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Legislatura 17¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 810 del 20/04/2017


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza della vice presidente DI GIORGI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,32).

Si dia lettura del processo verbale.

BERGER, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta antimeridiana del giorno precedente.

Presidenza del presidente GRASSO (ore 9,34)

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 9,36).

Discussione del disegno di legge:

(2085) Legge annuale per il mercato e la concorrenza (Approvato dalla Camera dei deputati) (Collegato alla manovra finanziaria) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento) (Relazione orale)(ore 9,36)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2085, già approvato dalla Camera dei deputati.

I relatori, senatori Marino Luigi e Tomaselli, hanno chiesto l'autorizzazione a svolgere la relazione orale. Non facendosi osservazioni la richiesta si intende accolta.

Pertanto, ha facoltà di parlare il relatore, senatore Marino Luigi.

MARINO Luigi, relatore. Signor Presidente, si è molto discusso e polemizzato sui ritardi accumulati da questo disegno di legge e lo abbiamo fatto - cosa insolita - anche noi relatori.

Il ritardo è innegabile, perché macroscopico. Sino a maggio 2016, le cause potevano e dovevano essere ascritte a dati oggettivi: abbiamo compiuto 134 audizioni e sono stati presentati 1.739 emendamenti; abbiamo avuto un intreccio non virtuoso con i lavori di Assemblea e sono stati esaminati nel frattempo decreti-legge, voti di fiducia e una riforma costituzionale; vi sono stati anche un altro intreccio non virtuoso con i lavori della 5ª Commissione, anche a seguito delle tante - fino a quattro - riformulazioni dei testi, e infine l'avvicendamento del Ministro dello sviluppo economico.

L'anno che è quasi trascorso, però - dall'aprile-maggio 2016 ad oggi - ci rivela che questo provvedimento tocca temi sensibili e importanti, sui quali non le lobby, di cui dirò dopo, ma Governo e maggioranza - e quando uso questo termine sono generoso - hanno faticato a trovare momenti di sintesi, soprattutto all'avvicinarsi delle scadenze elettorali. Sulla scontistica assicurativa, sull'energia e la maggior tutela, sui farmaci e sulle farmacie, sulle società e sugli atti societari semplificati, nonché sulle piattaforme informatiche per i trasporti e per il turismo, il confronto è stato fin troppo ampio, carico di riflessioni e ripensamenti.

Da questo ritardo dobbiamo trarre un insegnamento: siamo di fronte a un provvedimento che ne assomma diversi, mette insieme più materie, investe più settori economici e spazia nel vasto mondo dei consumatori; forse, questo disegno di legge è stato eccessivamente caricato di attese. Nonostante su questa complessità si siano trovate le soluzioni più adeguate per un ammodernamento - e non per uno stravolgimento - del mercato, a ogni stormir di fronde della politica e dei suoi tempi il provvedimento segnava il passo. Il ritardo ha portato un groviglio di complicazioni politiche oltre che una fase di incertezza dell'economia reale.

Sono trascorsi quasi nove mesi da quando il testo, che oggi viene presentato in quest'Aula, è stato approvato dalla 10a Commissione. Il provvedimento che viene ora incardinato nell'Assemblea del Senato ha bisogno di riaggiustare le tante scadenze e i tempi di avvio delle liberalizzazioni previste; ha bisogno di limature, di cancellazioni di articoli già inseriti nel frattempo in altri provvedimenti, ha bisogno di alcune modifiche, integrazioni e miglioramenti legislativi.

A mio giudizio sarebbe stato ed è opportuno tornare in 10a Commissione per un veloce riesame e approvazione di un testo più pulito e funzionale (Applausi dai Gruppi AP-CpE e Misto), stante anche la disponibilità espressa in modo informale dalle opposizioni per un lavoro spedito e non ostruzionistico. Il lavoro dei relatori è stato improntato alla massima attenzione e collaborazione con tutti i Commissari della 10a Commissione.

Il provvedimento è uscito dal Consiglio dei Ministri con 32 articoli; il testo approvato dalla Camera era di 52 articoli, il testo uscito dalla 10a Commissione ne conta 75. Gli emendamenti sono passati dagli iniziali 1.200 a 1.739 finali; ne sono stati approvati 142, di cui più di una trentina provenienti dalle opposizioni politiche e non si tratta solamente di emendamenti di facciata. Questo è il segno di un lavoro proficuo e produttivo svolto in un clima sereno, pur nella distinzione dei ruoli e delle singole posizioni politiche. Diamo atto alle opposizioni di aver svolto con correttezza e senza ostruzionismo il proprio compito di critica e di proposta.

Si è parlato spesso, a sproposito, di lobby e di lobbisti. La 10a Commissione ha compiuto 134 audizioni tra associazioni d'impresa, sindacati, istituzioni pubbliche e qualche singola impresa. Le associazioni e i sindacati auditi rappresentano la struttura sociale, economica e di servizio del nostro Paese; sono forse troppi, sono ridondanti, ma sono sempre i corpi intermedi della nostra comunità nazionale portatori di interessi particolari, certamente, ma legittimi. Con queste realtà abbiamo intrattenuto contatti nella massima correttezza e trasparenza e nel rispetto della distinzione dei ruoli.

Sono dunque queste le malefiche lobby che bloccano e condizionano il Parlamento? Ci sono state, ci sono e ci saranno in futuro organizzazioni che cercheranno di influenzare dall'esterno le Istituzioni per favorire specifici e particolari interessi. Il problema non sono le lobby, ma è l'autonomia di giudizio del legislatore, che deve saper discernere e scegliere per il bene e la tutela della comunità. Nessun regolamento o statuto che sia potrà mai riuscire a limitare l'influenza delle lobby quanto il comportamento trasparente e integerrimo del parlamentare. Nel contrasto degli interessi in campo abbiamo avuto come stella polare sia la difesa dei consumatori sia la concorrenzialità tra le imprese, senza demagogia e preconcetti.

Non penso che le liberalizzazioni e le privatizzazioni siano la panacea di tutti i mali e che soprattutto siano riproducibili automaticamente in tutti i settori dell'economia. Non tutte le privatizzazioni e le liberalizzazioni del passato hanno evitato la nascita di monopoli e di oligopoli, anzi, queste trasformazioni hanno generato forti aumenti delle tariffe rispetto ai tassi inflattivi in fondamentali servizi essenziali a discapito di utenti e consumatori. (Applausi del senatore D'Ambrosio Lettieri).

Dunque, le liberalizzazioni vanno fatte laddove si ritenga che le dinamiche del mercato possano essere virtuose e feconde. Non è neppure vero che l'Italia sia il solito fanalino di coda; ricordo infatti che l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) colloca il nostro Paese al sesto posto tra le economie quanto ad apertura dei mercati. Inoltre, sia la Commissione europea che altre istituzioni internazionali ci ricordano che le riforme strutturali, ma anche il normale ammodernamento legislativo, incidono positivamente sull'incremento del PIL.

Da alcune parti politiche, debbo dire anche di maggioranza, e da parte di alcuni componenti del Governo e di alcuni commentatori che vanno per la maggiore è stato detto che questo disegno di legge è deludente, scarsamente incisivo e poco riformatore. Altri professionisti del dire hanno sostenuto, come già detto, che il Parlamento è stato bloccato e condizionato da lobby potenti e invadenti.

Alle anime belle, che ho l'impressione che scrivano e commentino più sulla base del sentito dire che della conoscenza del problema e dei testi normativi in discussione, vorremmo rispondere oggi, in questa sede, con i fatti. Questo disegno di legge non è, né poteva essere, una legge epocale. È una legge importante, importante per non pochi settori dell'economia italiana. Dalle "lenzuolate" (che, ricordo, risalgono all'inizio del 2007) ad oggi sono stati prodotti diversi provvedimenti o norme contenute nella legge di stabilità, che hanno contribuito a collocare l'Italia, come ricordavo prima, nella fascia alta delle medie europee quanto ad apertura dei mercati.

Il presente disegno di legge rafforza l'ammodernamento del mercato dei beni e dei servizi, e lo fa con concretezza e con attenzione sia al mondo delle imprese sia a quello, ben più vasto, dei consumatori, senza fuochi d'artificio o specchietti per le allodole. Pertanto, se essere poco riformatori significa introdurre risparmi in materia di assicurazione obbligatoria delle auto, rendere più trasparenti le denunce dei sinistri stradali, aumentare il contrasto delle frodi per diminuire le tariffe assicurative e estendere l'ultrattività; se essere poco riformisti significa inoltre passare al libero mercato nel gas e nell'energia elettrica con maggiori informazioni e confrontabilità dell'offerta e la garanzia per le fasce deboli e per l'utente finale; se essere poco riformatori significa eliminare molti vincoli nei contratti di telefonia mobile, intervenire sulla previdenza complementare a favore del lavoratore, sostenere la realizzazione di piccoli impianti fotovoltaici, intervenire attraverso una delega al Governo nei settori del trasporto e delle scatole nere, nel leasing e nella distribuzione dei carburanti; se essere poco riformisti significa intervenire sulle farmacie e sulle professioni (avvocati, notai e altri professionisti); se essere poco riformisti significa intervenire nel campo ecologico e in tanti altri settori economici a favore dei consumatori, ebbene, se essere poco riformatori significa fare tutto ciò, noi ammettiamo di essere poco riformatori. Sono normative fortemente innovative e riformatrici, che non possono non produrre effetti positivi e importanti sul mercato e con benefici significativi sui consumatori.

Con il collega, senatore Tomaselli, ci siamo divisi l'esposizione degli articoli, soprattutto di quelli discussi e modificati durante l'esame del provvedimento in Commissione. Nel poco tempo che mi rimane, velocemente cito quelli che mi toccano. L'articolo 16 incide sulla disciplina delle forme pensionistiche. Si prevede un tavolo di consultazione per avviare un processo di riforma della disciplina delle forme pensionistiche.

In Commissione abbiamo introdotto tre modifiche. La prima prevede che, in sede di contrattazione collettiva, si possa stabilire la percentuale minima di TFR da destinare alla previdenza complementare. La seconda costituisce un intervento di coordinamento in materia di riscatti. La terza inserisce tra gli scopi della riforma l'individuazione degli strumenti di informazione per l'educazione finanziaria.

L'articolo 18 è volto a rendere più semplici e trasparenti le operazioni legate al recesso e al trasferimento da un gestore all'altro dei cittadini utenti di servizi di telefonia, di reti televisive e di comunicazione. In Commissione è stato approvato un emendamento con cui si prevede che il recesso o il cambio di operatore deve, in ogni caso, potersi fare anche con modalità telematiche.

L'articolo 19, come modificato in Commissione, istituisce presso il Ministero dello sviluppo economico un registro per le cosiddette risorse nazionali di numerazione. L'obiettivo del registro è di censire gli operatori che vi fanno indirettamente ricorso.

Gli articoli 20 e 21 dovrebbero essere soppressi, perché già introdotti in altri provvedimenti.

L'articolo 22 non ha subìto modifiche rispetto al testo che ci proveniva dalla Camera dei deputati.

L'articolo 23 mira a promuovere la massima diffusione dei pagamenti digitali ed elettronici, inclusi i micropagamenti con credito telefonico, per l'acquisto di biglietti per l'accesso a istituti e luoghi di cultura o per manifestazioni culturali, di spettacolo e intrattenimento, ma anche per le erogazioni liberali alle organizzazioni senza scopo di lucro.

L'articolo 26 interviene sui cosiddetti diritti connessi al diritto d'autore, permettendo agli artisti interpreti esecutori di gestire i propri diritti, scegliendo liberamente gli intermediari.

L'articolo 27 sopprime l'attribuzione in esclusiva alla società Poste Italiane i servizi inerenti alle notificazioni e comunicazioni di atti giudiziari, nonché i servizi inerenti alle notificazioni delle violazioni del codice della strada.

L'articolo 48 è identico a quello che ci proviene dalla Camera.

Anche l'articolo 49 non ha subìto modifiche.

L'articolo 50 andrebbe soppresso, perché già previsto in altri provvedimenti.

L'articolo 51 riguarda la disciplina di vendita delle polizze assicurative accessorie.

L'articolo 52, introdotto dopo un ampio dibattito sia all'interno della Commissione che con il Governo, definisce pratiche di leasing, in linea con lo scopo e la natura del contratto, e fa chiarezza sui doveri del concedente e dell'utilizzatore del bene in locazione finanziaria.

L'articolo 53 reca misure per la concorrenza nella professione forense e prevede la costituzione di società tra avvocati e in particolare l'ingresso dei soci di capitale. I soci professionisti, cioè gli avvocati, devono rappresentare però almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto.

L'articolo 54 modifica i criteri che determinano il numero e la distribuzione dei notai sul territorio nazionale.

Gli ex articoli 43, 44 e 45, in materia di procedure ereditarie e modifiche alla disciplina delle società a responsabilità limitata, sono stati soppressi dalla Commissione, anche recependo le osservazioni del Procuratore nazionale antimafia.

L'articolo 55 è rimasto invariato rispetto all'indicazione che ci proveniva dalla Camera.

L'articolo 56, invece, recante disposizioni sulle professioni regolamentate, innova in tema di compenso per le prestazioni professionali. Al Senato è stato inserito un comma volto a restituire la possibilità di redigere e sottoscrivere gli atti catastali, sia urbani che rurali, ai soggetti iscritti nell'albo professionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati.

La Commissione ha approvato anche un articolo aggiuntivo, il 57, relativo all'esercizio dell'attività odontoiatrica, che andrebbe migliorato in questo passaggio in Assemblea.

L'articolo 58 prevede misure per incrementare la concorrenza nella distribuzione farmaceutica. La modifica apportata dalla Commissione prevede che le società possano controllare non più del 20 per cento delle farmacie della medesima Regione.

È stati poi introdotto un nuovo articolo 59, sempre in materia di diffusione di farmaci.

L'articolo 60 consente poi alle farmacie di rimanere aperte anche oltre gli orari e turni stabiliti.

L'articolo 61 prevede che gli albergatori che chiedono ospitalità sul portale delle agenzie di viaggio online possano offrire prezzi più bassi di quelli indicati sulla piattaforma digitale.

L'articolo 68 modifica il codice dei beni culturali e del paesaggio, cambiando le regole per la circolazione internazionale delle opere d'arte.

Sempre tra le novità ricordiamo l'articolo 69, che modifica le soglie per l'obbligo di comunicazione preventiva delle operazioni di concentrazione.

L'articolo 70, infine, abolisce l'obbligo di denuncia del deposito di prodotti per gli esercizi pubblici, quelli di intrattenimento pubblico, ricettivi e per i rifugi alpini. (Applausi dal Gruppo AP-CpE).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Tomaselli.

TOMASELLI, relatore. Signor Presidente, onorevoli colleghi, membri del Governo, come diceva il collega Luigi Marino, oggi giunge finalmente nell'Aula del Senato uno dei provvedimenti più complessi dell'intera legislatura per l'ampiezza dei temi trattati e nel contempo uno dei disegni di legge dall'iter parlamentare più controverso e tortuoso che si sia esaminato negli ultimi mesi.

Eppure, il testo che giunge oggi all'esame dell'Assemblea del Senato è frutto di un lavoro che in Commissione si è svolto, come ricordava il collega Marino e come desidero attestare anche io, in un clima di feconda collaborazione, al quale hanno potuto contribuire tutti gli attori coinvolti, a partire ovviamente dal Governo, che ringrazio, con la presenza costante del sottosegretario Gentile. In particolare, grazie alla determinazione della ministra Anna Finocchiaro, dello stesso ministro Calenda e immagino anche dello stesso presidente del Consiglio Paolo Gentiloni Silveri, oggi finalmente questo provvedimento è giunto all'esame dell'Assemblea, ma a questo lavoro hanno contribuito anche tutti i Gruppi parlamentari di maggioranza e di opposizione, che anche io desidero ringraziare per il clima positivo con cui si è potuto lavorare su un disegno di legge tanto complesso. Cito anche io le molte decine di soggetti istituzionali, dalle autorità ai soggetti associativi, economici e imprenditoriali auditi, che hanno concorso all'approfondimento dei contenuti. Si è trattato di un lavoro che ci ha visti discutere, a volte anche animatamente, nel merito di ogni singola questione per trovare insieme le soluzioni più utili e quanto più condivise sui numerosi e complessi temi presenti.

Quanto al tema della concorrenza, il disegno di legge, già nell'impianto originario con cui fu licenziato ormai due anni fa dall'allora Governo Renzi, aveva tra gli obiettivi prioritari quello di stimolare la crescita economica e di innalzare il livello di concorrenza in taluni settori produttivi e nel vasto campo dei servizi professionali. A nostro parere, il testo che oggi giunge all'esame del Senato non solo conferma tali obiettivi, ma in alcuni casi, anche grazie al lavoro fatto in Commissione e prima ancora dalla Camera dei deputati, ne ha rafforzato la valenza. Nel nostro Paese le difficoltà registrate nel corso degli ultimi anni nell'affrontare una così grave crisi tengono conto anche di limiti che sono presenti e a tutti noi noti, ostacoli di natura spesso trasversale che vengono frapposti alla libera concorrenza in diversi settori della nostra economia, in gran parte dovuti a resistenze corporative e ingiustificati alla luce dell'evoluzione dei mercati e della domanda, sempre più fluente, di beni e servizi, nonché a una regolamentazione interna degli stessi mercati per certi aspetti ormai superata ed ancorata a modelli di riferimento del passato.

Vasti sono i settori in cui negli ultimi anni il nostro Paese ha fatto salti in avanti, ma in altri comparti ci sono gravi ritardi e sono ancora presenti numerosi ostacoli da rimuovere: dai trasporti al credito alle assicurazioni, dallo stesso mondo dei servizi e delle professioni, al tema dell'energia che affrontiamo in questo provvedimento così corposo.

Come più volte evidenziato dalle stesse autorità di regolazione di settore, in particolare dalla stessa Autorità garante della concorrenza e del mercato, le barriere all'entrata, così come le regolamentazioni e le limitazioni poste all'attività d'impresa, frenano la libera iniziativa e limitano la più ampia diffusione di beni e servizi per cittadini e imprese e nel medio-lungo periodo determinano, per un verso, un aggravio di costo ai consumatori, che si può evitare e che è in parte ingiustificato e, per altro verso, un'insufficiente rispondenza del tessuto produttivo nazionale alle richieste di un mercato sempre più globalizzato ed esigente.

Quando parliamo di liberalizzazione e di apertura della concorrenza, teniamo ben chiaro come da un lato c'è il tema del mercato con regole più fluide, innovative e più aperte e, dall'altro, la stella polare dei consumatori che devono poter attingere, in un quadro più ampio di concorrenza, a servizi e prodotti a più basso costo e con maggiore qualità. Il trascinamento nel tempo di forti limiti all'espansione di principi e modalità di diffusione della pratica della concorrenza ha già prodotto gravi ripercussioni per il nostro tessuto economico e imprenditoriale. Sempre più di frequente il mancato incontro tra domanda interna di beni e servizi e offerta si risolve con la fuga crescente di consumatori verso altre economie, a cominciare da quella digitale, che sta sostituendo sempre più servizi tradizionali.

Tutto ciò a noi è stato chiaro sin dall'inizio e queste sono le premesse con le quali ci siamo approcciati a un provvedimento complesso, ma di cui avevamo chiaro il valore per contribuire a rinnovare e rafforzare l'economia italiana e per evitare il rischio di rimanere drammaticamente indietro rispetto ad altri Paesi maggiormente sviluppati e più aperti alle opportunità che il mondo nuovo oggi sempre più offre.

Alla luce di queste brevi considerazioni, non vi è dubbio che una regolamentazione meno restrittiva e la rimozione delle barriere all'entrata e dei vincoli che gravano sulle imprese sono fattori in grado di contribuire a una libera iniziativa economica più aperta, di produrre quel tanto atteso incremento dei tassi di investimento di lungo periodo, di dare impulso alla crescita della produttività dei fattori, di ampliare l'offerta di beni e servizi a prezzi contenuti e, per questa via, di generare quindi maggiore reddito e occupazione. Il lavoro fin qui svolto risponde a tale idea di intervento di liberalizzazione e le misure adottate sono frutto di un'approfondita attività istruttoria che abbiamo potuto promuovere grazie anche al contributo delle stesse autorità, che il collega Marino ha richiamato e che ha impegnato la Commissione in un lunghissimo ciclo di audizioni e di confronti.

Entrando nel merito di alcune misure - consegnerò il testo integrale, che ora sintetizzerò per grandi linee - e analizzando alcune misure contenute nel provvedimento, emerge in tutta evidenza l'intenzione di affrontare la problematicità della concorrenza non in ordine sparso, ma in modo articolato, ossia intervenendo sia sui cosiddetti settori a rete e sugli oligopoli e sia sui settori protetti o a entrata regolata. Seguo questo schema per rendere l'idea dell'ambizione di un provvedimento, che è stato accompagnato anche da molte polemiche e da alcuni fraintendimenti, ma che considero utile al Paese.

Il primo gruppo di misure riguarda gli interventi nei cosiddetti settori a rete, ossia quelli nei quali lo svolgimento dell'attività economica da parte di più soggetti in competizione tra loro richiede l'uso e la condivisione di infrastrutture che non sarebbe efficiente duplicare. Si pensi, ad esempio, al tema dell'energia elettrica, del gas e del carburante.

Relativamente al tema dell'energia, uno dei più corposi presenti all'interno di questo provvedimento, si introducono importanti innovazioni. Tra queste le più significative riguardano in prospettiva la cessazione della vigente disciplina transitoria dei prezzi dell'energia elettrica e del gas e il passaggio al libero mercato dei clienti finali, con la conseguenza piena liberalizzazione dei mercati di vendita al dettaglio. Vorrei recuperare l'aggettivo. Ciò che stiamo vivendo da almeno dieci anni è un regime transitorio. Lo dico rispetto anche alle discussioni e alle polemiche pubbliche che hanno accompagnato il cosiddetto superamento della maggior tutela. Non è facoltativo che il Parlamento e il Governo italiano decidano di superare questo regime. È un regime nato dieci anni fa per garantire una fase transitoria di accompagnamento alla piena liberalizzazione dei mercati che risponde non solo alle regole comunitarie, ma anche al disegno di liberalizzazione di questo vasto settore di così grande impatto sull'economia e sulla vita delle imprese, dei cittadini e delle famiglie, cioè il settore dell'energia. Stiamo parlando del superamento di un regime che per troppi anni è stato transitorio e lo facciamo con le misure previste nell'originario disegno di legge del Governo, migliorate e rafforzate durante l'esame presso la Camera dei deputati e - se posso dire del tutto sommessamente - ancora più rafforzate e rese esplicite dal lavoro che abbiamo fatto in Commissione al Senato, con l'ambizione di mettere al centro di questo processo di liberalizzazione non il mercato, ma il consumatore, un consumatore consapevole che diventa protagonista delle sue scelte, così come hanno potuto fare i consumatori italiani nel corso di questi ultimi dieci o vent'anni in altri settori dell'economia italiana altrettanto importanti e delicati (penso, uno per tutti, al settore della telefonia).

Senza entrare nel dettaglio delle misure (le troverete nel testo che consegnerò), vorrei richiamare un concetto che mi pare fondamentale. Lo voglio dire a chi ha seguito il lungo iter di discussione del provvedimento sia sulla stampa nazionale, sia tra i consumatori, sia tra le forze politiche e lo dico con particolare sensibilità alle motivazioni che hanno accompagnato questo dibattito nel confronto qui, tra di noi, con particolare riferimento alle posizioni espresse dal Movimento 5 Stelle, con cui in Commissione abbiamo potuto tenere un rapporto assolutamente fecondo e positivo (voglio ringraziare in proposito i colleghi Castaldi e Girotto): non ci può essere preoccupazione, nel momento in cui costruiamo un sistema di regole che vuole accentuare l'elemento della liberalizzazione in un mercato così complesso come quello dell'energia, quando le regole mettono al centro non il mercato, i soggetti oligopolisti o le imprese, ma mettono al centro appunto il consumatore. Se leggerete non solo le nostre modeste relazioni, ma il testo del provvedimento, troverete un'articolazione di misure cospicua, che va nella direzione di mettere al centro, appunto, il consumatore. Si tratta di un percorso che è iniziato da lungo tempo, che noi abbiamo rafforzato e al cui interno parteciperanno, da qui a un anno e mezzo o a due anni (si pensa ad un'ulteriore proroga dell'avvio di questo processo al luglio del 2019), il Ministero dello sviluppo economico, l'Autorità per l'energia elettrica il gas e il sistema idrico, l'Autorità antitrust e le Commissioni parlamentari, con una serie numerosa di tutele e garanzie. La parte che riguarda l'energia è forse una delle parti più significative di questo provvedimento, al cui interno credo ci siano regole, garanzie e tutele perché questo processo abbia successo.

Continuando nell'esame di alcune delle misure che abbiamo individuato, penso al tema delle assicurazioni, ossia a quel campo che abbiamo definito degli oligopoli, ovvero un sistema in cui alcuni settori e alcune imprese svolgono una funzione oligopolistica. Anche qui sono state introdotte misure significative, rafforzando le misure previste originariamente. In tale ambito, le misure di concorrenza si concentrano in particolare sul riconoscimento di sconti e riduzioni dei costi delle polizze e sulle misure di repressione delle frodi, che rappresentano uno dei fattori determinanti dell'incremento annuale dei costi delle polizze. I benefici attesi dai cittadini e dalle imprese appaiono a nostro parere di grande rilievo. Abbiamo rafforzato il ruolo dell'Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS) come autorità di regolazione e abbiamo inserito meccanismi, procedure e regole di trasparenza perché questi obiettivi siano raggiunti (li potrete leggere nel testo).

Il terzo e ultimo grande comparto su cui interveniamo è quello dei cosiddetti settori a entrata regolata. Su questo si è soffermato il collega Marino, dato che molti dei settori coinvolti riguardano il sistema delle professioni, ma voglio richiamare un altro tema importante, quello dei trasporti. Abbiamo inserito una delega al Governo ad attuare, da qui ai prossimi mesi, una riforma del settore dei trasporti non di linea: un tema complesso, molto discusso, di grande impatto sulla vita dei cittadini e delle città. Nel merito, penso sia maturo il tempo per una regolamentazione - mi sia consentito dire - moderna, efficiente, non ipocrita, di un sistema dei trasporti non di linea che vede più soggetti protagonisti. Il ruolo principale - che nessuno ha mai inteso mettere in discussione, ma che tutti vogliamo rendere più moderno - è quello esercitato dal servizio taxi, ma sarebbe ipocrita non cogliere le novità del tempo che derivano dall'affermazione, sempre più significativa nella vita quotidiana di ognuno di noi, dei sistemi digitali e quindi delle applicazioni web. Si tratta di un tema che non si può risolvere con un contenzioso giudiziario sine die, che può e deve regolare la presenza nel nostro Paese - certamente anche dentro un quadro di regole comunitarie - di attori che sono entrati in questi come in altri servizi utilizzando le applicazioni web. Penso a Uber, così come a una regolazione moderna, non ipocrita, al passo con i tempi degli NCC, che non è più possibile immaginare di normare con leggi di trent'anni fa. Lo facciamo con una delega, al cui interno sono previsti parametri e principi a cui il Governo dovrà attenersi, che dovrà portare, da qui ai prossimi mesi, alla definitiva assunzione di responsabilità degli attori istituzionali, Governo e Parlamento, nel regolare in termini moderni ad efficienti questo settore, così complesso, della vita quotidiana di tutti noi.

Molti si sono domandati, a proposito di questo provvedimento, se si poteva fare di più. Io rispondo ovviamente di sì: si poteva fare molto di più, ma immagino che questo sia soltanto - ne sono certo - il primo tassello di un percorso che, attraverso le prossime leggi sulla concorrenza (che anch'io, come tutti, mi auguro possano davvero essere annuali), nei prossimi mesi e anni porterà inevitabilmente a rimuovere gli ulteriori ostacoli che si frappongono alla più solida apertura dei mercati, innescando un circolo virtuoso di maggiore competitività e crescita. Una parte del lavoro che spetta a tutti noi qui è stato fatto, pur tra ostacoli non lievi, a cominciare dai tempi di esame e di approvazione moltiplicatisi del tutto inopinatamente, com'è già stato ricordato.

Per quanto mi riguarda, sento la necessità - lo dico senza infingimenti e assumendomi la mia parte di responsabilità, insieme al collega Marino - di chiedere scusa al Senato, ai cittadini, ai soggetti economici del nostro Paese che attendono l'entrata in vigore di alcune di queste norme per poter avere delle opportunità.

Quando parliamo di apertura dei mercati, di attenzione ai consumatori, di liberalizzazioni, a me viene in mente questo tema: costruire condizioni di maggiore opportunità. Le nostre responsabilità - che voglio citare per correttezza istituzionale, pur avendone di meno rispetto ad altri attori politici e istituzionali che hanno concorso a questo impasse - non ci esimono, però, dal ricordare la bontà del lavoro che abbiamo fatto e che voglio rivendicare. Sono tra coloro che pensano che, a volte, cercare il meglio è nemico del bene. Per tale ragione, auspico che questo lavoro possa essere coronato da una rapida approvazione, nell'Aula del Senato, del testo che oggi consegniamo.

Il provvedimento contiene arricchimenti e rimodulazioni che alcuni colleghi hanno proposto, presenti anche nei numerosi emendamenti depositati in Aula. Nel corso dell'iter che si svolgerà nei prossimi giorni si vedrà quale sarà lo sbocco finale del voto in Aula. Ci sono rimodulazioni riguardanti i temi delle assicurazioni e delle energie, che sono arricchimenti che vanno nella direzione di aumentare l'attenzione nei confronti dei consumatori e dell'apertura del mercato, cui noi relatori abbiamo dato dal primo momento parere favorevole e che abbiamo fatte nostre. Se decideremo di votare gli emendamenti, su di esse sarà espresso parere favorevole; mi auguro comunque che quelle rimodulazioni, che il Governo conosce perché ne abbiamo discusso lungamente insieme, possano trovare spazio se non in questo provvedimento in uno immediatamente prossimo, perché si tratta di arricchimenti e rimodulazioni che abbiamo condiviso.

Signor Presidente, mi avvio a concludere. Nonostante tutto ciò, come ha ricordato il collega Luigi Marino, noi relatori abbiamo tenuto un coerente profilo istituzionale, consci della responsabilità di dover gestire un così importante provvedimento, mai cedendo al desidero di replicare alle varie valutazioni, alcune del tutto gratuite, che in numerose occasioni pubbliche abbiamo letto sulla stampa, a cominciare da quella di un presunto svuotamento della portata liberalizzatrice del disegno di legge in esame.

Quando si parla di svuotamento di un provvedimento - lo voglio dire anche a qualche collega, sempre in maniera molto sommessa e del tutto educata - si immagina che si sia deciso di togliere qualcosa che c'era. A mia memoria, pur essendo passato un po' di tempo da quando abbiamo iniziato l'esame del provvedimento, non ho notizia di misure liberalizzatrici che, ad opera nostra, del Governo o durante l'esame parlamentare in Commissione siano state tolte nel corso del lungo iter. Anzi, mi sia consentito rivendicare che su temi molto importanti e significativi come quelli delle assicurazioni, dell'energia, dei servizi professionali, delle farmacie, del credito e dei trasporti, è avvenuto esattamente il contrario. Abbiamo tenuto dritta la barra dell'apertura dei mercati a una più ampia concorrenza, in uno con la individuazione di un adeguato sistema di garanzie per i consumatori e gli utenti che possa evitare loro distorsioni e penalizzazioni. Si è trattato di una sfida non facile, in presenza di temi di così largo interesse per il Paese, su cui assistiamo a un continuo braccio di ferro tra interessi legittimi, per quanto contrapposti.

Semmai abbiamo il rimpianto di non essere riusciti, in ragione dell'iter così complicato, ad arricchire ulteriormente il provvedimento con misure che negli ultimi mesi ci sono state sottoposte dal dibattito pubblico o dallo stesso confronto parlamentare. Penso, per fare alcuni esempi, a una norma di regolamentazione delle lobby che avremmo voluto (e sarebbe stato forse utile) inserire nel provvedimento, dove avrebbe trovato la sua naturale collocazione. Penso anche al tema controverso, ma non più rinviabile, di una complessiva regolamentazione dell'economia digitale legata alle cosiddette applicazioni web, dai trasporti alla sharing economy. Si tratta di temi enormi che mi auguro possano trovare una soluzione legislativa moderna ed equilibrata nei prossimi mesi.

Purtroppo, il disegno di legge in esame è diventato negli ultimi mesi il crocevia di discussioni politiche che, per quanto legittime, sono apparse e credo siano del tutto ultronee rispetto al merito delle misure in esso contenute. Ora si tratta di proseguire con convinzione su questo percorso, con il contributo di tutti, a cominciare dall'augurio che, facendo tesoro di errori e inciampi, la prossima legge sulla concorrenza sia magari meno ambiziosa, ma più snella e mirata e, quindi, più incisiva.

Per queste ragioni, mi auguro che il Senato voglia approvare al più presto il disegno di legge in esame e chiedo l'autorizzazione a consegnare il testo scritto del mio intervento affinché sia allegato al Resoconto della seduta odierna. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Gambaro).

PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto di istruzione superiore «Via dei Papareschi» di Roma, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione del disegno di legge n. 2085 (ore 10,20)

CASTALDI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Su cosa intende intervenire, senatore Castaldi?

CASTALDI (M5S). Signor Presidente, desidero intervenire brevemente sulla relazione appena svolta.

PRESIDENTE. Senatore Castaldi, come sa, il seguito della discussione del disegno di legge in titolo è rinviato ad altra seduta. Potrà certamente intervenire in quell'occasione.

CASTALDI (M5S). Signor Presidente, le chiedo di poter intervenire brevemente sull'ordine dei lavori, senza inficiare quello che hanno deciso la Conferenza dei Capigruppo e la Presidenza.

Se mi permette vorrei ringraziare i relatori per la correttezza dimostrata anche oggi, riconoscendo il lavoro delle opposizioni e, nello specifico, del Movimento 5 Stelle. Voglio però sottolineare che questo è comunque il provvedimento delle occasioni perse, con le sfide tra Ministeri ed ex Ministri, i conflitti di interesse e le lobby, che purtroppo hanno ancora il loro peso. Noi - lo dico con soddisfazione - siamo riusciti ad ottenere delle regole chiare nella giungla dei servizi per la telefonia...

PRESIDENTE. Senatore Castaldi, avrà modo di ampliare queste sue considerazioni quando inizierà la discussione generale. Purtroppo, in questo momento è precluso qualsiasi intervento sotto questo profilo. Le ho dato modo di esprimere le sue indicazioni, adesso dobbiamo passare ad un altro punto all'ordine del giorno.

CASTALDI (M5S). La ringrazio, signor Presidente.

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione del disegno di legge in titolo ad altra seduta.

Discussione delle dimissioni presentate dai senatori Minzolini e Vacciano (ore 10,22)

Approvazione delle dimissioni del senatore Minzolini. Reiezione delle dimissioni del senatore Vacciano

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Votazione sulle dimissioni presentate dai senatori Minzolini e Vacciano».

Con lettera pervenuta alla Presidenza in data 28 marzo 2017, il senatore Minzolini ha comunicato di rassegnare le proprie dimissioni da senatore della Repubblica.

Ha chiesto di intervenire il senatore Minzolini. Ne ha facoltà.

MINZOLINI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, colleghi senatori, credo che sia necessaria, innanzitutto, una riflessione su quanto è accaduto il 16 marzo scorso in quest'Assemblea, su una vicenda - lasciatemelo dire ancora - paradossale, una storia che si è occupata delle spese per pranzi di lavoro pagati con una carta di credito datami dalla RAI come benefit, spese che l'azienda ha contestato dopo 18 mesi e che ho restituito prontamente. Per questa storia, qualcuno voleva farmi decadere.

Ebbene, dico subito che la discussione e il voto sulla mia decadenza sono stati, a parer mio, una bella pagina, che ha dato prestigio a questa istituzione. In quell'occasione, infatti, il Senato è tornato ad avere un approccio corretto sulle tematiche della giustizia, è tornato ad assumere il compito che gli compete e che la Costituzione gli affida. Per questo mi corre l'obbligo di ringraziare questa Assemblea, nella sua interezza. Ringrazio tutti i colleghi che siedono accanto a me e che hanno individuato nel garantismo e nell'esigenza di una giustizia giusta gli obiettivi della loro azione politica, indipendentemente dalla loro collocazione: all'opposizione, come Forza Italia o in maggioranza, come le altre anime del centro moderato. Ringrazio anche i colleghi della Lega, che sono riusciti ad anteporre questi obiettivi di civiltà, al puro e semplice calcolo politico. Ma un ringraziamento particolare va, soprattutto, a chi siede ai banchi opposti di questo emiciclo. Innanzitutto al PD che, nella scelta di dare al proprio Gruppo la libertà di coscienza su un tema così delicato, che riguarda la vicenda personale di un membro del Parlamento, ha fatto un passo in avanti importante sulla strada del garantismo, specie quei 19 senatori che, a voto palese, esprimendo a viso aperto un giudizio estraneo ad ogni logica di schieramento, hanno riaffermato il diritto del Senato di entrare nel merito della vicenda giudiziaria di un suo membro, per verificare se non è stata condizionata da un fumus persecutionis o da un pregiudizio politico. È stata una prova di coraggio di non poco conto, specie nell'Italia di oggi, che ridà respiro non solo alle istituzioni, ma alla politica intera. Ringrazio anche chi si è astenuto, esprimendo in questo modo i propri dubbi su una vicenda che, nella mente di molti, al di là del voto espresso, ha lasciato tante perplessità; o chi, non partecipando al voto, ha segnalato lo stesso tipo di riserve, in modo differente.

E, in fondo, ringrazio anche chi ha votato a favore della mia decadenza, sia pure adducendo motivazioni diverse, perché mi dà l'opportunità di fare una riflessione, quanto mai necessaria, in questa fase delicata della storia del nostro Paese. C'è chi lo ha fatto, come il Movimento 5 Stelle, per rispetto - dicono - della legalità, in ossequio ad una visione in cui la legge è un ente estraneo alle cose del mondo, che va applicata sempre in un senso, senza tenere conto dei fatti specifici di ogni vicenda. Visto che è passata da poco la Pasqua, è una posizione che ricorda - mi sia concesso il paragone - le parole con cui il gran sacerdote del Tempio, Caifa, chiedeva la morte di Cristo: «Così dice la legge...». E c'è, poi, la singolare posizione di chi, pur riconoscendo che sul mio caso sussistano molte ombre, ha detto che avrebbe votato per la mia decadenza per opportunità. Un atteggiamento che, restando al processo a Cristo, lo dico con tutto il rispetto e la simpatia, ricorda Pilato. Un comportamento che, purtroppo, è alla base delle molte ingiustizie che la storia dell'umanità ha consumato.

Per fare il punto, il dato positivo di questa vicenda, oserei dire storico, è che il Senato si è espresso, per buona parte, non sulla base delle logiche di schieramento, ma delle convinzioni individuali di ogni suo membro. E lo ha fatto a scrutinio palese, alla luce del sole. Assumendosene la responsabilità. Questa è la vera conquista di quel giorno, che ci riporta agli albori della nostra Costituzione.

Il dato negativo, invece, è che molti, anche tra quelli che l'hanno difesa nel referendum del 4 dicembre scorso, la nostra Costituzione non la conoscono affatto. La ignora anche quel direttore di giornale, che ha avuto l'ardire di andare a spiegarla per tutto il Paese durante la campagna referendaria. Sono venti giorni che lo sfido, invano, a un confronto pubblico su questi temi. Fugge. Preferisce pontificare nei talk show del Belpaese, contro di me ma senza di me: una sorta di linciaggio mediatico in contumacia, a riprova dell'etica e della deontologia professionale di coloro che si propongono, spesso, come i paladini della libertà di stampa.

Passo oltre, appunto, per carità di professione, perché oggi mi preme riflettere su ben altro.

La principale accusa che è stata mossa contro quella decisione del Senato, è che non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, che la casta ha il brutto vizio di autoassolversi. Ora, a ben vedere, la mia vicenda processuale dimostra esattamente il contrario. Io, da comune cittadino sono stato assolto e, addirittura, un giudice ha obbligato la RAI a ridarmi i soldi. Entrato in politica sono stato condannato, con una pena superiore a quella chiesta in due gradi di giudizio dalla pubblica accusa: calibrata proprio per cacciarmi dalla politica. Sono dati di fatto.

Come un dato di fatto è che questi rischi, di una sovraesposizione della politica, sono stati valutati anche dai nostri Padri Costituenti, ben più lungimiranti dei loro successori. La legge Severino, come sapete, per la sua applicazione fa riferimento all'articolo 66 della Costituzione, che - lo dico a beneficio di chi non l'ha letto - è di una chiarezza esemplare. Recita, in sintesi, che la Camera di appartenenza, in questo caso il Senato, «giudica» le «cause sopraggiunte di incompatibilità» di uno dei suoi membri. «Giudica», appunto, cioè nella Carta viene usato il verbo che sostiene la funzione giurisdizionale. Insomma, valuta nel merito le cause, esprime un giudizio sui fatti. E, al di là del valore lessicale, è interessante rileggere il dibattito che i nostri Padri Costituenti fecero sul tema, per capire come l'intenzione fosse proprio quella di dare, in casi del genere, questo particolare potere al Parlamento.

L'Assemblea Costituente, infatti, si trovò a scegliere tra due verbi in quell'occasione: «verificare» e, appunto, «giudicare». E per quest'ultimo optarono, soprattutto, due padri della nostra Costituzione: il democristiano Giovanni Leone e, con ancor maggior fervore, il comunista Umberto Terracini, il quale disse: «La Camera ha una sovranità che non tollera neppure nelle cose di minore importanza una qualsiasi limitazione. Potrà trattarsi di una posizione di carattere simbolico; tuttavia essa significa che ogni intromissione, sia pure della magistratura, è da evitarsi», «È proprio il principio della sovranità popolare che si afferma nuovamente nella verifica dei poteri». Parole che non lasciano dubbi. E, magari, invece, stridono, con l'automatismo - tra sentenza e decadenza - che dovrebbe presiedere per molti a quella legge, pensata male e scritta peggio, che è la Severino. Un'applicazione siffatta, infatti, cozza con il dettato costituzionale. Delle due l'una: o si cambia la Severino o si cambia la Costituzione. Si badi bene, per evitare fraintendimenti: il Parlamento non ha il potere di interferire sulla pena (io sono, infatti, ai servizi sociali), ma ha la prerogativa di valutare gli effetti politici della sentenza, di sterilizzarli, se vi intravvede dietro una strumentalizzazione politica. L'articolo 66, infatti, è stato immaginato come uno strumento di compensazione, nella filosofia dell'equilibrio dei poteri prevista nella nostra Carta, proprio per evitare che l'autonomia della magistratura dal potere politico, che è un principio fondamentale della nostra Costituzione, non si trasformi in una sorta di subordinazione della politica alla magistratura.

Questo è il punto. Faccio qualche esempio. Se nel dopoguerra ci fosse stato quell'automatismo sentenza-decadenza che molti intravvedono nella legge Severino, Pietro Nenni non avrebbe potuto far parte dell'Assemblea costituente. Ed ancora, metà dei gruppi dirigenti comunisti e socialisti non sarebbero potuti entrare in Parlamento per reati legati alle manifestazioni di piazza.

Oggi la questione, purtroppo, è ancor più all'ordine del giorno. Per responsabilità di molti. Per colpa della politica, che in passato, da una parte, ha abusato dei suoi poteri e, dall'altra, non ha avuto il coraggio di difendere le proprie prerogative. Per colpa della magistratura che, nel tempo, in alcuni suoi settori, ha avuto un processo di politicizzazione che è davanti agli occhi di tutti (i sondaggi sono lì a dimostrarlo): quel che è successo a me, ad esempio, cioè di essere giudicato da un giudice che per venti anni è stato in Parlamento nel campo avverso, può accadere solo da noi. Un problema che denunciano anche magistrati come Davigo e Di Pietro e che la nuova legge approvata dalla Camera non risolve affatto.

E, infine, per colpa della cosiddetta piazza mediatica. Esattamente quarant'anni fa, nell'iconografia istituzionale, c'è l'immagine di Aldo Moro che ebbe il coraggio di dire a nome di chi era nelle istituzioni in quel tempo: «Non ci faremo processare sulle piazze». E quelle erano piazze fatte di uomini in carne e ossa. Un anno dopo ci fu il suo barbaro assassinio. Oggi a questa classe politica manca il coraggio di un Aldo Moro, che la difenda da una piazza mediatica virtuale, che viaggia in anonimo sul web, che condiziona Governi e istituzioni, celando sai quali interessi.

I rischi di questa degenerazione sono davanti agli occhi di tutti. Tutti i giorni. Il sistema è alla mercé di strumentalizzazioni, di vicende che allungano ombre e sospetti sulle nostre istituzioni. A cominciare da quell'interpretazione della Severino, che è servita ad eliminare dalla scena politica un leader come Silvio Berlusconi. E la constatazione, innegabile, che il personaggio Berlusconi resti centrale nel Paese è la prova più lampante che il destino politico delle persone non lo decidono gli strumenti dei legulei o le piazze mediatiche, ma il popolo. Semmai, c'è il rischio che il sistema, senza un presa di coscienza, senza un ravvedimento, collassi da solo, ma per ragioni completamente diverse da quelle che immagina l'onorevole Di Maio.

Ma vi rendete conto di cos'è successo la scorsa settimana? Un Paese come il nostro, che per venti anni è vissuto avendo come totem le intercettazioni, scopre che possono essere artefatte tranquillamente. Qui, in quest'Aula, non se ne è parlato ed è grave, perché la questione non riguarda l'inchiesta Consip (di quello si occuperanno i magistrati): riguarda, semmai, la constatazione che basta una modifica fatta su un brogliaccio per mettere a repentaglio un Governo, per mandare in tilt il nostro sistema. E può succedere a chiunque. Oggi è accaduto a Renzi, come in un passato recente, veicolata sullo stesso giornale, è apparsa un'intercettazione che metteva in imbarazzo il premier di allora, Berlusconi, nei confronti della Merkel: quella conversazione che è finita sui media di tutto il mondo, non è stata mai rinvenuta in alcun verbale, in alcun brogliaccio. Di fronte a vicende del genere si resta attoniti.

Su questo dovrebbe interrogarsi una classe politica degna di questo nome, come pure sul rischio che incombe su qualunque decisione assunta in un'amministrazione pubblica di trasformarsi, per un nonnulla, in un abuso d'ufficio. Per non parlare dei candidati a sindaco decisi da un tribunale. E invece si resta inermi, mentre il Paese declina. Ecco perché sono contento di quel voto di un mese fa sulla mia vicenda: perché dimostra che nulla è perduto, che questo Parlamento, quando vuole, è capace di difendere le proprie prerogative. In quel caso, almeno, lo ha fatto.

Ma veniamo alla vicenda della mia lettera di dimissioni, che non potevo introdurre senza questa premessa. Lo dico a lei, signor Presidente: sia chiaro che questa lettera è stata una mia libera scelta, un gesto coerente rispetto a un impegno che avevo preso prima davanti alla Giunta per le autorizzazioni a procedere e poi di fronte a quest'Assemblea. Io non ho alcun obbligo, se non verso ciò che ho detto.

Sarò ancora più categorico: questa non è la partita di ritorno di quel voto del 16 marzo; se fosse così, ritirerei quella lettera senza indugio. Quella partita i giustizialisti di ogni credo e gli interpreti di una Costituzione a proprio piacimento l'hanno già persa, punto.

Il mio, semmai, è un gesto coerente, perché credo che la coerenza in politica sia un valore e che sia fatta di gesti e non di parole. Non si può criticare un giorno sì e un altro pure la pensione dei parlamentari e poi, a tempo debito, intascarsela. Basterebbe un gesto: le dimissioni, ad esempio, dell'intero Gruppo parlamentare del Movimento 5 Stelle; a quel punto, si metterebbe fine alla legislatura e nessuno maturerebbe quella che, nell'immaginario artefatto di alcuni, è la tanto vituperata pensione. Ma i gesti richiedono coraggio: se non lo si ha, sarebbe meglio tacere. Il silenzio, in fondo, evita atteggiamenti ipocriti e furbeschi e, soprattutto, tutela la dignità. E, appunto, il primo passo per difendere la dignità delle istituzioni, per chi è presente in quest'Aula, è essere consapevole del proprio ruolo, del perché è qui e di chi rappresenta. Nella società c'è chi è legittimato nella propria funzione dal superamento di un concorso o di un esame per accedere a un ordine professionale. Chi siede in questi scranni, invece, è legittimato dalla volontà popolare: anche con la peggiore delle leggi elettorali, è arrivato qui perché milioni di persone hanno deposto nell'urna una scheda e non lo deve dimenticare (lo sapevano bene il comunista Terracini e il cattolico Aldo Moro): deve assolvere ai tanti doveri che ha verso chi l'ha eletto, ma anche difendere le prerogative delle istituzioni che rappresenta e deve farlo con coraggio, perché la politica non è un mestiere, ma innanzi tutto una missione. Solo se si ha questa consapevolezza vale la pena restare qua.

Per questo, forse, l'epigrafe che bisognerebbe apporre sulla parete di quest'Aula e l'esortazione che dovrebbero tenere bene a mente laici e cattolici è quella di un Papa che con la sua azione ha cambiato la storia del secolo scorso e che in quei tempi difficili fece dell'impossibile il proprio credo: «Non abbiate paura». Già, lo dico a tutti: non abbiate paura, perché il peggior peccato per chi vive nelle istituzioni è la viltà. (Applausi dai Gruppi FI-PdL XVII, Misto, AP-CpE e GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI) e del senatore Broglia. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione sulle dimissioni presentate dal senatore Minzolini.

BENCINI (Misto-Idv). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BENCINI (Misto-Idv). Signor Presidente, onorevoli colleghi, senatore Minzolini, sarà che ho un trascorso da dimissionaria; sarà che ho molto a cuore l'indipendenza dei rappresentanti della Nazione e il loro libero mandato; sarà che quest'esperienza in Parlamento mi ha aiutato a comprendere la differenza tra privilegi e prerogative, insegnandomi a lottare contro i primi, senza pregiudicare i secondi; oppure sarà che ritengo grande la nostra responsabilità ed enorme l'onore che dobbiamo provare nell'assolvere all'incarico di parlamentari, per cui solo gravissime ragioni personali dovrebbero portare alle dimissioni da un impegno così importante. Sarà un po' tutto questo, ma stavo riflettendo che intervengo praticamente sempre sulle dimissioni di un collega, forse perché casi diversi si intrecciano a considerazioni diverse e magari anche a voti diversi. Funziona così: si analizza il caso e si traggono conclusioni, che non possono essere necessariamente sempre le stesse, altrimenti cosa analizzeremmo a fare i casi? E così è stato anche nel cosiddetto caso Minzolini: non si trattava di salvare, condannare o assolvere un parlamentare; bisognava valutare se, nel caso specifico, la prerogativa parlamentare volta a preservare l'indipendenza tra i poteri fosse interessata oppure no.

E indirettamente, tramite il caso Minzolini, quest'Assemblea ha mandato un messaggio politico chiaro: la questione dei magistrati che dopo un'esperienza politica tornano a fare il loro vecchio mestiere e magari si trovano a giudicare ex avversari politici, rappresenta un problema serio e non solo perché la questione riguarda un parlamentare, come invece vuol far intendere la solita propaganda populista. Il problema è serio anche per la credibilità e l'autorevolezza della magistratura e per la serenità e la tutela di ogni singolo cittadino.

Tuttavia, com'era facile aspettarsi a seguito di quel voto dell'Assemblea, abbiamo assistito a un vero e proprio linciaggio mediatico, alimentato dal solito cinico gioco al massacro di chi specula sulla rabbia della gente e sulla disinformazione. Chi conosce bene le dinamiche sui social ha pensato di sfruttarle postando le facce e i nomi di chi si era macchiato del grande crimine: votare a favore di Minzolini. Anche alcuni quotidiani hanno favorito, con articoli ad hoc, la solita caccia alle streghe, che poi, immancabilmente, si scatena sui social con minacce e offese senza pari. Perché succede questo? Da una parte, c'è sicuramente chi specula, politicamente, in termini di demagogia ed, economicamente, in termini di lettori; dall'altra parte, sicuramente c'è una ipersensibilità da parte dei cittadini nei confronti di tutto ciò che appare come difesa della casta, scaturita da troppi casi, poco onorevoli, che hanno coinvolto il cosiddetto Palazzo.

Ecco quindi che il gesto del collega Minzolini di rassegnare, come promesso, le sue dimissioni, risulta generoso e meritorio, dà maggiore forza alla sua battaglia politica perché disinnesca la polemica sulla difesa di un privilegio ed è rispettosa della sentenza della magistratura.

Il collega Minzolini ci ha offerto la possibilità di difendere una giusta battaglia politica e una prerogativa costituzionale e ci offre adesso quella di smentire i demagoghi. È una lezione di stile che non intendo rovinare votando contro le sue dimissioni.

*QUAGLIARIELLO (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

QUAGLIARIELLO (GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)). Signor Presidente, vorrei mettere a punto alcuni elementi, che emergono dall'intervento del senatore Minzolini, in maniera possibilmente puntuale.

Per quanto riguarda il primo e più importante, ringrazio il senatore Minzolini perché ci ha richiamato alla lezione dei Padri costituenti e ci ha ricordato che nell'ordinamento le prerogative di quest'Assemblea - le prerogative del Senato - non sono state pensate come privilegi, ma come un elemento di un equilibrio costituzionale che in quel momento storico, dopo l'uscita dal Ventennio, offriva un ambito di autonomia al potere giudiziario difficilmente riscontrabile in qualsiasi altro ordinamento costituzionale. Un ambito di autonomia giustificato per come quel potere era stato trattato ed era stato sottomesso al potere esecutivo durante i venti anni precedenti. All'interno di un equilibrio costituzionale - perché le Costituzioni sono equilibrio - quell'incredibile autonomia veniva per l'appunto in qualche modo "equilibrata" e condizionata da garanzie particolari che venivano offerte ai rappresentanti del popolo. Era un modo per tenere in equilibrio due poteri, non per dare delle prerogative speciali, e tantomeno dei privilegi, a deputati e senatori. L'equilibrio costituzionale è un problema sempre attuale, che dovremmo sempre tener presente e dobbiamo tener presente anche in questa occasione.

Il secondo elemento che viene fuori dalle parole che abbiamo udito e da tutta questa vicenda è il rapporto tra i magistrati e la politica, sul quale tra breve ci interrogheremo. Io credo che ci siano tutti gli elementi per evitare gli eccessi di diverso segno con i quali ci stiamo confrontando in questi giorni. Da una parte far finta che questo problema non esista, laddove abbiamo visto che in vicende come questa il problema si pone, magari a volte anche per conseguenza non voluta, ma oggettivamente si pone. Dall'altra parte io credo che sia altrettanto da criticare il proposito di privare di un mestiere chi, da magistrato, entra in politica, in questo modo condizionandolo di fatto a dovervi rimanere obbligatoriamente.

Io credo vi sia una opzione differente, per la quale chi fa la scelta, da magistrato, di entrare in politica, può poi trovare una degna collocazione all'interno della pubblica amministrazione in una funzione differente, salvaguardando il fatto di avere vinto e superato un concorso e, allo stesso tempo, di avere assunto, in un momento della propria vita, per ragioni anche nobili, una posizione di parte che oggettivamente lo condiziona e che gli rende impossibile tornare a svolgere lo stesso medesimo lavoro che aveva svolto precedentemente.

Questi sono elementi di sfondo. Poi vi è un dato che invece ci richiama direttamente a questa vicenda e al voto di oggi. Il voto che noi abbiamo espresso qualche tempo fa ha avuto un fortissimo significato politico. Delle parole del senatore Minzolini, ciò che più condivido è che bisogna in tutti i modi evitare che quella di oggi sia vissuta come una sorta di partita di ritorno di quella che si è svolta alcune settimane fa. Noi ci troviamo di fronte a un dato, a una lettera di dimissioni che è stata volontariamente scritta, ma ci troviamo anche di fronte alla circostanza per la quale un accoglimento di quella volontà possa essere interpretata come una partita di ritorno.

Signor Presidente, oggi noi riusciamo a comprendere e a scoprire anche la saggezza della tradizione parlamentare, perché i Parlamenti e le istituzioni sono passione, ma sono anche tradizione. E questa tradizione, prima di metterla sotto i piedi, bisogna ben considerarla. C'è una vecchia consuetudine per la quale, quando un collega presenta volontariamente le dimissioni, l'Aula la prima volta le respinge, la seconda le accetta. E questo proprio per evitare che quell'atto possa essere politicizzato.

Questa è la ragione per la quale, personalmente, io oggi voterò contro le dimissioni del senatore Minzolini, pronto a votare a favore se egli reitererà il gesto di volere dimettersi. (Applausi dai Gruppi GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI) e FI-PdL XVII).

FALANGA (ALA-SCCLP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FALANGA (ALA-SCCLP). Signor Presidente, il senatore Minzolini ha svolto un intervento questa mattina collegando il voto sulle sue dimissioni al voto espresso qualche tempo fa sulla sua decadenza.

Io non credo che sia stato un intervento condivisibile, perché noi quest'oggi votiamo sulle lettere di dimissioni dei senatori Minzolini e Vacciano. Le motivazioni che hanno addotto entrambi i senatori nelle lettere di dimissioni sono gli argomenti da esaminare, e non gli altri che sono stati oggetto della precedente votazione.

Il senatore Quagliariello ha poc'anzi ricordato che per prassi parlamentare le dimissioni sono state sempre, nella storia del Parlamento, rigettate in prima votazione ed eventualmente accolte nella seconda, ovvero se la richiesta di dimissioni viene reiterata.

Perché ritengo che non si debba creare un collegamento tra il voto sulla decadenza e il voto di oggi sulle dimissioni? Se si compisse questa operazione e vi fosse un voto che accoglie le dimissioni, ciò darebbe adito a un'interpretazione di quel voto sulla decadenza che certamente non farebbe onore al Senato. Si potrebbe immaginare che quello sia stato un voto eversivo, ovvero un voto espresso volontariamente dalla politica di non rispettare le leggi.

Già in quell'occasione ebbi modo di dire che - a mio avviso - per quanto la legge Severino imponga ope legis la decadenza, la circostanza rilevante che comunque la decadenza è affidata a un voto del Senato vuol dire che il Parlamento si è riservato uno spazio decisionale, al di là dell'automatismo della legge. Ragionare diversamente significa esprimere non tanto un voto avente un senso di partita di ritorno, quanto una sorta di pentimento. E il pentimento nella nostra cultura cattolica è in un certo senso una pratica assolutoria: commetto peccato, poi mi pento e, dopo il pentimento, sono libero da ogni censura e responsabilità.

Non credo che quei senatori, che hanno votato sulla decadenza di Minzolini, rigettandola con voto contrario, oggi invece, sulla base di un movimento popolare e di un'agitazione da giustizialismo di popolo, intendano accoglierle ed esprimano pentimento. Se così è, sconfessano loro stessi e denotano una cultura certamente non adeguata all'alto ruolo istituzionale di coloro che siedono in quest'Aula.

Ricordo la frase di un parlamentare che non c'è più, di cui conservo ancora un ricordo straordinario per la sua magnificenza. Mi riferisco all'onorevole Filippo Mancuso, il quale disse in un suo intervento in Aula - io sedevo al suo fianco - che la giustizia di popolo è giustizia tribale. Ebbene, se la giustizia tribale ha condizionato oggi quei senatori che hanno votato contro la decadenza del senatore Minzolini, devo confermare il mio convincimento che aveva ragione l'onorevole Mancuso, ma devo - ahimè - prendere anche atto che in quest'Aula ci sono uomini e donne che non hanno il coraggio delle proprie azioni.

Oggi, per la prima volta, Minzolini chiede di dimettersi. Noi, per prassi parlamentare, per la prima volta dobbiamo rigettarle. Lo ha anticipato il senatore Quagliariello, ma lo dico anch'io: ove mai dovessimo trovarci di nuovo di fronte a una lettera di dimissioni del senatore Minzolini, allora voterò a favore.

Allo stesso modo, di qui a qualche momento, voterò a favore delle dimissioni del senatore Vacciano perché, nonostante il mio straordinario apprezzamento nei suoi confronti, non posso costringerlo a stare in quest'Aula contro la sua volontà.

Ho quindi anticipato in un unico intervento il mio voto contrario alle dimissioni del senatore Minzolini e il voto favorevole, ma con rammarico, alle dimissioni del senatore Vacciano.

D'ASCOLA (AP-CpE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ASCOLA (AP-CpE). Signor Presidente, anticipo il voto contrario alle dimissioni del senatore Minzolini per il Gruppo di Alternativa Popolare a cui appartengo.

Ritengo vi sia una netta connessione di valore tra il voto contrario alla dichiarazione di decadenza e le dimissioni presentate dal senatore Minzolini. Tra quel voto che ha espresso chiaramente la volontà del Parlamento e le dimissioni di oggi deve esservi inevitabilmente una connessione eventualmente dimostrativa di un qualcosa di diverso intervenuto nel senso della modificazione di quel giudizio. Intendo dire che tra il voto contrario alla dichiarazione di decadenza e quello sulle dimissioni deve esservi una perfetta simmetria: non avrebbe senso votare a favore delle dimissioni per coloro i quali hanno votato contro la decadenza. Direi che non ha senso sul versante del diritto, perché non c'è alcuna ragione che oggi debba indurci a determinare una sorta di ribaltamento improprio di quel voto. Ma direi anche che non esiste alcuna ragione sul piano delle esigenze politiche.

Bisogna infatti dare una chiara collocazione alla lettera di dimissioni del senatore Minzolini nel contesto della vicenda che ci sta occupando. A me sembra - e non credo di sbagliare - che esse costituiscono un atto di umiltà doverosa da parte del senatore Minzolini: egli chiede ai parlamentari di pronunciarsi, al di fuori del contesto ben più conflittuale della dichiarazione di decadenza, sulla volontà di mantenerlo o no all'interno dell'Assemblea parlamentare. Questo è un gesto di umiltà, dimostrativo del fatto che il parlamentare non soltanto gode di quel voto contrario alla decadenza, ma per sua scelta personale, per sua iniziativa, mette le sue dimissioni al centro del dibattito parlamentare. E, se qualche ragione è intervenuta, essa eventualmente lo induce a presentare quelle dimissioni che, se accolte, lo porrebbero fuori dalle assemblee parlamentari.

Pertanto, se si dà questo significato alla lettera di dimissioni e, se nel dibattito non emerge alcuna ragione dimostrativa della necessità di modificare, per fatti concernenti il diritto e la valutazione politica, la composizione dell'attuale Assemblea legislativa alla quale noi apparteniamo, mi sembra che il risultato sia scontato. L'Assemblea si porrebbe in una situazione assolutamente inaccettabile di conflitto, con una valutazione ancora più approfondita e conflittuale, se oggi accettasse di accogliere quelle dimissioni che tra l'altro, nel significato del discorso del senatore Minzolini sono manifestazione non della volontà di non partecipare più a quest'Assemblea legislativa, ma soltanto della volontà di una persona perbene; una persona che dice che, se abbiamo ripensato al voto espresso, allora dobbiamo accogliere le sue dimissioni perché volontariamente si sottopone per la seconda volta, e in questa occasione volontariamente, al nostro giudizio.

Se nulla emerge in questa direzione mi sembra che il discorso sia davvero facile e in un certo senso scontato. Le tante cose che abbiamo sentito dire in un certo senso sono belle e costituiscono motivo per confermare che siamo una comunità. Esse, però, in qualche modo - se me lo consentite - sono superflue. Se nulla emerge nella direzione politica e in quella del diritto a modificare la nostra decisione, allora a un altro valore dobbiamo dare massima importanza nell'orientare il nostro voto: l'interesse collettivo, politico questa volta, alla integrità del plenum. Questo è il dato giuridico di riferimento.

Non c'è alcuna ragione per menomare il risultato delle elezioni accogliendo un'istanza di dimissioni che, nel senso del discorso pronunciato dal senatore Minzolini, che ha rivendicato l'ingiustizia del procedimento che ha portato alla sua richiesta di decadenza per insindacabilità sopravvenuta, non sta a significare che vuole uscire dal Parlamento. Si tratta, bensì, della rivendicazione della sua giusta posizione processuale, quella sulla quale siamo intervenuti in più di un'occasione, anche - mi pare di ricordare - immediatamente dopo l'esito del giudizio penale di condanna e che vuole solo essere una manifestazione di umiltà.

Per queste ragioni credo non ci sia alcun motivo per modificare il giudizio con il quale è stata rigettata la decadenza per l'insindacabilità sopravvenuta. Ma soprattutto non esiste alcuna ragione politica per valutare diversamente. Anzi, la ragione politica concernente il bene dell'integrità del plenum, che non è privilegio personale, ma è garanzia oggettiva concernente il rispetto della volontà popolare, più che mai oggi va difesa, nel senso per l'appunto indicato di rigettare la richiesta di dimissioni del senatore Minzolini. (Applausi dai Gruppi AP-CpE, FI-PdL XVII e GAL (GS, PpI, M, Id, E-E, MPL, RI)).

GUERRA (Art.1-MDP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GUERRA (Art.1-MDP). Signor Presidente, coerentemente con la posizione che il mio Gruppo ha già preso a suo tempo circa la necessità di applicare le norme sull'insindacabilità sopravvenuta introdotta della legge Severino, senza entrare nel merito processuale e astenendosi da ogni impropria interferenza nei confronti dell'attività svolta dalle competenti autorità giurisdizionali, il Gruppo Articolo 1 - Movimento democratico e progressista voterà oggi a favore della richiesta di decadenza del senatore Minzolini.

PRESIDENTE. Dimissioni.

GUERRA (Art.1-MDP). Sì, dimissioni. Mi scusi.

CRIMI (M5S). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CRIMI (M5S). Signor Presidente, ringrazio chi ci ascolta.

Quanto celebrato qualche settimana fa in questa Assemblea non è stato un momento di democrazia o di affermazione della sovranità del Parlamento. È stata una pagina buia, un momento in cui il Senato ha rinnegato se stesso. È stato un momento in cui il Parlamento ha votato qualcosa che va contro la legge che lo stesso Parlamento aveva votato. (Applausi dal Gruppo M5S).

La vera sovranità del Parlamento sta nel Parlamento che ha votato la legge Severino, quella che prevedeva la decadenza per chi riceve una certa condanna, decadenza che questa Assemblea ha deciso di non approvare.

Minzolini ha ringraziato proprio quel PD che l'ha salvato, disvelando ciò che già avevamo denunciato e l'ipocrisia del suo segretario, che il giorno dopo ha detto apertamente - come ci aspettavamo e come avevamo previsto - che avrebbe votato per la decadenza, di fatto smentendo i suoi stessi senatori, avendo molti della sua corrente votato contro la decadenza stessa. Lo avevamo previsto: nella conferenza stampa svolta immediatamente dopo la votazione avevamo detto che Renzi se ne sarebbe lavato le mani. Il vero Ponzio Pilato è Renzi. Avete scritto voi la legge Severino. Ed è stata pensata per evitare che questo Parlamento fosse pieno di condannati, perché in un periodo storico in questo Parlamento la maggioranza forse era composta da gente condannata rispetto alla totalità.

Qualcuno si è appellato alla Costituzione. Il senatore Minzolini dice che la Costituzione prevede che le Camere giudichino sulla decadenza, sulla permanenza, sui requisiti e sulle cause dei propri membri. È vero: quella Costituzione è stata scritta in un particolare momento storico - come qualcuno ha ricordato - per tutelare l'autonomia politica del Parlamento rispetto alle ingerenze delle altre forze, come il potere della magistratura. Tuttavia, la parte della Costituzione che contiene queste prerogative è stata svilita ed è stata sterilizzata dalla classe politica che oggi voi rappresentate pienamente nella sua massima espressione, così come avete fatto con altre leggi. Pensiamo al finanziamento pubblico ai partiti, che è nato con le buone intenzioni di consentire a chiunque di poter svolgere attività politica, e invece voi ne avete fatto un business, facendo diventare i partiti delle vere e proprie aziende finanziate dallo Stato. Noi non prendiamo soldi pubblici, di alcun tipo. (Applausi dal Gruppo M5S). Oppure pensiamo al finanziamento ai giornali, nato anch'esso con le buone intenzioni di consentire la libera informazione e poi diventato una mucca da mungere per fare gli interessi della propaganda di ogni singolo partito.

Vorrei poi rispondere alla provocazione del senatore Minzolini che potremmo presentare le dimissioni in massa: purtroppo non è così. Se fosse possibile interrompere la legislatura con le dimissioni in massa del Gruppo del Movimento 5 Stelle, lo faremmo non domani, ma lo avremmo fatto ieri. (Applausi dal Gruppo M5S). Forse dovrebbe chiedere ai suoi capi politici che cosa è successo nel 2013 quando si ventilava questa ipotesi. Qualcun altro in quest'Aula dovrebbe ricordare quando si ventilava l'ipotesi delle dimissioni di tutte le opposizioni, per mettere fine a quello che stava nascendo. In quel momento è stata la sua forza politica, senatore Minzolini, ad allargare le braccia e ad accogliere il PD in casa l'inciucione del Nazareno. (Applausi dal Gruppo M5S).

Ed è inutile nascondere che questa è la partita di ritorno di quel voto. Volenti o nolenti, è la partita di ritorno di quel voto, e non lo è tanto formalmente, quanto piuttosto nella sostanza. Questa è l'occasione per Renzi e il Partito Democratico di riscattarsi da quel voto e di potersi riverginare (Applausi dal Gruppo M5S), perché hanno capito quanto danno ha arrecato alla loro forza politica l'aver votato in quel modo. Noi su questo voto, coerentemente con quanto fatto nei confronti di tutte le altre dimissioni, di qualunque tipo e di qualunque forza politica, anche le nostre, voteremo a favore. E ricordo al senatore Falanga che quest'Aula si è pronunciata, alla prima votazione, a favore delle dimissioni del senatore Ignazio Marino o della senatrice Ghedini, quando l'interesse del partito andava al di là forse dell'interesse del singolo o del Parlamento. (Applausi dal Gruppo M5S).

Quindi, cerchiamo di non svilire ulteriormente questo Parlamento. Se il senatore Minzolini ha scritto convintamente - come ha detto - la sua lettera di dimissioni - così come accade ogni qualvolta che un senatore scrive una lettera di dimissioni - è ben consapevole di quanto sta facendo e non deve agire nella convinzione che tanto non gliele voteranno. Non deve comportarsi come negli ultimi anni, che hanno fatto finta di dimettersi e hanno presentato le dimissioni nella consapevolezza che non sarebbero state votate, e poi non le hanno più ripresentate, a eccezione forse del senatore Vacciano, che è l'unico che sta perseverando in siffatta richiesta. E ricordo che, per ben quattro volte, gliele avete negate. (Applausi dal Gruppo M5S).

Per questo motivo il mio Gruppo parlamentare, coerentemente con quanto fatto in altre occasioni, voterà a favore del dimissioni del senatore Minzolini. (Applausi dal Gruppo M5S).

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-SI-SEL). Signor Presidente, le questioni che ha sollevato nuovamente oggi nel suo intervento il senatore Minzolini sono assolutamente degne, ma forse sarebbe sempre il caso di fare al riguardo, urgentemente, un ragionamento molto serio.

In particolare, signor Presidente, faccio riferimento ai richiami e inviti che ci vengono dallo stesso presidente dell'Associazione nazionale magistrati Davigo - lo voglio citare - di assumere maggiormente decisioni da parte nostra per avviarci a una totale separazione tra la magistratura e la politica, e quindi le cariche parlamentari e di partito.

Quando Davigo dice che i magistrati non devono mai fare politica ci indica una questione molto importante per la stessa magistratura e per l'effettiva separazione dei poteri. Dico questo perché dei temi sollevati oggi spesso discutiamo a lato della nostra attività parlamentare, quando invece, signor Presidente, forse dovrebbero essere oggetto di decisioni concrete. Lei stesso è un esempio: dopo la candidatura, ha scelto di andare in pensione e molti sono i magistrati che, con grande coerenza, fanno questa stessa scelta. Si tratta di temi che meriterebbero una discussione assolutamente più approfondita.

Ho citato il presidente dell'Associazione nazionale magistrati perché si tratta di questioni che stanno molto a cuore alla magistratura e che ritengo non debbano essere utilizzate per fare un'operazione che vede da una parte la politica e dall'altra magistratura o la magistratura contro la politica.

Detto questo, il senatore Minzolini ha rivendicato la propria coerenza nel presentare le dimissioni e nell'averle annunciate già durante l'audizione presso la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. A maggior ragione, quindi - lo dico con molta franchezza e sincerità - non possiamo fare finta che questa rivendicazione di coerenza non ci sia stata, trasformando il voto di oggi in una sorta di secondo appello rispetto al voto precedente. Proprio per la coerenza rivendicata dal senatore Minzolini - mi rivolgo anche agli altri colleghi - non possiamo che dargliene atto: da questo punto di vista, credo sia interesse dello stesso senatore Minzolini che le sue dimissioni vengano accettate.

Per questo motivo, i senatori di Sinistra Italiana voteranno a favore delle dimissioni, perché ne va della credibilità delle singole persone e non toglie nulla alle questioni da lui poste.

Il senatore Minzolini ha citato Terracini e Moro rispetto alla necessità che il Parlamento e la Costituzione tutelino appieno l'autonomia dei parlamentari. Non si tratta, però, solo di una questione di tempi: quel Parlamento nasceva dalla terribile esperienza del fascismo - tra pochi giorni ricorrerà l'anniversario della morte di Gramsci - e tutti dovrebbero sapere cosa voleva dire essere in quel periodo parlamentari e combattere le proprie battaglie. C'è una forte impronta nella nostra Costituzione di quella esperienza storica del nostro Paese rispetto alla rivendicazione dell'autonomia.

Tuttavia - lo dico sempre al senatore Minzolini - non possiamo neanche far finta che non ci sia una legge. La cosiddetta legge Severino esiste e, se qualcuno la vuole cambiare, si dovrebbe assumere la responsabilità di intervenire per modificarla. Ricordo che questa legge è stata votata nella scorsa legislatura anche dalla parte politica cui appartiene il senatore Minzolini. La legge è incoerente e, anzi, è in contrasto con la nostra Costituzione? Questo magari è l'oggetto di cui dovremmo occuparci in qualità di legislatori, ma ciò non toglie che la legge esiste.

Oggi intendiamo essere coerenti con il ragionamento e le valutazioni fatte quando votammo a favore della decadenza del senatore Minzolini, in applicazione della legge e al di là del giudizio, che ovviamente è molto più articolato, sulla vicenda processuale. Per questo motivo, e anche per rispetto della rivendicazione della coerenza del senatore Minzolini, i senatori della componente Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia Libertà del Gruppo Misto voteranno a favore delle dimissioni presentate dal senatore Minzolini.

ZANDA (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ZANDA (PD). Signor Presidente, non voglio rispondere né ai toni, né agli argomenti del comizio del senatore Crimi. Penso che i nostri dibattiti possano essere utili soltanto se siamo capaci di utilizzarli per parlare tra di noi e confrontare le nostre idee e non già per "comiziare". I comizi si fanno in piazza e non nell'Aula del Senato.

DONNO (M5S). Bravo!

ZANDA (PD). Signor Presidente, credo anche che sarebbe cosa molto utile per la dignità del Senato se tra poco fossimo chiamati a votare con voto segreto, cioè palese, mi scusi. (Commenti ironici dal Gruppo M5S). Ripeto: con voto palese. Sappiamo però che, per le votazioni riguardanti le persone, il Regolamento del Senato prevede il voto segreto e questa prescrizione non può essere contraddetta neanche con un voto dell'Assemblea.

Prima di entrare nel merito del voto delle senatrici e dei senatori del Partito Democratico sulle dimissioni del senatore Minzolini, voglio esprimere l'auspicio che la disciplina del voto segreto venga modificata. Nel Parlamento italiano il voto segreto ha, infatti, perso gran parte del suo valore e ormai serve ben poco a proteggere l'espressione libera dei parlamentari chiamati a esprimersi su questioni che attengono la loro coscienza e su cui il loro voto deve essere messo al riparo sia dal mandato imperativo del partito di appartenenza, sia da pressioni irragionevoli della pubblica opinione. Troppo spesso, nelle ultime legislature, alla Camera e al Senato il voto segreto è stato utilizzato per manovre politiche, tatticismi trasversali e operazioni di potere che nulla hanno a che vedere con la coscienza dei parlamentari. Progressivamente, con maggioranze sia di centrosinistra che di centrodestra, il voto segreto è venuto così cambiando natura: non più voto di coscienza e nemmeno voto su alti valori politici, ma, molto più modestamente, un voto di opportunità politica spicciola.

È stato l'uso distorto del voto segreto negli anni di Tangentopoli, quando veniva usato come uno scudo per situazioni indifendibili, a compromettere seriamente l'istituto dell'immunità che la Costituzione del 1948 ha previsto a difesa delle prerogative democratiche del Parlamento. Questo costume non solo non aiuta a rafforzare la credibilità di Camera e Senato, ma incide negativamente sui rapporti tra i Gruppi e i senatori, insinuando sospetti e riducendo la limpidezza già fragilissima della politica parlamentare.

Aggiungo che ai cittadini il voto segreto piace poco. Essi hanno diritto di sapere come votano i loro rappresentanti e sono stanchi del balletto di accuse e controaccuse che, puntualissimo, si ripete al termine di ogni votazione a scrutinio segreto, quando pubblicamente si dichiara il contrario di quel che poi si vota in segreto.

Signor Presidente, il Gruppo del Partito Democratico voterà per l'accoglimento delle dimissioni del senatore Minzolini, ancorché esista - ed è stata ricordata - una prassi che porterebbe a respingerle nella prima votazione. Questo caso non è però assimilabile a gran parte dei precedenti.

Il senatore Minzolini ha ripetutamente espresso la volontà di lasciare il Senato. Lo ha fatto intervenendo in Assemblea; lo ha fatto per iscritto con una lettera di dimissioni; lo ha ripetuto anche recentemente in varie dichiarazioni pubbliche; lo ha confermato poco fa, con una ricchezza di argomenti e motivazioni, sempre annunciando di voler abbandonare la carica di senatore, a prescindere dall'esito negativo o positivo della votazione dell'Assemblea, che settimane fa lo ha riguardato e con la quale veniva deciso sulla sua decadenza. Quella votazione ha respinto l'ipotesi di decadenza, ma il senatore Minzolini ha detto chiaramente che per lui si trattava non solo di una questione di onore e di coerenza, ma anche di una posizione politica, con la quale intendeva rafforzare la sua dichiarazione di innocenza, rispetto alle risultanze del procedimento che lo ha visto soccombere in Cassazione.

In sostanza, ho inteso che Minzolini si è dimesso da senatore anche per confermare che, nei mesi passati, non intendeva difendere la sua poltrona, quanto ribadire la sua innocenza: è un atto che dobbiamo apprezzare e rispettare. Ma c'è di più: oltre a essere un atto di dignità politica, le dimissioni sono anche una conseguenza della sua volontà, espressa pubblicamente, di tornare alla professione di giornalista. Minzolini è stato giornalista, inviato e direttore per tutta la vita e l'aspirazione a tornare al suo mestiere naturale è comprensibile e positiva. Queste legittime e ragionevoli espressioni di volontà portano a escludere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il senatore Minzolini possa essere stato indotto alle dimissioni da circostanze esterne alle sue personali convinzioni e, anche per la fermezza con la quale sono state manifestate, che possa rivedere il suo orientamento e ritirare le dimissioni.

Per queste ragioni, in presenza di motivazioni così forti e come già accaduto altre volte in questa legislatura, il Senato deve accogliere le dimissioni sin dalla prima votazione e in questo senso voteranno le senatrici e i senatori del Partito Democratico. (Applausi dal Gruppo PD).

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 3, del Regolamento, indìco la votazione a scrutinio segreto sulle dimissioni presentate dal senatore Minzolini.

I senatori favorevoli ad accogliere le dimissioni premeranno il tasto verde al centro della postazione di voto; i senatori contrari premeranno il tasto rosso a destra; i senatori che intendono astenersi premeranno il tasto bianco a sinistra.

Poiché si tratta di una votazione a scrutinio segreto, qualunque sia la scelta di voto effettuata, la luce che si accenderà sarà di colore neutro.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione a scrutinio segreto sulle dimissioni presentate dal senatore Minzolini:

Senatori presenti

252

Senatori votanti

251

Maggioranza

126

Favorevoli

142

Contrari

105

Astenuti

4

Il Senato approva. (Moltissime congratulazioni al senatore Minzolini).

Autorizzo sin da ora la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari a convocarsi immediatamente per procedere all'accertamento del candidato subentrante al senatore dimissionario.

Passiamo ora alla discussione delle dimissioni presentate dal senatore Vacciano.

Con lettera pervenuta alla Presidenza in data 26 gennaio 2017, il senatore Vacciano ha reiterato la richiesta di rassegnare le proprie dimissioni da senatore della Repubblica, già respinte nelle sedute del 17 febbraio 2015, del 16 settembre 2015, del 13 luglio 2016 e del 25 gennaio 2017.

Ha chiesto di intervenire il senatore Vacciano. Ne ha facoltà.

VACCIANO (Misto). Signor Presidente, colleghi, oggi avete già ascoltato molte parole, quindi non ne aggiungo altre. Conoscete la mia storia e le mie motivazioni, che vi ho ripetuto in questi mesi. Aderisco con piacere alle sollecitazioni di chi si preoccupa dei costi che questa Istituzione sostiene a causa delle discussioni che mi riguardano. Mi limito, quindi, a ringraziarvi, a ringraziare, in particolare, il senatore Falanga per le belle parole e a ribadire che è stato un privilegio e un onore essere in questa istituzione. Vi lascio al voto e chiedo che sia favorevole.

PRESIDENTE. Passiamo alla votazione sulle dimissioni presentate dal senatore Vacciano.

BENCINI (Misto-Idv). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BENCINI (Misto-Idv). Signor Presidente, colleghi e, soprattutto, collega Vacciano, la politica di qualità nelle istituzioni è possibile solo se ci sono eletti di qualità. Il senatore Vacciano, pur essendo arrivato in quest'Aula per una serie di coincidenze astrali e fortuite, ha dimostrato di essere meritevole di ricoprire tale ruolo.

Sulla qualità della politica e sul merito che le persone hanno o non hanno per ritrovarsi politici, si esprimeva ieri Ernesto Galli Della Loggia in un lucido prezzo sul «Corriere». Riassumendo molto, scrive che si sente continuamente parlare male dei politici, ma mai dei parlamentari. Questo perché il Parlamento, come tale, gode ancora di un suo prestigio. Gli italiani sanno quanto questo sia importante all'interno di una democrazia e non ce l'hanno con l'istituzione. Il punto critico sta in chi l'istituzione la abita, perché appaiono come uomini e donne coperti di privilegi che nessun altro ha e, al tempo stesso, privi di qualità che giustifichino l'attribuzione di quei privilegi. La crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni è dovuta principalmente a questo. In un'epoca di crisi, i cittadini vedono nei prestigiosi posti di comando una schiera di persone inadeguate alle loro cariche.

Da parte mia non posso che essere d'accordo e - sia chiaro - mi metto dentro personalmente in quella categoria. Gli eletti del Movimento, in quanto nuovo Gruppo (ma non solo loro) attualmente in Parlamento, sono finiti qui principalmente per fortuna: l'insieme di un momento storico particolare e di una legge elettorale studiata proprio per lasciare ai capi di partito (all'epoca, però, credevamo che Grillo fosse solo il megafono, non il padrone) la scelta su chi piazzare in posizioni eleggibili ha ovviamente alimentato il discredito di questa classe.

In particolare, chi si è trovato eletto nella tornata del 2013 si è ritrovato in lista per una mera questione di eventi fortuiti. Mi riferisco agli attuali ex e ai non ex; una serie di eventi in cui il merito ha avuto davvero un misero, quasi inesistente, valore e riconoscimento.

Mi preme, però, fare una piccola chiosa a questo discorso. Il merito di una persona si misura anche nella responsabilità e nell'impegno che, una volta assunta una carica, questi mette nel recuperare le caratteristiche che non ha, negli sforzi, insomma, compiuti per diventare meritevoli della carica e degni della responsabilità e del prestigio acquisiti. E questo il senatore Vacciano lo ha fatto.

Per quanto io stessa spesso scriva e mi pronunci contro quei pentastellati che sbraitano e accusano altri politici per eccesso di privilegi, quando loro sono spesso i primi a non fare niente per diventare più degni della propria carica, nel mio piccolo lavoro ogni giorno per diventare più competente, per informarmi, per conoscere al meglio tutto il necessario per fare il mio lavoro e portare avanti le battaglie che mi stanno a cuore, prendendomi la responsabilità di votare, non rimanendo in astensione eterna.

In questo credo, nella capacità di mettersi in discussione e di impegnarsi. In questo credo si dovrebbero misurare coloro che entrano in politica, anche perché questa caratteristica implica spesso una dedizione e una trasparenza, che sono, anch'esse, alla base del rapporto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

Concludo dicendo che il senatore Giuseppe Vacciano ha dimostrato di sapersi accreditare presso le istituzioni dando prova di quel valore che deve esserci nel rapporto tra istituzioni, eletto e cittadini.

Voterò ovviamente, per la quinta volta, contro le dimissioni del senatore Vacciano. Ormai sono diventate un mantraparlamentaris»), un rito che a questo punto ha raggiunto il Guinness dei primati e credo che nessun altro potrà raggiungere le quantità di dimissioni che ha presentato il senatore Vacciano, visto che siamo a un anno dalla fine della legislatura. Ovviamente, voterò contro le sue dimissioni e invito il senatore a non riproporle più.

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti del Liceo classico «Ettore Majorana - generale Antonio Cascino» di Piazza Armerina, in provincia di Enna, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione delle dimissioni presentate
dai senatori Minzolini e Vacciano
(ore 11,30)

PRESIDENTE. Ai sensi dell'articolo 113, comma 3, del Regolamento, indìco la votazione a scrutinio segreto sulle dimissioni reiteratamente presentate dal senatore Vacciano.

I senatori favorevoli ad accogliere le dimissioni premeranno il tasto verde al centro della postazione di voto; i senatori contrari premeranno il tasto rosso a destra; i senatori che intendono astenersi premeranno il tasto bianco a sinistra.

Poiché si tratta di una votazione a scrutinio segreto, qualunque sia la scelta di voto effettuata, la luce che si accenderà sarà di colore neutro.

(Segue la votazione).

Proclamo il risultato della votazione a scrutinio segreto sulle dimissioni presentate dal senatore Vacciano:

Senatori presenti

227

Senatori votanti

226

Maggioranza

114

Favorevoli

90

Contrari

129

Astenuti

7

Il Senato non approva.

AIROLA (M5S). Siete vergognosi! Fate schifo!

PRESIDENTE. Senatori, non credo che i vostri commenti interesseranno gli studenti del liceo di Piazza Armerina che seguono i nostri lavori. (Commenti del senatore Santangelo).

Interventi su argomenti non iscritti all'ordine del giorno

LUCIDI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LUCIDI (M5S). Signor Presidente, vorrei portare all'attenzione dell'Assemblea il caso della nostro connazionale Gabriele Del Grande. Gabriele da circa dieci giorni è stato tratto in arresto nelle carceri turche, senza un motivo reale apparente che possa effettivamente giustificare questo arresto. A nessuno, al momento, è stato concesso di visitarlo a causa del diniego da parte delle autorità turche. Gabriele si trova in questo momento in condizioni di isolamento ed ha iniziato uno sciopero della fame al quale si è unita in queste ore anche la sua compagna Alexandra. Le notizie che abbiamo e che circolano su di lui in questo momento sono che l'avvocato che è stato nominato d'ufficio è impossibilitato a partecipare agli interrogatori proprio per il rifiuto da parte delle autorità turche.

Quello che chiedo e per cui chiedo il sostegno dell'Assemblea è che il ministro degli affari esteri Alfano venga a riferire in Aula, in Commissione o dove preferirà sulle azioni che sta mettendo in campo, sulle informazioni che ha in maniera ufficiale e soprattutto su quello che è stato fatto finora. Vorrei che venisse a fornirci un chiarimento, in particolare, sulle relazioni internazionali fra lo Stato italiano e quello turco.

Da una breve ricerca che ho appena svolto, risulta che in materia il nostro Paese ha stipulato soltanto tre convenzioni con la Turchia. Una è la Convenzione concernente la protezione giudiziaria e l'assistenza reciproca delle autorità giudiziarie in materia civile e penale e l'esecuzione delle decisioni giudiziarie, risalente al 10 agosto 1926. Abbiamo poi un trattato di amicizia, conciliazione e regolamento giudiziario con scambio di note, risalente al 24 marzo 1950, e abbiamo in essere un Accordo di cooperazione in materia di lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata e al traffico illecito di stupefacenti - ma non mi sembra questo il caso del nostro connazionale - che risale al 1998.

Chiediamo quindi informazioni non solo in merito al caso specifico, ma soprattutto al modo in cui il Ministro degli affari esteri intenda tutelare diplomaticamente i nostri connazionali all'estero. (Applausi dal Gruppo M5S).

PAGLINI (M5S). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLINI (M5S). Signor Presidente, intervengo sulla situazione che stanno vivendo a Piombino i lavoratori dello stabilimento siderurgico.

Ieri ha avuto luogo un altro incontro al MISE per risolvere la questione dell'AFERPI S.p.A. e centinaia di lavoratori hanno aspettato con apprensione l'esito del confronto tra la proprietà, la rappresentanza sindacale e le istituzioni locali, a fronte del Ministero. Da mesi lavoratori e sindacati denunciano una situazione di stallo, che da subito denunciammo anche noi da queste Aule. Da anni è in atto uno smantellamento lento, ma costante del sito produttivo e ad oggi non ci sono piani di riqualificazione del territorio che possano far sperare migliaia di famiglie. La città sta praticamente morendo poco a poco, come denunciato fin da subito in queste Aule da noi del Movimento 5 Stelle.

Dopo l'intervento di ieri, anche le massime istituzioni hanno riconosciuto che la società guidata da Issad Rebrab, presidente di Cevital, ha portato ancora una volta le stesse informazioni dello scorso incontro di marzo: nessuna proposta concreta per il rilancio del sito produttivo e impegni ancora troppo vaghi da parte dell'azienda; così per la questione AFERPI si parla d'inadempienza contrattuale.

Il Ministro invierà ad AFERPI una lettera con la quale il Governo inviterà la proprietà ad adempiere agli impegni presi; in caso contrario, la richiesta è di firmare un accordo per prolungare il periodo di sorveglianza fino al 2019. Questa lettera, che di fatto denuncia il mancato rispetto delle tempistiche e dei progetti di AFERPI previsti per questi due anni, aprirà possibili scenari: la risposta dell'azienda in cui si nega l'inadempienza o l'accoglimento dell'appoggio del Governo; da scongiurare, come sottolineano i sindacati, un contenzioso legale, che immobilizzerebbe ulteriormente le sorti dello stabilimento.

L'accordo firmato da Cevital e il commissario straordinario delle acciaierie di Piombino a Palazzo Chigi nel dicembre 2014 alla presenza di Renzi, del Ministro dello sviluppo economico e del presidente della Regione Toscana Rossi ha avuto una grande rilevanza mediatica, ma è stato un fallimento, denunciato da subito qua dal Movimento 5 Stelle.

Insomma, abbiamo presentato interrogazioni, alle quali non sono mai state date risposte; abbiamo denunciato la situazione tragica e tremenda che si vive nella città di Piombino; abbiamo denunciato quanti cittadini hanno perso la casa e quante attività hanno chiuso i battenti, per l'insicurezza di un territorio da sempre dimenticato dalla politica. Ricordo che tale politica, a due giorni dalle amministrative, si era fatta bella, con grandi strombazzamenti del Presidente della Regione, dell'ex presidente del Consiglio Renzi e di tutte le istituzioni: ci hanno rifilato di nuovo la famosa «peste rossa» di cui Beppe Grillo disse dalle piazze di Piombino e alla quale molte critiche arrivarono anche da parte dei lavoratori, salvo poi rendersi conto oggi che qualcosa in quel territorio non ha funzionato. Oggi in quel territorio gli stessi tutelatori dei lavoratori si sono trovati a prendere nota che qualcuno ha fatto il gioco loro contro.

Ebbene, oggi siamo ancora in attesa di risposte da parte del Governo e speriamo vivamente che si trovi una soluzione anche a costo di nazionalizzare tutto il settore siderurgico che questo Paese e questo Governo non hanno mai preso seriamente in considerazione.

Signor Presidente, la ringrazio per il tempo concessomi e mi auguro che per 2.500 famiglie - è una città intera - ci siano la giusta cura e la giusta tutela da parte dello Stato. (Applausi dal Gruppo M5S).

SANGALLI (PD). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SANGALLI (PD). Signor Presidente, la ringrazio per avermi concesso la parola fuori dal tempo massimo. Vorrei unire la richiesta del Partito Democratico a quanto già detto rispetto al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale affinché ci dia informazioni circa la sorte del nostro concittadino, giornalista e regista, Gabriele Del Grande, incarcerato da otto giorni in Turchia. Dalla Commissione affari esteri, emigrazione, il mio Gruppo ha già avanzato questa richiesta al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ci ha garantito attraverso varie vie che i canali consolari italiani stanno intercedendo e, forse, raggiungendo anche il nostro concittadino. Penso tuttavia che una risposta ufficiale da parte del Ministro in Aula sia particolarmente utile ed opportuna.

Ricordo inoltre che il presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, senatore Manconi, ha lanciato una raccolta di firme per il sostegno di questa posizione che, peraltro, in questo caso riguarda un cittadino italiano, ma che in questo periodo e in questi giorni, in un Paese come la Turchia, che è nostro amico, si sta proponendo in più di una circostanza. È evidente che anche le nostre relazioni con questo Paese devono essere meditatamente e in modo approfondito valutate anche con le stesse autorità turche. Riteniamo infatti che la Turchia sia un baluardo fondamentale nella difesa contro il terrorismo ed anche nelle vie di transito dei migranti, che chiedono garanzie per la propria sopravvivenza nella situazione di guerra. Un Paese, che fa tuttavia parte di organismi internazionali e della NATO, si impegna o dovrebbe impegnarsi a rispettare i diritti umani ed il giudizio equo nei confronti dei suoi cittadini e di quelli stranieri che su quel territorio operano.

Credo pertanto che sia per noi piuttosto urgente che vi sia da parte del Ministro o dei suoi Sottosegretari una risposta in Aula circa l'iniziativa che il Governo italiano intende assumere a tutela di questo cittadino e, più in generale, per ristabilire libertà democratiche in un Paese a cui teniamo molto per il suo ruolo strategico e per l'amicizia che ha con noi nell'Alleanza atlantica. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

Per la risposta scritta ad un'interrogazione

ARRIGONI (LN-Aut). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ARRIGONI (LN-Aut). Signor Presidente, il mio è un intervento rivolto al ministro dell'interno Minniti, che era in Aula fino a pochi minuti fa, ma che non vedo più.

Il Gruppo della Lega Nord ieri ha presentato una nuova interrogazione sul tema del sistema di accoglienza, dopo quella del 30 marzo scorso, sempre indirizzata al Ministro dell'interno, che è rimasta inevasa. Perché l'abbiamo presentata? Nei numeri del sistema di accoglienza degli immigrati rileviamo alcune anomalie. Mentre nell'ultimo quadriennio il numero dei richiedenti asilo e rifugiati accolti nel sistema di accoglienza è aumentato esponenzialmente (22.000 alla fine del 2013, 66.000 alla fine del 2014, 103.000 alla fine del 2015, 176.000 alla fine dello scorso anno), dal 1º gennaio a oggi i numeri sono rimasti sostanzialmente inalterati, per cui essi sono circa 177.000. Cosa è successo? Si sono bloccati e azzerati gli ingressi? Assolutamente no, perché i dati di ieri del Ministero dell'interno dicono che dal 1° gennaio sono arrivate 37.000 persone, più 45 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Parimenti, dall'inizio dell'anno, quasi 38.000 persone hanno richiesto asilo. Ricordo che nel momento in cui una persona richiede asilo, entra automaticamente nel sistema di accoglienza, che quindi dovrebbe registrare 210.000 persone. Il numero dei ricollocamenti verso gli altri Paesi dell'Unione europea è equivalente? No, perché ad inizio anno sono state ricollocate solamente 2.500 persone.

In sostanza, Presidente, cari Colleghi, a nostro avviso oggi avremmo dovuto registrare 210.000 persone nel sistema di accoglienza e, invece, ne ritroviamo solo 177.000. Ci domandiamo cosa sia successo. Ci sono circa 35.000 persone che sono uscite senza giustificarlo dal sistema di accoglienza?

Noi poniamo delle domande ben precise al Ministero dell'Interno e pretendiamo, per trasparenza, delle risposte, anche perché da ieri nei report, quasi giornalieri del Ministero dell'interno, oltre al numero degli ingressi e al numero dei ricollocamenti, è sparito - guarda caso - anche il numero di coloro che sono collocati nel sistema di accoglienza. Dare un numero costante rispetto alla fine dello scorso anno non significa assolutamente che è stato risolto il problema dell'immigrazione, ma, anzi, indica che qualcosa non quadra.

Rinnoviamo pertanto l'invito al Ministero dell'interno a rispondere all'interrogazione 4-07375.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ricordo che il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica oggi, alle ore 16, con l'ordine del giorno già stampato e distribuito.

La seduta è tolta (ore 11,45).