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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 194 del 20/06/2002


SENATO DELLA REPUBBLICA
—————— XIV LEGISLATURA ——————

194a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO (*)

GIOVEDÌ 20 GIUGNO 2002

(Pomeridiana)

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Presidenza del vice presidente FISICHELLA,

indi del vice presidente CALDEROLI

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(*) Include l'ERRATA CORRIGE pubblicato nel Resoconto della seduta n. 194 del 20 giugno 2002
(N.B. Il testo in formato PDF non è stato modificato in quanto copia conforme all'originale)

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RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

La seduta inizia alle ore 16,31.

Il Senato approva il processo verbale della seduta pomeridiana di ieri.

Comunicazioni all'Assemblea

PRESIDENTE. Dà comunicazione dei senatori che risultano in congedo o assenti per incarico avuto dal Senato. (v. Resoconto stenografico).

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverte che dalle ore 16,34 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Sull'ordine dei lavori

BRUTTI Massimo (DS-U). Propone di sospendere i lavori per conoscere le determinazioni della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari in ordine alla seduta in corso. Chiede comunque alla Presidenza di non escludere dalla lista degli iscritti a parlare nella discussione generale del disegno di legge sul conflitto di interessi i senatori che risultassero assenti.

TOIA (Mar-DL-U). Segnala difficoltà nella organizzazione dei lavori dell'Assemblea, associandosi alla richiesta di rinviare alla settimana prossima gli interventi sul disegno di legge n. 1206 dei senatori che non fossero in grado di parlare nel corso della seduta.

PRESIDENTE. Fa presente che l'Aula non può procedere alla discussione del disegno di legge n. 1246 in materia di infrastrutture, in quanto sono ancora aperti i termini per la presentazione degli emendamenti. Assicura i senatori Brutti e Toia che i colleghi che non potessero intervenire nella discussione sul conflitto di interessi non decadranno dal diritto.

Seguito della discussione dei disegni di legge:

(1206) Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi (Approvato dalla Camera dei deputati)

(9) ANGIUS ed altri. – Norme in materia di conflitto di interessi

(36) CAMBURSANO. – Modifica all’articolo 10 del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di ineleggibilità

(203) CAVALLARO ed altri. – Norme in materia di conflitto di interessi

(1017) RIPAMONTI. – Norme in materia di conflitto di interesse

(1174) MALABARBA ed altri. – Norme in materia di incompatibilità e di conflitto di interessi

(1250) ANGIUS ed altri. – Istituzione dell’Autorità garante dell’etica pubblica e della prevenzione dei conflitti di interessi

(1255) VILLONE ed altri. – Disposizioni in tema di ineleggibilità alle cariche elettive parlamentari e di incompatibilità con le cariche di Governo e la carica di Presidente della Repubblica

PRESIDENTE. Ricorda che nella seduta antimeridiana di ieri è proseguita la discussione generale.

PIZZINATO (DS-U). Il testo approvato dalla Commissione non risolve il principale conflitto di interessi, vale a dire quello del titolare di una carica di Governo che è anche proprietario di impresa. Nel caso del presidente del Consiglio Berlusconi, che è titolare di un'importante compagnia del settore assicurativo, il conflitto si riverbera anche sulla regolamentazione della previdenza integrativa, in quanto il disegno di legge di delega sulla materia prevede l'obbligo per il lavoratore di destinare il trattamento di fine rapporto ai fondi pensione aziendali e prevede che il versamento, a parità di condizioni anche fiscali, avvenga a favore dei fondi vita delle assicurazioni private. Inoltre il coinvolgimento del Presidente del Consiglio o di un Ministro in un'azienda può inficiare il ruolo di mediazione che il Governo dovesse svolgere, riguardo alla stessa azienda, tra le parti sociali; così come la totale adesione da parte del Presidente del Consiglio al programma della Confindustria realizza un conflitto rispetto al suo ruolo di rappresentante di tutte le istanze sociali del Paese. Tali problemi non vengono minimamente risolti dal provvedimento in esame, che anzi giunge al paradosso di sancire l'incompatibilità per l'operaio di un'azienda, ma non per il suo datore di lavoro. Il giudizio sul disegno di legge è quindi negativo, in quanto soltanto la dismissione può ripristinare quella certezza delle regole necessaria allo sviluppo della democrazia, cui può fornire un importante contributo l'esperienza del sindacato, che già da tempo ha stabilito l'incompatibilità tra l'attività sindacale e l'assunzione di responsabilità politiche e istituzionali. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).

VIZZINI (FI). Il Governo fa bene ad affrontare ad inizio di legislatura questo argomento complesso, che presenta senz'altro caratteri di novità rispetto alla precedente storia politica italiana. Non sono riusciti a fare altrettanto i Governi della precedente legislatura, quando la maggioranza di centrosinistra, preferì tenere aperta la questione per usarla in campagna elettorale. E che si tratti di un problema complesso risulta evidente non solo dall'ampiezza delle categorie interessate (si consideri in proposito l'influenza che nel passato hanno avuto le spinte corporative sul processo di formazione delle leggi), ma anche dalla varietà delle soluzioni prospettate: dal blind trust, inefficace nel sistema italiano, a tutte quelle misure che prefigurano un inaccettabile conflitto di status, quali l'iniqua ed incostituzionale vendita forzosa o la previsione dell'incompatibilità in relazione all'esercizio del diritto costituzionale alla proprietà. Il disegno di legge che giunge all'esame dell'Assemblea, invece, individua un meccanismo moderno ed offre al problema una soluzione serena e coerente, che certamente potrà essere in seguito adeguata in relazione ai risultati conseguiti. In particolare, rafforza il sistema sanzionatorio, posto che il mutato sistema elettorale esalta il ruolo del consenso basato sulla verifica del rispetto delle regole e degli impegni assunti nel programma elettorale e rende pertanto assai incisiva la denuncia all'opinione pubblica, mediante la segnalazione al Parlamento, di un’aperta violazione del rapporto fiduciario instaurato con il corpo elettorale. Alla luce di queste considerazioni anche la minaccia di ricorrere al referendum appare inutile, poiché gli italiani hanno dato il loro giudizio sul tema del conflitto di interessi il 13 maggio 2001. (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC:CCD-CDU-DE. Congratulazioni).

Saluto ai Presidenti delle Commissioni bilancio e per la revisione dei conti del Bundestag

PRESIDENTE. A nome dell’Assemblea rivolge un saluto ai Presidenti delle Commissioni bilancio e per la revisione dei conti del Bundestag, presenti in tribuna. (Applausi).

Ripresa della discussione dei disegni di legge
nn.
1206, 9, 36, 203, 1017, 1174, 1250 e 1255

PRESIDENTE. Riprende i lavori.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

SCALERA (Mar-DL-U). La mancata soluzione del problema del conflitto di interessi aggraverà le distorsioni presenti nella vita democratica del Paese, stante l’evidente incidenza del potere detenuto dall’onorevole Berlusconi nel campo dell’informazione e quindi nei meccanismi di formazione del consenso, come ben esemplificato dalla spettacolare ed acritica diffusione delle notizie in ordine al presunto buco di bilancio, poi rivelatesi false. Sin dalla lettura del programma elettorale della Casa delle libertà, che non conteneva alcun riferimento al problema della concorrenza nel settore dell'informazione, appariva evidente che questa maggioranza non avrebbe mai disciplinato con rigore ed equilibrio un problema che assume un carattere particolare dal momento che la televisione è per gli italiani il canale privilegiato di acquisizione di notizie e commenti. La mancata diversificazione della programmazione tra le reti pubbliche e quelle private e gli ostacoli posti all'adozione di alternative alla trasmissione via etere ha cristallizzato la situazione esistente e l'ingresso dell'onorevole Berlusconi in politica ha definitivamente impedito la soluzione del problema del duopolio radiotelevisivo. Il centrosinistra, che nella passata legislatura ha avuto il torto di non valorizzare la funzione di servizio pubblico della RAI e di trasformarla progressivamente in un semplice competitore di Mediaset, oggi è chiamato a contrastare questo disegno di legge per difendere il pluralismo dell’informazione e la stessa democrazia. (Applausi della senatrice De Zulueta).

ACCIARINI (DS-U). La posizione di dominio nel sistema televisivo che riveste Berlusconi attraverso la proprietà delle reti Mediaset e il controllo politico sulla Rai si traduce in un'informazione manipolata che distorce i meccanismi di formazione delle opinioni dei cittadini e lede profondamente quel diritto di manifestare il proprio pensiero attraverso diversi mezzi di informazione garantito dalla Costituzione. Si disconosce infatti il principio secondo cui una corretta informazione rappresenta una garanzia per tutti, preferendo varare un provvedimento che lascia fuori il vero conflitto di interessi e che contrasta con i principi liberali affermati dal centrodestra diretti ad introdurre regole del mercato anche nel settore pubblico; in questo caso, invece, si accetta l'ingerenza monopolistica di un soggetto pubblico – il Presidente del Consiglio - in un vasto settore dell'economia del Paese. (Applausi dal Gruppo DS-U).

NOVI (FI). Le argomentazione dell'opposizione per demonizzare Berlusconi e, in generale, il centrodestra appartengono all'armamentario della cultura totalitaria che utilizza immagini forti per negare la dignità politica degli avversari, disconoscendo il fatto che in realtà il mondo dell'informazione è caratterizzato dall'egemonia culturale della sinistra, in particolare con riferimento alle case editrici, ma anche all'informazione televisiva. Peraltro, i sistemi di formazione del consenso non sono univoci e passano soprattutto attraverso la sintonia che si realizza tra le proposte di uno schieramento politico e il sentire dei cittadini, come è dimostrato dall'affermarsi delle forze di centrodestra in tutta Europa. Il provvedimento in esame rappresenta il tentativo più serio finora realizzato di affrontare il cuore del conflitto di interessi proponendo il controllo sugli atti del Governo e delle imprese operanti nel settore delle telecomunicazioni e prevedendo pesanti sanzioni che vanno dalla denuncia davanti al Parlamento alla decadenza dalla carica di governo. (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC:CCD-CDU-DE. Congratulazioni).

GIARETTA (Mar-DL-U). Le due principali obiezioni della maggioranza nei confronti dell’atteggiamento assunto dall’opposizione, non ritualmente ostruzionistico ma di responsabile espressione del dissenso di ciascun senatore attraverso l’istituto parlamentare, riguardano la scarsa rilevanza del provvedimento e l'inerzia della precedente maggioranza nella scorsa legislatura. A parte il riconoscimento dell’errore compiuto nell'avere riposto fiducia nella Casa delle libertà per la ricerca delle comuni regole democratiche, non si può certamente definire marginale sotto il profilo democratico una questione che attiene alla garanzia dell’interesse pubblico rispetto ai comportamenti di chi esercita funzioni di governo, a maggior ragione in un sistema maggioritario teso a garantire la governabilità dove la vittoria elettorale può essere attribuita senza il consenso della maggioranza dei cittadini; non si tratta quindi di regole di galateo istituzionale o di buon gusto, ma dei possibili abusi di chi svolge una funzione pubblica per favorire il suo interesse privato e, attraverso questo, incrementare il proprio consenso politico. In tale ottica dovrebbero d'altra parte essere valutate le annunciate privatizzazioni del sistema sanitario o di quello previdenziale, che favoriranno le compagnie di assicurazione, compresa quella del Presidente del Consiglio, oppure gli sgradevoli anatemi contro alcuni conduttori di programmi televisivi di grande ascolto, la cui estromissione dalla RAI comporterebbe un vantaggio per Mediaset. (Applausi dal Gruppo DS-U).

BATTAGLIA Giovanni (DS-U). L'importanza del dibattito su un disegno di legge profondamente inadeguato a garantire il corretto funzionamento della democrazia ha indotto i senatori del suo Gruppo ad esprimere le ragioni di un dissenso non ideologico, bensì fondato su una concezione dello Stato di diritto molto diversa da quella plebiscitaria ed autoritaria che emerge dalle fila dell'attuale maggioranza. Il provvedimento, infatti, finisce con il legalizzare il conflitto di interessi in cui si trova il Presidente del Consiglio, di cui sono ben note le proprietà in diversi settori, tra cui quello dell’informazione, di grande delicatezza per un sistema democratico. Il testo contrasta non solo con le più elementari norme del codice etico che dovrebbe sovrintendere all'impegno politico, ma anche con le stesse dichiarazioni di pochi anni fa dell'attuale Ministro della giustizia o di altri pensatori non certo vicini alla sinistra. Pertanto, respingendo l'accusa del ministro Frattini sulla volontà del centrosinistra di colpire l'avversario politico, si tratta certamente del contemperamento di due valori tra loro contrastanti ed entrambi tutelati dalla Costituzione, quello dell'interesse generale e quello della libertà di impresa, ma è evidente la prevalenza del primo, come ha più volte riconosciuto la Corte costituzionale; invece la soluzione adottata con il provvedimento, che non prevede neanche sanzioni serie ed efficaci, è dannosa e suscita forti preoccupazioni. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).

BASSO (DS-U). Il disegno di legge raggiunge lo scopo paradossale di abolire il conflitto e nel contempo di garantire gli interessi del Presidente del Consiglio, esponendo l'Italia alle critiche dell’opinione pubblica internazionale e contraddicendo i basilari principi della Costituzione che, oltre all’uguaglianza dei cittadini, riconosce il valore sociale dell'iniziativa privata e prevede limitazioni al diritto di proprietà per tutelare la pubblica utilità; viene altresì vanificato l’intento dell’articolo 49 della Carta fondamentale, in quanto il diritto alla libera e democratica associazione dei cittadini in partiti viene compresso dalla concentrazione del potere di informazione e dall'accumulo di cariche pubbliche del Presidente del Consiglio. D'altra parte, non si comprende perché le regole di incompatibilità per gli amministratori locali non debbano valere per altri livelli istituzionali; invece, a differenza della severa e rigorosa disciplina vigente in altri Paesi, per l'onorevole Berlusconi viene varata una legge fotografia, che elude il principale problema dell'acquisizione del consenso politico attraverso il controllo del sistema mediatico e rischia di provocare una pericolosa divaricazione tra il sistema politico e la società civile, in aggiunta agli attacchi perpetrati con le leggi sulle rogatorie e sul falso in bilancio e alle contrastate riforme per i settori della scuola, della sanità, del lavoro. (Applausi dal Gruppo DS-U. Congratulazioni).

BATTAFARANO (DS-U). Il testo in esame, a meno di radicali modifiche, è un'occasione perduta per risolvere quel conflitto di interessi che rappresenta un'anomalia italiana e la cui unica soluzione è la separazione della funzione di Governo dalla proprietà. Infatti, nonostante sia necessaria una disciplina imparziale e non influenzata dagli interessi del presidente Berlusconi, il provvedimento è irragionevole ed inefficace. Irragionevole in quanto prevede sanzioni effettive solo per le situazioni di minor rilievo, mentre ricorre a sanzioni esclusivamente politiche per le situazioni di maggiore impatto. In base al testo, 25 milioni di lavoratori italiani non possono assumere cariche di Governo, mentre il proprietario di un'impresa che controlla le televisioni può esercitare la funzione di Presidente del Consiglio, nonostante non sia realistica la scissione della gestione dalla proprietà, in quanto è quest'ultima che sceglie gli amministratori e determina le politiche aziendali. Il provvedimento è inefficace in quanto, come affermato dal presidente Tesauro, l'Autorità antitrust non potrà adempiere ai compiti affidatigli. La maggioranza e il Governo hanno quindi adottato la soluzione peggiore tra le varie ipotesi possibili, in netta antitesi rispetto ai principi liberaldemocratici cui pretendono di ispirarsi. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

CADDEO (DS-U). Il Governo e la maggioranza intendono approvare una legge ritagliata su misura per il Presidente del Consiglio onde conservare il predominio sui mezzi di comunicazione di massa e poter così continuare a manipolare l'opinione pubblica. E' stata infatti scartata la soluzione adottata negli Stati Uniti e si è preferito uno strumento debole quale il controllo politico sugli atti del Governo. L'Autorità alla quale è stato affidato tale compito è sprovvista di mezzi adeguati, non potrà tenere conto delle rendite di posizione e degli atti omissivi e pertanto non potrà in alcun modo sciogliere gli inquietanti dubbi sulla correttezza dell'operato del Governo e sugli intrecci tra interessi pubblici e privati. Tale proposta legislativa rifiuta la regolazione dei poteri e il necessario rispetto degli interessi pubblici, dimostra arroganza e disprezzo per l'intelligenza degli italiani, che tuttavia nelle recenti elezioni amministrative hanno dato rilevanti segnali di non voler concedere deleghe in bianco a nessuno. (Applausi dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta.

Discussione del disegno di legge:

(795-B) Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo

(Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale)

PRESIDENTE. Autorizza il senatore Boscetto a svolgere la relazione orale.

BOSCETTO, relatore. La Camera dei deputati ha integrato il testo del Senato senza tuttavia stravolgerlo, licenziando una legge equilibrata e coerente con le migliori legislazioni europee e mondiali, correggendo le carenze del decreto Turco- Napolitano, conservandone tuttavia l'impianto e superando i riflessi negativi che il fenomeno immigratorio ha determinato sia sulla sicurezza dei cittadini che nel mercato del lavoro. Tre sono i cardini della norme in esame: il nesso tra immigrazione e lavoro attraverso il contratto di soggiorno, la prevalenza dell'espulsione con accompagnamento alla frontiera rispetto alla procedura di intimazione di allontanamento e l'eliminazione della figura dello sponsor, in quanto in questi tre aspetti si sono maggiormente evidenziati i limiti della legislazione vigente. Illustra quindi le modifiche apportate dalla Camera dei deputati ed in particolare quelle relative all'articolo 1, dove si prevede la possibilità di rivedere i programmi di cooperazione con i Paesi che non collaborano al rientro nel loro territorio dei cittadini espulsi dall'Italia; gli articoli 5 e 7 che prevedono i rilievi fotodattiloscopici per gli immigrati regolari che richiedano il permesso di soggiorno, norma sulla quale è stata costruita una polemica ideologica pretestuosa; l'articolo 18, che garantisce ai lavoratori extracomunitari i diritti previdenziali maturati. Ritiene estremamente positivo il lavoro svolto dalla Camera e pertanto invita il Senato a recepirlo nella sua interezza. (Applausi dai Gruppi FI e LP).

PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta.

Sulle modalità di partecipazione di membri del Governo alla seduta pomeridiana di ieri

PRESIDENTE. Esprime disagio per la partecipazione attiva di rappresentanti del Governo, dai banchi ad essi riservati, alla seduta pomeridiana di ieri il cui oggetto riguardava in modo esclusivo la competenza del Senato.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. La sua personale presenza nei banchi del Governo nella veste di sottosegretario per i rapporti con il Parlamento voleva rappresentare un segno di rispetto nei confronti del Senato.

PRESIDENTE. Dà atto al sottosegretario Ventucci della correttezza del suo comportamento, mentre è meno apprezzabile chi da quei banchi ha applaudito nel corso degli interventi di una parte o dell’altra.

Comunica che il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge n. 1246 in materia di infrastrutture e trasporti è fissato per le ore 12 di domani. Dà quindi annunzio dell'interpellanza e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza (v. Allegato B) e comunica l'ordine del giorno per le sedute del 25 giugno.

La seduta termina alle ore 19,33.

 



RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,31).

Si dia lettura del processo verbale.

MUZIO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Congedi e missioni

PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Agnelli, Antonione, Baldini, Bobbio Norberto, Bosi, Chincarini, Cursi, Cutrufo, D'Alì, De Corato, Degennaro, Dell'Utri, De Martino, Frau, Mantica, Moncada, Mugnai, Saporito, Sestini, Siliquini, Vegas, Ventucci e Zanoletti.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Fisichella (a partire dalle ore 17,15) e Bonatesta, per presenziare ai festeggiamenti in onore dell'astronauta Roberto Vittore; Nessa, Rigoni e Tirelli, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Unione dell’Europa occidentale; Caruso Antonino, Pedrini e Pirovano, per sopralluogo in Liguria per verificare il funzionamento del sistema carcerario; Tomassini, per partecipare all'assemblea pubblica di Farmindustria.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. Le comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,34)

Onorevoli colleghi, dovremmo ora passare al seguito dell’esame del disegno di legge in materia di conflitto di interessi.

Sull'ordine dei lavori

BRUTTI Massimo (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, nel nostro ordine del giorno, redatto sulla base del calendario dei lavori approvato dalla precedente Conferenza dei Capigruppo e dall'Aula, era prevista la discussione del provvedimento in materia di infrastrutture e trasporti.

Adesso, ritengo a causa dell'andamento del dibattito che si è svolto nel corso della seduta antimeridiana di oggi, si intende rinviato quell'argomento ad una prossima seduta e si recupera la discussione in materia di conflitto d'interessi.

Ebbene, vorrei proporre una sospensione dei nostri lavori per due ragioni: in primo luogo, per sapere quali sono le decisioni assunte dalla Conferenza dei Capigruppo, che è la sola che può modificare il calendario dei lavori; in secondo luogo, per dar modo ai colleghi di essere pronti ad intervenire sul provvedimento relativo al conflitto d’interessi, dal momento che, in base a quanto era noto, nella seduta pomeridiana si sarebbe dovuto discutere il provvedimento sulle infrastrutture.

Queste sono le ragioni per cui chiedo una sospensione dei nostri lavori.

PRESIDENTE. Senatore Brutti, già questa mattina il presidente Salvi aveva annunciato che oggi pomeriggio si sarebbe passati al seguito della discussione dei disegni di legge sul conflitto di interessi.

Comunque, la Conferenza dei Capigruppo, che è attualmente in corso ha deliberato (almeno fino ad ora) che si può proseguire nella trattazione di tale argomento. Se poi, a conclusione della Conferenza dei Capigruppo vi saranno determinazioni diverse, queste saranno comunicate all’Aula e su tale base quest’ultima procederà con i propri lavori.

Pertanto, ritengo che ora vi siano le condizioni per poter proseguire.

BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, le chiedo soltanto una cortesia. Se qualcuno dei colleghi iscritti a parlare fosse assente, chiederei che fosse loro garantita la possibilità di svolgere in seguito il proprio intervento.

PRESIDENTE. Ciò è già previsto. Non vi saranno cancellazioni dell’iscrizione a parlare per i colleghi che risultassero assenti, proprio in considerazione della particolare situazione in cui stiamo operando.

TOIA (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, intervengo per segnalare, anche da parte nostra, la difficoltà di proseguire nel pieno delle nostre competenze e con la possibilità di incidere sui lavori di quest’Aula operando in tale maniera.

È pur vero, come lei ha ricordato, che in chiusura di seduta il presidente Salvi aveva preannunciato che nella seduta pomeridiana i nostri lavori sarebbero proseguiti con il provvedimento sul conflitto di interessi, così come ieri sera, sempre in chiusura di seduta, si era rinviato l’esame di tale provvedimento alla seduta di questa mattina; tuttavia, la Presidenza sa bene che non tutti i colleghi sono costantemente presenti e che il lavoro di chi, per incarico dei Gruppi, cerca di assicurare una presenza ordinata diventa sempre più impraticabile.

Non è possibile che nel giro di un’ora si anticipi un cambiamento nella prosecuzione dei lavori. È una lamentela che vedo fare spesso anche dai colleghi che hanno questo nostro stesso compito presso la Camera dei deputati.

Pertanto, alla luce di quanto detto, chiedo che i colleghi che risultassero assenti sulla base del cambiamento di programma verificatosi alle ore 13 non decadano dall’iscrizione a parlare e che, se esauriremo l’elenco degli iscritti prima del termine della seduta, si riservi a coloro che non hanno avuto conoscenza di tale cambiamento la possibilità di intervenire nella prossima seduta.

Quindi, chiedo alla Presidenza che gli iscritti a parlare non solo non decadano da tale facoltà e possano intervenire in coda alla seduta odierna, ma anche che sia loro concesso di recuperare questa possibilità nel corso della prossima settimana. Personalmente, io non sono riuscita ad avvertire tutti i colleghi del cambiamento intervenuto.

PRESIDENTE. Senatrice Toia, per quanto riguarda il provvedimento in materia di infrastrutture voi sapete che esiste ancora un problema di presentazione di emendamenti. Quindi, non si può chiedere contemporaneamente alla Presidenza di fissare termini abbastanza ampi per tale presentazione e poi di proseguire subito l’esame di quel provvedimento, perché non siamo nelle condizioni di farlo. Presumibilmente, la possibilità di presentare emendamenti sarà fatta slittare fino a domani mattina, salvo la precisazione dell’ora.

Quanto poi al disegno di legge sul conflitto d’interessi, essendo presenti in Aula i colleghi Pizzinato, Vizzini e Scalera, che intendono intervenire vi sono tutte le condizioni per andare avanti; dopodiché ho già annunciato che i colleghi che risulteranno assenti non decadranno.

A conclusione della Conferenza dei Capigruppo, sapremo in quale delle prossime sedute si proseguirà l’esame di tale provvedimento e in quella sede tutti i colleghi che non sono intervenuti potranno prendere la parola.

Seguito della discussione dei disegni di legge:

(1206) Norme in materia di risoluzione dei conflitti di interessi (Approvato dalla Camera dei deputati)

(9) ANGIUS ed altri. – Norme in materia di conflitto di interessi

(36) CAMBURSANO. – Modifica all’articolo 10 del testo unico delle leggi recanti norme per l’elezione della Camera dei deputati, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361, in materia di ineleggibilità

(203) CAVALLARO ed altri. – Norme in materia di conflitto di interessi

(1017) RIPAMONTI. – Norme in materia di conflitto di interesse

(1174) MALABARBA ed altri. – Norme in materia di incompatibilità e di conflitto di interessi

(1250) ANGIUS ed altri. – Istituzione dell’Autorità garante dell’etica pubblica e della prevenzione dei conflitti di interessi

(1255) VILLONE ed altri. – Disposizioni in tema di ineleggibilità alle cariche elettive parlamentari e di incompatibilità con le cariche di Governo e la carica di Presidente della Repubblica

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 1206, già approvato dalla Camera dei deputati, 9, 36, 203, 1017, 1174, 1250 e 1255.

Ricordo che nella seduta antimeridiana di ieri è proseguita la discussione generale, che ora riprendiamo.

È iscritto a parlare il senatore Pizzinato. Ne ha facoltà.

PIZZINATO (DS-U). Signor Presidente, onorevole rappresentante del Governo, colleghi, prima di iniziare il mio intervento, vorrei precisare che sono presente avendo abbandonato l’incontro in fase di svolgimento in Commissione bilancio con i colleghi omologhi della Repubblica tedesca. Sarebbe necessaria una maggiore precisione nel momento in cui si programmano i nostri lavori.

Fatta questa premessa, riprendo il mio ragionamento sul disegno di legge riguardante le norme in materia di risoluzione dei conflitti d’interesse. È al nostro esame un testo, predisposto dalla Commissione affari costituzionali, che ha modificato quello approvato dalla Camera dei deputati.

Questo testo (come hanno già sottolineato nelle precedenti sedute il relatore di minoranza, senatore Passigli, e i numerosi colleghi del centro-sinistra che sono intervenuti, in particolare i senatori Bassanini e Manzella) non risolve affatto il principale conflitto d’interessi, che è quello fra le responsabilità di governo e la titolarità, la proprietà di imprese.

In sostanza, non si realizza quella separazione che è necessaria per avere un equilibrio tra il potere economico e quello politico e che costituisce la condizione essenziale per la democrazia in un Paese, per l’eguaglianza dei cittadini sul piano politico. Anzi, con questa normativa si stabilisce un’incompatibilità con le funzioni pubbliche per un dipendente, un dirigente di azienda e non per il loro datore di lavoro, cioè per il proprietario, il titolare dell’azienda stessa.

Torno molto indietro con la memoria, a quando ero giovane, per fare un esempio: sarei incompatibile io, operaio della Borletti, e non il senatore Borletti, se avessimo responsabilità di governo (che al tempo egli ha avuto). Già questo dato mi sembra che faccia emergere la grande contraddizione, la non risoluzione del problema. Per questo ritengo assurda l’impostazione del disegno di legge.

Mi soffermerò brevemente ad analizzare un particolare aspetto del conflitto di interessi che si manifesta sul terreno delle problematiche dai contenuti sociali. Si tratta di un aspetto parziale, limitato, che però non è stato trattato, se non di sfuggita, nelle sedute precedenti, per cui vorrei evidenziarlo nel mio intervento anche alla luce del conflitto sociale che tale problematica ha aperto nel nostro Paese nel corso dell’ultimo anno.

Ragionerò sugli aspetti concreti, più che sul piano teorico. Una delle problematiche affrontate con le leggi delega proposte dal Governo presieduto dall’onorevole Berlusconi, con i collegati alla finanziaria per il 2002, riguarda la previdenza complementare, la previdenza integrativa per i lavoratori dipendenti e l’utilizzo del trattamento di fine rapporto. Si tratta di uno degli aspetti della riforma della previdenza avviata nell’ultimo decennio e progressivamente realizzatasi.

Nel corso di questo decennio, fra le parti sociali, con il Governo e poi con la sanzione legislativa del Parlamento, si è stabilito che la previdenza nel nostro Paese si basa su tre pilastri: la previdenza obbligatoria (per i dipendenti pubblici e privati e per i lavoratori autonomi), i fondi chiusi (frutto della contrattazione tra le parti sociali, per cui si prevede l’utilizzo del trattamento di fine rapporto di lavoro) e i fondi aperti (gestiti autonomamente e liberamente dalle assicurazioni private, in particolare dalle assicurazioni vita).

La progressiva realizzazione dei fondi complementari, cosiddetti chiusi, frutto della contrattazione tra le parti sociali, prevede l’utilizzo volontario del TFR e i benefici fiscali di questo trasferimento.

Ora, nella legge delega sulla previdenza all’esame della Camera dei deputati si prevedono due novità. La prima è l’obbligatorietà dell’utilizzo del TFR, per cui il lavoratore dipendente è tenuto a versare i suoi risparmi. Il trattamento di fine rapporto di lavoro, infatti, non è null’altro che l’accumulo di denaro che si mette da parte ogni anno al fine di affrontare i problemi che potrebbero presentarsi al termine del rapporto di lavoro.

Ma assieme all’obbligatorietà del versamento del TFR la norma prevede che il versamento stesso sia, a parità di condizioni sul piano fiscale oltre che promozionale, anche sui fondi vita delle assicurazioni. In altre parole, il Governo presieduto dall’onorevole Berlusconi propone e chiede una delega al Parlamento per introdurre il mutamento di un assetto consolidato nell’ultimo decennio, rendendo obbligatorio per i lavoratori il versamento del TFR, cioè di un risparmio individuale, anche alle assicurazioni private.

Qui sorge il primo problema. Si dà il caso che il presidente del Consiglio Berlusconi, primo firmatario di questa proposta di legge, sia contemporaneamente titolare di una compagnia di assicurazioni del ramo vita, certamente non delle più piccole. Mi chiedo, lo chiedo al relatore, al ministro Frattini e agli altri rappresentanti del Governo: in questo caso, vi è un conflitto d’interessi quando il Presidente del Consiglio, proprietario di un’assicurazione privata, partecipa, come ha fatto l’altro ieri e come riprenderà a fare fra qualche ora a Palazzo Chigi, nel negoziato fra le parti sociali trattando, fra l’altro, una variazione che renderebbe obbligatorio l’utilizzo del TFR anche per le assicurazioni private?

Seconda questione. Vi è un conflitto d’interessi nell’ipotesi che il Parlamento approvi la delega e che successivamente il Consiglio dei ministri definisca il decreto legislativo attuativo di questa modifica? In una seduta del Consiglio il ministro coinvolto può uscire, come avviene in qualsiasi seduta di tipo istituzionale; ebbene, il Presidente del Consiglio deve firmare il decreto legislativo, la norma che diventa operativa. Nel momento in cui lo fa vi è una contraddizione, un conflitto di interessi?

Vorrei fare un terzo esempio. La norma prevede un trattamento fiscale di favore a chi è obbligato a versare il trattamento di fine rapporto di lavoro a fondi chiusi o a quelli di un’assicurazione privata, ma questi benefici sono a carico dello Stato, della collettività. Nel momento in cui ciò avviene vi è o no un conflitto di interessi?

Ho voluto fare un esempio molto concreto. Le organizzazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL, UGL, SIMPA) si sono dette tutte contrarie a questo contenuto specifico; ma, essendo il Presidente del Consiglio coinvolto con propri interessi in tale vicenda e dovendo essere il Governo super partes nel momento in cui avviene il negoziato, vi è o no, in questo caso, conflitto d’interessi? Le norme al nostro esame danno soluzione a tale problema? Mi sembra proprio di no.

Se io, operaio della Borletti, divento Ministro e devo andare a negoziare questi accordi sono incompatibile (e non sono proprietario di una compagnia di assicurazioni!); se invece si tratta del mio vecchio datore di lavoro, Presidente del Consiglio, non è incompatibile e non vi è conflitto d’interessi. Onorevole Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, colleghi, non siamo all'assurdo? (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

Vorrei proseguire con un'altra considerazione, anche questa molto concreta (quella che ho svolto poc'anzi riguarda all'incirca 17 o 18 milioni di lavoratori italiani: non poca cosa!). In una società democratica sviluppata, uno dei ruoli del Governo, nel processo di mutamento che deve realizzare sempre più inclusione sociale, è quello di contribuire, nei momenti più aspri di conflitto fra le parti, a rendere meno conflittuali i rapporti; un ruolo di mediatore (io l'ho assolto per qualche anno, quando il Parlamento ha ritenuto che dovessi essere sottosegretario al Ministero del lavoro).

In occasione di rinnovi di contratti che riguardano decine di migliaia o milioni di lavoratori dei diversi settori, il Governo deve favorire la mediazione fra le parti: se il Ministro, il Sottosegretario o il Presidente del Consiglio sono titolari di qualche azienda coinvolta nel conflitto sociale, può mediare super partes o non vi è forse un conflitto di interessi?

Voglio anche qui limitarmi, onorevole Presidente, a citare a memoria un dato: lo scorso anno l'onorevole Berlusconi partecipò all'assemblea annuale di Confindustria, un appuntamento importante che si tiene a Parma e nel corso del dialogo con l'assemblea e con il suo presidente disse: "Non ho capito bene se siete voi che avete rubato il mio programma o sono io che ho copiato dal vostro".

Ciò può essere legittimo come imprenditore o come rappresentante di partito, ma nel momento in cui diventa Presidente del Consiglio e assume come base del suo programma quello della Confederazione dell'industria (la quale legittimamente tutela gli interessi delle imprese, come è previsto nel suo statuto), egli non è forse in conflitto d’interessi relativamente alla funzione e al ruolo che deve avere rispetto al Paese, visto che è il Presidente del Consiglio di un Governo di tutti gli italiani e non di una parte, non dell'impresa?

E il programma di Governo deve essere di parte, deve essere elaborato sulla base dei potenziali interessi dell'imprenditore o deve tenere conto degli interessi più complessivi della società? Mi sembra che questo sia un altro degli aspetti, non di poco conto, che la legge sottoposta al nostro esame, nonostante nel titolo rechi la dizione "risoluzione dei conflitti d'interessi", lascia assolutamente irrisolto.

Ricordo un insegnamento che mi diede, quando ero un semplice militante sindacale in fabbrica, uno dei massimi dirigenti sindacali del nostro Paese, uno che ha fatto la storia dell'Italia, Giuseppe Di Vittorio. Egli mi ricordava che l'accordo è fondamentale: dobbiamo trovare la soluzione, ma bisogna sapere in ogni momento che, se l'accordo non è giustamente equilibrato, ogni centesimo in meno nel contratto per qualcuno significa milioni o miliardi.

Se il Presidente del Consiglio, i Ministri, i Sottosegretari hanno contemporaneamente un duplice ruolo, essendo titolari di impresa e rappresentanti del Governo, allorché mediano, di quale convenienza finale tengono conto? Gradirei che fosse data una risposta, non tanto al sottoscritto perché per me la questione è chiara, continuo ad avere presente l'insegnamento impartitomi da Giuseppe Di Vittorio quasi 50 anni fa.

Mi sembra che in questo Paese vi è chi pensa che si possa, insieme alla storia, cancellare elementi di fondo che hanno consentito di cambiare, di sviluppare, di rendere democratico e migliore questo nostro Paese, il che presuppone tra l'altro la partecipazione convinta dei soggetti.

Vorrei concludere il mio intervento con un terzo esempio. Decisivo nei rapporti sociali è come si determina l'orientamento. Un dirigente del sindacato, per costruire le opinioni e le posizioni di chi rappresenta - e sono milioni di persone - ha a disposizione dieci ore l'anno di assemblee; chi detiene una posizione dominante nel sistema televisivo, nel sistema dei media, dei quotidiani e dei settimanali ha a disposizione invece centinaia di ore l'anno per formare l'opinione pubblica. Non si determina anche in questo caso un grande confitto?

Il sindacato, quarant'anni fa, nel momento in cui effettuò un salto qualitativo, non ponendosi più soltanto come soggetto contrattuale e negoziale, ma volendo essere soggetto di democrazia, soggetto sociale e politico, comprese che si apriva un conflitto fra quel ruolo sociale e il ruolo politico.

Con difficoltà si aprì un confronto molto serrato e negli anni '60 si stabilì un principio: chi decide, in relazione a scelte soggettive, di impegnarsi sul piano politico-istituzionale, diventa automaticamente incompatibile con le responsabilità sindacali non già quando è eletto e assume la funzione pubblica, bensì nel momento in cui accetta la candidatura. L'incompatibilità non è sancita dalla legge ma è prevista dalla norma fondamentale, dallo statuto del sindacato.

Spesso si polemizza, ma vi sono norme e regole che portano a rendere incompatibile la duplice funzione. Non è un caso. Tutti quanti, infatti, discutono su chi dirige attualmente la Confederazione generale italiana del lavoro, come ho fatto io, oltre una decina di anni fa. Abbiamo però introdotto anche un’altra regola: terminati due mandati, non si può più rimanere in quella responsabilità.

Sto per concludere il mio intervento, signor Presidente.

La democrazia e il suo sviluppo presuppongono regole e certezze. Si prenda l’esempio del sindacato. Se si fa la scelta politica, si diventa incompatibili con le altre funzioni e quindi la soluzione non può che essere quella che si è adottata negli Stati Uniti: se si assume una responsabilità istituzionale e politica, bisogna "dismettere" quella dell’imprenditore. Credo, inoltre, che non sarà mai troppo tardi quando introdurremo una norma secondo la quale, ricoperto un certo numero di mandati, non vi può essere continuità, ma vi deve essere un’interruzione: anche questa è una norma che ci proviene, come insegnamento, dal sindacato.

Ringrazio per l’attenzione prestata all’intervento e, anticipatamente, per la risposta che ad esso il Governo vorrà dare. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vizzini. Ne ha facoltà.

VIZZINI (FI). Signor Presidente, cercherò di sfuggire ad alcune suggestioni che pure hanno avuto eco in quest’Aula. Ricordo, per tutte, quella dei giorni scorsi, quando un collega ha evocato l’immagine del proprio idraulico che, diventando Sottosegretario, avrebbe perso, per incompatibilità, tutti i suoi clienti durante il mandato di membro del Governo e poi non li avrebbe ritrovati al termine dello stesso.

Credo che ci troviamo di fronte ad un dibattito complesso, con caratteri di novità nella storia della legislazione del nostro Paese, che dobbiamo esaminare con grande serenità. Lo testimonia il fatto che le forze politiche si atteggiano in modo diverso tra di loro e cambiano legittimamente opinione a mano a mano che approfondiscono la materia.

Basterebbe guardare la storia legislativa tra la passata legislatura e questa per comprendere come sono cambiate le posizioni. Fa bene il Governo ad affrontar il problema ad inizio legislatura, portando avanti un provvedimento che già ha ricevuto l’approvazione dell’altro ramo del Parlamento e credo che facciamo bene noi a non nasconderci dietro la circostanza che questa materia non è stata regolata quando chi più agitava ed agita il problema aveva in queste Aule i numeri per farlo, ma forse non la volontà reale di risolvere equamente la questione.

Non ci nascondiamo dietro questo, perché comprendiamo che la questione va affrontata e ha fatto bene il Governo a farlo, anche se certamente ci poniamo ancora oggi l’interrogativo su come e perché tutto sia stato strumentalmente gestito prima delle ultime elezioni. Forse è avvenuto per tentare di fare vittimismo di fronte all’incedere del futuro "tirannello" Silvio Berlusconi o magari avendo timore di vedersi scaricare l’arma perché, se si fosse fatto un provvedimento equo, Silvio Berlusconi vi si sarebbe adeguato e avrebbe tolto dal campo una questione che qualcuno voleva agitare in campagna elettorale per trarne vantaggio, e che poi il popolo italiano (che spesso è molto più intelligente di quanto pensino i candidati e i partiti) ha risolto con libero voto espresso in libere elezioni.

Questa materia non è "il caso Berlusconi", colleghi senatori. È una situazione nella quale si possono trovare molte persone, con cariche politiche di rilievo e quindi nella condizione di dover emettere provvedimenti, regolamentare materie che intersecano l’attività da loro svolta nella vita privata.

Qui si sono fatti vari esempi. Esistono in questo Paese non soltanto le imprese economiche, ma anche le corporazioni e le appartenenze. Quando si dice che non si capisce cosa c’entrino i professori universitari, varrebbe la pena di andarsi a riguardare nella legislazione italiana quante norme sono state fatte da professori universitari in posizione di Governo a difesa della corporazione dei professori universitari. Ditemi se questo è o no conflitto di interessi.

Purtroppo ho ormai un’età che dimostra che sono in Parlamento da tanto tempo, quanto basta per aver visto e vissuto certe situazioni: ed è proprio a questo che dobbiamo dedicarci. Nella passata legislatura si era pensato ad una formula che oggi l’opposizione e noi stessi riteniamo non applicabile al sistema italiano: il blind trust.

Vi è stata un’ampia riflessione rispetto al dibattito e al confronto che si è sviluppato. Il blind trust è nato nel sistema statunitense ed è apparso, alla fine, a tutti non facilmente trapiantabile nel nostro ordinamento senza il rischio di risultare non adeguato per la gestione di imprese o per l'esercizio di diritti che il socio vanti rispetto alla società holding. In realtà, la gestione della grande impresa avviene nel nostro Paese talmente alla luce del sole che l'interessato può ben conoscere condizioni ed assetti al di là di quello che il blind trust, studiato nella scorsa legislatura, prevedeva, e che rischierebbe di essere poco blind e molto trust.

Abbiamo adottato nuove soluzioni che vengono avversate dalle forze di opposizione le quali ci propongono, sostanzialmente, altre ipotesi. La prima è quella della vendita forzosa, che caratterizza la posizione di chi pensa che il problema sia "un" titolare di Governo con nome e cognome e che quindi conduce ad una personalizzazione di tutta la vicenda.

La seconda è quella della rinuncia preventiva all'assunzione dell'incarico con norme di incompatibilità o, peggio, la rinuncia successiva attraverso indagini e conclusioni di una autorità costituita ad hoc. Con la rinuncia preventiva ovviamente andremmo a ledere i principi fissati dalla nostra Costituzione perché il tema delle incompatibilità deve essere certamente adombrato e disciplinato - come avviene nel disegno di legge di iniziativa governativa - alla scopo di risolverlo e non di considerarlo soltanto un impedimento non superabile.

Il conflitto sugli atti è anche oggetto della legislazione che abbiamo predisposto non per la rinuncia all'incarico, ma per il ritiro degli atti e degli effetti distorsivi che essi producono, come si conviene in una legislazione moderna.

La vendita forzosa è palesemente un atto incostituzionale che incide sul principio della libertà di impresa, delle connessioni di questa con il tessuto economico e sociale del Paese. Comunque la si voglia considerare, alla fine la vendita è forzosa e pone altri problemi. Vorrei sapere se, ad avviso dell'opposizione, chi vende un complesso di industrie che vale migliaia e migliaia di miliardi di vecchie lire, nell'impiego delle somme ricavate risolve il problema del conflitto di interessi o piuttosto non finisce con il porsi in un altro ginepraio probabilmente ancora più grave.

Il tema è la ricchezza, ma non vorrei che dopo aver superato, in nome della democrazia compiuta e completa, il principio secondo il quale non dovevano essere solo i ricchi in questo Paese - come avveniva al principio del secolo - ad avere accesso alla politica, adesso, quasi per rivincita, si vogliano escludere i ricchi dall'accesso alla politica ed al Governo, quasi come contrappasso di una tardiva conquista delle grandi democrazie e dell'estensione del voto a tutti.

L'esproprio, e quindi la vendita forzosa, finiscono sostanzialmente per incidere negativamente sulla capacità negoziale. Chi di voi diventa capace di negoziare una vendita dovendo discutere con persone che nel momento in cui acquistano sanno che non avete scampo, che dovete vendere ad ogni costo? Chi lo fissa il valore di un bene in quelle circostanze, quando si è tolta cioè la capacità di negoziato?

Ed ancora: la sproporzione tra la vendita forzosa e l'effetto di una carica di Governo porterebbe ad una singolare equazione: la carica pubblica (che, ricordo, è un complesso di doveri verso la nazione e la collettività, in sostanza un servizio che si rende) che è temporanea, avrebbe come corrispondente, dall'altra parte, la condizione di perdere definitivamente il proprio patrimonio, ovvero di essere dichiarati decaduti. Se questa vi sembra un'equa proporzione ed un'equa ripartizione francamente non lo capisco.

Il nostro provvedimento fissa una serie di incompatibilità; porta all'utilizzo dell'Autorità antitrust; esamina gli effetti dell'azione di Governo; prevede una serie di interventi; è stato efficacemente modificato per quanto riguarda le sanzioni che rappresentavano, nel testo approvato dalla Camera, un punto ancora debole; utilizza l'Autorità per le comunicazioni nel settore più specifico che riguarda la televisione e i mezzi di comunicazione.

Esso infine ribalta addirittura il concetto di conflitto di interesse, come bene ha ricordato il relatore Pastore, nel momento in cui porta ad esaminare il comportamento delle aziende nei confronti del titolare della carica di Governo.

Anche su questo ci sono state osservazioni da parte dell’opposizione. Si parlava delle sanzioni, ma chi vuole entrare nella logica di quel provvedimento sa che le sanzioni sono state rafforzate e meglio disciplinate. Certo, se ci si propone l’idea del conflitto di status nel senso che la semplice proprietà di aziende e quote di società determina un conflitto ed impone l’incompatibilità se qualcuno pensa che la presunzione di conflitto per possibilità astratte, incontrollate ed incontrollabili che si favoriscano interessi personali (e mi domando: ma questo avviene solo nel settore dell’impresa?) debba essere motivo per cui non si può governare il Paese, noi al conflitto di status inteso come tale non possiamo accedere.

Né qualcuno può pensare di portarci sul terreno della responsabilità oggettiva, che è principio contrario a tutta l’impalcatura giuridica dell’ordinamento del nostro Stato, se si eccettua il caso del mondo calcistico, in cui il tifoso della squadra avversaria può ben tirare una monetina in campo, tanto il conto lo paga, per responsabilità oggettiva, la società ospitante. Ma credo che non sia un bell’esempio di responsabilità.

La verità è che noi cerchiamo di dare una risposta serena, chiara, coerente, che certamente, alla luce della prima applicazione, potrà vedere delle modifiche sulla base degli effetti che si produrranno.

Non si torna indietro, nell’evoluzione della democrazia, togliendo, a coloro che hanno corpose sostanze, la possibilità di partecipare alla vita pubblica. Sarebbe orrendo pensare che, per fare questo, si possa ricorrere - come è successo in altri Paesi delle democrazie occidentali, ahimè - ai Governi guidati dai fantocci, tanto poi i potentati economici, quando i fantocci stanno al Governo, possono raggiungere gli scopi che vogliono senza nessun conflitto di interessi, perché essi formalmente non governano, ma determinano la formazione dei Governi, delle leggi, la tutela di interessi.

Quello al nostro esame è un provvedimento che vuole affrontare le incompatibilità con le relative sanzioni, per risolverle e consentire di governare e non per stabilire apoditticamente che non si può governare.

La verità, in conclusione, colleghi senatori, è che forma di governo, sistema politico e conflitto di interessi si legano strettamente. Vedete, noi veniamo fuori da un sistema politico nell’ambito del quale, con la proporzionale, ogni elettore votava il proprio partito, il proprio candidato e delegava alle forze politiche in Parlamento il negoziato per tutto il resto. Oggi non è più così; oggi si vota un candidato, un programma, una coalizione, un leader. C’è un rapporto diretto tra la gente, il corpo elettorale e quello che ho detto prima. Oggi il cittadino sceglie il tipo di governo, sceglie il proprio leader.

Saluto ai Presidenti delle Commissioni bilancio e

per la revisione dei conti del Bundestag

PRESIDENTE. Senatore Vizzini, interrompo per un momento il suo intervento, perché nella tribuna del pubblico è presente una delegazione del Bundestag, che è in visita alle Commissioni bilancio e finanze e tesoro. (Generali applausi).

Tale delegazione è composta dal presidente della Commissione bilancio del Bundestag, onorevole Adolf Roth, e dalla presidente della Commissione per la revisione dei conti, onorevole Uta Titze-Stecher.

Diamo loro il benvenuto, li salutiamo con viva cordialità e speriamo che i loro colloqui con i colleghi delle due Commissioni del Senato 5a e 6a siano densi di risultati.

Quindi, porgo il nostro benvenuto in Aula e il saluto più cordiale, che l’Assemblea stessa ha manifestato con un prolungato applauso, al quale si unisce simbolicamente anche il suo Presidente.

Grazie, cari colleghi, per la vostra presenza.

Ripresa della discussione dei disegni di legge
nn.
1206, 9, 36, 203, 1017, 1174, 1250 e 1255

PRESIDENTE. Chiedo scusa al senatore Vizzini, che può riprendere il suo intervento.

VIZZINI (FI). La ringrazio, signor Presidente, per l’interruzione, che consente a me, componente della Commissione bilancio, di scusarmi per avere mancato l’incontro con gli illustri ospiti, in quanto impegnato in Aula su questo provvedimento.

Mi stavo avviando alla conclusione ricordando il rapporto esistente tra il corpo elettorale, il programma e il leader che si vanno a votare; quello stesso rapporto che nel 1996 consentì a voi, colleghi dell'opposizione, in barba a tutte le televisioni di questo mondo di vincere una battaglia politica su un programma che fu creduto dagli italiani ma che non vi ha consentito di vincere nel 2001; non per le televisioni che erano le stesse del 1996, ma per il giudizio che un popolo intelligente ha dato della vostra azione di Governo bocciandola, chiedendo che ci fosse un'inversione di tendenza, realizzando, per la prima volta nel nostro Paese, il fenomeno di una coalizione di opposizione che, con il consenso democratico della gente, vince le elezioni e diventa forza di Governo.

Si rafforza in questa logica il rapporto tra il potere, gestito con il consenso, e la responsabilità che si ha nel gestire il potere quando deriva dal consenso. E quale sanzione più grave vi è oggi per un leader politico eletto in queste condizioni, se non quella di essere segnalato dai due rami del Parlamento, attraverso i controlli che abbiamo stabilito, come un uomo che contravviene alle regole che il Parlamento si è dato?

Credo che questa, nella democrazia moderna e nel tipo di democrazia sempre più anglosassone che cerchiamo di dare al nostro Paese, sia la vera grande sanzione. È questa la sanzione per cui mi permetto di dire in quest'Aula, quando sento parlare dell'ipotesi di andare al referendum, che il referendum Silvio Berlusconi lo ha fatto il 13 maggio del 2001 e, per carità, non mi si venga a dire che il motivo sta nel fatto che Rifondazione non si è unita all'Ulivo.

Io suppongo che quando si va ad elezioni, se alcune forze politiche non si mettono d'accordo fra di loro è perché hanno programmi che non sono conciliabili tra di loro e nessuno può venirmi a dire che i voti di Rifondazione si possono sommare a quelli dell'Ulivo per stabilire che poi, tutto sommato, non la maggioranza più uno degli italiani aveva votato per Silvio Berlusconi perché se avevate progetti conciliabili vi sareste presentati alle elezioni insieme, con loro e con altri dai quali vi siete divisi.

Poiché ritengo voi siate persone serie, credo di poter dire che vi siete divisi per divergenze che non consentivano di presentarvi insieme al popolo italiano e che il valore della coalizione è quello che una coalizione prende quando si sottopone al giudizio e non la somma delle percentuali che ipotetici alleati prendono presentandosi da soli.

Questa è la situazione che abbiamo di fronte. Questo è l'impegno che noi vogliamo portare avanti per dotare il Paese di uno strumento moderno che consenta al Parlamento di avere poteri di controllo e di risolvere un problema dietro il quale, per troppo tempo e troppo a lungo, vi siete nascosti.

Silvio Berlusconi si adeguerà al dettato di questa legge, svolgerà la propria azione di Governo e state certi che alle prossime elezioni vincerà o perderà, insieme alla sua coalizione, se avrà o meno ben governato. Il cittadino italiano, infatti, al di là dello spot pubblicitario, sa bene chi gli mette le mani in tasca per togliergli i soldi e chi cerca di portare sviluppo e benessere nel Paese.

Se come maggioranza e come Governo sapremo fare questo, guarderemo con serenità anche al futuro; se non lo sapremo fare, state tranquilli che non sarà uno spot, o una trasmissione televisiva a togliere il diritto di governare il Paese a chi invece lo ha. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC:CCD-CDU-DE. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scalera. Ne ha facoltà.

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

SCALERA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli senatori, la mia vuole essere non solo un'analisi sui limiti di questo provvedimento ma - direi - una riflessione sulle distorsioni che la reale mancata risoluzione del conflitto d'interessi sviluppa nel sistema televisivo, in quello dell'informazione e, più complessivamente, nel sistema della democrazia in Italia.

Questo, signor Presidente, è un disegno di legge che non risponde certamente alle esigenze di un tema essenziale per il corretto funzionamento della nostra democrazia, un tema che andava disciplinato con un'impostazione sicuramente diversa, con un rigore ed un equilibrio che in questa proposta mancano.

Se i colleghi mi consentono, questa impostazione, però, mi sembra venire da lontano. Mi sembra il frutto di un'impostazione politica che già, fondamentalmente, appartiene al programma di Governo del Polo.

Infatti, nella piattaforma programmatica che il Polo scrisse prima delle elezioni, voglio ricordarlo ai colleghi, neanche una riga fu dedicata ai mezzi di comunicazione, al sistema mediatico esistente nel nostro Paese. Su questa preoccupante distorsione presente in Italia in tema di libertà dell’informazione e sulla necessità di sviluppare una riflessione profonda sulla concorrenza a livello televisivo e giornalistico, sulla presenza di monopoli ed oligopoli in Italia, quel piano programmatico di Governo, corredato come sempre da tabelle e grafici vari, attraverso 75 pagine particolarmente ricche di contenuti, non disse nulla, assolutamente nulla.

Apparve chiaro allora che per l’attuale Presidente del Consiglio non c’era in quella situazione nessun reale, concreto problema da risolvere, non c’erano reali, concreti obiettivi da perseguire.

Vittorio Roidi in questo senso, in un recente saggio pubblicato da Laterza, intitolato "La fabbrica delle notizie", ha scritto che in Europa gli italiani appaiono i maggiori consumatori di televisione e, paradossalmente, i minori consumatori di giornali. Cito un dato tra i tanti. Ciascun italiano trascorre, infatti, in media ogni giorno oltre 3 ore e 15 minuti davanti alla televisione contro le due ore e sei minuti degli svizzeri, tendenza che anche i cecoslovacchi, gli inglesi e i tedeschi sviluppano in termini minori.

Ciò significa che l’informazione televisiva costituisce nel nostro Paese, anche in termini quantitativi, il canale privilegiato di trasmissione delle notizie e dei commenti e quella che fu l’instabilità determinata non soltanto dal compromesso raggiunto attraverso la legge Mammì del 1990, ma anche dal mancato realizzarsi di significativi progressi legati al settore delle telecomunicazioni (penso, signor Presidente, al mancato ridimensionamento del medium televisivo, alla mancata necessaria diversificazione dell’offerta tra RAI e Mediaset, al mancato sviluppo rapido di un’offerta alternativa alle Tv via etere) ha oggettivamente finito per cristallizzare ancor più una realtà confusa, incerta e certamente preoccupante per la democrazia del nostro Paese.

In questo senso appare certamente chiaro che la presenza di Silvio Berlusconi nel Parlamento italiano come leader di quella coalizione di centro-destra che vinse le elezioni del 1994, che le perse due anni dopo e che le ha vinte ancora nel 2001, sia stata certamente un elemento decisivo, anche se probabilmente non esclusivo, per impedire che negli ultimi anni si potesse varare quella seria, corretta riforma che mettesse finalmente fine al duopolio attualmente esistente.

Un limite che certamente investe il Presidente del Consiglio dei ministri che, anche alla luce del provvedimento di limitata concretezza che viene oggi proposto all’esame dell’Aula, sostanzialmente non abbandona il reale controllo di Mediaset, un provvedimento che certamente resta in qualche modo condizionato dagli ultimi anni di lavoro all’interno della realtà parlamentare.

Se un limite c’è stato da parte del centro-sinistra in questi anni, è stato probabilmente legato alla tentazione di approfittare di un periodo di Governo per tentare di controllare politicamente la RAI pensando in questo modo di contrastare il peso specifico di Mediaset.

C’è stato in questo senso un’oggettiva, totale assenza di quella funzione di servizio pubblico che la RAI poteva e doveva osservare. La RAI è stata trasformata progressivamente, anche in quest’ultimo anno, in un semplice competitore di Mediaset, un competitore a caccia di audience, portato spesso a replicare nei contenuti e nei programmi quanto l’altro network andava realizzando.

Ma, ripeto, il conflitto di interessi era e resta anche conflitto dell’informazione. Si è parlato spesso, in questi ultimi mesi, della funzione strategica e anche politica che grandi giornalisti della RAI potevano realizzare. Si sono criticati, a cadenze cicliche, i vari Bruno Vespa, Michele Santoro, Enzo Biagi, protagonisti di rubriche di successo e di talk show definiti spesso più o meno orientati. Si è inteso intervenire in modo brusco anche sulla satira politica, lamentandone il ruolo e la funzione. Noi stessi, in Commissione vigilanza sulla RAI, abbiamo aperto sull’argomento un ampio spazio di riflessione, che vede ancora coinvolti, in una serie di audizioni, alcuni grandi anchor men della televisione pubblica e commerciale.

Ma il vero nodo che abbiamo davanti a noi non è certamente solo questo. L’aspetto fondamentale della videocrazia, sulla quale lo stesso Giovanni Sartori ha scritto pagine graffianti e intelligenti, non è solo legato alle trasmissioni che toccano la politica.

Se mi consente, signor Presidente, come ben sanno tutti gli studiosi della comunicazione, lo strumento televisivo condiziona la maggioranza degli italiani anche e soprattutto attraverso le realtà più dimenticate, cioè gli sceneggiati, i quiz, le soap opera, trasmissioni che sviluppano negli spettatori, soprattutto in quelli più passivi, una concezione della vita, uno stile di vita che interviene prima nella quotidianità e poi nelle scelte più importanti della loro vita.

In questo campo, il modello realizzato da Mediaset ha raggiunto l’obiettivo certamente più alto. Quel modello ha le caratteristiche di una modernità che si avvicina alla way of life americana, che consiste in una vita fortemente individualistica, da vivere senza troppi pensieri, alla ricerca del successo, del danaro, dell’avventura, del tutto lontana dalla politica e dalla vita pubblica, interamente concentrata sugli aspetti privati della propria esistenza in un Paese spesso descritto come immaginario, difficilmente classificabile e identificabile. Ecco quindi l’affollarsi di tante storie personali e l’abbandono di quei grandi problemi che metterebbero in gioco il valore di quelle stesse trasmissioni.

Ma c’è qualcosa di più grave, signor Presidente. In questo primo anno di vita del Governo Berlusconi - mi piace sottolinearlo in quest’Aula - sono state usate tecniche dei mezzi di comunicazione assolutamente nuove, che confondono spesso l’ascoltatore, che realizzano spesso un’esaltazione dell’Esecutivo legata a regole implicite di una sorta di piccolo ideale manuale, che qualcuno con il tempo dovrà certamente distribuire, per evitare che un giornalista possa trovarsi nel futuro in difficoltà verso il suo proprietario editore e verso chi detiene il potere politico in un determinato momento.

L’esempio più emblematico in questo senso, colleghi, è stato caratterizzato dal buco di bilancio. Il 26 giugno 2001, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, offrì ai microfoni della televisione una dichiarazione secondo cui il deficit di bilancio sarebbe stato di circa 50.000 miliardi di lire. L’11 luglio successivo, il ministro dell’economia Giulio Tremonti, durante il TG1, approfittando tra l’altro a suo piacimento di numerosi minuti messi a sua disposizione dalla TV pubblica, ci informò che il deficit si avvicinava ai 60.000 miliardi.

I dati pubblici erano a disposizione di tutti: si poteva, si doveva sviluppare una riflessione giornalistica analitica su quelle cifre, magari non con un giornalismo investigativo tipico della stampa anglosassone, ma almeno per sollevare qualche velato dubbio su quelle cifre. Nessuno in quell’occasione ebbe modo di fiatare. Ed è interessante rilevare che, quando poi quel buco si è sgonfiato fino a raggiungere i 20.000 miliardi, nessuno dei maggiori quotidiani e delle maggiori testate radiotelevisive si è soffermato a commentare la leggerezza con la quale il Ministro dell’economia e il Governatore della Banca d’Italia avevano diffuso il panico tra i poveri italiani, annunciando inevitabili sacrifici, provocati non certo dall’attuale Governo, ma da quelli del centro-sinistra, che avevano appena lasciato il timone del potere.

Ecco, in questo senso, signor Presidente, un esempio illuminante di cosa sia oggi in gioco in Italia; una battaglia di democrazia che possa rendere libera la formazione del consenso senza suggestioni, senza evidenti manipolazioni. Il corretto funzionamento della nostra democrazia, come in tutte le democrazie europee, necessita di una disciplina più articolata e certamente diversa.

Ecco perché questo dibattito, legato ad una proposta di legge limitata nella sua funzione, non è certamente un dibattito stanco né rituale, ma rappresenta probabilmente nella sua concezione più alta uno dei punti di analisi e di confronto più significativi che la nostra Assemblea ha registrato in questo anno di lavoro. (Applausi della senatrice de Zulueta).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Acciarini. Ne ha facoltà.

ACCIARINI (DS-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e colleghi, nello svolgere la sua relazione di minoranza il senatore Passigli ha messo bene in evidenza i due princìpi basilari del costituzionalismo liberale: quello della separazione dei poteri e dell’equilibrio tra gli stessi; quello dell’uguaglianza tra i cittadini, a cui si collega il principio della regola della maggioranza.

Quando si accettano tali princìpi si accetta anche che, tra un’elezione e l’altra, i cittadini siano messi nelle condizioni di giudicare quanto viene fatto da chi governa il Paese. Vorrei ricordare che governare è un dovere che nasce dal vincere le elezioni, ma che voi state cercando di trasformare in un diritto di comandare, che è altra cosa.

Il giudizio sul Governo si forma appunto con la possibilità di conoscere, di confrontare, di capire cosa sta avvenendo. Da questo discende anche quel concetto importantissimo della responsabilità politica per cui si risponde dell’operato del Governo e periodicamente i cittadini tornano alle urne e, sulla base del libero convincimento che si sono formati, liberamente esprimono o meno la loro adesione a chi ha governato precedentemente o, invece, indicano un nuovo soggetto per governare.

Quindi, è uno degli elementi basilari della democrazia il fatto che vi sia un sistema corretto di informazioni; corretto non vuole dire perfetto. Sappiamo che certamente problemi ve ne sono sempre e comunque, ma la nostra democrazia ha nella sua Costituzione un articolo cardine che, difatti, oggi molti ritengono minacciato: l’articolo 21 che, quando richiama la libera espressione del pensiero, elenca gli strumenti attraverso cui il pensiero si esprime liberamente, e sono quelli della parola, dello scritto e di ogni altro mezzo di diffusione.

È chiaramente ciò che in questo momento, con la sbagliata proposta che state formulando sul conflitto di interessi, viene definitamente messo in discussione. Come si può affermare - come state facendo da alcune ore, visto che ho seguìto una buona parte del dibattito - che il potere dominante su tutti gli strumenti di comunicazione televisiva e anche giornalistica non mettano in discussione la formazione di questo convincimento libero?

È già stato detto molto da altri interventi. Ricordo quanto ieri ha detto il senatore Falomi sui dati allarmanti che stanno emergendo anche solo da un punto di vista quantitativo che non riassume la totalità del problema, ma già da questi oggi sentiamo che, anche dal punto di vista delle quantità, quella che state attuando è una vera e propria occupazione dell’informazione televisiva.

Permettetemi di dire che sono stati fatti molti esempi. Poco fa un collega ne faceva uno molto interessante sul tema economico del celebre "buco", ma ne faccio uno anche un po’ più semplice e leggero, se volete, riguardando più opinioni su temi importanti ma di carattere diverso.

In questi giorni molti ragazzi stanno affrontando un nuovo tipo di esame di Stato che, tra l'altro, è stato introdotto con un emendamento alla legge finanziaria e che ha comunque cambiato le modalità con cui si sostengono tali esami.

Tutti noi stiamo ricevendo - e sono convinta che li ricevano anche colleghi della maggioranza - numerosi messaggi di fortissima preoccupazione dal mondo della scuola per questo stravolgimento dell'esame di Stato, che mette in discussione il valore legale dello stesso; vi sono lettere e delibere di collegi dei docenti a iosa!

In questi giorni mi sono interessata a questo aspetto seguendo i programmi televisivi: su cinque ragazzi intervistati, ad una sola ragazza veniva permesso di esprimere una posizione critica; gli altri avevano tutti atteggiamenti che non erano neanche favorevoli o contrari, ma semplicemente facevano in modo che sembrasse che l'esame di Stato, in realtà, continuasse ad essere quello di prima (quindi un incubo, con tutti gli aspetti di paura e di difficoltà di sempre).

Si bypassava in tal modo il vero problema che invece i ragazzi stanno mettendo in risalto in tutto il Paese, e cioè che non hanno certezze sul valore di questi esami, non solo dal punto di vista del risultato positivo o negativo, ma anche da quello della valutazione che verrà data al momento dell'attribuzione dei voti. Era veramente un quadro desolante e dava l'idea di un'informazione manipolata anche su un tema di questo genere.

Devo dirvi che, sotto questo aspetto, credo stiate mettendo in discussione qualcosa che dovrebbe stare a cuore anche a voi, cioè quei princìpi cardine della nostra democrazia che, secondo me, hanno in qualche modo costituito un tessuto in cui si sono identificate anche forze molto diverse.

In questi giorni, tutti stiamo ricordando o citando qualcuno; personalmente citerò una persona che nella vita della mia città - ma direi, in generale, nella vita del nostro Paese - ha svolto un ruolo importante: Luisa Sturani Monti, la quale è morta pochi giorni fa a Torino; era figlia di Augusto Monti, il professore di Cesare Pavese, una grande figura dell'antifascismo torinese.

Devo dire che, questa persona, che ha fatto molto per la vita del nostro Paese e per la nostra scuola, spesso mi raccontava - cosa che negli anni giovanili mi aveva anche impressionato - di aver conosciuto molti liberali. Tra loro vi era un tale clima di stima e di condivisione su certi principi fondamentali, che lei diceva loro: "Se non fossi comunista, sarei liberale" e loro le rispondevano: "Se non fossimo liberali, saremmo comunisti". Ciò sta a significare che vi è stato nel nostro Paese - credo che la nostra Costituzione rappresenti anche questo - un convincimento comune alla base delle regole della nostra democrazia.

Ritengo che, da questo punto di vista, quanto sta avvenendo adesso nel nostro Paese rappresenti un arretramento, e una grande occasione perduta è proprio il disegno di legge al nostro esame. Mi riferisco al non averlo voluto vedere nella sua importanza, nella necessità ad esso sottesa di prendere veramente atto di una particolarità assoluta del sistema politico italiano, cioè dell'avere, come Presidente del Consiglio, una persona in grado di svolgere un ruolo determinante nell'informazione e, quindi, nella formazione di quel libero convincimento che dà senso a tutto il sistema della democrazia e al voto che i cittadini pronunciano quando tornano alle urne per esprimere il loro giudizio. Un sistema corretto di informazione deve interessare tutti, non soltanto una parte politica o chi è all'opposizione o al Governo.

Ciò che mi colpisce è che, mentre mettete in discussione questo principio, in qualche modo ne state mettendo in discussione anche un altro, altrettanto legato alle idee liberali, relativo alle modalità di funzionamento del sistema economico.

Sartori ha ben scritto che l'immenso impero economico rappresentato dal potere espresso da Silvio Berlusconi sta "catturando" lo Stato italiano. Ha usato proprio questa espressione; cito a memoria, ma comunque il termine "cattura" vi è di sicuro. Questo senso della cattura sta a significare che si sta creando, anche nel settore economico, una fortissima ingerenza del potere specifico di un soggetto politico sul funzionamento dell'economia. Ciò è stranissimo e avviene proprio quasi in controtendenza ad altri atti che state compiendo, sui quali siamo molto critici: voi state tentando di privatizzare il settore pubblico, nella sanità, come nella scuola.

Voi affermate in maniera forte e convinta - non condivido questa idea ma posso comprendere e addirittura apprezzare chi la sostiene - una grande fiducia nella possibilità che le regole del mercato, applicate a tutti i settori della vita, possano dare felici risultati.

Seppure da posizioni differenti posso comprendere questo discorso; non comprendo invece il fatto che non vogliate risolvere problemi che costituiscono proprio una tendenza opposta al libero gioco del mercato, cioè i problemi relativi alla gigantesca ingerenza di un soggetto pubblico - il Presidente del Consiglio - nell'economia del Paese. Altro che mano invisibile, cara a tutta la costruzione dell'economia liberale! Qui vi è una mano visibilissima, che si cala con forza nel funzionamento nella nostra economia.

Ciò è stato spiegato molto bene, ieri, dal senatore Villone e non tornerò sull'argomento; non posso però non rilevare il fatto che vengano messi in discussione i princìpi di funzionamento dell'economia liberista che dovrebbero essere cari ad una parte politica, la quale li applica con forza anche a settori che non si prestano a tale applicazione. Quanto sta avvenendo è una grande occasione persa per avere coerenza nel proprio disegno politico.

Per i motivi addotti nella prima parte del mio intervento questa coerenza che non c'è forse potrà anche essere in qualche modo dimostrata; credo però che non si possa continuare a rimescolare le carte. Non si può dire, come è stato fatto poco fa, che il 13 maggio 2001 si è celebrato un referendum. Il mancato rispetto delle caratteristiche istituzionali del nostro Paese sta diventando un po’ troppo forzato. Mi permetto di suggerire di non continuare su questa strada, perché si potrebbe notare che state usando una vittoria elettorale legittima - che nessuno di noi discute e non voglio addentrarmi nel tema del maggioritario - per realizzare un'operazione di occupazione dello Stato.

Questo è un altro discorso, che carica l'opposizione di un compito, di una responsabilità molto forte. Proprio perché avete così scarsa sensibilità rispetto al procedimento di libera formazione del consenso che a noi sta a cuore, il nostro compito diventa particolarmente forte, la nostra responsabilità è delicata.

Lavoreremo nel Paese affinché i princìpi della democrazia possano mantenere la propria forza e la propria preminenza. Sento di poter concludere il mio intervento dicendo che voi avrete la forza del potere mediatico, ma noi abbiamo la forza della ragione e delle idee. (Applausi dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Novi. Ne ha facoltà.

NOVI (FI). Signor Presidente, nel corso di questo dibattito un fantasma si è aggirato per l'Aula, un fantasma che finalmente, ieri, è stato evocato nel bell'intervento del collega Manzella il quale, con grande onestà intellettuale, non si è fatto prendere dalle vertigini di un certo populismo demagogico sugli idraulici che non possono ascendere alla carica di Presidente del Consiglio per incompatibilità e sull'uomo più ricco d'Italia che può accedere a questa carica. Sono argomentazioni di grande impatto sull'opinione pubblica e sbaglia la maggioranza di Governo a sottovalutarle.

Il senatore Manzella, svolgendo un discorso onesto, molto serio, ha parlato di "uno spazio pubblico di formazione del consenso democratico… che per definizione deve essere libero da condizionamenti" e della "realtà di un'ipoteca proprietaria, di dominio privato che questo spazio riduce". Che cosa dice, in realtà, il senatore Manzella? La presenza di Silvio Berlusconi nell'ambito della politica italiana riduce lo spazio di formazione del consenso democratico.

E qui andiamo al nocciolo duro di tutto il dibattito. In realtà, si sta discutendo da due giorni - senza mai sapere di cosa si sta parlando - di egemonia, ma in termini gramsciani e di moderna politologia. Si arriva ad esercitare un’egemonia dopo che si è svolto un normale conflitto politico oppure - non volendo usare questa definizione della politologia machiavelliana - un confronto politico.

In realtà, nel processo di criminalizzazione posto in atto da questa opposizione nel corso degli anni Silvio Berlusconi diventa una sorta di principe Valentino della politica italiana: è sostanzialmente un signore che utilizza tutti i mezzi per conquistare il potere. L’opposizione, in realtà, definendo Forza Italia sostanzialmente un "partito proprietario" e i suoi alleati "dipendenti" di Silvio Berlusconi, rifiuta la natura stessa e la dignità politica di Forza Italia e dei suoi alleati. Questo è un modo di ragionare tipico della cultura totalitaria, della cultura stalinista; non voler riconoscere dignità politica all’avversario è tipico di questa cultura.

Ecco il nocciolo duro del confronto che si sta sviluppando in quest’Aula ed è sbagliato anche da parte della maggioranza argomentare sulle provocazioni della sinistra, perché quest'ultima sa bene che, come dice Marcello Veneziani, in Italia c’è un grande editore di sinistra: Silvio Berlusconi.

Nessuno in quest’Aula può contestare il fatto che la Feltrinelli sia una grande casa editrice di sinistra. Nessuno onestamente può contestare il fatto che il management che decide all’interno della Mondadori il da farsi e cosa pubblicare è culturalmente di sinistra. Nessuno può mettere in discussione che Carlo Freccero, il dottor Gori o lo stesso Maurizio Costanzo siano uomini di sinistra che operano le scelte all’interno delle reti berlusconiane. Questa è la realtà. Un intellettuale di destra, in Italia, non pubblica presso la Mondadori o Einaudi, ma presso Laterza: questo è un dato di fatto innegabile.

Il problema è che la grande mistificazione della sinistra si fonda sul voler far credere - e qui la maggioranza sottovaluta l’operazione mediatica ed egemonica - che il centro-destra vince le elezioni perché c’è questo grande padrone del sistema mediatico che suggestiona il popolo ignorante. Ma se questo grande signore fosse in grado di suggestionare, di dominare (come è stato detto dal senatore Manzella) il popolo ignorante, come mai questo principe mediatico, che ha il controllo - come dite voi - della RAI e di Mediaset, poi perde le elezioni amministrative? Mi dovete spiegare come mai ciò sia potuto accadere.

Se il vostro teorema avesse un supporto logico e credibile, Berlusconi non avrebbe dovuto perdere le elezioni amministrative, ma avrebbe dovuto stravincerle; invece le ha perse. E come mai, invece, Berlusconi ha vinto le elezioni politiche, pur essendo la RAI egemonizzata dalla sinistra? Le ha vinte perché ha condotto una campagna elettorale vincente.

Guardate colleghi, un’altra grande menzogna che aleggia in quest’Aula, e che purtroppo né in quest’Aula né nelle televisioni né sui giornali viene contestata, è quella secondo la quale la sinistra unita avrebbe vinto le elezioni.

La sinistra unita le avrebbe perse perché essa le ha perse nel proporzionale; infatti, sommando i voti del centro-sinistra a quelli di Rifondazione e a quelli di Di Pietro la sinistra unita non avrebbe superato il 45 per cento, mentre il centro-destra ha sfiorato il 50 per cento. C'è , quindi, un differenziale di 5 punti con tutta la sinistra unita.

Il discorso serio lo fece un dirigente dei Democratici di Sinistra, Massimo D'Alema, quando disse che il centro-destra nel 1996 aveva vinto le elezioni nel proporzionale perché l'elettorato di centro-destra in questo Paese è maggioritario. Questa è la realtà; per cui voi mentite persino sulla quantità e la qualità del consenso. Mi chiedo perché lo facciate. Mentite perché dovete negare un dato di fatto, e cioè che il centro-destra vince le elezioni perché ha il consenso spontaneo del popolo italiano.

Tra le tante menzogne pronunciate in questi mesi c'è quella esternata ossessivamente dal leader del centro-sinistra Francesco Rutelli, il quale sostiene che negli Stati Uniti quando vi è conflitto di interessi il Presidente imprenditore è obbligato all'alienazione o al blind trust.

Non è affatto vero. E' obbligato soltanto a presentare lo stato patrimoniale, punto e basta. E considerate che casi di conflitto di interessi negli Stati Uniti si sono manifestati. Pensate forse che Kennedy quando divenne presidente degli Stati Uniti, appartenendo alla famiglia di un grande magnate della finanza americana, non presentasse conflitto di interessi? E cosa dire di Bush o di Rockefeller?

In realtà, il conflitto di interessi - o di interesse - può riguardare tanto uomini quanto partiti e aggregazioni lobbystiche. E' conflitto di interessi quello di Clinton che firma la grazia per un riciclatore della mafia internazionale russa, che aveva finanziato il suo partito e la campagna elettore di Gore, la cui moglie era amica di Hillary Clinton. Quello è conflitto scandaloso di interessi, così come lo è quello del Partito Comunista Italiano, che presentò un emendamento per far risparmiare 1.000 miliardi di vecchie lire a Gardini, quando poi la tangente di quei 1.000 miliardi veniva versata a via delle Botteghe Oscure. Sto parlando di un partito che riceve i soldi da Gardini per presentare un emendamento che deve far risparmiare a quest'ultimo 1.000 miliardi. Quello è conflitto di interessi; purtroppo in quest'Aula anche da parte della maggioranza non si è parlato di ciò.

In realtà, quello al nostro esame è un primo tentativo, serio e rigoroso, fatto dall'attuale maggioranza di risolvere una questione seria come il conflitto di interessi. Ricordo che nel 1994-1995 Segni e altri parlavano di blind trust, sostenendo che occorreva risolvere tutto con la gestione fiduciaria. Berlusconi, a loro avviso, avrebbe dovuto conferire ad un gestore tutti i suoi beni e in tal modo si sarebbe risolto il problema.

La gestione fiduciaria non risolve la questione della consapevolezza della ricaduta favorevole di certe decisioni. Quindi, la gestione fiduciaria invocata dalla sinistra e dal "politicamente corretto" in questo Paese era una sciocchezza.

Con il provvedimento al nostro esame si tenta di porre in essere un meccanismo di controllo sugli atti di Governo da parte di un'Autorità indipendente, la quale procede anche alla denuncia dei casi di conflitto di interesse davanti al Parlamento. Autorità indipendente: voi avete sempre parlato di Authority, di Antitrust, di Autorità di garanzia nelle comunicazioni.

In realtà, nel momento in cui, con l’articolo 7, viene posto al centro della questione del conflitto di interessi il sostegno privilegiato, allora sì che si affronta al cuore la questione denunciata dal senatore Manzella, quella del tener libero da condizionamenti lo spazio pubblico di formazione del consenso democratico. La verità è che voi, colleghi dell’opposizione, non ci avevate pensato. E guardate che l’articolo 7, quello del sostegno privilegiato, incide profondamente sul conflitto di interessi.

Come si fa a dire che questa è una legge che non risolve e non affronta il conflitto di interessi, nel momento in cui prevede che un uomo di Governo non possa svolgere attività di rilievo imprenditoriale? Che, se adotta od omette atti che sono dovuti come attività di governo e che incidono sul suo patrimonio, viene controllato per ogni particolare e in ogni settore di interesse? Come si fa ad affermare che la decadenza dalla carica sia una sanzione di poco conto? Come si fa a dire che la circostanza che il Garante verifichi se c’è sostegno privilegiato sia un fatto di poco conto? Come si fa a sostenere che la messa in stato d’accusa davanti al Parlamento per conflitto di interessi sia un fatto di poco conto?

Ma voi sottovalutate anche i vostri elettori! Voi avete verificato che, nel momento in cui in Italia si è creato un grande movimento di massa, quello del girotondismo, delle nouvelles tricoteuses, esso in realtà ha provocato anche un’ondata di consensi verso di voi; il girotondismo è stato un movimento spontaneo all’interno della società. Lo scontro in questo momento non è soltanto politico: è uno scontro anche culturale, uno scontro fra visioni del mondo, fra Weltanschauung, come si diceva una volta. (Commenti della senatrice Pagano).

Voi non volete capire che il villaggio elettronico porta comunque a nuove forme di democrazia, non c’è nulla da fare. Il villaggio elettronico mette in crisi quel partito principe collettivo gramsciano che era poi il volano del consenso verso la sinistra tradizionale. Partito principe collettivo era anche la Democrazia cristiana, con tutto il suo radicamento nella società. Purtroppo per voi - ma è forse un bene per il Paese e per l’ecumene intero - questo villaggio elettronico porta a nuove forme di comunicazione e di formazione del consenso.

Noi passiamo da una produzione materiale ad una produzione culturale che la offusca; quindi, anche le forze politiche devono modellarsi su questa grande trasformazione che è avvenuta nella società. Noi dobbiamo capire che, nell’era della produzione immateriale, la garanzia di accesso è importante come e quanto la proprietà sui beni materiali. Se mi è garantito l’accesso a una rete, io vivo una condizione di libertà; nessuno può affermare, in quest’Aula, che alla sinistra sia negato l’accesso alle reti di comunicazione complessiva del nostro Paese.

Quindi l’importante, in questo momento, in questo tipo di società, è essere connessi, inclusi nella rete della comunicazione, non esclusi. Voi davvero pensate di essere esclusi, in questo Paese, dalle reti di comunicazione, nel momento in cui controllate, con la vostra egemonia culturale conquistata in decenni di duro lavoro, anche le aziende dell’imprenditore Berlusconi? Questo è il fatto: Italia 1 è controllata, è gestita, nella sua produzione, dalla cultura egemone di sinistra, questa è la verità!

E' così, colleghi! (Commenti dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi prego di consentire al senatore Novi di svolgere il proprio intervento.

NOVI (FI). Qualsiasi persona dotata di un minimo di onestà intellettuale deve ammetterlo. La vera questione, badate, è un'altra. Il vero problema - ripeto - è chi riesce ad acquisire il consenso in queste società complesse dotate di grande mobilità.

Ecco perché è un'illusione anche quella del centro-destra di credere che in un tipo di società come la nostra il consenso si sia solidificato. Il consenso non si solidifica né con Emilio Fede, né con qualche trasmissione di Canale 5 o di Rete 4, ma rispondendo o non rispondendo alla domanda politica che viene dalla società civile. Il centro-destra ha risposto positivamente a questa domanda ed ha vinto le elezioni.

Che ci fosse una domanda di questo tipo all'interno della società occidentale, nel suo complesso, è dimostrato dal fatto che il centro-destra sta conquistando posizioni in tutta Europa e in tutto il mondo; è dimostrato dal fatto che persino nel Messico, dopo 70 anni, la destra vince le elezioni sul centro-sinistra con la presidenza Fox. In Messico non vi era davvero un grande magnate della televisione mentre in Brasile, probabilmente, il candidato della sinistra Lula vincerà le elezioni a prescindere dai magnati della telecomunicazione che sono collocati su altre posizioni.

Dobbiamo, quindi, essere rispettosi delle scelte libere della società civile, scelte espresse nell'ambito di questo villaggio globale, di questo mutamento della comunicazione e, quindi, della formazione del consenso.

Ecco perché vi dico, cari colleghi, che le vostre argomentazioni hanno una grande capacità di suggestione. Il centro-destra sbaglia a sottovalutarle, come ha sbagliato l'anno scorso a sottovalutare le vostre argomentazioni nel corso di alcuni dei dibattiti svolti in Aula (ad esempio quello sulle rogatorie). Allora fu commesso un errore radicale da parte del centro-destra.

Ora siamo in una nuova fase politica e dobbiamo confrontarci su argomenti seri. Dovete prendere atto che per la prima volta in Italia e in Europa … (il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Le concedo pochi secondi, senatore Novi, per concludere.

NOVI (FI). … è necessario affrontare e sciogliere il nodo - che, peraltro, è difficilissimo da sciogliere - rappresentato dal conflitto di interessi in una società democratica e, soprattutto, libera. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC:CCD-CDU-DE. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Giaretta. Ne ha facoltà.

GIARETTA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli senatori, poco fa un collega della maggioranza mi ha chiesto per quale motivo tutti i senatori dell'opposizione si sono iscritti per intervenire su questo argomento. È una domanda legittima che forse può interessare non tanto i pochi senatori presenti, quanto i molti cittadini che ci stanno ascoltando e che leggono i Resoconti parlamentari. Non si tratta di un rito, né di un'operazione ostruzionistica; altri sono gli strumenti parlamentari per fare ostruzione.

È che ci sono dei momenti nella vita parlamentare in cui non conta più solo la posizione politica dei Gruppi, ma anche la responsabilità individuale di ciascun senatore. Questo vale, in modo particolare, quando il Parlamento si trova ad affrontare questioni che hanno a che fare con la libertà e i diritti individuali, oppure con le regole fondamentali per il corretto funzionamento del sistema democratico.

Certamente questo è uno di quei casi, e se in un caso come questo la maggioranza decide di fare da sola, di non tener conto dei contributi e dei miglioramenti che l’opposizione propone, e preferisce trincerarsi dietro la propaganda, come abbiamo sentito, ad esempio, nell’intervento del senatore Novi, è dovere della minoranza parlare al Paese, qui in Parlamento, che è il luogo in cui la democrazia vive il suo momento più alto.

Nei pochi interventi della maggioranza ci sono state rivolte sostanzialmente due obiezioni. Innanzitutto ci è stato detto che il problema è in fondo di scarsa rilevanza, che si risolve quasi da sé con i buoni comportamenti degli interessati, e che è un argomento che in fondo solleviamo solo per motivi polemici. Ci dicono poi che in fondo abbiamo governato, abbiamo avuto la maggioranza in Parlamento e non abbiamo provveduto.

Io parto da questa seconda obiezione della maggioranza, e non ho alcuna difficoltà a riconoscere che abbiamo sbagliato a non affrontare questo tema, ma non è vero, come diceva il senatore Vizzini, che non lo abbiamo affrontato per riservarci un argomento polemico in campagna elettorale. Ben altri sono gli argomenti che contano in campagna elettorale! Lo abbiamo fatto pensando che fosse interesse generale del Paese che le regole di buon funzionamento della democrazia fossero condivise da tutto lo schieramento politico.

Abbiamo sbagliato perché abbiamo ritenuto che l’opposizione di allora, oggi maggioranza, fosse interessata a far crescere il tasso di democraticità del nostro sistema; abbiamo sbagliato ad avere questa fiducia nella Casa delle Libertà che mette questa parola"libertà" nel suo nome ma che è molto poco interessata, come dimostra il suo comportamento su questo provvedimento, allo sviluppo effettivo delle libertà.

Il primo argomento è naturalmente quello che ha più rilievo. È una questione di poco conto? Beh, qui siamo veramente alla propaganda. La democrazia è un sistema che vive di equilibri e di contrappesi.

Questa regola così assoluta, cari colleghi, che la maggioranza ha il diritto di governare e decidere per nome e per conto di tutti i cittadini, una maggioranza che può essere solo del 51 per cento, o anche inferiore al 51 per cento, (perché, come sappiamo, le leggi elettorali, sempre più maggioritarie al fine di garantire una buona governabilità, manipolano di fatto il consenso del singolo cittadino) ebbene, questa regola così assoluta, secondo cui - ripeto - la maggioranza governa per nome e per conto di tutti, trova il suo temperamento nel sistema delle garanzie.

Tanto più c’è bisogno di un sistema di garanzie, quanto più il sistema è di tipo maggioritario; quanto più ci si affida a regole del mercato e alla forza della società civile e dell’impresa, tanto più rigorose devono essere le regole preposte al buon funzionamento del sistema.

Questo ce l’hanno insegnato non i pensatori della sinistra, ma liberali come Adam Smith che si affidava certo alla mano invisibile del mercato, ma ribadiva poi che quel mercato deve essere regolato attentamente perché prevalgano gli aspetti positivi. Ce l’hanno insegnato i primi teorici della democrazia, da Tocqueville a Stuart Mill, che ci ricordavano i rischi della dittatura della maggioranza.

Pertanto, senatore Vizzini, non basta vincere le elezioni per governare liberi da ogni regola. Chi vince le elezioni ha il diritto-dovere di governare secondo le regole poste a fondamento della democrazia e della tutela dei diritti delle minoranze. Qui non stiamo parlando di questioni di galateo istituzionale e democratico. Vedete, nei giorni scorsi, il sindaco della mia città ha annunciato che aderiva al circolo "Mamma Rosa", che è il circolo delle elettrici di Forza Italia.

Voi sapete che mamma Rosa è la mamma del Presidente del Consiglio. In questo caso, sarebbe veramente maleducato da parte nostra voler incidere sulla libera scelta dei cittadini di aderire ai circoli che vogliono e di chiamarli come preferiscono. Potremmo appellarci magari al buon gusto, che però è come il coraggio di don Abbondio: chi non ce l’ha, non se lo può dare. Ma converrà il senatore Novi, che ci accusa quando diciamo che Forza Italia è un partito proprietario, che ci fornite qualche argomento se i circoli femminili di Forza Italia si intitolano alla mamma del Presidente del Consiglio, per l’appunto proprietario di Forza Italia.

Potremmo anche dire che è singolare che questo Presidente del Consiglio, che vede pericolosi regimi comunisti dappertutto, tenga in vita un culto della personalità - per interposta persona, in questo caso - che c’era proprio in quei regimi e in qualche regime di estrema destra.

Ma non stiamo discutendo di galateo o di buon gusto parlamentare e istituzionale. Stiamo parlando di cose molto più rilevanti e significative: stiamo parlando di come regolare il caso di chi, abusando della propria posizione pubblica, mira a favorire le proprie posizioni private e del caso di chi, utilizzando le proprie posizioni private, mira a rafforzare la propria posizione politica. Questa è la grande questione che interroga ogni democrazia.

In queste settimane, sta circolando su Internet (che è diventata ormai una grande piazza pubblica, nella quale si esprime anche il buonsenso dell’opinione comune) uno scritto in cui un cittadino descrive la situazione in cui si trova. Egli abita in una casa che fa parte di un grande complesso immobiliare, di proprietà del Presidente del Consiglio.

Al mattino, si reca al lavoro con un’automobile che è assicurata presso la società assicurativa di proprietà del Presidente del Consiglio. Quando va a fare la spesa, si reca in una catena di supermercati di proprietà del Presidente del Consiglio. Alla sera, ha diverse possibilità per riposarsi. Può guardare i programmi televisivi trasmessi sulle reti di proprietà del Presidente del Consiglio, oppure sulla RAI (nella quale il Presidente del Consiglio ordina di licenziare le persone che non gli sono gradite), oppure su una rete locale, che sta in vita grazie alla pubblicità procurata dalla concessionaria del Presidente del Consiglio. Può anche guardare una videocassetta, noleggiata presso il circuito di negozi di proprietà del Presidente del Consiglio. La domenica si riposa guardando una partita di calcio della squadra posseduta dal Presidente del Consiglio, essendone disgraziatamente tifoso. Può leggere un buon libro, edito dalla società editrice del Presidente del Consiglio; può navigare in Internet tramite il provider del Presidente del Consiglio.

Potremmo naturalmente dire che questa persona se l’è andata a cercare, perché sul mercato l’offerta è piuttosto differenziata. Ma non è così in tutto il mercato, perché ci sono situazioni in cui invece le società del Presidente del Consiglio hanno una posizione monopolistica. Questo è il problema grave che si pone.

In questi giorni, si discute di una possibile riforma della sanità, si parla di una possibile privatizzazione di alcuni aspetti della realtà del Servizio sanitario. Tale opzione politica è naturalmente legittima, anche se non la condivido. Tuttavia, vi è anche un altro problema, perché in questo caso la scelta di andare in direzione delle assicurazioni private comporterebbe un evidente, diretto vantaggio patrimoniale ed economico per il Presidente del Consiglio. Si parla anche della riforma delle pensioni, della possibilità di prevedere pensioni integrative. Sono un po’ più d’accordo sul contenuto di questa proposta.

Anche in questo caso, però, una scelta piuttosto che un'altra porta ad un evidente diretto vantaggio al sistema assicurativo privato, nel quale le società del Presidente del Consiglio sono nelle prime posizioni.

Ha parlato il senatore Novi della televisione e di come la cultura di sinistra sarebbe annidata nelle reti televisive, comprese quelle di Mediaset. Vedete, non si tratta solo della questione piuttosto sgradevole per cui un Presidente del Consiglio ci dice che Biagi e Santoro sono due pericolosi sovversivi che vanno cacciati dalla RAI. Già questo atteggiamento censorio da solo porrebbe grandi e rilevanti problemi. Vi è però anche il fatto che, togliendo dal palinsesto RAI due trasmissioni di grandissimo ascolto, le reti televisive di proprietà del Presidente del Consiglio ne ricevono un immediato vantaggio in termini di ascolti e di raccolta pubblicitaria.

Mi spiace che il caro senatore Novi abbia già lasciato l’Aula ma, se ne avrà voglia, leggerà gli atti; volevo segnalargli, a proposito della famosa RAI di sinistra, i dati dell’Authority delle telecomunicazioni del maggio 2001, con Zaccaria alla presidenza della RAI, che sono i seguenti: al Governo è stato dedicato il 7,87 per cento del tempo; all’opposizione di allora, cioè alla Casa delle libertà, il 40,14 per cento. Oggi i dati sono i seguenti: al Governo è dedicato il 47,60 per cento: sette volte più di quanto la RAI del Governo dell’Ulivo dava al proprio Governo; all’odierna opposizione è dedicato il 24,24 per cento: la metà di quanto la RAI del Governo dell’Ulivo dava all’opposizione. Questo è il conflitto di interessi e delle libertà.

Di fronte a questioni così rilevanti, gli strumenti che avete predisposto sono del tutto inefficaci. La prova migliore è che con l’approvazione di questa legge, nonostante tali evidenti e palesi situazioni di conflitto di interesse che i cittadini sanno ben apprezzare, perché toccano le loro tasche e le loro libertà, il Presidente del Consiglio non avrà bisogno di modificare in nulla la propria situazione giuridica rispetto alle società che trarranno vantaggio economico diretto dalle scelte che il Governo, da lui presieduto, farà.

Questa è la grande questione democratica del conflitto di interesse. Questo è il senso ed il significato della nostra battaglia parlamentare. (Applausi dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Battaglia. Ne ha facoltà.

BATTAGLIA Giovanni (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, anch’io come altri colleghi senatori hanno sostenuto, reputo il dibattito parlamentare, che ha avuto inizio l’altro ieri, molto importante. Considero il testo del provvedimento al nostro esame non solo inadeguato ma grave, perfino lesivo del corretto funzionamento della democrazia e delle sue regole. Quindi, non posso esimermi, nel fare quanto è possibile ad un parlamentare per contrastare questo disegno di legge, dal motivare in Parlamento e nel Paese le ragioni del nostro dissenso.

Anch’io penso che siamo di fronte ad un passaggio fondamentale che rischia di segnare purtroppo negativamente la vita democratica della nostra Repubblica. Dopo aver ascoltato il senatore Novi, sono ancora più convinto di ciò.

Senza voler ideologizzare il confronto parlamentare su quello che non è un semplice e ordinario provvedimento legislativo, credo di poter dire che si confrontano due diverse concezioni dello Stato e della democrazia: tra chi, come noi, sostiene, coltiva e difende una concezione democratica dello Stato di diritto e chi, come il Governo e molti di voi, colleghi della Casa della libertà, consapevolmente o meno, e non so se per convinzione o per disciplina, sta contribuendo a creare invece le condizioni per l’affermarsi di una concezione plebiscitaria e autoritaria dello Stato democratico.

Siamo partiti avendo a cuore l'obiettivo di porre rimedio, risolvendola, a quella che non solo noi, ma molti in Italia, in Europa e nel mondo, considerano una rottura profonda delle regole democratiche e di libertà rappresentate, appunto, dal conflitto di interessi (conflitto, in tutti i Paesi democratici, risolto). Ci troviamo invece di fronte a una proposta del Governo - quella al nostro esame - che rende legale e legittimo il conflitto di interessi, legalizzandolo, appunto, e, come è stato già sostenuto, trasformando un'anomala situazione di fatto in un'incredibile situazione di diritto, al punto che sarebbe più serio emendare il titolo del disegno di legge proposto dal Governo cambiandolo in: "Norme per la tutela e la salvaguardia del conflitto di interessi", visto che lo scopo di questo provvedimento, come ha ricordato nel corso del dibattito presso la Camera l'onorevole Fabio Mussi, è quello di abolire il conflitto e tutelare gli interessi.

Che tutto ciò avvenga poi in Italia è veramente paradossale: l'Italia è l'unico Paese in cui il Capo del Governo - come è stato detto - possiede, controlla e gestisce tre reti televisive nazionali, che trasmettono in quanto autorizzate su concessione dello stesso Governo; ma è anche il Paese in cui sempre il Capo del Governo è proprietario di una delle più grandi case editrici, la quale pubblica il più diffuso settimanale politico italiano, nonché della più grande società di raccolta pubblicitaria, che gli conferisce il predominio nel mercato pubblicitario e controlla, attraverso i familiari, due importanti quotidiani nazionali (situazione resa ancora più grave dalla soluzione data alle nomine ai vertici della RAI). Poc'anzi il senatore Pizzinato e il senatore Giaretta ricordavano in quanti altri settori, poi, il Presidente del Consiglio ha interessi diretti.

È in Italia, quindi, più che in qualsiasi altro Paese, che i sinceri democratici dovrebbero avvertire la necessità di dotarsi di norme rigorose, trasparenti, efficacemente ispirate al principio della separazione dei poteri e in grado di mettere coloro che governano nella condizione di tenere effettivamente separato l'interesse pubblico da quello privato; una commistione che quando invece si verifica, nuoce gravemente allo Stato e alla stessa democrazia.

I Paesi e i regimi democratici crescono e prosperano solo se i diversi poteri dello Stato sono tra loro separati e se essi si distinguono nettamente dagli altri poteri, non solo dal potere economico, ma anche da quello educativo e informativo.

È innegabile che il Governo ha di fatto - e le vicende della RAI lo confermano - un forte potere di condizionamento nella televisione pubblica e se la funzione di Governo, com'è avvenuto nel nostro Paese, è esercitata dal proprietario del maggiore polo televisivo privato, vengono di fatto meno le garanzie del pluralismo dell'informazione. Ciò mette in discussione e in pericolo uno dei capisaldi del nostro ordinamento democratico.

Il conflitto di interessi di cui parliamo riguarda dunque l'interesse privato che può intrecciarsi e interferire con la pubblica attività, che a sua volta può essere usata per proteggere, garantire e incrementare attività e interessi privati spesso in contrasto con gli interessi generali collettivi e quindi con la stessa pubblica utilità.

Noi siamo invece convinti che alla base dell'assunzione di una pubblica funzione, specie se di governo del Paese, debba esservi l'impegno morale di rivestire la carica con dedizione assoluta all'interesse pubblico, ispirando la propria azione alla imparzialità, in osservanza di un naturale codice etico.

Continuiamo ad essere convinti di ciò, ma a pensarla così non eravamo e non siamo solo noi. Non voglio fare dotte citazioni, come hanno fatto i colleghi Passigli, Berlinguer, Manzella, Vittoria Franco, Petruccioli che mi hanno preceduto nel dibattito; voglio solo ricordare che cosa scriveva, a nome della Lega, su "La Padania" dell'11 ottobre del 1998, l'attuale ministro della giustizia Roberto Castelli: "È stato sempre ovvio che chiunque ricoprisse una carica di governo o un ruolo di responsabilità alla guida di un partito non potesse nello stesso tempo detenere nè il controllo dell'informazione, né fare gli interessi della propria azienda. Fino ad oggi però questo discorso è rimasto solo lettera morta e l'Italia rappresenta un caso unico a confronto di quanto accade negli alti Paesi."

Come non ricordare ancora le parole dell'ambasciatore Sergio Romano il quale, sempre nel 1998, affermava che "un uomo che aspira a governare il proprio Paese non può essere contemporaneamente proprietario del 50 per cento del patrimonio televisivo nazionale." Per non parlare delle tesi sostenute da Ernesto Galli della Loggia o da Angelo Panebianco, personalità non certamente riferibili al centro-sinistra.

Sono queste le opinioni, le preoccupazioni che animano la nostra posizione e la nostra proposta, e non è vero, come ha più volte sostenuto in tante occasioni il ministro Frattini, che lo scopo della proposta presentata dall'opposizione sarebbe quello di colpire l'avversario; così come altrettanto a sproposito lo stesso Presidente del Consiglio ha tirato in ballo la libertà d'impresa e la libertà di lavoro.

Mi chiedo piuttosto se la vostra proposta non sia invece rivolta proprio a favorire qualcuno e cercherò di argomentare le ragioni che mi inducono a pensare che questo è il vero obiettivo e che dimostrano quanto l'ipotesi non sia infondata. Come è stato già sostenuto, ogni conflitto d'interessi presuppone una scelta che, prima di ogni cosa, è una scelta etica. Chi esercita funzione di governo ha responsabilità più importanti e superiori, che deve esercitare in piena coscienza e nel rispetto della morale pubblica; è un principio etico che obbliga chi esercita funzioni di governo a non cumulare ruoli che possono essere in contraddizione tra loro e ad attuare sempre, concretamente, il principio della separazione dei poteri e della neutralità dello Stato.

Questi principi, l'etica e la morale costituzionale si impongono a chi svolge funzione e attività di governo e costringono a rifiutare, non a salvaguardare, il cumulo di funzioni. La morale politica impone all'uomo di Stato di sapere distinguere e di dovere scegliere tra l'interesse generale e gli interessi particolari; è insomma l'etica della responsabilità, che è giusto richiamare e riferire a chi esercita funzioni di governo e di potere pubblico.

Sono d’accordo pertanto con chi sostiene che il conflitto d'interessi è un esempio tipico di ricerca del giusto limite. Si devono infatti tenere presenti due valori: l'interesse generale e l'iniziativa economica privata, la libertà d'impresa, ma con una successione logica che preveda di garantire che la prevalenza dell'interesse generale all'esercizio imparziale delle funzioni pubbliche sia ottenuta limitando l'iniziativa privata tanto quanto è necessario per tutelare quella prevalenza.

Ecco appunto che il giusto limite, quello relativo al corretto esercizio della funzione pubblica, eliminando il rischio di conflitto di interessi, è uno dei princìpi fondamentali a cui è ispirata la nostra Carta costituzionale, laddove essa contempla il principio dell’imparzialità dell’amministrazione, proprio per evitare l’insorgere di conflitto di interessi.

Non a caso la Corte costituzionale, in una importante sentenza assunta in tempi non sospetti, ha affermato che non è illegittimo prevedere l’ineleggibilità, anche nel caso in cui le sue cause non possono essere volontariamente rimosse dall’interessato, definendo in questo modo l’assoluta prevalenza dell’interesse pubblico rispetto a qualsiasi altro interesse, il che ha portato la Corte in altre circostanze ad affermare che il conflitto di interessi non deve necessariamente essere attuale, bastando che esso sia solo potenziale. La sua potenzialità è già sufficiente a porre in pericolo quegli interessi pubblici che si intendono tutelare mediante l’eliminazione della situazione di conflitto.

Credo quindi che abbiano ragione i colleghi Villone, Passigli, Bassanini, Fassone, Ayala ed altri quando hanno contestato, anche sotto il profilo costituzionale, la previsione contenuta all’articolo 2 del provvedimento al nostro esame, che afferma che non costituisce motivo di incompatibilità la mera proprietà di un’impresa individuale ovvero di quote di azioni societarie, sempre che essa non comporti l’assunzione di carica o l’esercizio di attività di amministrazione in società aventi fine di lucro. Tale previsione contrasta con l’ammonimento della Corte costituzionale di vigilare rispetto al manifestarsi di un conflitto di interessi anche - ripeto - solo potenziale e considera nullo il pericolo insito nella coincidenza dei ruoli di controllato e di controllore.

Ma il testo al nostro esame, come è stato brillantemente affermato ieri, va oltre e contrasta con l’articolo 51 della Costituzione, là dove si sancisce che l’accesso alle cariche elettive è garantito a tutti i cittadini in condizioni di uguaglianza.

È indiscutibile, infatti, che con questo provvedimento, se verrà approvato, si renderanno i cittadini ancora più diseguali: ci saranno cittadini (e sono stati fatti in questa sede degli esempi in proposito) che si trovano nei casi indicati all’articolo 2 del provvedimento, per i quali valgono limiti, conflitto di interessi e regola di incompatibilità; ma ce n’è uno, uno solo - l’attuale Presidente del Consiglio - per il quale non esistono per legge né limiti, né obblighi, né conflitti: altro che accanimento contro l’avversario!

Le norme che ci sottoponete per l’approvazione violano insomma tutti i princìpi fondamentali: il principio secondo cui il controllato non può essere il controllore; il principio per cui gli interessi privati non possono essere tutelati dall’esercizio di pubbliche funzioni; il principio democratico secondo cui gli strumenti utilizzati per formare ed informare l’opinione pubblica devono essere pluralisti. Il mercato non può e non deve essere intrecciato, influenzato o peggio dominato dalla collusione tra politica e affari: è il principio generale per una democrazia secondo cui ogni potere deve essere limitato da altri poteri.

Ma la norma che sottoponete alla nostra valutazione, e che probabilmente sarà approvata, è criticabile e censurabile anche nella parte che dispone le sanzioni, o sarebbe meglio dire nella parte in cui non si prevedono serie ed efficaci sanzioni, a meno che non si voglia considerare seria ed efficace sanzione quella imposta dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato. A tale proposito, concordo con la considerazione svolta ieri dal senatore Ayala, specie nella parte in cui si riferisce al cosiddetto sostegno privilegiato al titolare di cariche di governo.

Sono queste alcune delle ragioni per cui riteniamo la vostra proposta legislativa - se approvata - una legge sbagliata, inutile, anzi dannosa che involgarisce una questione seria, quella del conflitto di interessi, che suscita non solo nel Parlamento, ma nel Paese, tanta attenzione e tanta preoccupazione.

Sono queste le ragioni per cui riteniamo doveroso contrastare con ogni mezzo democratico a nostra disposizione nel Parlamento e nel Paese queste norme, per impedire che venga dato un altro colpo, dopo quello inflitto con le norme sul falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali, sul rientro dei capitali illecitamente detenuti all’estero, o quello finora solamente proposto ed annunciato di riformare i reati fallimentari, allo Stato di diritto, degradando ulteriormente l’etica e la morale pubbliche. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE: È iscritto a parlare il senatore Basso. Ne ha facoltà.

BASSO (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, l'onorevole Berlusconi si era impegnato a risolvere il conflitto di interessi, o meglio il suo conflitto di interessi, entro i primi cento giorni del suo mandato.

Nei primi cento giorni non è successo nulla. Ora, a distanza di un anno, siamo alle prese con un provvedimento che ha dell'incredibile; un disegno di legge pessimo, persino offensivo; un disegno di legge farsa che ha il sapore della truffa; un provvedimento che, come è stato efficacemente affermato, abolisce il conflitto mantenendo gli interessi.

Si tratta di una legge che non solo va contro l'ordinamento giuridico vigente, ma anche contro la storia e la cultura del nostro Paese, che lascia sbigottita l'opinione pubblica democratica anche internazionale, che certamente inficia il rapporto di fiducia tra l'Italia e gli Stati occidentali. Avrebbe dovuto, al contrario, essere una legge importante per la nostra democrazia, partendo dalla consapevolezza che c’è sistema democratico se si impediscono le eccessive concentrazioni di potere, se si è in grado di garantire la distinzione tra potere economico e potere politico, se si impedisce che l'interesse privato alberghi in chi è chiamato a governare, se si mettono tutti i cittadini nelle stesse condizioni rispetto all'organizzazione del consenso politico.

"E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Ho citato il secondo comma dell'articolo 3 della nostra Costituzione per ricordarlo all'onorevole Berlusconi. Ma forse vale la pena che gli ricordi anche i contenuti degli articoli 41, 42 e in modo particolare dell'articolo 51 della nostra Carta costituzionale.

E allora l'onorevole Berlusconi sappia che l'iniziativa economica privata è certamente libera, ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà e, sottolineo, alla dignità umana. Sappia anche che la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

Sono principi, onorevole Berlusconi, che vengono riportati nei manuali di educazione civica e che, quindi, sono conosciuti anche dagli adolescenti.

Sappia, infine, che tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, sottolineo: in condizioni di uguaglianza. Le rammento, inoltre, l'articolo 49 che recita: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".

Ho citato quest'ultimo articolo perché è fin troppo evidente che la concentrazione nelle sue mani, onorevole Berlusconi - lei che è uno dei maggiori protagonisti della competizione politica - dei più importanti mezzi di informazione di fatto altera il principio che ho testé ricordato, che è soprattutto un principio di democrazia.

Del resto, queste sono tutte norme alla base della nostra democrazia. E quando dico democrazia intendo riferirmi alla tutela dei diritti di libertà, all'uguaglianza, al diritto ad una informazione plurale in un Paese che non sta né in Sud America né all'Est, ammesso che questi riferimenti geografico-politici abbiano ancora senso e validità; proprio nella nostra Italia, che tutti a parole vorremmo fosse un Paese a democrazia liberale, dove lo Stato di diritto, l'etica pubblica e le libertà siano un patrimonio da salvaguardare e valorizzare.

Con questo provvedimento sono proprio lo Stato di diritto, l’etica e le libertà ad essere messi in discussione, per una grave commistione tra potere politico e potere economico, inconciliabile con ogni forma di civiltà giuridica.

Vi siete dati un nome, Casa delle libertà: libertà probabilmente intesa come assenza di regole e limiti. Regole e limiti che stanno nella nostra Costituzione e che dovrebbero essere conosciuti da chi governa il nostro Paese, come, del resto, sono conosciuti da chi amministra gli oltre 8.000 comuni d’Italia, le provincie e le Regioni.

Molti di noi parlamentari provengono da esperienze amministrative locali e allora mi chiedo e vi chiedo: quali sarebbero le conseguenze per un sindaco, pur legittimamente titolare, per esempio, di un’impresa di costruzioni, che vincesse un appalto nel comune da lui amministrato? Quali sarebbero le conseguenze per un assessore, titolare di un’impresa di servizi, che gestisse il trasporto o le mense del proprio comune? O per un consigliere comunale che assicurasse beni del comune dove ricopre la carica istituzionale?

Si tratta di incompatibilità più che note all’ultimo degli amministratori del più piccolo comune d’Italia e che non possano essere eluse scaricando le responsabilità sull’amministratore della società ed escludendo dalle responsabilità chi ha nominato tale amministratore e conserva il potere di revocarlo; suonerebbe come un insulto non solo al diritto, ma anche al buonsenso e alla logica.

E perché non applicare - lo dico solo come provocazione - le norme contenute in questo provvedimento a tutti i livelli istituzionali (intendo sindaci, assessori, presidenti di Regione, di provincia, amministratori regionali e provinciali)? Ne seguirebbe sicuramente lo scasso, lo scardinamento dell’ordinamento giuridico. Ma penso anche che sarebbero gli stessi amministratori locali ad inorridire e ad insorgere rispetto ad una normativa che propone una insopportabile commistione tra interessi privati e pubbliche istituzioni.

Eppure, il Presidente del Consiglio è proprietario di ben tre reti televisive (con le quali ha da sempre manipolato il consenso), di una grande società di pubblicità, di case editrici; possiede assicurazioni e partecipazioni azionarie. E’ più che chiaro: l’incompatibilità di Silvio Berlusconi è totale.

Lo è sulla base dell’ordinamento giuridico vigente e sulla base della nostra Costituzione. In nessun Paese democratico viene tollerata un’anomalia come quella italiana; in nessun Paese democratico si tollera che le decisioni politiche legate al governo del Paese possano essere condizionate da interessi privati; non viene tollerato né negli Stati Uniti d’America, né in Francia, né in Germania; in nessun Paese democratico si tollera che i ruoli di Governo vengano alterati dal conflitto di interessi. In quei Paesi la disciplina del conflitto di interessi, come si sa, è severa, rigorosa.

Con questa legge la maggioranza supera ogni limite, fa una legge ad hoc per Berlusconi. Viene individuata la posizione di Berlusconi; lui è il proprietario, un grande proprietario perché è proprietario di quasi tutto; di che cosa abbisogna questo proprietario per continuare ad occupare la poltrona di Presidente del Consiglio o comunque ad avere un ruolo di preminenza politica? Abbisogna di una legge fotografia a sua misura: altro che provvedimento a carattere generale!

E una legge, per essere a sua misura, abbisogna di un’invenzione giuridica: la separazione della proprietà dalla gestione. Così, in questo modo questa maggioranza prepara il disegno di legge e chiama noi parlamentari della Repubblica democratica a votarlo. Io non voterò a favore, potete starne certi, come non ho votato a favore della legge sulle rogatorie e quella con la quale si stabilisce che il falso in bilancio non è più reato.

So - si sa - che avete una concezione strana, particolare della democrazia, ma io direi distorta. Badate, nessuno sta mettendo in discussione il vostro diritto a governare; in una democrazia chi ha vinto le elezioni - è stato più volte ribadito in quest’Aula - ha il sacrosanto diritto-dovere di governare.

Il problema sta, piuttosto, nel fatto che scambiate il diritto a governare con una sorta di pretesa di comando dimenticando che le regole sulle quali si basa un Governo democratico dovrebbero essere comuni e condivise; regole che non possono essere piegate alle convenienze per garantire chi partecipa all'amministrazione di società o chi ha un rapporto di concessione con lo Stato o con un ente pubblico; regole che dovrebbero valere per tutti e che, pertanto, non dovrebbero essere fatte a immagine e somiglianza di qualcuno.

Se così non dovesse essere (e così non è) fate attenzione perché vi assumete una responsabilità piuttosto grave: quella di creare una pericolosa divaricazione nel rapporto tra società civile e sistema politico, ma anche la responsabilità di avvelenare il clima politico e di lacerare la coscienza civile del Paese, così come state facendo attaccando lo Statuto dei lavoratori.

Con il provvedimento che ci viene proposto, che legittima il conflitto di interessi, di fatto lanciate un'altra sfida, l'ennesima da quando governate l’Italia. Ci proponete una legge ad personam, come ho detto, su misura per il Premier e per qualche suo Ministro, una legge che allontanerà l'Italia da una tradizione democratica che regge almeno dal 25 aprile 1945; una legge che sicuramente ci allontana dalle caratteristiche che si richiedono ad una moderna democrazia liberale.

Sappiamo della furberia alla quale siete ricorsi pensando di aver risolto il problema: l'incompatibilità vale per i Confalonieri ma non per Silvio Berlusconi. Pretendete in questo modo di risolvere l'incompatibilità tra cariche di Governo e la proprietà di grandi imprese, vincolate con lo Stato, come si sa, per concessioni ed autorizzazioni, addirittura in settori strategici, sicuramente strategici se ci riferiamo alle comunicazioni.

Signori del Governo e della maggioranza, la vostra è una legge elusiva, che ignora il problema cruciale per ogni Paese, il problema legato ad un consenso politico acquisito grazie, e soltanto grazie, ad uno straordinario potere mediatico. Quel potere volete conservarlo; è essenziale per tenervi in vita, è essenziale per la vostra sopravvivenza. Non vi interessa l'evidenza clamorosa, direi scandalosa, del conflitto d'interessi personale ed aziendale di Silvio Berlusconi.

Lo sappiamo, e lo sapete anche voi, che il conflitto è più evidente nel settore dell'informazione televisiva. È questo il settore che, come dicevo, riguarda la formazione del consenso e, di conseguenza, rappresenta il fronte più delicato. È proprio lì, nel settore dell'informazione televisiva, che voi truccate la partita della competizione elettorale.

Quando noi rientriamo alla sera, magari dopo una giornata fitta di incontri politici anche con gli elettori, con i cittadini, forse, nella più fortunata delle giornate, abbiamo parlato a qualche centinaio di persone. Ebbene, accendendo la televisione ci accorgiamo (ma questo accade tutti i giorni, da tanti anni) che Berlusconi ed i suoi dipendenti (uso anch'io questa espressione) hanno parlato, stanno ancora parlando e parleranno anche durante la notte, avvalendosi di qualche giullare, a milioni di Italiani. È una competizione impari.

Solo e soprattutto questo vi ha consentito di vincere. Sono sicuro che ne siete particolarmente consapevoli e questa è la ragione per la quale non mollate il giocattolo televisione, anzi ne legittimate l'uso attraverso questa legge; una legge, come dicevo, burla e truffa nel contempo, con la quale aggredite la legalità costituzionale, con la quale fate fare un passo indietro al principio secondo il quale la legge è uguale per tutti.

Noi ce ne siamo accorti. Pare che in queste settimane se ne stiano accorgendo sempre di più anche gli italiani. Molti di loro hanno riempito le piazze delle nostre città aderendo alle iniziative dell'Ulivo e del sindacato.

Se ne sono accorti i cittadini di Verona, di Piacenza, di Alessandria e di tanti altri comuni d'Italia, grandi e piccoli. Sono uomini e donne, giovani e anziani, che hanno ancora a cuore le sorti della nostra democrazia. Sono cittadini ai quali volete togliere l'assistenza sanitaria e la scuola pubblica; milioni di pensionati ai quali, nonostante le promesse, non avete dato una lira; sono cittadini lavoratori che vorreste licenziare prescindendo dalla giusta causa; sono uomini e donne sui quali l'Italia ha contato in passato nei momenti più difficili della storia repubblicana e sui quali sa di poter contare ancora, soprattutto se si tratta di difendere il nostro futuro democratico. (Applausi dal Gruppo DS-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Battafarano. Ne ha facoltà.

BATTAFARANO (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi senatori, il disegno di legge al nostro esame rappresenta, se non modificato radicalmente, un’occasione perduta per approvare una normativa moderna e convincente in materia di risoluzione dei conflitti di interessi.

L’Italia continuerebbe ad essere l’unica delle grandi democrazie dell’Occidente a non risolvere né per via legislativa, né per consolidata consuetudine, le situazioni di conflitto di interessi. Come è noto, la destra spesso utilizza l’argomento che il tema del conflitto di interessi non sta a cuore ai cittadini elettori e che in ogni caso, con la scelta di un anno fa alle elezioni politiche, questi ultimi si sarebbero pronunciati anche in materia di conflitto di interessi.

Si tratta di un argomento specioso, di un trucco. Una cosa è la scelta di una maggioranza di Governo, altra cosa è che questa maggioranza, una volta individuata dagli elettori, deve muoversi nell’ambito della Costituzione, delle leggi vigenti e nel rispetto del principio che è necessario varare una legislazione che impedisca possibili distorsioni nelle decisioni pubbliche, derivanti dal fatto che il titolare di cariche pubbliche è portato ad agire non già secondo l’interesse del bene comune o in base al programma di Governo, ma anche con il fine di realizzare interessi propri.

Quindi, alla maggioranza di Governo di centro-destra - vorrei dire al sottosegretario Ventucci - non basta aver vinto le elezioni politiche del 2001 per risolvere il problema del conflitto di interessi. Adesso voi dovete vincere un’altra battaglia che certo è meno vistosa, ma più importante: varare una disciplina in materia di risoluzione del conflitto di interessi che sia efficace, imparziale e che, in altre parole, non sia influenzata dagli interessi dell’azionista principale della Casa delle libertà.

La domanda che dobbiamo porci allora è la seguente: sulla base del disegno di legge che avete presentato, il Governo e la maggioranza riescono a vincere questa battaglia? La risposta è: certamente no, direi purtroppo no; perciò parlavo inizialmente di un’occasione perduta.

Il testo presentato dal Governo e approvato dalla Camera costituisce una scelta irragionevole, certamente inefficace dal punto di vista del problema da risolvere. A fronte di situazioni di conflitto di interessi analoghe il testo le sanziona in modo stranamente diverso. Individua sanzioni efficaci e preventive per le situazioni di minor rilievo e rinvia invece ad una valutazione politica le situazioni più impegnative da cui potrebbero scaturire le maggiori distorsioni.

Per descrivere la scelta del Governo si potrebbe riprendere un celebre slogan usato da Nenni negli anni Sessanta: "Spesso lo Stato italiano è forte con i deboli e debole con i forti". Ecco, il Governo e la maggioranza di destra stanno confezionando una disciplina che sarà efficace, efficacissima, con i deboli e sarà invece nei confronti dei forti debole, incerta, attendista, comprensiva, compassionevole, indulgente, misericordiosa e generosa.

Quindi, circa 25 milioni di italiani non potranno esercitare cariche di Governo, mentre non costituisce motivo di incompatibilità, secondo il testo governativo, la cosiddetta mera proprietà. Sottolineo l’aggettivo "mera", un aggettivo che vorrebbe ridurre, quando invece la proprietà è forte ed è poi la proprietà che sceglie gli amministratori.

Si sorvola sul fatto che chi possiede appunto la mera proprietà, naturalmente in modo decisivo (non mi riferisco certo al piccolo azionista, che qualche collega di maggioranza cerca di strumentalizzare), sceglie chi gestirà le aziende, gli indirizzi da seguire e i programmi da realizzare.

È già stato ricordato che non è possibile distinguere facilmente tra le posizioni di funzione di gestione dell’impresa e quelle connesse al diritto di proprietà. In realtà, il disegno di legge del Governo intende blindare la situazione così com’è, per renderla inattaccabile rispetto a possibili interventi regolativi da parte dello Stato.

L’aspetto più serio e preoccupante si ha quando la cosiddetta mera proprietà riguarda il controllo delle maggiori reti televisive private, su concessione dello Stato, alle quali si è aggiunto, dopo il cambio del consiglio di amministrazione della RAI, il controllo in misura largamente prevalente delle reti televisive pubbliche. In tal modo, la pudica espressione "mera proprietà" nasconde il controllo di un formidabile apparato di comunicazione, pubblico o privato, la cui efficacia nelle società moderne è stata opportunamente ricordata ancora ieri, nel suo lucido intervento, dal senatore Manzella.

Il relatore ha voluto enfatizzare il ruolo attribuito all’Autorità garante della concorrenza e del mercato in una serie di funzioni in materia di conflitto di interessi, in particolare la comunicazione inviata al Parlamento a seguito degli accertamenti sulle situazioni di incompatibilità. Ma, come il relatore ed il Sottosegretario sanno bene (basta consultare gli atti della Commissione), nell’audizione il presidente di detta Autorità, Tesauro, ha espresso un giudizio complessivamente demolitorio della normativa presentata, con osservazioni e critiche meritevoli di maggiore attenzione da parte del Governo.

L’Autorità si troverebbe in difficoltà in una situazione di conflitto che si determini sulla base di un comportamento omissivo da parte del Governo; così pure l’Autorità avrebbe difficoltà a valutare l’incidenza specifica dell’atto sull’assetto patrimoniale del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado. Si tratta poi di valutare le misure idonee a porre rimedio tempestivo alle conseguenze pregiudizievoli del conflitto di interessi e ad evitare che si ripetano casi analoghi.

Tali osservazioni, cari colleghi, dimostrano l’assoluta inefficacia del provvedimento per gli stessi fini che esso si propone. La maggioranza e il Governo hanno scelto, tra le ipotesi discusse dal Parlamento negli anni passati, certamente la soluzione peggiore, trascurando la circostanza che quello della comunicazione è un settore strategico nel funzionamento della democrazia liberale e che per esso il principio della separazione tra interessi pubblici e interessi privati riveste una rilevanza ancora maggiore.

Il testo governativo non funziona proprio in riferimento ad un’ottica liberaldemocratica che pure, almeno a parole, dovrebbe stare molto a cuore ad un Governo e ad una maggioranza di centro-destra. Naturalmente la maggioranza ha numeri tali in Parlamento da far passare questa normativa così inadeguata rispetto al problema del conflitto d’interessi; ma avere la forza non significa avere sempre ragione.

Governo e maggioranza non hanno voluto cimentarsi con l’unica soluzione seria, ampiamente praticata nelle democrazie occidentali: la separazione tra funzioni di governo e proprietà. Ciò che è normale in altri Paesi, Sottosegretario, non è ancora normale in Italia. Perciò si tratta di un’occasione perduta, da parte del Governo e della maggioranza, per assicurare al nostro Paese una normativa, in materia di risoluzione dei conflitti d’interesse, che si richiami alle grandi tradizioni liberaldemocratiche dell’Occidente. Voi questo non avete voluto farlo. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caddeo. Ne ha facoltà.

CADDEO (DS-U). Signor Presidente, il Parlamento risolverà davvero il conflitto d’interessi? È la domanda che si pongono in questi giorni gli italiani, i cittadini comuni. E la domanda è legittima, come lo sono il dubbio e lo scetticismo che serpeggiano nella società.

È passato ormai un anno da quando il Governo ha cominciato ad operare ed oggi si presenta qui ed esibisce, però, una delle tante promesse, una di quelle che poi non mantiene. Tra queste non vi è solo il mancato riavvio dello sviluppo economico, la realizzazione delle grandi opere o la riduzione delle tasse. Tra le parole al vento, ci sono anche quelle che assicuravano una soluzione del conflitto d’interessi entro i primi tre mesi di Governo.

Il conflitto è invece sempre qui, più ingombrante che mai e permarrà, purtroppo, anche dopo l’approvazione di una legge scandalosa che rifiuta di risolverlo. In questi dodici mesi abbiamo sperimentato negativamente le conseguenze di chi, governando, fa soprattutto gli affari suoi e quelli dei suoi amici. Lo abbiamo visto con le leggi come quella sul falso in bilancio, sulle rogatorie internazionali o sulla sanatoria del rientro dei capitali illegalmente esportati.

Troppi provvedimenti sono stati sfacciatamente assunti sibi et suis, ha detto in modo molto brillante un grande costituzionalista, cioè per sé e per i suoi, per trarsi d’impiccio soprattutto con la giustizia. L’abolizione della tassa di successione è un’altra perla di questa collana che è apparsa fatta apposta per difendere ed ampliare il patrimonio di chi l’ha voluta.

Con queste premesse si vuole approvare oggi una legge che sancisce una posizione di predominio che giustifica la commistione tra interesse privato ed interesse pubblico e che riconosce ma non risolve l’anomalia, tutta italiana, di un Capo di Governo che controlla pressoché totalmente gli strumenti che formano l’opinione pubblica e con cui è possibile manipolarla.

Quando si dicono queste cose si sentono ancora voci stonate che protestano perché ce la prenderemmo strumentalmente con il Capo del Governo che invece, come abbiamo sentito anche qui poc’anzi, è stato eletto dal popolo. A me sembrano argomentazioni fuori luogo. Dopo la sua approvazione, infatti, la legge regolerà l’incompatibilità di tutti i cittadini, escludendo da questo controllo solo chi presiede il Governo. Non vi è quindi una discriminazione, anzi, si sancisce un privilegio unico, assoluto.

In molti altri Paesi, ad esempio gli Stati Uniti, la legge regola minuziosamente le ipotesi di conflitto d’interessi e cerca efficacemente di prevenirlo. In verità, anche da noi la maggioranza vuole prevedere una regolamentazione minuziosa di questo fenomeno; lo fa, però, per i lavoratori pubblici e privati, per i professionisti, per i lavoratori autonomi e per chi dirige le imprese. Pensa a tutti ma dimentica proprio chi propone, chi ci governa.

A queste regole sfugge, infatti, solo chi è azionista e i proprietari d’azienda. Si sancisce così una macroscopica disuguaglianza tra cittadini. Chi controlla giornali e case editrici, chi dispone di tre reti televisive e indirizza le altre tre è paradossalmente svincolato da questa incompatibilità. In questo modo, nel rapporto tra democrazia e politica è messa in gioco l’imparzialità e minacciata la libertà politica, la trasparenza dell’informazione è pregiudicata e la stessa opinione pubblica può essere manipolata.

Di fronte a un problema così delicato, la maggioranza ha rifiutato la nostra proposta di fare come negli Stati Uniti: introdurre anche in Italia il blind trust, affidando la gestione di questioni così scottanti ad un’Autorità indipendente forte, con il potere di imporre ai Ministri scelte chiare, persino l’obbligo di vendere le attività in conflitto con la funzione pubblica.

La maggioranza, invece, peggiora le sue proposte originarie e rinuncia in partenza alla prevenzione delle distorsioni e delle degenerazioni. La scelta che si vuole fare, quella di affidare il controllo dei comportamenti a rischio all’Autorità antitrust, verificando a posteriori l’operato delle imprese interessate da potenziali conflitti di interessi, è del tutto insufficiente.

Ci si può avvantaggiare dei favori di chi governa non solo con i comportamenti attivi di quest'ultimo, ma anche con la rendita di posizione e con l'omissione di provvedimenti dovuti e necessari.

La stessa sanzione prevista, derivante dalla comunicazione al Parlamento di fatti contrari all'interesse pubblico, è troppo debole. La sanzione politica, come vediamo concretamente, è infatti depotenziata dal controllo di una maggioranza ampia che può mostrarsi acritica e pregiudizialmente ossequiosa; e ancor di più, la comunicazione al Parlamento, nel rapporto con gli elettori, può perdere significato quando si è nelle condizioni di abusare di una posizione di predominio nel controllo dei mezzi di comunicazione di massa e nel processo di formazione della pubblica opinione.

Ci mettete, onorevoli colleghi della maggioranza, anzi mettete gli italiani di fronte ad una prospettiva inquietante, alla preoccupazione e all'incertezza, nelle condizioni di dover scrutare ogni giorno il Palazzo, di guardare chi comanda per capire se opererà in modo corretto o se invece lucrerà a spese degli altri cittadini. Ciò siamo portati a pensare quando vediamo l'Autorità garante della concorrenza e del mercato denunciare apertamente quest’anomalia e prevedere difficoltà nella sua futura azione di controllo.

Altrettanto grave è il fatto che, nel momento in cui si affidano a questa Autorità compiti nuovi, le si negano gli strumenti ed il personale necessari per svolgere una missione così delicata: l'emendamento del relatore per ampliare l'organico dell'Autorità, indispensabile per fronteggiare questi nuovi compiti, è stato presentato sprovvisto dei necessari mezzi finanziari ed è stato bocciato dalla Commissione bilancio.

Ciò prova il disinteresse e la scarsa attenzione all'effettiva capacità di funzionare di tale Autorità e all'efficacia del sistema di controllo qui congegnato. La proposta che avanzate in questa sede non migliora quindi la decisione assunta dalla Camera: le sanzioni nei confronti delle imprese che possono beneficiare dei conflitti d’interesse sono del tutto inadeguate; ancor meno rispondono alle esigenze le sanzioni politiche ed etiche a cui è sottoposto chi si trova a governare.

Non siamo quindi di fronte ad un disegno di legge liberale, signor Presidente: non si afferma la separazione tra poteri; si mantengono troppi nodi non sciolti ed intrecci tra potere pubblico e corposi interessi personali, familiari, aziendali; si lasciano le cose opache come lo sono oggi; non si risolve la questione più pesante dell'abnorme concentrazione di poteri che può debilitare la nostra democrazia.

Approverete quindi una pessima legge che è stata confezionata come un abito su misura per chi oggi governa. Non si vuole fare una legge buona, rigorosa, valida per tutti, magari rendendola applicabile anche nei confronti dei membri del Governo a partire dalla prossima legislatura. Si dimostra arroganza e disprezzo per l'intelligenza degli italiani ed è questo un errore grave per voi che oggi siete maggioranza.

Come dimostrano le ultime elezioni amministrative, sono sempre di più gli italiani che dicono di non gradire questo atteggiamento, che non vogliono che un governante possa diventare un tiranno. Non si può affermare che il voto popolare dia un'investitura in bianco, come sentiamo ancora oggi e sempre di più in quest'Aula: la democrazia richiede il rispetto degli elettori e dei cittadini. La nostra democrazia richiede l'uguaglianza di fronte alla legge, trasparenza, disinteresse personale, una regolazione attenta dei rapporti fra i poteri.

Noi, su tutto ciò, continueremo ad incalzarvi e a pretendere la rinuncia a fare solo gli affari personali di chi vi guida, a pretendere che si rispettino gli interessi generali ed il bene comune, a difendere la libertà dal privilegio e l'uguaglianza tra tutti i cittadini. (Applausi dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, a questo punto rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Discussione del disegno di legge:

(795-B) Modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo

(Approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati) (Relazione orale)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 795-B, già approvato dal Senato e modificato dalla Camera dei deputati.

Ricordo che, ai sensi dell'articolo 104 del Regolamento, oggetto della discussione e delle deliberazioni saranno soltanto le modificazioni apportate dalla Camera dei deputati, salvo la votazione finale.

Il relatore, senatore Boscetto, ha chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore.

BOSCETTO, relatore. Signor Presidente, onorevoli senatori, siamo davvero pochi in Aula; l'argomento ha perduto probabilmente parecchio del suo interesse. Dopo il passaggio alla Camera ci sono state tante discussioni e tante polemiche, ora ci stiamo avviando alla conclusione e quindi al prossimo licenziamento di questo disegno di legge chiamato Bossi-Fini, ma presentato da tutto il Governo Berlusconi, che va ad integrare il testo unico Turco-Napolitano, chiarendo alcuni problemi in materia di immigrazione e di asilo.

Credo che la Camera abbia fatto un buon lavoro, apportando alcune integrazioni al testo licenziato dal Senato senza stravolgerlo in alcun modo e rispettando le linee stabilite in questa sede, dove si erano effettuati alcuni interventi sul testo della iniziale proposta governativa sempre nell'ottica di un miglioramento.

Penso si possa dire che questa sia una buona legge: equilibrata, armoniosa, del tutto in linea con le migliori legislazioni europee e mondiali, presa a esempio anche da altri Paesi. Si è tentato di dire che sarebbe poco mite, poco rispettosa verso gli immigrati, poco trasparente sul piano delle decisioni adottate e frutto, in qualche modo, di una visione dura del problema.

Noi riteniamo invece che questa legge sani le negatività della normativa Turco-Napolitano, pur mantenendone l'impianto, e che oggi vi siano le condizioni perché siano superati tutti gli aspetti che hanno reso il problema dell'immigrazione estremamente importante per il nostro Paese, con influssi estremamente negativi sotto il profilo della sicurezza ma anche del lavoro.

Si è dovuto ricorrere in questi anni a diverse sanatorie. Abbiamo tantissimi immigrati in una situazione di avvenuta sanatoria che sono iscritti alle liste di collocamento ma non trovano lavoro. Abbiamo, d'altra parte, tanti imprenditori che chiedono di poter assumere degli immigrati ma non li vanno a cercare nelle liste di collocamento. Ciò significa che si è fatta una politica di sanatorie indiscriminate, non tenendo conto in alcun modo dell’aspetto della domanda e dell'offerta di lavoro.

Noi abbiamo collegato il discorso dell'immigrazione con la previa offerta di lavoro, già realizzata nei Paesi esteri, e abbiamo stabilito quel contratto di soggiorno per lavoro che è uno dei cardini di questa riforma.

Abbiamo altresì sostituito il meccanismo di espulsione, che nella gran parte dei casi avveniva attraverso un foglietto in cui si intimava l’allontanamento dal Paese; tale intimazione veniva sempre trascurata, con il risultato che l'immigrato, con il foglietto in tasca, si rendeva clandestino. Oggi l'allontanamento mediante l’espulsione immediata alla frontiera è la regola, rimanendo l'espulsione con il foglietto soltanto in via residuale per coloro che non hanno avuto il rinnovo del permesso di soggiorno. Anche questo è un punto qualificante e importante.

Il terzo elemento che riteniamo strategico è l’aver eliminato l’istituto dello sponsor, che permetteva l’ingresso nel Paese, attraverso la garanzia di un cittadino o di un extracomunitario regolarmente soggiornante, per rimanere qui un anno alla ricerca di lavoro. Questo istituto non garantiva l’occupazione, ma la clandestinità al termine del periodo; ha dato pessima prova di sé e noi l’abbiamo abolito.

Questi tre cardini ci vengono imputati in termini di scarsa mitezza, mentre rappresentano le logiche conseguenze di quelle inadempienze che facevano parte della Turco-Napolitano. D’altra parte, in tutta la legislazione europea non troviamo istituti di tal genere poiché, come dicevo prima, essa è su una linea del tutto simile alla nostra, al punto che le stesse direttive dell’Unione europea vanno verso gli istituti dei quali ho parlato.

Cosa ha modificato la Camera rispetto al testo licenziato dal Senato? Illustrerò soltanto i profili più importanti.

All’articolo 1 è stato aggiunto un comma 3 che prevede la facoltà di rivedere i programmi di cooperazione e di aiuto per interventi non a scopo umanitario "qualora i Governi degli Stati interessati non adottino misure di prevenzione e vigilanza atte a prevenire il rientro illegale sul territorio italiano di cittadini espulsi". Qui è nata subito qualche polemica. Si è detto che non ci si può rapportare con i Paesi di provenienza dei cittadini extracomunitari in termini di minaccia di prese di posizione sanzionatorie, ma bisogna invece instaurare con questi Paesi dei rapporti attivi di collaborazione che non passino attraverso previsioni di possibili sanzioni.

Vorrei sgombrare il campo da tale argomento. Certamente rimangono in essere tutti i buoni rapporti di collaborazione con questi Paesi, così come restano in vigore tutte le convenzioni di reciproco aiuto per il rimpatrio degli immigrati, per l’accoglienza in patria di coloro che sono stati espulsi, per gli aiuti materiali di ogni genere, tuttavia c’è la previsione di una possibile revisione dei programmi di cooperazione qualora i Governi di questi Stati non adottino misure di prevenzione e vigilanza atte a prevenire il rientro illegale sul territorio italiano dei cittadini espulsi.

In sostanza, si vuol dire che i Governi devono stare attenti a far sì che i loro cittadini espulsi non ritornino sul nostro territorio, ponendo in essere tutti i mezzi possibili. Non dimentichiamo che, poiché si dice "si può procedere", si tratta soltanto di una facoltà e quindi tutto rimane all’interno di un’ampia discrezionalità e valutazione, la stessa che troviamo anche nel comma 2, che è stato soltanto minimamente modificato.

Per quanto riguarda l’articolo 2, alla Camera è stato aggiunto un passaggio normativo secondo il quale la partecipazione alle riunioni del gruppo tecnico per il coordinamento e il monitoraggio sull’immigrazione, stabilito presso la Presidenza del Consiglio, è estesa anche alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentative. Ci pare che sia stato fatto un passo avanti coinvolgendo, appunto, tali organizzazioni.

All'articolo 3 la Camera dei deputati ha stabilito la facoltatività del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri da adottare in via transitoria in caso di mancata pubblicazione del decreto di programmazione annuale dei flussi così come la possibilità di intervenire più volte per rendere la situazione il più duttile possibile.

All'articolo 4 la Camera ha disposto che l'autorità diplomatica o consolare italiana quando rilascia un visto di ingresso consegni contestualmente una comunicazione scritta in lingua comprensibile allo straniero che illustri i suoi diritti e doveri relativi all'ingresso e al soggiorno in Italia. Un’ulteriore modifica introdotta all’articolo 4 stabilisce che non è ammesso in Italia lo straniero che sia considerato una minaccia per l'ordine pubblico o la sicurezza dello Stato oppure sia stato condannato per gravi reati.

Negli articoli 5 e 7 è stata apportata un'integrazione piuttosto importante, vale a dire la previsione della sottoposizione a rilievi fotodattiloscopici dello straniero che richieda il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Numerose sono state le polemiche su questa norma; ricordo che già se ne era discusso al Senato e alla fine si era deciso di non accoglierla. La Camera, invece, ha stabilito di introdurla.

Credo si possa essere del tutto d'accordo su quanto deliberato dall’altro ramo del Parlamento. Quando si vuole entrare in polemica sul problema dei rilievi fotodattiloscopici occorre ricordare, perché meglio non potrebbe essere detto, quanto ebbe a scrivere il 13 giugno 2002 sul "Corriere della Sera" Giovanni Sartori.

"Il problema è molto semplice" - dice Sartori. "In una società ordinata dobbiamo essere identificabili e dobbiamo avere un'identità personale. Identificabili come? Dipende. In Italia abbiamo l'anagrafe ed è in base all'anagrafe che gli italiani sono identificati da una carta d'identità corredata da fotografie. Se dobbiamo essere tutti eguali allora i diseguali sono, ad oggi, gli italiani. Gli italiani sono schedati dall'anagrafe, gli immigrati da niente. Davvero una bella diseguaglianza! Una diseguaglianza che può essere pareggiata appunto dalla rilevazione delle impronte digitali. A chi? Ovviamente a tutti coloro che non possono essere identificati altrimenti e quindi, va da sé, anche agli immigrati regolari e non soltanto ai clandestini perché anche i regolari potrebbero, una volta entrati in Italia, sparire e senza gonfiature ideologiche il problema sarebbe chiuso e risolto lì. Invece no, invece l'ideologo si indigna…". A questo punto nell'articolo si comincia a fare tutta una serie di distinguo, considerando gli immigrati cittadini di serie B e arrivando a dire che allora, per stabilire un'eguaglianza, bisogna prendere le impronte digitali a tutti gli italiani.

Conclude Sartori: "Così l'ideologo sottoporrà 50 milioni di italiani a una vessazione innecessaria, che servirà soltanto ad intasare l'anagrafe, per una questione di lana caprina" perché appunto, come sosteneva all'inizio, già gli italiani hanno l'anagrafe e precise modalità di identificazione.

Pertanto, se l'esigenza è quella di identificare meglio gli extracomunitari, questo mezzo non deve essere demonizzato in alcun modo. Credo che queste mie poche parole, ma soprattutto il peso dello scritto di Sartori risolvano in radice le eventuali discussioni sul tema.

All'articolo 6 la Camera dei deputati ha eliminato l'esplicita previsione che l'onere della sistemazione alloggiativa ricada sul lavoratore, prevedendo un regolamento attuativo che andrà a disciplinare i costi e le ricadute di essi sullo straniero, stabilendo altresì che si dovrà far riferimento, per le qualità dell'abitazione, alle norme minime in materia di alloggi di pubblica edilizia.

Io credo che questa normativa debba interpretarsi nel senso non che si debba mettere a disposizione di ogni lavoratore immigrato un alloggio che abbia le caratteristiche minime di pubblica edilizia, ma che, a seconda delle diverse situazioni e delle diverse esigenze collegate al tipo di rapporto di lavoro, si debba mettere a disposizione dell’immigrato una situazione alloggiativa che si avvicini a quei determinati requisiti che sono requisiti civili, di assoluto rispetto dell’umanità e della capacità di inserimento a tutti i livelli dello straniero. Quindi, anche su questa norma, che pur ha innovato l’articolo com’è uscito dal Senato, si può essere d’accordo.

All’articolo 11, quello che pone in essere tutte le sanzioni per i diversi reati in materia di immigrazione clandestina, c’è una positiva innovazione: viene introdotta una diminuzione della pena per l’imputato che si adoperi affinché l’attività delittuosa non sia portata a conseguenze ulteriori, aiutando nella raccolta di elementi di prova decisivi. È un tipo di normativa che troviamo già nel nostro sistema penale e che è volta ad evidenziare e a favorire la collaborazione dell’eventuale persona che si trovi coinvolta in una situazione delittuosa.

All’articolo 15 viene stabilito che l’espulsione a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione non si applica ai casi in cui verrebbe messa a repentaglio la vita o la salute dell’espulso. Si chiarisce un concetto che è già in altre norme della legge.

All’articolo 17 si prevede l’istituzione di un elenco, presso le rappresentanze diplomatiche, in cui vengono inseriti i lavoratori di origine italiana. Si stabilisce inoltre - questo è molto importante - che le Regioni possono partecipare alla procedura di determinazione dei flussi di ingresso trasmettendo annualmente un rapporto sulla presenza e sulla condizione degli immigrati extracomunitari nel territorio regionale, contenente indicazioni relative ai flussi sostenibili nel triennio successivo in rapporto alla capacità di assorbimento del tessuto sociale e produttivo. Questo è un punto qualificante, perché accentua la collaborazione delle Regioni al sistema, che è di competenza statale, in materia di immigrazioni.

All’articolo 18 si è risolta una problematica in materia di godimento dei diritti previdenziali. Al Senato si era eliminata, dalla legge Turco-Napolitano, quella norma la quale diceva che, quando l’extracomunitario lasciava il Paese, aveva diritto ad avere indietro i contributi previdenziali pagati da lui e dal datore di lavoro, maggiorati del cinque per cento. Adesso si è introdotta una norma non eguale a quella che era stata soppressa dal Senato, ma che prevede che, al compimento del sessantacinquesimo anno di età, anche ove non vi siano convenzioni pensionistiche con i Paesi di origine, ci sarà il godimento delle situazioni di carattere pensionistico in termini anche di deroga al contributo minimo.

L’articolo 22 include gli infermieri professionali fra le categorie escluse; il 23 amplia il ricongiungimento familiare; il 24 e il 25 stabiliscono disposizioni particolari in materia di permesso di soggiorno; l’articolo 25, soprattutto, introduce qualcosa di importante e di specifico in favore dei minori.

Vi sono poi potenziamenti di personale, disposizioni riguardanti una nuova direzione in seno al Ministero dell’interno, norme transitorie, una buona norma finale di copertura finanziaria.

In conclusione, riteniamo che la Camera abbia fatto un buon lavoro e che il Senato debba concludere i suoi lavori con la conferma di quello che la Camera ha fatto. (Applausi dai Gruppi FI e LP).

PRESIDENTE. La ringrazio, senatore Boscetto, per la completezza della sua relazione.

Come convenuto, rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Sui lavori del Senato

PRESIDENTE. Comunico che il termine per la presentazione degli emendamenti al disegno di legge n. 1246 in materia di infrastrutture e trasporti è fissato per le ore 12 di domani.

Sulle modalità di partecipazione di membri del Governo alla seduta pomeridiana di ieri

PRESIDENTE. Vorrei segnalare ai pochi colleghi, anche se a posteriori, il disagio personale che ho provato ieri nel vedere membri del Governo (e non sto riferendomi al senatore Ventucci che era forse l'unico, come sottosegretario per i rapporti con il Parlamento, ad averne titolo) sedere nei banchi riservati al Governo quando in Aula era in corso una discussione squisitamente di pertinenza dell'Aula (e non certo di alcuni Dicasteri); nel vedere Ministri, che sollecitati, hanno abbandonato il banco del Governo per sedere sugli scranni dei senatori (perché in quella veste, in quel momento, esercitavano il proprio ruolo); nel vedere, cosa credo da approvare ancor meno, qualcuno che da quegli stessi banchi del Governo applaudiva nel corso degli interventi di una parte o dell'altra.

Credo che quei banchi non siano destinati a favorire riprese televisive o cose di questo genere.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, poiché ieri ero presente in Aula nel corso della seduta dedicata alla deliberazione sulle dimissioni del senatore Cossiga, mi sono seduto ai banchi del Governo perché, come Sottosegretario per i rapporti con il Parlamento, mi è sembrato ovvio rimanervi e non lasciarli completamente vuoti.

Mi riferisco, ovviamente, alla mia presenza e non a quella di altri.

PRESIDENTE. Infatti, onorevole Sottosegretario, ho apprezzato la sua presenza, che credo fosse utile e gradita al Parlamento, come segno di omaggio e di rispetto da parte del Governo; meno lo è stata quella di coloro che hanno applaudito nel corso degli interventi, in qualità di rappresentanti del Governo.

Interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una interpellanza e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno per le sedute

di martedì 25 giugno 2002

PRESIDENTE.

Il Senato tornerà a riunirsi martedì 25 giugno, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 10 e la seconda alle ore 17, con il seguente ordine del giorno:

(vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 19,33).



Allegato B

Disegni di legge, trasmissione dalla Camera dei deputati

Presidente del Consiglio dei ministri

Ministro Interno

Ministro Affari Esteri

(Governo Berlusconi-II)

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge del 22 maggio 2002, n. 97, recante misure urgenti per assicurare ospitalita' temporanea e protezione ad alcuni palestinesi (1520)

(presentato in data 20/06/02 )

C.2780 approvato dalla Camera dei Deputati;

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Sen. FRANCO Vittoria, BETTONI Monica, ACCIARINI Maria Chiara, BONFIETTI Daria, BRUNALE Giovanni, BRUTTI Massimo, CALVI Guido, DE ZULUETA Cayetana, DI GIROLAMO Leopoldo, DI SIENA Piero, PAGANO Maria Grazia, PILONI Ornella, ROTONDO Antonio, STANISCI Rosa

Norme sulle tecniche di procreazione medicalmente assistita (1521)

(presentato in data 20/06/02 )

Sen. EUFEMI Maurizio, COSTA Rosario Giorgio

Disposizioni in materia di banche popolari cooperative (1522)

(presentato in data 20/06/02 )

Sen. FALCIER Luciano, ARCHIUTTI Giacomo, FAVARO Gian Pietro, DE RIGO Walter, CARRARA Valerio, PASINATO Antonio Domenico, TREDESE Flavio, SAMBIN Stanislao Alessandro, MAINARDI Guido

Competenze dei Revisori Contabili (1523)

(presentato in data 20/06/02 )

 

Disegni legge, assegnazione

In sede referente

1ª Commissione permanente Aff. cost.

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge del 22 maggio 2002, n. 97, recante misure urgenti per assicurare ospitalita' temporanea e protezione ad alcuni palestinesi (1520)

previ pareri delle Commissioni 3° Aff. esteri, 5° Bilancio, Giunta affari Comunita' Europee; E' stato inoltre deferito alla 1° Commissione permanente, ai sensi dell'articolo 78, comma 3, del Regolamento.

C.2780 approvato dalla Camera dei Deputati;

(assegnato in data 20/06/02 )

 

 

Interpellanze

D'ANDREA, GIARETTA, COVIELLO, MANZIONE, D'AMICO, VALLONE, BORDON, MONTICONE, SOLIANI, DETTORI, LAVAGNINI, CAVALLARO - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso che:

            il Presidente della Repubblica ha accompagnato la promulgazione della legge di conversione del decreto-legge n.  63 del 15 aprile 2002, meglio conosciuto come "salva-deficit", con una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, nella quale, prendendo atto delle modifiche apportate dalla Camera dei deputati agli articoli 7 ed 8 del provvedimento, ha sottolineato l’importanza della previsione di affidare al CIPE la definizione delle direttive di massima di valorizzazione, gestione ed eventuale alienazione del patrimonio pubblico, anche al fine di assicurarne, "attraverso la ponderazione di tutti gli interessi coinvolti", la coerenza "non solo con i princìpi di economicità e redditività, ma anche con il rigoroso rispetto dei valori che attengono alle finalità proprie dei beni pubblici, intese alla luce dei princìpi costituzionali che riguardano la tutela dei predetti beni e, in primo luogo, di quelli culturali ed ambientali, che costituiscono identità e patrimonio comune di tutto il paese";

            nei più avvertiti settori dell’opinione pubblica vivo allarme ed inquietudine hanno provocato le norme in esso contenute in materia di alienabilità del patrimonio pubblico, con particolare riferimento ai beni aventi valore storico-artistico, architettonico, archeologico ed a quelli che concorrono a caratterizzare l’identità storico-culturale e paesaggistica;

            le associazioni culturali, ambientalistiche e di tutela hanno diffuso un documento che esprime corrispondenti gravi timori e preoccupazioni in ordine alle sorti del patrimonio culturale, testimonianza della storia e segno della memoria e dell’identità del nostro Paese;

            gli organi di stampa hanno dato conto ampiamente dello sconcerto generale che accompagna la sola generica ipotesi di monetizzazione del patrimonio culturale pubblico, nonchè la sfrenata spinta alla privatizzazione dello stesso, che non tiene alcun conto della specificità ed eccezionalità della situazione italiana e continua a mutuare da altre esperienze, con singolare sfrontatezza culturale, modelli astratti ed improponibili nel nostro Paese;

        considerato che:

            molte delle questioni riproposte con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana della legge n.  112 del 15 giugno 2002, sono state sollevate anche nelle diverse sedi parlamentari a più riprese, nel corso dei dibattiti che ne hanno accompagnato l’esame, e sono state oggetto di numerosi specifici emendamenti respinti dalla maggioranza, contrari relatori e Governo;

            in particolare al Senato, la scorsa settimana, in occasione della definitiva approvazione della legge di conversione, sono stati da più parti denunciati i rischi intrinsecamente connessi alla previsione normativa, anche oltre le effettive intenzioni di chi oggi è chiamato a porla in essere;

            persino il relatore ha dovuto farsi carico della sostanziale insostenibilità della situazione, giungendo a presentare un emendamento, successivamente trasformato in ordine del giorno, nel quale impegnava il Governo a far sì che siano considerati inalienabili i monumenti nazionali, i beni di interesse archeologico ed i beni di cui all’articolo 2 della legge n.  1089 del 1939, nonchè ogni altro bene riconosciuto dal Ministero per i beni e le attività culturali (MBAC) come documento o testimonianza dell’identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive, ecclesiastiche e che il trasferimento a Patrimonio dello Stato spa di beni di valore artistico, storico e paesaggistico, così come definiti dal Testo unico dei beni culturali (decreto legislativo n. 490 del 1999), sia effettuato di concerto con il Ministero per i beni e le attività culturali che "dovrà preventivamente approvare l’elenco dei beni trasferibili, nonchè i criteri di valorizzazione con cui questi potranno essere gestiti e l’eventuale cambio di destinazione d’uso", mentre, nel caso di beni rientranti nell’ambito di aree naturali protette ai sensi della legge n.  394 del 1991 o individuate ai sensi della normativa comunitaria, per il trasferimento e la definizione dei criteri di valorizzazione sia necessario l’assenso del Ministro dell’ambiente e del territorio,

        gli interpellanti chiedono di conoscere:

            le valutazioni del Governo, nella sua collegiale responsabilità, sugli aspetti più delicati delle controverse questioni sollevate;

            con quali strumenti e procedure intenda corrispondere all’auspicio espresso anche dal Presidente della Repubblica di una tempestiva traduzione in disposizioni operative degli impegni assunti davanti al Senato con l’accoglimento dell’ordine del giorno presentato dal senatore Vizzini;

            se e come intenda rimediare alla contraddizione, autorevolmente segnalata dal Presidente della Repubblica, e per altro già emersa in sede parlamentare, del trasferimento dei beni pubblici disposto ai sensi della legge n. 410 del 2001 (con conseguente passaggio al patrimonio disponibile) e l’asserita non modifica del regime giuridico dei beni demaniali trasferiti che il codice civile classifica come inalienabili;

            quali misure intenda adottare, in conclusione, per scongiurare il rischio della selvaggia privatizzazione e dello smantellamento di un patrimonio unico ed irripetibile, da sempre considerato indisponibile e perciò anche inalienabile, protetto dalla Costituzione e dall’ordinamento, che ne salvaguardano la natura, mai fino ad ora messa in discussione, di bene a destinazione universale.

(2-00197)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

EUFEMI - Al Ministro dell'economia e delle finanze - In relazione all’articolo apparso sul quotidiano "Il Messaggero" del 15 giugno scorso "E rispunta la maxi-multa alla Phillip Morris", si chiede di conoscere:

            se siano tuttora in servizio i dirigenti dell’amministrazione dei Monopoli di Stato che hanno deliberato (aprile 1997) il rinnovo del contratto di fabbricazione su licenza in favore della detta multinazionale e successivamente (novembre 1998) sempre nei confronti della stessa del contratto di distribuzione dei tabacchi lavorati, malgrado che:

            si fosse avuta conferma che la Philip Morris era coinvolta come da dichiarazioni rese in Parlamento dal Comandante generale della Guardia di Finanza in gravi episodi di contrabbando;

            la magistratura avesse iniziato sempre nei confronti della stessa multinazionale procedimento penale per i reati di cui alla legge n.  516 del 1982;

            gli organi della Polizia Tributaria e gli uffici dell’amministrazione finanziaria avessero accertato una evasione di imposte di oltre 10 miliardi di euro, evasione ora confermata dalla Corte di Cassazione (con sentenza n. 3368/02).

(4-02472)

GIRFATTI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro delle comunicazioni - Premesso che:

        da molti anni gli uffici postali di Torre del Greco (Napoli) non rappresentano più per i cittadini il luogo dove si deve utilizzare un servizio di pubblico interesse, ma, al contrario, costituiscono "un incubo" o una vera e "propria angoscia" ("Il Mattino" del 19 giugno 2002);

            da notizie di stampa, ancora oggi, si apprende che "ogni giorno centinaia e centinaia di persone sono costrette a svegliarsi di buon mattino, nella speranza, quasi sempre vana, di riuscire ad evitare interminabili code agli sportelli postali"("Il Mattino" del 19 giugno 2002);

            sono interessati principalmente gli uffici postali in Via Vittorio Veneto, in Via De Gasperi, in Via Nazionale,

        si chiede di conoscere:

            quali provvedimenti si intenda adottare per eliminare una siffatta, assurda ed indecente situazione, al fine di offrire a tutti i cittadini interessati un servizio pubblico veramente efficiente svolto in locali adeguati ed ospitali, secondo i normali canoni di civiltà e conformi alla vigente normativa europea anche in tema di sicurezza;

            se non si intenda potenziare il personale e migliorare l’automazione dei servizi, considerata l’enorme mole delle operazioni che vengono effettuate quotidianamente nei predetti uffici postali.

(4-02473)

FLORINO - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri degli affari esteri e dell'interno - Premesso:

            che la manifestazione "Due popoli, due nazioni, una capitale: Gerusalemme", del 18.06.02 tenutasi nel porto di Napoli e organizzata dalla Regione Campania per condannare il terrorismo si è tramutata in una rappresentazione di livore e odio nei confronti dello Stato d’Israele;

            che la pseudo manifestazione pacifica con cantanti e complessi invitati ad un concerto imparziale si è tramutata in un comizio di parte dove in realtà hanno parlato solo esponenti di parte palestinese che hanno giustificato i sanguinosi attentati suicidi inneggiando all’Intifada,

        si chiede di conoscere:

            quali risultino essere i motivi che hanno indotto la Regione Campania, in questo particolare momento di cruenti e sanguinari attentati, ad allestire uno spettacolo di livore e odio nei confronti dello stato d’Israele;

            quali provvedimenti intenda adottare il Ministro degli affari esteri per prevenire ulteriori allestimenti scenici di lugubre gusto, organizzati da amministrazioni prigioniere di logiche politiche e non di pace tra i popoli;

            se il Ministro dell’interno intenda attivare le dovute indagini per la identificazione degli oratori che si sono alternati sul palco nel porto di Napoli ed accertare e/o eventuali reati connessi.

(4-02474)

 



Rettifiche

Nel Resoconto sommario e stenografico della 190a seduta pubblica, del 18 giugno 2002, a pagina 65, sotto il titolo: "Disegni di legge, annunzio di presentazione", al quarto capoverso, la parola "Costituzionale" è soppressa.