuti potrebbero non gravare sul bilancio dello Stato, dare un piccolo contributo alla famiglia e, dopo un certo periodo di comportamento lineare, ottenere anche un piccolo sconto di pena. Sarebbe bello e soprattutto andremmo incontro alle esigenze non soltanto dei detenuti, ma anche della gente.

Questo è il miglior reinserimento: chi ha commesso un reato, naturalmente non grave, ha la possibilità di rimediare; espia la pena senza gravare sul bilancio dello Stato e senza gravare sulla famiglia, riuscendo addirittura a dare un piccolo contributo, e se fa il proprio dovere, se è "bravo", può ottenere uno sconto della pena. Questo è, secondo me, il miglior incentivo che possiamo dare a chi è detenuto.

Avendo di fronte a me eminenti rappresentanti del Governo e della Commissione giustizia, vorrei che - al di là dell’iter di questo provvedimento - si cominciasse a parlare dei regolamenti borbonici che tuttora vigono nell’Amministrazione penitenziaria. Non è più tollerabile che un detenuto, per avere una macchina da scrivere, debba aspettare anni, sottosegretario Valentino, oppure che sia messo nella condizione di utilizzare il computer senza avere la stampante, non si sa per quale motivo. Sappiamo che con l’informatica si può fare tutto e quindi anche che questo strumento può essere messo nelle condizioni di non comunicare con l’esterno.

Il Ministero della giustizia ha stipulato un accordo con l’Albania per la detenzione in quel Paese di albanesi che commettono reati in Italia. Questo è un altro sistema per svuotare le carceri. Se si comincia a parlare seriamente di questi argomenti, c’è la disponibilità della Lega.

Le nostre proposte sono state già sviscerate in quest’Aula dal senatore Tirelli, e prima ancora alla Camera. Se si parla seriamente di riforma del sistema penitenziario, e conseguentemente del sistema giustizia, la Lega c’è. Provvedimenti come questo lasciano sinceramente il tempo che trovano e, soprattutto, non garantiscono né ai detenuti, né ai cittadini quella libertà e quella sicurezza che tutte le forze politiche, non solo quelle della Casa delle Libertà, dovrebbero garantire ai cittadini di questa Italia.

Onorevole Presidente, continuiamo nella nostra strada, negando il nostro consenso al provvedimento. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Agoni, il quale nel corso del suo intervento illustrerà anche l’ordine del giorno G2.

Il senatore Agoni ha facoltà di parlare.

AGONI (LP). Signor Presidente, il Gruppo della Lega Nord-Padania esprime chiaramente un voto di netta contrarietà nel provvedimento per le molte ragioni già emerse nel corso dell’ampio dibattito.

Vi sono ragioni di legittimità: la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva - lo abbiamo detto e ribadito più volte - è in realtà un indulto mascherato, è un pasticcio giuridico frutto di una mediazione politica tra quelle forze di centro-destra e di centro-sinistra presenti in quest’Aula che, verificata la difficoltà di approvare un atto di clemenza nei confronti dei detenuti con il quorum previsto dall’articolo 79 della nostra Costituzione, hanno inventato un istituto che differisce nel nome ma corrisponde nella sostanza ad un indulto vero e proprio, seppur condizionato, anche con riferimento agli effetti, che sono ancora più pericolosi e creano maggiore disuguaglianza nella popolazione di quanto faccia l’indulto. Sono state previste determinate esclusioni oggettive; sono inclusi certi tipi di reato, ma sono esclusi altri che hanno una forte pericolosità sociale.

È stata ampiamente dibattuta la tematica in ordine a coloro che sono in attesa di giudizio e che non potranno beneficiare di questo istituto. Si tratta, infatti, di un atto di clemenza generalizzato, che si applica indistintamente ad una categoria indiscriminata di soggetti che si trovano nelle condizioni previste dal provvedimento, di un istituto che si applica automaticamente. Signor Presidente, potremmo fare un sorteggio! Facciamo una lotteria e sorteggiamo il detenuto a cui diamo due anni di sconto della pena!

Le prescrizioni di cui all’articolo 7, inoltre, sono semplici condizioni cui è subordinata la revoca del beneficio sospensivo della detenzione, analogamente a quanto previsto dall’articolo 151, comma 4, del codice penale in materia di indulto incondizionato.

Il dato di fatto è che comunque assistiamo oggi, con questo provvedimento, ad una palese violazione della nostra Costituzione, che diventa un dogma intangibile quando si tratta di opporsi alla necessaria riforma istituzionale di stampo federalista o alle importanti riforme in materia di giustizia, ma che tuttavia viene calpestata e aggirata per approvare un provvedimento inviso alla stragrande maggioranza della popolazione, che comunque sarà chiamata come ultima a giudicare.

La situazione delle nostre carceri è all’attenzione del Parlamento. Ebbene, si è posta una questione penitenziaria da affrontare in maniera improcrastinabile e, necessariamente, con un provvedimento svuotacarceri di cui sinceramente non riusciamo ancora a comprendere le vere ragioni, e con noi credo non vi riesca la stragrande maggioranza dei nostri concittadini.

Il sovraffollamento carcerario è un problema serio e concreto, che nasce da lontano e che nel nostro Paese ha assunto una dimensione rilevante. Assicurare condizioni dignitose di vivibilità ai detenuti è un impegno di questo Governo e del Ministro della giustizia; per farlo, occorre porre in essere - come è già stato fatto - azioni positive che portino alla creazione di nuovi penitenziari che migliorino le strutture esistenti.

Occorre pensare a strutture con circuiti differenziati a seconda dell’età, delle tipologie di reati commessi, della pena da scontare; occorre ridurre sensibilmente i tempi dei processi per diminuire il numero di coloro che sono ancora in attesa di giudizio; occorre che i magistrati applichino la legge Bossi-Fini, che già prevede la possibilità di tramutare la pena inferiore ai due anni di reclusione in un provvedimento di espulsione.

Di qui, quindi, la nostra netta contrarietà a provvedimenti di questo tipo, anche perché l’esperienza del passato lo insegna: si tratta di interventi che hanno un effetto deflativo della popolazione carceraria solo nell’immediato, perché purtroppo in breve tempo le carceri tornano a riempirsi, molte volte degli stessi personaggi che erano stati precedentemente liberati, data la difficoltà di reinserimento sociale per i detenuti.

Si parla tanto di rendere effettivo l’articolo 27 della Costituzione, ma dov’è l’effetto rieducativo di atti di indulto e di "indultino" che corrispondono ad una resa dello Stato, ad una abdicazione vera e propria rispetto alle proprie responsabilità?

Ancora: la motivazione addotta è quella di tutelare i detenuti, ma della tutela delle vittime dei reati nessuno si ricorda. Nessuno si ricorda di quelle migliaia di persone vittime di reati, di quelle migliaia di persone silenti che si vedono offese nei diritti e nella loro dignità per ben due volte, ovvero nel momento in cui hanno subito l’offesa e nel momento in cui lo Stato prima condanna e successivamente condona.

Vorrei ricordare quelle migliaia di allevatori e di agricoltori che vivono ancora oggi, nel nostro Paese, nelle cascine, lontano dai centri abitati, dove peraltro non è facile vivere, visto che in molte città dopo un certo orario della sera in certe zone (vedi, ad esempio, a Brescia, vicino alla stazione e nella zona del Carmine) non è più possibile circolare per i liberi cittadini. Gli agricoltori, che vivono nelle cascine disabitate e che non hanno l'assistenza dei vigili, di nessuna guardia, sono lasciati con le loro aziende, i loro animali e i loro mezzi di lavoro allo sbaraglio, in balìa di coloro che li rendono sovente, purtroppo, meta delle loro visite.

Onorevoli colleghi, non è questo che avevamo promesso ai nostri elettori. Noi ci siamo battuti per la certezza della pena e per assicurare più criminali alla giustizia, per far scontare una pena giusta e proporzionata. Avevamo detto che saremmo stati soprattutto dalla parte dei più deboli, dalla parte di Abele: non mi sembra che questo proposito sia stato pienamente rispettato. Ciò è avvenuto anche oggi, dal momento che nessuno è entrato nel merito della proposta alternativa che il Gruppo della Lega Nord ha presentato per contribuire in maniera fattiva e positiva a questo dibattito, ipotizzando una misura alternativa seria, che coniugasse l'effetto deflativo con quello di rieducare il detenuto e avendo cura dell'effettività della pena.

Noi andremo comunque avanti e presenteremo nuovamente un nostro progetto sul lavoro civico non retribuito, chiedendo un riordino delle misure alternative alla detenzione, che in questi anni hanno mostrato una totale inefficienza. (Applausi dal Gruppo LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calvi. Ne ha facoltà.

CALVI (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, a me sembra che questa discussione, come giustamente è stato osservato dal collega Peruzzotti, stia procedendo con notevole pacatezza, con grande equilibrio e - spero - anche con grande saggezza, quando giungerà alle sue conclusioni. Tuttavia, debbo dire che, se vi è pacatezza, e quindi tranquillità nella discussione, mi sembra vi siano collocazioni e posizioni così divergenti che lasciano veramente non sperare in un esito positivo. Noi, come è avvenuto alla Camera, siamo per l'approvazione di questo provvedimento. Voglio solo ricordare che alla Camera esso è stato egualmente dibattuto con passione, ma alla fine è stato votato da gran parte dei nostri colleghi deputati.

Ora, abbiamo affrontato problemi di carattere giuridico, riguardanti la costituzionalità del provvedimento, e sono stati superati; abbiamo vagliato i problemi di ordine sociale, di sofferenza personale, e purtuttavia credo che i due nodi che abbiamo di fronte rimangano irrisolti e dobbiamo sicuramente far sì che questi due problemi siano finalmente affrontati in Parlamento.

Questo Governo non governa da due giorni. Sono più di due anni che governa: qualche responsabilità dovrà pur assumersela di fronte al dramma che si vive nelle nostre carceri, alla totale inefficienza del processo penale. Certamente sono problemi e sono problemi antichi, di cui tutti dobbiamo in qualche modo farci carico ed assumerci le nostre responsabilità. Tuttavia, devo dire che questo Governo e questa maggioranza non hanno fatto ciò che io pensavo fosse doveroso fare.

Abbiamo per due anni discusso alcune leggi che sappiamo benissimo essere mirate a risolvere taluni problemi di carattere processuale di alcuni personaggi importanti, ma non abbiamo affrontato il problema del processo, che è rimasto totalmente inefficiente, non rispondendo alle richieste dei cittadini che vogliono innanzitutto un processo rapido. La stessa cosa si può dire per le carceri.

Vedete, io non capisco francamente il Ministro quando continua a negare che la situazione carceraria sia drammatica: è così, la situazione carceraria vive momenti di grandissima sofferenza e debbo dire che soltanto il Ministro sembra non accorgersene, dicendo (così come ha risposto in una recente trasmissione televisiva) che, siccome io sono un giurista e mi occupo di pandette, forse non ho la consapevolezza di quanto egli invece sa, essendo ingegnere e conoscendo i numeri, e si rende conto invece che la situazione è molto più tollerata e tollerabile rispetto a quanto io sospetti. In realtà, non è così; non sono sospetti.

La Commissione giustizia del Senato non è presieduta da una "toga rossa" o da un bolscevico, ma da un noto, equilibrato e saggio avvocato civilista di Milano, il quale giustamente ha disposto dall’inizio della legislatura che tre membri della Commissione stessa a turno girino nelle carceri di tutta Italia e poi facciano i loro resoconti. Basterà leggere quest’atto, che non è certamente di parte, per rendersi conto della gravità della situazione carceraria italiana. E quando allo stesso Ministro ricordavo che non era una mia supposizione la gravità delle condizioni che oggi vi sono nelle nostre carceri, egli mi ha risposto che era soltanto propaganda.

Questa situazione, di cui noi ci facciamo carico, è stata denunciata da autorevoli personaggi. Innanzitutto, dal Presidente della Repubblica, il quale… (Commenti del senatore Tirelli). Sto facendo riferimento soltanto a ciò che di recente è avvenuto. Il Presidente della Repubblica è stato colui che ha denunciato con forza la necessità di un intervento nel sistema carcerario, per renderlo più tollerabile e più rispettoso dei princìpi previsti dall’articolo 27 della nostra Carta costituzionale.

Lo stesso procuratore generale presso la Corte suprema di cassazione, dottor Favara, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, nel gennaio 2003, facendo un’analisi molto puntuale partiva proprio dalla considerazione che siamo di fronte ad una situazione assolutamente drammatica e particolarmente grave.

Tutti ricordiamo l’intervento del Sommo Pontefice (il quale certamente non faceva propaganda), che denunciava anch’egli la necessità di un intervento per rendere più umano quel trattamento che effettivamente, a suo giudizio e a nostro sommesso giudizio, appariva non rispondente ai princìpi di civiltà e di umanità e soprattutto ai princìpi previsti dalla nostra Carta costituzionale.

Che cosa fare, dunque? Ascoltavo poco fa gli interventi in particolare dei colleghi della Lega, che trovo assai saggi; non ritengo siano da respingere tante loro argomentazioni. Io credo che vi siano due problemi, uno contingente e uno strutturale.

Il problema strutturale è che certamente dobbiamo affrontare la riforma del processo penale, come dobbiamo affrontare, soprattutto, una risistemazione complessiva dell’esecuzione della pena. Questi sono i problemi che dobbiamo affrontare. Se in questi due anni li avessimo affrontati, forse oggi non ci troveremmo in questa situazione.

Occorre una riforma del processo penale che abbia come obiettivo finale il cosiddetto diritto penale minimo; io credo che quasi tutta la dottrina si stia orientando verso un modello di diritto penale minimo, cioè l’intervento del giudice penale come una sorta di extrema ratio per risolvere problemi determinati da conflitti che possono sorgere nella società civile. Non solo: occorre anche una risistemazione complessiva dell’esecuzione della pena.

Certo, questi problemi non si risolvono in pochi giorni, in poche settimane o pochi mesi: essi necessitano di approfondimenti, di ragionamenti, di consultazioni, di mesi e mesi di vaglio critico per giungere ad una soluzione equilibrata e giusta.

A questo punto, però, si pone un altro problema: quello dell’attualità, dell’urgenza, della necessità di intervenire subito. Non possiamo attendere la riforma complessiva del sistema dell’esecuzione della pena quando la situazione carceraria soffre di questa condizione di gravità assoluta.

Il disegno di legge trasmessoci dalla Camera risponde a questo primo problema. Certo, è una norma deflativa, è una norma circoscritta, è una norma che risponde soltanto a problemi momentanei; non c’è dubbio che sia così, come non c’è dubbio che questo provvedimento tenga conto anche di quei problemi di sicurezza che molti di voi hanno sottolineato. Siamo tutti preoccupati e questo disegno di legge di quei problemi ne tiene conto, impedendo che possano uscire dal carcere persone che possono creare problemi alla sicurezza dei cittadini.

Vi sono condizioni di esclusione oggettive e condizioni di esclusioni soggettive; molti non potranno certamente godere di questa norma, anzi credo che questo sia un provvedimento tutto sommato straordinariamente restrittivo rispetto alle esigenze.

Diceva il collega Fassone che siamo stati sempre contrari a provvedimenti di amnistia. Colleghi, vorrei ricordare che il termine "amnistia" ha origine dal greco a-mimnesko, che vuol dire dimenticare, non ricordare. Ora, tutto si può chiedere allo Stato tranne di non ricordare ciò che è accaduto. L’amnistia ha questa natura di cancellazione dalla memoria di ciò che è accaduto in termini di delitti, di una sentenza, di una condanna che improvvisamente viene cancellata.

Eppure, colleghi, ricorderete che noi, per decenni, abbiamo vissuto in una condizione in cui la totale inefficienza del nostro sistema penale era compensata da una sorta di cadenza annuale di amnistia e di indulto; ogni anno vi era l’amnistia, ogni anno si usciva dal carcere proprio perché il sistema non era in grado di garantire quell’ordine necessario perché il momento della repressione penale avesse i suoi giusti effetti.

Noi questo non lo vogliamo e devo dire che non vi è stato alcun atteggiamento di lassismo, tant’è vero che dal 1989 non vi sono state più amnistie e si è stabilito che è necessario un voto a maggioranza dei due terzi per approvare l’amnistia, proprio per impedire che una maggioranza, improvvisamente, decida di farla. Si è trattato di una decisione molto saggia e molto opportuna, tant’è vero che dal 1989 a oggi non ci sono state più amnistie.

Allora, qual è la via d’uscita? Certamente, un indulto molto circoscritto e molto limitato potrebbe essere una via possibile; anzi, credo sia la via maestra verso la quale dovremmo tendere. Pur tuttavia, mi rendo conto che sono sorti problemi di carattere politico - rispettabilissimi - all’interno di varie forze politiche e di vari Gruppi di centro-destra e di centro-sinistra, problemi che hanno reso pressoché impossibile la soluzione che appariva più equilibrata: quella di un indulto molto contenuto (un anno, sei mesi) che potesse risolvere in qualche modo questo problema di urgenza. C’è un problema politico e ne prendiamo atto.

Ecco, allora, l’idea di trovare in qualche modo una sistemazione che consenta una via d’uscita. I dati che abbiamo sono drammatici. Non voglio elencare le condizioni soggettive nelle quali i detenuti vivono nelle carceri; sono condizioni drammatiche, peraltro già descritte nel corso di questa discussione. Prendiamo soltanto alcuni dati; quelli di cui noi disponiamo risalgono al 31 dicembre 2001. A quella data vi erano 55.275 persone detenute, mentre la capienza delle nostre carceri è di circa 40-45.000 posti.

Non ci si può rispondere: costruiremo nuove carceri; non è questa la risposta. La risposta è quella che avrebbe dato il più grande dei nostri filosofi del diritto, Cesare Beccaria: occorre una pena immediata, certa e contenuta, in modo che possa essere efficace nella sua controspinta alla spinta criminale. A questo dobbiamo tendere; quindi, riforma del sistema processuale e nello stesso tempo riforma dei criteri di applicazione delle sanzioni.

Oggi ciò non è possibile, per ragioni anche temporali; eppure, i circa 55.000 detenuti - rispetto ai circa 40.000 posti - sono in uno stato di sofferenza. È un problema che dobbiamo comunque affrontare e risolvere, anche perché (ancora una volta, colleghi della Lega, avete ragione) le nostre carceri non sono piene di detenuti che hanno commesso reati straordinariamente gravi, nei cui confronti l’opinione pubblica è molto preoccupata.

Le nostre carceri sono affollate per il 30 per cento da tossicodipendenti e per un altro 30 per cento da extracomunitari. In realtà, non abbiamo (ad eccezione della grande criminalità mafiosa o camorrista) altre forme di detenzione oltre alle due appena ricordate. Non si risolve dunque il problema di un equilibrato sistema di sanzioni penali, in uno Stato di diritto quale noi pretendiamo di essere.

Di fronte a questa situazione, il Parlamento ha licenziato un provvedimento che a me sembra in qualche modo dare una risposta, peraltro immediata; niente di più. Non si tratta di una risposta definitiva, ma contenuta, limitata, volta ad impedire che l’intero mondo carcerario possa esplodere. Io non me lo auguro; anzi, noi invitiamo tutti coloro che in questo momento sono detenuti ad essere prudenti nelle loro manifestazioni, a prendere atto che la sanzione deve essere scontata e che stiamo cercando in qualche modo di risolvere i loro problemi.

Intanto, proprio per l’urgenza con cui si presentano talune situazioni nelle diverse carceri, dobbiamo far sì che un provvedimento comunque esca: sia esso il provvedimento di sospensione della pena oggi alla nostra attenzione, o un provvedimento di indulto (come io mi auguro), in ogni caso un provvedimento dovremo assolutamente approvarlo. Impedire che in Senato si giunga ad una decisione, come invece si è fatto alla Camera, sarebbe una scelta cui questo ramo del Parlamento non dovrebbe accedere. Dobbiamo fare un sforzo per risolvere il problema.

Tenete conto che il provvedimento in esame non consente che siano rimesse in libertà persone straordinariamente pericolose; esso rimette in libertà condannati che abbiano già scontato parte della pena, ponendo inoltre una serie di vincoli estremamente rigorosi.

Di qui il secondo ed ultimo problema che vorrei affrontare, cioè le perplessità che desta la messa a regime di un sistema del genere. Vedete, se noi mettessimo a regime queste norme, non solo avremmo quegli effetti di sovrapposizione con altri istituti di cui parlava anche il senatore Fassone, ma in qualche modo daremmo per risolto il grande problema della struttura del sistema sanzionatorio, che invece non lo sarebbe assolutamente. Dobbiamo affrontarlo veramente con serietà.

L’introduzione nel nostro sistema di norme di tal genere credo creerebbe qualche problema, anche se devo dare atto che il relatore ha fatto un grande sforzo nel cercare di trovare una sistemazione che non entrasse in conflitto con i princìpi generali del nostro ordinamento. Pur tuttavia, l’ostacolo principale che vedo è che una messa a regime creerebbe ulteriore confusione e darebbe per scontato e risolto un problema che tale assolutamente non è.

Quindi, mi auguro che anche il dibattito sugli emendamenti sia altrettanto sereno e che si possa giungere ad una decisione che in ogni caso dia una risposta positiva ai problemi dei detenuti.

Ad avviso mio e del Gruppo al quale appartengo, la soluzione ideale sarebbe l'indulto, relativamente al quale abbiamo presentato un disegno di legge. Mi rendo conto dei problemi politici che esso può sollevare e delle difficoltà che si possono presentare. Vorrei però ricordare che, qualora questo provvedimento non dovesse essere approvato, l'ulteriore sponda su cui riflettere è proprio questa, tant’è vero che in Commissione giustizia si sta discutendo un provvedimento di indulto.

Guardiamo quindi al problema nel suo scenario complessivo; non limitiamoci a dare una risposta contingente che in modo improprio può apparire complessiva, come l'inserimento nel nostro sistema ordinamentale di un provvedimento che deve risolvere solo i problemi contingenti del sistema carcerario: occorrerà poi fornire una soluzione più complessiva, con una riforma generale del sistema processuale e sanzionatorio.

In questo senso sono favorevole al provvedimento così come approvato dalla Camera e mi auguro che il dibattito sugli emendamenti favorisca questo indirizzo.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi sarebbe a questo punto ancora un iscritto a parlare, ma dal momento che il collega Centaro mi segnalava la sua intenzione di svolgere un intervento ampio e articolato, data l'ora, ritengo opportuno rinviare il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una mozione, interpellanze e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l’ordine del giorno già stampato e distribuito.

La seduta è tolta (ore 13,52).



Allegato A

DISEGNO DI LEGGE

Modifiche agli articoli 83, 84 e 86 del testo unico delle leggi recanti norme per la elezione della Camera dei deputati, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di attribuzione di seggi nell'elezione della Camera dei deputati (1972)

PROPOSTE DI QUESTIONE PREGIUDIZIALE

QP1

MALABARBA, SODANO TOMMASO

Respinta (*)

Il Senato,

            preso atto che il disegno di legge n. 1972 interviene a modificare le regole del gioco elettorale non solo in riferimento alla loro applicabilità nelle elezioni politiche successive alla XIV legislatura, ma anche in relazione agli esiti elettorali conseguenti alle elezioni politiche del 13 maggio 2001, modificando la normativa elettorale sulla cui base tali elezioni sono state celebrate e sulla cui base, quindi, sono state presentate le candidature, sono stati stabiliti i collegamenti previsti dalla legge in vigore e sono stati espressi i voti da parte dei cittadini-elettori;

            considerato che, di conseguenza, la proposta di legge si pone in aperto contrasto con gli articoli 1, 3 e 48 della Costituzione,

        delibera

            di non procedere nell’esame del disegno di legge n. 1972.

QP2

MANCINO, BATTISTI, PETRINI

Respinta (*)

Il Senato,

            preso atto che il testo del disegno di legge n. 1972 interviene a modificare le regole del gioco elettorale non solo in riferimento alla loro applicabilità nelle elezioni politiche successive alla XIV legislatura, ma anche in relazione agli esiti elettorali conseguenti alle elezioni politiche del 13 maggio 2001, modificando la normativa elettorale sulla cui base tali elezioni sono state celebrate e sulla cui base, quindi, sono state presentate le candidature, sono stati stabiliti i collegamenti previsti dalla legge in vigore e sono stati espressi i voti da parte dei cittadini-elettori;

            che tale censura di costituzionalità non è superata dalla circostanza per cui la disciplina legislativa proposta si applicherebbe esclusivamente ai fini dell’attribuzione dei seggi che si siano resi vacanti a seguito di dimissioni, di morte o di decadenza per cause di ineleggibilità o di incompatibilità;

            che resta infatti comunque leso il principio della non retroattività delle regole elettorali, da considerare coessenziale al corretto funzionamento del sistema democratico;

            considerato che, di conseguenza, la proposta di legge si pone in aperto contrasto con gli articoli 1, 3 e 48 della Costituzione;

        delibera

            di non procedere nell’esame del disegno di legge n. 1972.

QP3

BATTISTI, PETRINI

Respinta (*)

Il Senato,

            considerato che il testo del disegno di legge n. 1972 incide sulla legge elettorale vigente per la Camera dei deputati, esplicitamente eludendo – già in riferimento ad alcuni casi che si possono verificare nella XIV legislatura e poi, soprattutto «a regime», in previsione delle future elezioni politiche – il sistema dello «scorporo», previsto dal vigente articolo 77 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, e successive modificazioni;

            preso atto che, in tal modo, le forze politiche e le coalizioni che hanno eluso il sistema dello «scorporo» attraverso lo strumento del collegamento dei candidati uninominali a «liste civetta» avvantaggiandosi così nella conquista di seggi in misura superiore a quella che sarebbe loro spettata se fosse stato rispettato l’articolo 77 del citato decreto n. 361 –, in forza del testo del disegno di legge n. 1972 verrebbero nuovamente avvantaggiate nella attribuzione dei seggi che risultassero vacanti per la quota proporzionale nel corso della XIV legislatura;

        delibera

            di non procedere nell’esame del disegno di legge n. 1972.

________________

(*) Su tali proposte, ai sensi dell'articolo 93, comma 5, del Regolamento, è stata effettuata un'unica votazione.

DISEGNO DI LEGGE

Sospensione condizionata dell'esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni (1986)

ORDINI DEL GIORNO G1, G2, G3, G4, G5, G7, G8 E G9

G1

CHINCARINI, FRANCO PAOLO, VANZO, AGONI, BOLDI, PERUZZOTTI, PEDRAZZINI, MONTI

Ritirato

Il Senato,

        esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni,

        impegna il Governo:

            ad adottare gli opportuni provvedimenti affinché i condannati che usufruiscono della sospensione condizionata dell’esecuzione della pena siano sottoposti a rilievi fotodattiloscopici e segnaletici.

G2

AGONI, VANZO, BOLDI, CHINCARINI, PERUZZOTTI, PEDRAZZINI, MONTI, FRANCO PAOLO

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge;

            considerato che nel dibattito sulla sospensione condizionata della esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni è emersa l’esigenza di una più approfondita riflessione in merito ai presupposti indispensabili per la concessione della suddetta sospensione,

        impegna il Governo:

            a valutare se ai fini della concessione del beneficio sia opportuno applicare prioritariamente la norma ai soggetti che al momento della entrata in vigore della legge usufruiscano del beneficio penitenziario della semilibertà.

G3

VANZO, AGONI, BOLDI, CHINCARINI, PERUZZOTTI, PEDRAZZINI, MONTI, FRANCO PAOLO

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni;

            considerato che nel corso del dibattito è emersa l’esigenza di una più approfondita riflessione in merito ai presupposti indispensabili per la concessione della suddetta sospensione,

        impegna il Governo:

            a valutare se ai fini della concessione del beneficio sia opportuno applicare prioritariamente la norma ai soggetti che al momento della entrata in vigore della legge usufruiscano del beneficio penitenziario dell’affidamento in prova al servizio sociale.

G4

FRANCO PAOLO, VANZO, AGONI, CHINCARINI, PERUZZOTTI, BOLDI, PEDRAZZINI, MONTI

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge;

            considerato che nel dibattito sulla sospensione condizionata della esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni è emersa l’esigenza di una più approfondita riflessione in merito ai presupposti indispensabili per la concessione della suddetta sospensione,

        impegna il Governo:

            a valutare se ai fini della concessione del beneficio sia opportuno applicare prioritariamente la norma ai soggetti che al momento della entrata in vigore della legge usufruiscano del beneficio penitenziario della detenzione domiciliare.

G5

PERUZZOTTI, CHINCARINI, VANZO, PEDRAZZINI, MONTI, FRANCO PAOLO

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni;

            considerato che il provvedimento in esame introduce un meccanismo atto a risolvere solo in modo contingente il problema del sovraffollamento delle carceri,

        impegna il Governo:

            a predisporre un potenziamento del piano di edilizia carceraria per adeguare le disponibilità attuali alle effettive esigenze, secondo le previsioni già contenute nel programma triennale 2003-2005.

G7

FRANCO PAOLO, PERUZZOTTI, VANZO, AGONI, BOLDI, CHINCARINI, PEDRAZZINI, MONTI

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni;

            considerato che la disciplina proposta si configura quale strumento straordinario per far fronte all’emergenza di sovraffollamento delle carceri;

            tenuto conto della necessità di adottare misure permanenti per ridurre il numero dei detenuti reclusi in carcere,

        impegna il Governo:

            ad adottare le opportune misure perseguendo l’obiettivo di collegare l’espiazione della pena allo svolgimento di un lavoro di pubblica utilità.

G8

PERUZZOTTI, AGONI, VANZO, CHINCARINI, BOLDI, PEDRAZZINI, MONTI, FRANCO PAOLO

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni;

            considerato che il suddetto testo non prevede misure atte a favorire la rieducazione del condannato,

        impegna il Governo:

            a predisporre specifiche misure atte a garantire il reinserimento sociale dei detenuti.

G9

FRANCO PAOLO, VANZO, AGONI, BOLDI, CHINCARINI, PERUZZOTTI, PEDRAZZINI, MONTI

Il Senato,

            esaminato il disegno di legge recante la sospensione condizionata dell’esecuzione della pena detentiva nel limite massimo di tre anni;

            considerato che il provvedimento prevede a carico dei condannati l’applicazione di limitate prescrizioni, senza incentivare il reinserimento sociale degli stessi,

        impegna il Governo:

            a favorire la stipulazione di protocolli d’intesa con il mondo dell’imprenditoria e della cooperazione per incentivare l’offerta lavorativa e formativa in favore dei condannati che usufruiscano della sospensione condizionata dell’esecuzione della pena

.



Allegato B

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

3ª Commissione permanente Aff. esteri

Ratifica ed esecuzione della Convenzione consolare tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatta a Roma il 4 luglio 1998 (1989)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 2° Giustizia, 5° Bilancio, 8° Lavori pubb., 11° Lavoro

(assegnato in data 08/05/03)

4ª Commissione permanente Difesa

Sen. RONCONI Maurizio

Modifica alla legge 2 agosto 1999, n. 277, recante conferimento del grado di sottotenente a titolo onorifico agli allievi di corsi d'istruzione militare finalizzati al conseguimento del grado di sottotenente interrotti l'8 settembre 1943 (2211)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 5° Bilancio

(assegnato in data 08/05/03)

6ª Commissione permanente Finanze

Sen. PONZO Egidio Luigi, Sen. IOANNUCCI Maria Claudia

Modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 e successive modificazioni, sul fermo dei veicoli (2203)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 2° Giustizia, 5° Bilancio, 8° Lavori pubb.

(assegnato in data08/05/03)

8ª Commissione permanente Lavori pubb.

Sen. SAMBIN Stanislao Alessandro

Modifica all' articolo 119 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, in materia di accertamento dei requisiti fisici e psichici per il conseguimento della patente di guida (2127)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 2° Giustizia, 4° Difesa, 5° Bilancio, 11° Lavoro, 12° Sanita'

(assegnato in data 08/05/03)

11ª Commissione permanente Lavoro

Sen. PILONI Ornella ed altri

Interventi urgenti per il riconoscimento a tutti i lavoratori di una " rete comune di diritti di cittadinanza " e misure urgenti di politiche attive del lavoro orientate alle piccole e medie imprese (2225)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 2° Giustizia, 4° Difesa, 5° Bilancio, 6° Finanze, 10° Industria, 12° Sanita', Commissione parlamentare questioni regionali

Poichè il disegno di legge è stato fatto proprio dal Gruppo DS-U in data 07-05-2003 ai sensi dell'articolo 79, comma 1 del Regolamento, la Commissione dovrà iniziarne l'esame entro un mese dall'assegnazione.

(assegnato in data 08/05/03)

 

Mozioni

PEDRIZZI, NANIA, TOFANI, SERVELLO, PELLICINI, MORSELLI, GRILLOTTI, BALBONI, BATTAGLIA Antonio, BEVILACQUA, BOBBIO Luigi, BONATESTA, BONGIORNO, BUCCIERO, CARUSO Antonino, COLLINO, CONSOLO, COZZOLINO, CURTO, DANIELI Paolo, DE CORATO, DELOGU, DEMASI, FLORINO, KAPPLER, MAGNALBO', MASSUCCO, MEDURI, MENARDI, MUGNAI, MULAS, PACE, PALOMBO, PONTONE, RAGNO, SALERNO, SEMERARO, SPECCHIA, TATO', ULIVI, VALDITARA, ZAPPACOSTA - Premesso:

che il regime comunista di Fidel Castro ha nuovamente avviato, nell'isola di Cuba, una politica di violenta persecuzione contro gli oppositori interni, peraltro mai cessata in 43 anni di dittatura;

che il 18 marzo 2003 sono stati arrestati 78 dissidenti, ritenuti dal regime colpevoli di "attività cospirativa contro l'indipendenza e l'integrità territoriale del Paese" e di aver promosso un referendum volto a introdurre il multipartitismo;

che l'11 aprile 2003 il regime ha, altresì, intrapreso una sanguinosa rappresaglia contro i tre dirottatori del traghetto "Baragua", fucilandoli dopo un processo sommario durato tre giorni, liquidando tale atto, di grave e inaudita violenza, come una "misura dissuasiva";

che i tribunali locali hanno comminato ai "presunti" colpevoli severe pene detentive fino a 28 anni di reclusione e la condanna all'ergastolo di alcuni dissidenti;

che quanto sta accadendo ha riportato alla ribalta il problema delle ripetute violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali dei cittadini cubani;

che la situazione determinatasi è da ritenersi ancor più grave se si considera che la stessa ha avuto luogo alla vigilia della sessione annuale della Commissione dei diritti umani di Ginevra, rappresentando una sfida alla comunità internazionale e al suo massimo organo di tutela dei diritti umani;

tenuto conto:

che la suddetta Commissione ha adottato, il 17 aprile 2003 a Ginevra, una risoluzione nei confronti dell'Avana con 24 voti a favore, 20 contrari e 9 astensioni, che sollecita il governo cubano a permettere un'ispezione delle Nazioni Unite per accertare il rispetto dei diritti umani nell'isola, e il cui testo era stato presentato da quattro paesi dell'America latina;

che giova ricordare che, in parallelo alla politica dell'embargo economico adottata dagli Stati Uniti e all'esclusione di Cuba dall'Organizzazione degli Stati americani sin dall'inizio degli anni sessanta, è stata avviata, da parte dell'Unione Europea, la definizione del cosidetto "dialogo critico" con Cuba, che si è tradotto in un confronto non solo con il Governo, ma anche e soprattutto con la società civile di quell'isola che, pur vessata da ogni tipo di limitazione e persecuzione, è riuscita a continuare a far sentire la propria voce;

che la posizione comune su Cuba adottata dall'Unione Europea nel 1996 viene ribadita con cadenza annuale;

che, coerentemente con tale linea, il nostro paese ha perseguito, negli anni, una politica tesa a privilegiare il dialogo con la società civile, da anni sottoposta a pesanti restrizioni, e a favorire il reinserimento dell'isola nelle dinamiche internazionali,

impegna il Governo:

nell'attuale fase di ulteriore irrigidimento ideologico del regime, ad adoperarsi, in accordo con gli altri Stati europei, per l'avvio di una politica che, oltre a condannare le sistematiche violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali, alle quali nei giorni scorsi è tornato ad affiancarsi il ricorso alla pena di morte, e pur nella conferma dell'embargo nei confronti del regime, promuova e favorisca concrete forme di aiuto alla oppressa popolazione dell'isola, dal punto di vista esclusivamente umanitario;

ad adottare ogni mezzo politico e diplomatico volto ad ottenere l'immediata scarcerazione dei detenuti politici di cui in premessa;

a sostenere, in sede internazionale, la fermissima condanna della pena di morte e di tutte le violazioni che il regime cubano continua a perpetrare in materia di diritti umani e libertà.

(1-00150)

Interpellanze

NOVI - Ai Ministri dell'interno, della giustizia e dell'ambiente e della tutela del territorio - Premesso:

- che, a partire dall’estate 2002, la holding Hera s.p.a. (Registro delle Imprese di Bologna, numero di repertorio amministrativo 363550), ha compiuto un’intensa attività di riassetto societario, nella quale è compresa la fusione mediante incorporazione della A.M.I. s.p.a. (Azienda Multiservizi Imolese s.p.a.);

- che tale incorporazione ha condotto nella holding Hera, tra le società già appartenenti al gruppo A.M.I., anche la Ares s.p.a., la Amav Ambiente s.p.a. (appaltatrice del servizio di igiene urbana a S. Anastasia), la Leucopetra s.p.a. (appaltatrice del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti a Portici), la Penisola Verde s.p.a. (appaltatrice del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti a Sorrento);

- che, in concomitanza con tali mutamenti, le suddette ditte consociate o le ditte di cui esse sono partner privato hanno dato luogo ad una politica molto aggressiva di acquisizione di appalti in Comuni campani, segnatamente nell’area vesuviana, scalzando a vario titolo, ma soprattutto attraverso rescissioni contrattuali realizzate col pretesto di infiltrazioni camorristiche, le compagini imprenditoriali già concessionarie in loco;

- che tale acquisizione di appalti è avvenuta attraverso ordinanze del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, il quale ha manifestamente agito eccedendo i suoi poteri istituzionali;

- che la Leucopetra s.p.a., con questo sistema, ha acquisito, accanto all’appalto nel Comune di Portici, l’appalto nei Comuni di Trecase, Poggiomarino e Boscotrecase; la Castellammare di Stabia Multiservizi, di cui è socio privato la richiamata Ares s.p.a. del gruppo Hera, ha acquisito l’appalto nei Comuni di Gragnano e di Pompei;

- che, con evidente distorsione delle regole di mercato e con rilevante danno erariale, l’attribuzione dell’appalto a tali ditte è stata accompagnata dall’attribuzione alle stesse di erogazioni finanziarie e di mezzi da parte del Commissariato straordinario, senza alcuna giustificazione e senza alcuna seria analisi dei costi;

- che il caso di Pompei appare particolarmente eclatante, segnato com’è da fatti di estrema gravità:

1) con decreto del Presidente della Repubblica in data 11 settembre 2001, il Consiglio comunale di Pompei fu sciolto per condizionamento mafioso e fu insediata la Commissione straordinaria prevista dalla legge. Né l’atto di scioglimento né la presupposta relazione della Commissione di accesso nominata dal Prefetto di Napoli facevano alcuna menzione della Interservizi s.p.a., società a prevalente capitale comunale cui era commesso il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, quale fattore cui potesse riferirsi il condizionamento della criminalità organizzata. Solo la relazione della Commissione di accesso, rimasta peraltro a lungo segreta, segnalava presunte irregolarità nella fase di scelta del partner privato avvenuta nel 1996. Tali presunzioni di illegittimità si mostrarono successivamente destituite di qualsiasi fondamento, come emerse anche dalla circostanza che il procedimento di aggiudicazione concorsuale ad evidenza pubblica – peraltro all’epoca non dovuto – era stato giudicato legittimo dal TAR della Campania (sentenza n. 481 del 10 febbraio 1998). Ed invero la Commissione straordinaria non adottò alcuna iniziativa ostile nei confronti di Interservizi per circa un anno. Anzi avviò concrete trattative per risolvere in sede transattiva, prima di pervenire alla pronuncia dei lodi, le liti che erano state deferite a collegi arbitrali al tempo in cui era in carica l’amministrazione destituita per condizionamento mafioso. Improvvisamente, invece, nell’agosto-settembre 2002, la Commissione straordinaria, senza che si fosse prodotto alcun evento nuovo, ottenne, nel giro di tre giorni, lo scioglimento della società Interservizi e avviò il procedimento di rescissione dei contratti (raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e gestione delle aree di sosta a pagamento) adducendo il condizionamento mafioso connesso all’aggiudicazione dei servizi. L’atto di scioglimento della società fu annullato dallo stesso Presidente del Tribunale che lo aveva pronunciato, sul presupposto della falsa prospettazione dei fatti ad opera della Commissione straordinaria. La rescissione dei contratti ha invece avuto esito nella delibera commissariale n. 57 del 24 marzo 2003. I motivi addotti a sostegno della rescissione si mostrano tutti fondati su illazioni gratuite, su risultanze smentite in sede processuale, su dati presuntivi la cui infondatezza è stata resa nota alla Commissione con documenti formali. Sta di fatto che, anche a Pompei, su indicazione del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania, il servizio è stato attribuito alla Castellammare di Stabia Multiservizi s.p.a.;

2) anche volendo prescindere dall’eclatante carattere arbitrario delle motivazioni addotte dai Commissari straordinari nella richiamata delibera n. 57/2003, i fatti di Pompei assumono una particolare gravità per la circostanza che il socio privato di Interservizi aveva denunciato alla Magistratura di Torre Annunziata un tentativo di concussione da parte degli amministratori comunali in carica a Pompei nel 2000 (gli stessi amministratori poi destituiti in seguito allo scioglimento del Consiglio comunale per condizionamento mafioso). Tale concussione era consistita nel tentare di costringere il socio privato a vendere la propria quota ad una società di comodo degli amministratori comunali medesimi. Secondo le accuse della Procura della Repubblica, per conseguire il proprio obiettivo gli amministratori comunali avevano bloccato pagamenti dovuti alla Interservizi e avevano pretestuosamente bocciato i bilanci societari. Sui fatti pende giudizio, pervenuto alla fase dell’udienza preliminare; giudizio in cui la parte privata di Interservizi è costituita come parte lesa. Ebbene, la società di comodo cui gli amministratori comunali pretendevano che il socio privato di Interservizi vendesse la propria quota era la Ares s.p.a., oggi nella holding Hera. La Ares è socio privato della Castellammare di Stabia Multiservizi, cioè controlla la quota privata della società cui i Commissari straordinari di Pompei hanno oggi attribuito il servizio su indicazione del Commissariato straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania. E la persona che ha trattato a suo tempo l’acquisto della quota privata di Interservizi per conto della Ares – il commercialista dott. Alfredo Mazzei – è l’attuale presidente della Castellammare di Stabia Multiservizi. Ciò equivale a dire che il risultato non conseguito a titolo oneroso anche se a prezzo di "svendita", per via di concussione, dagli amministratori di Pompei destituiti per camorra, viene oggi assicurato alla Ares, a titolo del tutto gratuito, dai Commissari straordinari anticamorra. Si tratta di un esito evidentemente paradossale, aberrante e gravemente antigiuridico, fonte di allarme in una città già gravemente toccata dagli eventi conducenti allo scioglimento;

3) non è senza rilievo notare che l’offensiva dei Commissari straordinari contro Interservizi coincide temporalmente (agosto-settembre 2002), in modo pressoché perfetto, con l’ingresso della Ares s.p.a. in Hera, la quale ha evidente bisogno di acquisire commesse in vista della quotazione in borsa;

4) le gravi carenze della Castellammare di Stabia Multiservizi e il ruolo discutibile svolto in essa dalla Ares s.p.a. erano stati pubblicamente denunciati in un documento del dicembre 2002 dal Sindaco di Castellammare di Stabia, Comune in cui la stessa società svolge il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani e il servizio di gestione della aree di sosta. Ma ciò evidentemente non è servito a indurre a un comportamento più cauto né la Commissione straordinaria presso il Comune di Pompei né il Commissariato per l’emergenza rifiuti in Campania;

5) i descritti comportamenti dei Commissari straordinari insediati a Pompei si inscrivono in un quadro di attività processuali riguardanti la società Interservizi caratterizzate da forme di immotivato accanimento, peraltro prive di costrutto, essendo segnate dalla sistematica soccombenza dell’Ente, con conseguenze assai negative anche sul piano economico: a) il giudizio arbitrale relativo al servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti solidi urbani si è concluso con il riconoscimento ad Interservizi di competenze per oltre 2 miliardi di lire e a spese per 210 milioni di lire, per tre quarti, cioè per la somma di 184.275.000 di lire, a carico del Comune; b) il giudizio arbitrale relativo al servizio di gestione delle aree di sosta a pagamento si è concluso con il riconoscimento ad Interservizi di varie spettanze da calcolare in separata sede e con la liquidazione di spese per 210 milioni, di cui due terzi, cioè 175.518.000 di lire a carico del Comune; c) il reclamo innanzi alla Corte di Appello di Napoli avverso l’annullamento dell’atto di scioglimento della società si è concluso con una dichiarazione di inammissibilità; d) l’azione di responsabilità, ai sensi dell’art. 2409 del codice civile (Tribunale di Torre Annunziata, procedimento n. 38/2001, decisione depositata in cancelleria in data 15 aprile 2003), promossa contro gli amministratori di Interservizi, si è conclusa con il pieno riconoscimento della correttezza nei comportamenti di questi sia sotto il profilo gestionale sia sotto il profilo amministrativo, comportando una spesa, interamente a carico del Comune, di euro 45.000, oltre IVA al 20 per cento e CPA, quale competenza del consulente tecnico d'ufficio, e di euro 8.200 per ciascuna delle 22 parti costituite per spese legali. A tali somme dovranno aggiungersi quelle derivanti dalle richieste di risarcimento danni che sarebbero in corso di presentazione da parte dei 17 consiglieri di amministrazione e dei 3 sindaci; e) nella battaglia legale contro Interservizi, peraltro segnata da sconfitte del Comune in ogni sede, la Commissione straordinaria si vale di una terna fissa di legali, i quali, a loro volta, hanno preteso di essere assistiti da due consulenti: la spesa – esorbitante – è interamente a carico del Comune,

si chiede di sapere:

quali accertamenti siano stati compiuti o si intenda compiere sugli episodi di espansione della presenza delle società del gruppo Hera nei Comuni vesuviani, espansione avvenuta con il supporto improprio del Commissariato per l’emergenza rifiuti in Campania;

se le richiamate determinazioni del Commissariato per l’emergenza rifiuti in Campania corrispondano ai poteri e alla funzione istituzionale ad esso affidati;

quali iniziative si intenda adottare con riferimento ai fatti intervenuti nel Comune di Pompei per ripristinarvi la legalità nel caso Interservizi;

quali iniziative si intenda adottare per l’accertamento delle eventuali responsabilità, sia di tipo penale sia di tipo contabile, a carico dei membri della Commissione straordinaria di Pompei, anche in considerazione del perdurante e crescente danno economico inferto al Comune di Pompei.

(2-00382)

Interrogazioni

MARINO, MUZIO, PAGLIARULO - Al Ministro dell'interno - Premesso:

che in un articolo de "Il Mattino" dell' 8 maggio 2003 dal titolo "Voto truccato con una foto dal telefonino" a firma Pietro Gargano, è detto testualmente: "un gentile e giovane lettore de "Il Mattino" ci informa da Sant'Antimo che in quella città i signori del voto si starebbero dotando dei nuovi telefonini con macchina fotografica per avere la prova immediata e documentale del suffragio espresso secondo gli accordi. Nessuno potrà più promettere senza mantenere, rischierebbe",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia già a conoscenza dei fatti segnalati dal quotidiano;

quali provvedimenti urgenti intenda adottare e promuovere per contrastare sul nascere efficacemente con adeguate contromisure di carattere anche tecnologico queste forme di controllo del voto degli elettori di stampo "camorristico".

(3-01028)

Interrogazioni a risposta scritta

BOCO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso:

            che l’agente scelto della polizia di Stato Loris Giazzon rimase ucciso il 20 aprile 1993 nel corso di un intervento di volante per la rapina alla Banca Popolare di Vicenza di Olmo di Creazzo (Vicenza), assaltata da malviventi che avevano preso dei cittadini in ostaggio;

            che i banditi (attualmente condannati in secondo grado) appartenevano alla "mala del Brenta", per cui i familiari del poliziotto hanno usufruito della legge n. 407 del 1998, "Nuove norme in favore delle vittime della criminalità organizzata e del terrorismo";

            che il SAP, Sindacato autonomo di polizia, ha però recentemente segnalato che la figlia di Loris Giazzon, Jessica Giazzon, di 13 anni, è stata esclusa da un concorso pubblico per l’assegnazione di alcune borse di studio, indetto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri su disposizione della stessa legge n. 407 del 1998, con la motivazione che "non rientra tra i beneficiari della normativa in quanto non vittima della criminalità organizzata",

        si chiede di sapere:

            se e come si intenda intervenire per porre rimedio a quel che sembra un incredibile e inaccettabile errore di carattere burocratico;

            quali siano motivazioni e responsabilità della vicenda descritta in premessa;

            come si intenda evitare che simili casi si ripetano.

(4-04499)

BOBBIO LUIGI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'interno - Premesso:

che l'Amministrazione Comunale di Crispano (NA), in seguito ad una legittima denuncia politica sostenuta da alcuni Consiglieri comunali di minoranza riguardanti presunti abusi edilizi operati dal vice-Sindaco in carica, come ha riferito il quotidiano "Il Mattino" del 17/09/2002, ha inteso mettere in campo un'azione di contrasto alle accuse mosse dall'opposizione non entrando nel merito delle stesse ma, diversamente, attivando le strutture comunali alla ricerca di presunte illegittimità ascrivibili ai consiglieri dell'opposizione;

che nei giorni successivi alla pubblica denuncia politica, personale dell'ufficio tecnico comunale e del comando dei vigili urbani eseguiva controlli nel parco condominiale dove abita il sig. Pasquale D'Errico, già Sindaco della cittadina ed attualmente Consigliere comunale di A.N., e nelle abitazioni del consigliere Pasqualino Capasso, di un fratello del Consigliere Di Micco e del signor Luigi Cosentino, noto attivista di A.N.;

che nel caso dei controlli effettuati nel parco condominiale dove abita il consigliere Pasquale D'Errico, questi sono stati effettuati dopo 10 anni dalla realizzazione dei manufatti edilizi e dopo che l'ufficio tecnico ha rilasciato due concessioni edilizie in sanatoria nel 1997 e nel 1999;

che dopo questi controlli l'ufficio tecnico comunale ha emesso, in modo del tutto pretestuoso, le ordinanze di abbattimento nn. 97 e 99 del 14/10/2002 nei confronti di immobili del Consigliere D'Errico;

che i presunti abusi, se ci sono, sono stati commessi dal costruttore che ha realizzato l'immobile e devono essere eventualmente ascritti all'intero condominio e non solo ad un singolo condomino;

che in seguito alle succitate ordinanze il consigliere D'Errico è stato costretto, per evidenziare la pretestuosità degli atti amministrativi e la nullità degli stessi, a rivolgersi al TAR della Campania;

che da parte dell'Amministrazione comunale, in applicazione dell'art.63 del Decreto Legislativo n.267/2000, è stato avviato un procedimento per la contestazione dell'incompatibilità per sopravvenuta lite pendente con l'Ente locale nei confronti del suddetto consigliere D'Errico;

che è prassi consolidata, così come sostenuto dal Presidente del Consiglio comunale di Crispano, il consigliere Gregorio Imitazione, che nel corso di "lite artificiosa" ci si astenga dalla contestazione dell'incompatibilità;

che la Cassazione, con la sentenza n. 4724/92, ha affermato: "Per la lite artificiosa si intende quella fatta sorgere mediante la trasformazione del vero e con la creazione di una situazione particolarmente vessatoria per l'eletto, in modo da costringerlo a proporre giudizio innanzi all'Autorità giudiziaria ordinaria od innanzi ad un Giudice amministrativo o con l'addebitare all'eletto un comportamenti inesistente. Lite artificiosa è quella in cui si faccia valere una pretesa che, anche ad esame superficiale, appaia priva del benché minimo fondamento o per la inesistenza o impossibilità del petitum o per la mancanza della causa petendi…";

che, nella fattispecie in esame, ci troviamo di fronte ad un atto manifestamente errato. Al consigliere D'Errico si contestano fatti da lui non commessi ed a lui non imputabili e si chiedono interventi (demolizione) che lui non può autonomamente fare;

che il sig. D'Errico è proprietario dell'unità abitativa di cui alle richiamate ordinanze per atto pubblico del 15/04/1993;

che la edificazione dell'immobile in oggetto era stata eseguita in virtù della concessione edilizia n. 49 rilasciata dal Sindaco del Comune di Crispano. Tra le parti comuni di un edificio si annoverano i muri maestri, tra l'altro oggetto del presunto abuso. Non può quindi il sig. D'Errico abbattere una parte comune senza il consenso del condominio, che però non è oggetto dell'ordinanza;

che al sig. D'Errico non è stata inviata alcuna comunicazione di avvio del procedimento amministrativo conclusosi con l'enunciazione delle suddette ordinanze, così come prevede l'art.7 della legge n. 241/90, e quindi egli non ha potuto esercitare il doveroso intervento di costituzione nel procedimento;

che risulta evidente che le richiamate ordinanze, errate, pretestuose e superficiali siano state imposte da alcuni amministratori dell'ufficio tecnico per punire il consigliere D'Errico per l'attività di denuncia politica messa in atto in questi anni;

che quanto messo in atto su questa vicenda nel Comune di Crispano è indice di una scellerata volontà politica che minaccia i più elementari diritti democratici, contestando la libertà di opinione, la trasparenza degli atti amministrativi, il diritto-dovere di ogni Consigliere comunale di denunciare gli abusi ed i soprusi,

l'interrogante chiede di sapere quali provvedimenti il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro dell'Interno intendano adottare in ordine alla gravissima situazione evidenziata e se non si ritenga opportuno attivare la procedura di poteri sostitutivi prevista dal Decreto Legislativo n. 267/2000.

(4-04500)

FALOMI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

la società Fiat Avio è un punto di forza dell'industria aerospaziale italiana;

il gruppo Fiat ha deciso di mettere in vendita la società Fiat Avio per ovvie ragioni di risanamento;

appena si è diffusa la notizia di cessione di Fiat Avio si è manifestato un interesse all'acquisto da parte di Finmeccanica attraverso un possibile accordo con la società francese Snecma sulla base di una partecipazione paritaria e nel quadro di collaborazioni già consolidate di Fiat Avio con l'industria francese in particolare nei programmi europei di lanciatori;

l'acquisto di Fiat Avio da parte di Finmeccanica costituisce una significativa garanzia di un'adeguata presenza italiana in un comparto produttivo caratterizzato da un'alta qualità tecnologica e professionale, ed è in grado di privilegiare l'alleanza strategica con l'Europa sul piano dell'industria aerospaziale e degli armamenti e di conseguenza anche su quello della politica di sicurezza e di difesa comuni; e si muove nella direzione che completa il "sistema aerospazio" di Finmeccanica dei segmenti motoristica e propulsionista di cui oggi è sprovvista;

l'intesa con la società francese Secma è stata ad un passo dalla conclusione ma è improvvisamente saltata perché Finmeccanica ha posto condizioni che hanno svuotato l'accordo di ogni seria prospettiva strategica e industriale;

recentemente è stato dichiarato interesse a rilevare le attività di Fiat Avio anche da parte del fondo americano Charlyle;

dopo il fallimento dell'intesa tra Finmeccanica e la società francese si sono avviati i contatti tra Charlyle e Finmeccanica per acquisire Fiat Avio;

tali contatti hanno portato ad un accordo in cui Finmeccanica sceglie di entrare in minoranza nell'intesa con Charlyle; questo accordo rappresenta, ad oggi, l'approdo più certo del gruppo Fiat per la vendita di Fiat Avio;

questa soluzione lascia il potere di controllo di Fiat Avio al fondo americano Charlyle che istituzionalmente non ha una missione industriale ed ha come scopo sociale quello di acquisire aziende, valorizzarle e rimetterle sul mercato;

pertanto non è escluso che Charlyle in futuro possa vendere Fiat Avio ad acquirenti che non rafforzino le strategie europee del settore;

fiat Avio di proprietà non italiana finisce per accentuare ulteriormente la già presente divaricazione della posizione italiana da quella europea dopo le note vicende dell'Aerbus 400M e del Supercaccia JSF,

si chiede di sapere:

quale sia l'orientamento del Governo rispetto a tale prospettiva anche in qualità di azionista di maggioranza di Finmeccanica;

quali indirizzi intenda assumere il Governo per garantire un'adeguata presenza italiana in un comparto produttivo caratterizzato da un'alta qualità tecnologica e professionale;

quali misure si stiano predisponendo al fine di garantire la presenza della nostra industria Aviomotoristica ai programmi dell'Esa e alla strategia europea nel settore aerospaziale.

(4-04501)

GUBERT - Ai Ministri delle attività produttive e delle politiche agricole e forestali - Premesso:

che la Svizzera esporta attualmente animali verso Germania, Irlanda, Inghilterra, Francia (nati dopo l’1.1.2001), Polonia (nati dopo l’1.7.2000), Kossovo, Bosnia e Romania (nati dopo l’1.1.2001). Per l’esportazione verso la Slovacchia sono attualmente in corso dei chiarimenti. Per il transito in Italia attualmente vengono rilasciati degli appositi permessi;

-che le esigenze europee in ambito sanitario concernenti gli animali destinati all’esportazione secondo la direttiva UE n.64/432, allegato F, sono pienamente rispettate dalla Svizzera;

-che nell’ambito della lotta contro la ESB la Svizzera ha compiuto a livello mondiale un lavoro pionieristico e ha preso i seguenti provvedimenti:

. 1990 eliminazione di specifici materiali a rischio nella catena alimentare e divieto dell’uso delle farine animali nel foraggio di tutti i ruminanti;

. 1996 eliminazione sistematica di tutti i materiali a rischio nella catena alimentare animale;

. 1999 introduzione di un attivo programma di monitoraggio della ESB;

. 2001 divieto generalizzato dell’impiego di farine animali per tutti gli animali da reddito. Inoltre tutti i grandi distributori e alcuni macelli esaminano sistematicamente tutti i bovini oltre i 24 mesi sulla presenza della ESB (ca. 150.000 test all’anno);

-che sulla base di queste misure di prevenzione tutti gli animali destinati all’esportazione provenienti dalla Svizzera vengono muniti di un certificato ESB. In esso si garantisce che l’animale destinato all’esportazione proviene da mandrie, nelle quali negli ultimi 7 anni non sono stati riscontrati casi di ESB;

che la regolamentazione europea secondo la direttiva UE n999/2001 del 22 maggio 2001, allegato IX, capitolo B, pubblicata nel Foglio Ufficiale dell’UE del 31 maggio 2001 (L147, pagina 30), può essere rispettata dalla Svizzera e viene confermata ad ogni esportazione di animali (anche per gli animali in transito);

-che nel 2002 i casi di ESB sono diminuiti del 48 per cento rispetto all’anno precedente attestandosi a 22 casi. La Svizzera è uno dei pochi paesi che può vantare una diminuzione dei casi di quest’ampiezza;

-che l’UE ha sottoposto tutti i paesi toccati dall’ESB ad un’analisi del rischio, suddividendoli in quattro diverse categorie. La Svizzera è stata classificata nella categoria III (rischio di ESB probabile, ma non dimostrato – o dimostrato ad un livello basso). In questa stessa categoria figurano altri paesi come: Belgio, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Olanda, Austria e Polonia;

che la Svizzera, nell’ambito dell’esportazione di animali, viene discriminata dall’Italia,

l’interrogante chiede di sapere:

-perché l’Italia non accetti l’importazione di animali dalla Svizzera, malgrado ambedue gli Stati siano stati classificati nella stessa categoria a rischio e i requisiti europei sono soddisfatti;

- perché l’Italia non accetti le direttive europee che prevedono che tra gli Stati appartenenti ad una stessa categoria di rischio non devono sussistere ostacoli al commercio;

si fa presente che:

- dal 1° giugno 2002 la Svizzera non è più un Paese terzo, bensì un Paese legato all’UE da accordi bilaterali, quando l’Italia applicherà questi accordi e che la Svizzera è un grande importatore di carne e di suoi derivati (soprattutto salami) dall’Italia. Sarebbe opportuno, nel rispetto di condizioni eque di commercio, che la Svizzera potesse riprendere i tradizionali scambi commerciali di animali da reddito e d’allevamento con l’Italia.

(4-04502)

FLORINO - Ai Ministri dell'interno e dell'ambiente e della tutela del territorio - Premesso:

che in data 25.02.1999 il Ministro dell’interno, delegato dal Presidente del Consiglio dei ministri per il Coordinamento della Protezione Civile, ebbe ad emanare, d’intesa con il Ministro dell’ambiente pro-tempore Edo Ronchi, l’Ordinanza n. 2948 "Ulteriori misure concernenti gli interventi intesi a fronteggiare la situazione di emergenza nel settore dello smaltimento dei rifiuti nella regione Campania e del risarcimento ambientale, idrogeologico e di regimazione idraulica";

che l’articolo 2, comma 1, della citata ordinanza recita: "Ai fini del superamento dell’emergenza, fermi restando gli oneri della gestione in capo ai comuni, il Commissario Delegato – Presidente della Regione Campania, avvalendosi di un sub-commissario per la gestione dei rifiuti nominato d’intesa con il Ministro dell’Ambiente (omissis)";

che in ragione di quanto sopra, il Commissario Delegato – Presidente della Regione Campania pro-tempore Losco ebbe a nominare sub-commissario per la gestione dei rifiuti, d’intesa con il citato Ministro Ronchi, il sig. Giulio Facchi;

che il suddetto sig. Giulio Facchi riveste la carica di sub-commissario anche nelle attività di gestione dello stato di emergenza da parte dell’attuale Commissario Delegato – Presidente della Regione Campania Bassolino;

che in data 7 settembre 2001 il nominato sub-commissario Facchi, ha emanato a sua singola ed autonoma firma l’ordinanza n. 043 con la quale dispone una serie di provvedimenti riguardanti:

a) i lavoratori attualmente impiegati nelle discariche esistenti in Campania, il cui posto di lavoro andrebbe preservato a seguito di obblighi specifici posti in capo ai soggetti pubblici e privati che operano e/o andranno ad operare nel ciclo integrato dei rifiuti in Campania;

b) il Commissario di Governo, che "si riserva di riconsiderare il proprio supporto economico ai Consorzi di Bacino (istituiti e vigenti in base alla legge regionale 10.02.1993, n. 10, "Norme e procedure per lo smaltimento dei rifiuti in Campania"), ai Comuni o ai soggetti gestori" che non dovessero ottemperare a quanto imposto al precedente punto a);

c) altre attività definite con la dizione: "con atto da definirsi nei prossimi 20 giorni. Saranno nominati per ogni Provincia Commissari ad acta che entro 60 giorni dovranno istituire le società di gestione delle attività disposte dal presente atto, individuare le aree da destinare da ogni Provincia alle attività di smaltimento dei residui delle attività di recupero e dei rifiuti provenienti dalla bonifica, oltre che le aree da destinarsi ad attività di trasferenza" (omissis);

d) la modifica degli strumenti di programmazione esistenti, dal momento che si dispone: "entro il 31 dicembre 2001 si definiscano, sentite le Province e i Consorzi di Bacino, gli ambiti ottimali così come previsti dall’ordinanza n. 3100/2000 e dal Decreto legge n. 22/1997 definendone forme gestionali, ruoli e competenze";

che nelle premesse dell’ordinanza in esame sono citate le seguenti ulteriori ordinanze, anch’esse emanate dal sub-commissario: n°1 del 1°.06.1999, n° 009 del 23.08.2000, n°21 del 23.02.2001, n° 22 del 23.02.2001, n° 23 del 23.02.2001;

che tra i "considerato" della stessa ordinanza si afferma che: "l’attuazione del piano relativo agli impianti definiti di produzione del CDR, delle conseguenti gare di aggiudicazione e della successiva stipulazione dei contratti comporta una sostanziale e definitiva revisione del piano di smaltimento previsto nella Regione Campania";

che sempre tra i suddetti "considerato" in esame si afferma inoltre che la realizzazione degli impianti definitivi di smaltimento comporta un superamento delle attività di smaltimento dei bacini individuati dalla legge regionale 10/1993,

si chiede di sapere:

se le ordinanze singolarmente ed autonomamente disposte dal sub-commissario Facchi, di diretta nomina del Commissario Delegato, siano state ufficialmente trasmesse ai Ministeri che, su delega della Presidenza del Consiglio dei Ministri, emanano e forniscono l’intesa alle ordinanze governative di Protezione Civile, e se essi, nell’ambito delle proprie attività di vigilanza e controllo, le abbiano sottoposte a positivo giudizio di legittimità;

se, nel caso specifico, risulti che i Commissari Delegati – Presidente pro-tempore della regione Campania Losco e Bassolino abbiano affidato deleghe su poteri loro affidati ad altre figure, con ciò ledendo il consolidato principio giuridico per il quale un "delegato non può delegare";

se, in ragione di quanto sopra, le già nominate e autonome ordinanze del sub-commissario Facchi – e ciò indipendentemente dal loro contenuto – possiedono requisiti di validità giuridica ed amministrativa tali da assicurare che i soggetti destinatari, costituiti sia dagli addetti delle esistenti discariche sia dai soggetti degli impianti di smaltimento definitivo, abbiano i primi garanzie reali di sicurezza del loro futuro lavorativo ed i secondi obblighi reali e cogenti nell’osservanza delle disposizioni contenute nelle più volte citate ordinanze;

se non sia reputato opportuno e cautelativo, almeno nelle more della definizione di quanto sopra, di sospendere gli effetti dell’ordinanza in questione, anche al fine di evitare di creare false attese ed aspettative da parte dei lavoratori delle discariche;

se il sub-commissario abbia emanato altre autonome ordinanze o abbia messo in essere altri atti autonomi (ad esempio bandiere e/o espletare gare di appalto), e se tali atti siano da ritenersi legittimi sotto il profilo amministrativo;

se, riguardando nel merito i citati "considerato" dell’ordinanza in esame, non si reputi del tutto incongrua l’adozione di un provvedimento i cui effetti presuppongono modifiche, ancora non avvenute, di una legge regionale vigente e del parimenti vigente Piano regionale di smaltimento dei rifiuti, redatto nel 1997 dallo stesso Commissario Delegato e attualmente in fase di attuazione, mai osservato negativamente dei Ministeri dell’interno e dell’ambiente;

se possono essere considerati legittimi, al prima citato punto b) del dispositivo dell’ordinanza in esame, gli aspetti esplicitamente ricattatori di una dizione quale quella "il Commissario di Governo si riserva di riconsiderare il proprio supporto economico ai Consorzi di Bacino, ai Comuni o ai soggetti gestori" che non dovessero ottemperare a quanto imposto al precedente punto a);

a quanto ammontino i citati "supporti economici" che finora il Commissario di Governo ha disposto a favore dei Consorzi di Bacino, Comuni o soggetti gestori, e se, tra questi ultimi, sono anche inseriti soggetti privati e secondo quali criteri e procedure si sia proceduto all’elargizione di questi supporti economici;

se non appaia in ogni caso illegittimo il disposto di cui al citato punto c) quando in esso si prevede la nomina di Commissari ad acta che in ciascuna Provincia non solo dovrebbero istituire non altrimenti specificate "società di gestione delle attività disposte dal presente atto", ma dovrebbero anche "individuare le aree da destinare alle attività di smaltimento dei rifiuti provenienti dalla bonifica" che, in altri termini, null’altro sono che discariche di eventuali residui tossici o comunque pericolosi, tra l’altro vietate proprio dal decreto legislativo 22/1997.

(4-04503)

DE ZULUETA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

il Ministero dell’economia, con decreto del 21.11.2002, ha trasferito alla società SCIP immobili appartenenti agli Enti Previdenziali e allo Stato, nell’ambito della operazione di cartolarizzazione degli immobili avviata con legge n. 410 del 2001:

nella medesima data e sempre con decreto lo stesso Ministero ha dettato "modalità e procedure di vendita dei beni immobili trasferiti alla società SCIP "fatta eccezione per quelli di pregio";

tale distinzione tra immobili "di pregio" e "non di pregio" va fatta risalire all’art. 3 della predetta legge n. 410 del 2001 che ha riconosciuto solo ed esclusivamente ai titolari di contratto di locazione degli immobili considerati "non di pregio" la possibilità di usufruire di uno sconto pari al 30% sul prezzo di vendita dell’alloggio;

molti degli edifici ad uso residenziale trasferiti alla Società SCIP insistono sul territorio del I Municipio di Roma, coincidente in larga parte con il centro storico cittadino;

la legge n. 410 del 2001 ha, quindi, posto delle sostanziali differenze di trattamento tra inquilini degli immobili previdenziali fondandosi, nella distinzione tra immobili di pregio e non di pregio, sulla generica considerazione della loro presenza nei centri storici delle città;

i due decreti del 21 novembre 2002 hanno aggiunto un ulteriore elemento di incertezza e di probabile disparità nel trattamento in quanto continuano a non chiarire quali saranno effettivamente le condizioni a cui saranno messi in vendita gli immobili considerati "di pregio";

tale genericità è ancora più manifesta se si considera che non esiste una nozione univoca di "centro storico cittadino" soprattutto in riferimento alla città di Roma in cui, all’interno del sistema delle mura, incidono quartieri storici di età medioevale e barocca di reale pregio e quartieri di edificazione successiva (Castro Pretorio, Sallustiano, XX Settembre) il cui pregio architettonico ed abitativo non è certo né simile né comparabile;

per di più, la stragrande maggioranza degli inquilini degli immobili degli Enti Previdenziali di prossima vendita del centro di Roma è costituita da popolazione anziana e con reddito medio-basso;

il ventilato piano di vendite di immobili appare così molto pericoloso in ordine agli effetti sociali che esso può comportare. La mancata decurtazione del prezzo di vendita del 30% nasce, infatti, nella presunzione di incontrare negli immobili situati nei centri storici inquilini dai redditi medio-alti ed invece, nella realtà, si indirizza ad una stragrande maggioranza di inquilini dai redditi medio-bassi;

tra gli effetti di tale operazione si manifesta anche il rischio di ulteriore spopolamento del centro storico di Roma, effetto su cui sia il Comune di Roma sia il Municipio del centro storico hanno messo in guardia con propri atti;

ritenuto che:

un ulteriore elemento di incertezza è dato dal fatto che il comma 20 dell’art 3 della legge n. 410 del 2001 prevede che agli inquilini che, in assenza di offerta di vendita in opzione, abbiano entro il 30 ottobre del 2001 manifestato volontà di acquisto, l’unità abitativa in cui risiedono veniva venduta al prezzo ed alle condizioni di vendita vigenti alla data della predetta manifestazione di volontà;

il rispetto di tale previsione è stato confermato in più riprese dal Sottosegretario per l’economia, Armosino, ma voci sempre più insistenti successive alla data di approvazione della norma accreditano una tesi differente, ingenerando negli inquilini un ulteriore elemento di preoccupazione in ordine all’effettivo prezzo al quale verranno posti in vendita gli appartamenti in cui oggi risiedono;

il protrarsi di questa incertezza incide in maniera ancora più negativa se si tiene a mente che, nel frattempo, il mercato immobiliare soprattutto a Roma ha visto aumenti nel valore al metro quadro delle unità abitative tali da far ritenere che i prezzi a cui saranno effettivamente offerte in vendita le unità abitative degli immobili di pregio saranno realmente proibitivi per gli attuali inquilini;

considerato, infine, che:

le operazioni fin qui svolte hanno messo in evidenza inoltre le problematiche di seguito elencate:

il divieto previsto dal decreto ministeriale del 21/11/2002 di rinnovare i contratti in scadenza o già scaduti, se non a coloro il cui reddito familiare complessivo annuo lordo (determinato dall’art. 21 della legge 5 agosto 1978, n. 457, e successive modifiche) non superi i 18.000 euro, elevati a 22.000 per famiglie con componenti ultrasessantacinquenni o disabili pone il grave problema abitativo per chi non ha avuto rinnovato il contratto;

l’esistenza del titolo per questo stesso inquilino, con il contratto scaduto e non rinnovato, per esercitare – al momento della vendita – i suoi diritti di opzione, prelazione, usufrutto;

la possibilità che l’inquilino che – ricorrendo le condizioni previste per legge – abbia rinnovato per nove anni il contratto di locazione prima che l’alloggio gli venga offerto mantenga i suoi diritti in tema di opzione, prelazione, usufrutto;

la mancata applicazione dello sconto del 30% per le unità immobiliari ad uso residenziale di pregio, ovvero per tutte quelle situate nei centri storici urbani, con prezzi inaccessibili per la maggioranza degli inquilini degli enti, appartenenti per lo più a fasce medio-basse. Ciò ha creato inquietudine ed apprensione in tutto l’inquilinato ma, in particolare, in quello di città come Roma, Napoli e Milano nelle quali la tensione abitativa è maggiore ed i costi degli affitti hanno raggiunto cifre elevate. A tal proposito le associazione dell’inquilinato e l’ANCI hanno già espresso in tutte le sedi opportune le loro più vive preoccupazioni al riguardo;

si chiede di sapere

se non ritenga ingiustificata, all’esito di una analisi attenta della realtà socio-economica degli inquilini affittuari delle case degli Enti Previdenziali, in particolare di Roma, la distinzione di trattamento nelle modalità e nella determinazione del prezzo di vendita degli immobili affidati alla società SCIP tra inquilini degli immobili di pregio, e quelli non di pregio e dunque, se non si ritenga che ogni disparità vada annullata;

se non ritenga utile che vengano al più presto rese pubbliche le condizioni ed i prezzi di vendita degli immobili considerati di pregio e che tali condizioni non aggravino ulteriormente tale disparità di trattamento;

se non si ritenga necessario, nello specifico, confermare che anche le unità abitative degli immobili considerati di pregio abitate da inquilini che alla data del 31 ottobre del 2001 abbiano effettivamente manifestato volontà di acquisto verranno poste in vendita alle condizioni ed al prezzo indicati al comma 20 dell’art. 3 della legge 410 del 2001.

(4-04504)

THALER AUSSERHOFER - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - Premesso che la legge 22 marzo 2001, n. 85, recante "Delega al governo per la revisione del nuovo codice della strada", all'articolo 2, comma 1, lettera mm), prevede, nel caso di guida con patente scaduta, che alla violazione consegua la sola sanzione amministrativa pecuniaria nonché la sanzione amministrativa accessoria del ritiro della patente di guida, disponendo la contestuale abrogazione del secondo e del terzo periodo del comma 7 dell'articolo 126 del nuovo codice della strada i quali prevedono la sanzione del fermo amministrativo e la confisca del veicolo per due mesi;

considerato:

che è all'esame della Camera dei deputati la proposta di legge n. 2851 recante "Modifiche alla legge 22 marzo 2001, n. 85, e disposizioni per la revisione del nuovo codice della strada", che prevede, tra l'altro, proprio l'abrogazione delle disposizioni relative alle sanzioni accessorie del fermo e della confisca del veicolo per due mesi nel caso di guida con patente scaduta;

che le forze dell'ordine, non essendo ancora stata approvata la proposta di legge menzionata, si attengono scrupolosamente al disposto di cui all'articolo 126 citato applicando, nei casi di guida con patente scaduta, anche la sanzione accessoria del fermo amministrativo o della confisca del veicolo;

che è palese l'unanime consenso del Parlamento e del Governo all'abrogazione di tali sanzioni, manifestato con l'approvazione della legge 22 marzo 2001, n.85,

si chiede di sapere se non sia il caso, visto che spesso tali sanzioni risultano davvero eccessive e causa di gravi problemi alle famiglie e al lavoro, di dare disposizione alle forze dell'ordine perché nelle more della prevista ed imminente abrogazione soprassiedano dall'applicazione delle sanzioni in questione.

(4-04505)

FASOLINO - Ai Ministri delle attività produttive e delle politiche agricole e forestali - Premesso:

che l'opificio di conserve alimentari Spineta S.p.a., sito in Pontecagnano Faiano (SA), vanta una lunga attività che risale al 1950;

che tale lunga attività è stata segnata da diversi periodi di crisi, sempre superati con la solidarietà dei lavoratori e di tutta la cittadinanza, e il posto di lavoro delle maestranze non è mai stato messo in discussione;

che dal 1993 è stato necessario ricorrere a fuoriuscite di personale in mobilità lunga e cassa integrazione cui è seguito un costante stato di agitazione delle rappresentanze sindacali e dei lavoratori;

che nel 2000 il Ministero delle politiche agricole e forestali riduceva per la Spineta S.p.a. le quote di pomodoro da trasformare, a causa del mancato pagamento dei fornitori, con conseguente riduzione dell'attività produttiva e aggravio della persistente crisi finanziaria dell'azienda;

considerato:

che la realtà produttiva in esame ha svolto negli anni un ruolo di sviluppo produttivo ed occupazionale rilevante per il territorio;

che oggi dall'azienda in questione viene prospettata, dopo le riduzioni del personale e degli stabilimenti già operate nel recente passato, una delocalizzazione dello stabilimento di Pontecagnano;

che la crisi aziendale è in gran parte conseguenza di incauta gestione e che, inoltre, l'azienda ha già beneficiato dei fondi della legge n. 219, relativi al terremoto del 1980, per una somma di circa 20 miliardi, di cui 13 miliardi sono stati spesi per lo stabilimento di Pontecagnano;

che a tutela dei posti di lavoro è stato chiesto all'amministrazione comunale di Pontecagnano di individuare nuove aree per la delocalizzazione dello stabilimento conserviero al fine di evitare che l'azienda abbandonasse il territorio, ma tale richiesta è rimasta inascoltata;

che nello stabilimento lavorano 43 operai fissi e più di 400 stagionali e che è prevista la riduzione dello stabilimento da tre edifici ad uno solo di circa 22.000 metri, quasi la metà di quello di Pontecagnano, in cui dovranno essere lavorate circa 700.000 quintali di pomodoro all'anno,

si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non ritengano necessario ed urgente adottare propri provvedimenti al fine di operare chiarezza sulla situazione gestionale e logistica della Spineta S.a.p. sita in Pontecagnano Faiano e per porre fine alla crisi occupazionale in atto.

(4-04506)

VALDITARA, BEVILACQUA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso:

- che la legge finanziaria 2003, all'articolo 35 (Misure di razionalizzazione in materia di organizzazione scolastica), prevede una forma di tutela della qualità del servizio scolastico nel porre la riserva "salvaguardando l'unitarietà di insegnamento di ciascuna disciplina" nel caso in cui "le cattedre costituite con orario inferiore all'orario obbligatorio d'insegnamento dei docenti, definito dal contratto collettivo nazionale di lavoro, sono ricondotte a 18 ore settimanali";

- che numerosi Centri per i Servizi Amministrativi, a ciò guidati dai rispettivi Uffici Scolastici Regionali, conducono un'operazione prettamente burocratica nel portare le cattedre a 18 ore, producendo il rischio della impossibilità operativa in alcuni accorpamenti e un conseguente peggioramento della qualità del servizio didattico;

- che per alcune classi di concorso (ad esempio A046, Lingua e Letteratura straniera, e A049, Matematica e Fisica nei Licei scientifici) vi è così il rischio di spezzare la continuità didattica, non ottenendo, del resto, neanche economie di spesa, in quanto le scuole dovranno pagare i docenti per le supplenze giornaliere, ora realizzate sostanzialmente con il completamento a 18 ore;

- che non è possibile prevedere aprioristicamente soluzioni "tampone", come la formazione nei casi sopra richiamati di cattedre di 20 ore, in quanto lo stesso articolo 35 della legge 27 dicembre 2002, n.289 (legge finanziaria 2003), al comma 1 – fermo restando quanto previsto dall'articolo 22 della legge 28 dicembre 2001, n.448, ed in particolare dal comma 4 - stabilisce che le ore aggiuntive sono attribuite ai docenti "con il loro consenso";

- che il testo della Riforma, all'articolo 3, comma 1, lettera a), recita testualmente: "Il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, nonché la continuità didattica, sono assicurati anche attraverso una congrua permanenza dei docenti nella sede di titolarità", prefigurando tale enunciazione una qualche limitazione alla mobilità volontaria dei docenti in funzione della specifica continuità didattica nelle medesime classi (non certo genericamente nella scuola) che, di fatto, viene ad essere pregiudicata da un'applicazione meccanica della legge finanziaria,

gli interroganti chiedono di conoscere:

in quale modo il Ministro intenda sostenere e incoraggiare un'applicazione delle disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato al comparto Scuola coerente con le attese legate alla Riforma;

quali iniziative intenda assumere per tutelare sia un livello organizzativo delle singole istituzioni scolastiche che garantisca modalità ottimali di prestazione del servizio da parte dei docenti sia la massima soddisfazione dell'utenza relativamente alla qualità del servizio didattico stesso.

(4-04507)

GUERZONI - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della salute - Posto che:

l'area territoriale modenese risulta essere in Italia un epicentro dell'importazione clandestina e dello spaccio illegale della droga come hanno posto in evidenza ripetute inchieste giornalistiche e numerose indagini della Polizia giudiziaria e della Magistratura;

che questo stato di cose è da porre in relazione tra l'altro, oltre che con la ricchezza dell'economia della zona, con i suoi diffusi collegamenti internazionali (ferrovie, autostrade) e, non di meno, con attività produttive che alimentano quotidianamente un flusso cospicuo di scambi e affari con l'estero di merci e persone;

come è stato ripetutamente evidenziato negli anni, il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Modena, in particolare attraverso l'Unità Cinofila di cui è dotato, ha svolto, anche fuori dal territorio modenese, una valida azione di contrasto dell'importazione clandestina e della commercializzazione illegale della droga, con risultati positivi molto apprezzati,

si chiede di sapere:

se corrisponda a verità la notizia secondo la quale starebbe per essere soppressa l'Unità Cinofila presso il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Modena;

se, qualora detta notizia fosse confermata, il Governo ed il Comando Generale della Guardia di Finanza non ritengano necessario, per le ragioni citate, soprassedere onde evitare un grave indebolimento dell'attività di contrasto dello Stato contro l'importazione clandestina della droga e la sua diffusione illegale poiché una tale decisione, oltre che allarmare i cittadini modenesi che temono per la loro giusta esigenza di sicurezza, risulterebbe del tutto in contrasto con l'impegno del governo in questa direzione, quotidianamente ribadito dal Ministro dell'interno e dal Presidente del Consiglio dei ministri.

(4-04508)

COSTA - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso:

che l’attuale ordinanza ministeriale riconosce ai soli docenti che hanno superato un pubblico concorso ordinario dodici punti, mentre coloro che sono stati immessi in ruolo con concorso di riconversione professionale ex decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, non hanno diritto ad alcun punto;

che il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, con riferimento esclusivamente ai "precari", in data 8 aprile 2003 ha espresso parere positivo in merito alla nuova tabella di valutazione dei titoli, relativa all’aggiornamento delle graduatorie permanenti per l’anno 2003/2004, attribuendo a tutti i docenti abilitati a seguito di pubblico concorso ordinario o di corsi abilitanti riservati, diciotto punti;

l’interrogante chiede di sapere se non si ritenga opportuno eliminare tale privilegio, riconoscendo anche ai docenti di ruolo ex decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, gli stessi punti riconosciuti ai docenti immessi in ruolo con concorsi ordinari, nonché ai precari, in quanto si ritiene che abbiano gli stessi diritti.

(4-04509)

FLORINO - Ai Ministri della giustizia e delle comunicazioni - Premesso:

che nel 1978 il signor Giuseppe De Gregorio presentò denuncia contro il Ministero delle poste e telecomunicazioni per appropriazione indebita e sfruttamento del proprio "Brevetto n. 976/1062252: Banco antirapina";

che all'inizio del 1976 il signor De Gregorio fu ricevuto al Ministero dal Direttore tecnico che lo invitò a realizzare un "prototipo sviluppando un grafico con dettagliate descrizioni tecniche dei componenti: profilati in lamiera pressopiegata e vetrate antiproiettili con i vari nodi di accoppiamento e di agganci meccanici". L'unica perplessità mostrata riguardava il rallentamento del lavoro causato dalla protezione in vetro che divideva l'operatore delle poste dalla clientela;

che per valutare l'efficacia e la funzionalità del citato brevetto fu scelta un'agenzia postale ubicata nella zona Fuorigrotta, a Napoli;

che, successivamente all'inaugurazione della predetta Agenzia e constatati gli ottimi risultati, il Direttore tecnico, contravvenendo alle numerose promesse fatte precedentemente, offrì al signor De Gregorio due milioni "per chiudere la parentesi definitivamente";

che, infatti, nello stesso anno, il signor De Gregorio si era iscritto, su consiglio del Direttore, all'Albo Artigiani Camera di Commercio di Napoli per essere annoverato nel Registro delle ditte appaltatrici delle Poste e Telecomunicazioni;

che, sulla base della denuncia presentata nel 1978 alla Procura della Repubblica di Napoli e trasmessa alla Pretura di Roma, nel mese di novembre 1980 il signor De Gregorio ricevette un invito dal perito d'ufficio, dottor Costa, nominato dal Pretore di Roma dottor Rossi, che gli chiedeva una copia del brevetto;

che l'interessato mostrò tutta la documentazione in suo possesso, unitamente ai disegni illustrativi;

che nel mese di aprile 1981, in un incontro svoltosi con il dottor Rossi, quest'ultimo rassicurò il signor De Gregorio su quello che sarebbe stato l'esito del processo contro il Ministero in oggetto;

che da allora l'interessato, pur non avendo ricevuto alcuna notizia in merito alle sentenze, ha rinvenuto il fascicolo, scoprendo, con immenso stupore, quattro nomi di persone imputate in sostituzione dei veri responsabili;

che il 31 marzo 2003 il signor De Gregorio avrebbe dovuto ritirare copia dell'estratto del "Registro generale degli affari penali", con il quale si accertava il deposito del fascicolo, ma a detta richiesta il cancelliere del tribunale ha risposto con un diniego, adducendo la motivazione della riservatezza della documentazione e specificando la necessità dell'autorizzazione del Presidente della Sesta Sezione Penale,

l'interrogante chiede di sapere:

se, alla luce dei fatti esposti in premessa, i Ministri in indirizzo non ritengano di fornire chiarimenti relativi ai motivi processuali che hanno determinato la sospensione e l'anomalo svolgimento del processo;

se non ritengano di adottare opportuni provvedimenti tesi a riconoscere i diritti del signor De Gregorio, relativi al brevetto di cui in premessa.

(4-04510)

MANZIONE - Ai Ministri per la funzione pubblica, della giustizia, dell'interno e dell'economia e delle finanze - Premesso che:

con atti di sindacato ispettivo 4-03378 del 19.11.02 e 4-04423 del 29 aprile 2003 si evidenziava la discutibile gestione delle risorse economiche destinate al personale del comune di Salerno, gestione non certamente riconducibile ai principi di una corretta e trasparente amministrazione;

in particolare, nel primo atto di sindacato ispettivo, si evidenziava come, ad esempio, il sig. Paolo Donatantonio, impiegato di VI livello, percepisse ingiustificatamente più del doppio degli emolumenti mensili spettanti ai suoi colleghi di pari qualifica (pur non essendo sottoposto ad alcun controllo orario effettivo di lavoro, tant'è che svolgeva e svolge attività collaterale di autista ed accompagnatore per conto terzi), mentre con il secondo si evidenziava tra l'altro che lo stesso impiegato, non si comprende sulla base di quale "potere", avesse provveduto personalmente a disporre il pagamento di "emolumenti straordinari" per il mese di gennaio 2003, in favore di collaboratori esterni, non dipendenti comunali;

lo stesso giorno della pubblicazione dell'interrogazione il Comune di Salerno – nel tentativo di rimediare alla gravissima illegittimità - emetteva una "singolare nota" con la quale riconosceva "l'errore" e disponeva l'immediato recupero delle somme "impropriamente liquidate";

si chiede di conoscere:

quali urgenti strumenti ispettivi si intenda attivare per accertare, e risanare, la situazione di abnorme illegittimità che appare pregnare tutta la gestione del personale del Comune di Salerno, gestione che volontariamente tende a favorire "pochi eletti", danneggiando tutti gli altri dipendenti;

se esista una responsabilità degli organismi interni che dovrebbero verificare la legittimità generale e contabile degli atti;

quali siano gli organismi di verifica effettivamente abilitati a garantire la legittimità degli atti dispositivi adottati.

(4-04511)