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Legislatura 18¬ - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 005 del 17/04/2018


RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 18,02).

Si dia lettura del processo verbale.

PUGLIA, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta dell'11 aprile.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Parlamento in seduta comune, convocazione

PRESIDENTE. Comunico che il Parlamento in seduta comune è convocato domani, mercoledì 18 aprile, alle ore 10, per le votazioni relative all'elezione di un giudice della Corte costituzionale e di due componenti il Consiglio superiore della magistratura. Voteranno per primi gli onorevoli senatori.

Informativa del Presidente del Consiglio dei ministri, ai sensi dell'articolo 105, comma 1-bis, del Regolamento, sulla situazione in Siria e conseguente discussione (ore 18,06)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Presidente del Consiglio dei ministri, ai sensi dell'articolo 105, comma 1-bis, del Regolamento, sulla situazione in Siria».

Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Gentiloni Silveri.

GENTILONI SILVERI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatrici e onorevoli senatori, in questi ultimi giorni dalla Siria è stato riproposto a noi parlamentari e a tutti i cittadini l'angoscioso dilemma se, cento anni dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Grande guerra, si possa tornare a convivere con l'uso di armi chimiche, se si possa tornare ad accettare, nel palcoscenico della storia, l'utilizzo di armi chimiche, che sembrava relegato a un lontano passato.

La risposta, non solo del Governo ma di tutti noi, è che non possiamo accettare che si torni a convivere con le armi chimiche. Dobbiamo dirlo con forza, con chiarezza e con la convergenza di tutte le forze del Parlamento.

Il conflitto in Siria è forse tra i più gravi di quelli succedutisi dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Dura da circa sette anni; ha avuto oltre 200.000 vittime e circa 10 milioni di persone tra sfollati interni e rifugiati. I rifugiati si sono stabiliti in Turchia, in Giordania, in Libano e una parte nella stessa Europa.

Nel corso di questo conflitto lungo e terribile il regime di Bashar al-Assad ha fatto ricorso in diverse occasioni all'uso di armi chimiche.

Le vicende di questi giorni nascono da quanto accaduto nella notte del 7 aprile a Douma, l'ultima roccaforte dei ribelli di Jaish al-Islam, uno dei gruppi islamici più radicali della cosiddetta opposizione siriana. Mi riferisco all'attacco a Douma nel corso del quale, secondo ogni evidenza, si è ripetuto l'uso di armi chimiche, probabilmente di cloro miscelato con sarin o agenti assimilabili.

Secondo fonti diverse - ricordo, ad esempio, l'Organizzazione mondiale della sanità - questo attacco ha provocato la morte di decine di persone e centinaia di intossicati. Del resto, tutti abbiamo visto nelle immagini in televisione le persone soffocate. Le immagini dei bambini, come sempre, sono quelle che sconvolgono di più e rispetto alla quali facciamo fatica a essere indifferenti.

E non c'è nessun indizio che mostri la possibilità che queste immagini siano state in qualche modo manipolate, che siano immagini false; allo stato non c'è nessun indizio che possa far pensare a questo. Anzi, al contrario, la realtà ci dice che, purtroppo, il veto della Russia ha impedito che il Consiglio di sicurezza desse il via libera a un'iniziativa di accertamento delle responsabilità di questo attacco. Per molti giorni addirittura è stato impedito agli ispettori dell'OPAC (l'Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche) di arrivare nella località di Douma; sono stati per molto tempo bloccati a Damasco ed è possibile che in queste ore finalmente questa ulteriore difficoltà sia stata superata e che quindi gli ispettori dell'OPAC siano arrivati a Douma.

Poi ci sono precedenti di utilizzo di armi chimiche. Sappiamo che in uno dei casi precedenti si è sviluppata una delle situazioni più difficili per l'amministrazione americana precedente, l'amministrazione Obama. Ricorderete che il presidente Obama aveva dichiarato in modo molto netto ed esplicito che esisteva una linea rossa, una red line, collegata all'utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad, oltrepassata la quale sarebbe scattata una reazione americana. Sapete anche che, in seguito a una discussione piuttosto complicata che avvenne all'epoca all'interno dell'amministrazione americana, si arrivò invece a non prendere quella decisione.

Sta di fatto che il meccanismo investigativo congiunto (si chiama così l'organismo composto dall'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, l'OPAC, e le Nazioni Unite) ha asseverato che in questi anni, almeno per tre volte, ci sono stati attacchi da parte delle forze del regime di Damasco con l'utilizzo di gas clorino. Ha inoltre asseverato che, nel corso dell'azione condotta nella località di Khan Shaykhun, esattamente un anno fa, fu svolto un attacco con l'utilizzo di gas nervini. Ricorderete che allora ci fu una reazione da parte degli Stati Uniti. Lo stesso organismo, il meccanismo congiunto, ha peraltro certificato che anche da parte di Daesh è stato fatto uso di armi chimiche in un paio di occasioni nel contesto siriano.

Questo è il quadro, onorevoli senatori, all'interno del quale il Governo ha considerato, a poche ore dagli eventi del 14 aprile, la risposta che è stata decisa da parte degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito (i due Paesi europei militarmente più impegnati in Siria). Il Governo l'ha definita una risposta motivata. Voglio sottolineare (perché in queste vicende contano anche le parole) che è lo stesso aggettivo che il Governo utilizzò esattamente un anno fa, in seguito alla risposta all'attacco chimico nella località di Khan Shaykhun. Una risposta motivata e, aggiungerei, anche mirata e circoscritta. Mirata e circoscritta perché non ci sono indicazioni, almeno per il momento, di vittime civili e non ci sono evidenze di danni collaterali consistenti nel corso di questa operazione, circoscritta e mirata, come sapete, a tre impianti con capacità di fabbricazione di armi chimiche. L'assenza di incidenti con forze russe o iraniane indica che c'è stato certamente un coordinamento tra chi ha promosso questa azione militare e le altre forze presenti sul terreno, per scongiurare confronti diretti e per impedire il coinvolgimento della popolazione civile.

A questo attacco, che ha avuto le caratteristiche che ho cercato di riassumere, l'Italia non ha partecipato. Abbiamo, anzi, esplicitamente posto condizioni al sostegno logistico, che tradizionalmente diamo ai nostri alleati e, in particolare, agli Stati Uniti, sulla base dei trattati bilaterali, firmati nel 1954 e nel 1995. Questo supporto, che si è sviluppato in modo particolare dalla base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, è stato esplicitamente condizionato da parte nostra al fatto che dal territorio italiano non partissero azioni militari volte a colpire direttamente il territorio siriano, e così è stato. Questo è quanto abbiamo detto sin dal primo giorno; questo è quanto si è verificato all'alba del 14 aprile.

Sul piano politico-diplomatico, abbiamo insistito con i nostri partner e alleati, con tutti i nostri interlocutori, sin dal primo momento, sulla necessità che la dinamica dell'attacco e della reazione non desse luogo ad escalation, e cioè che il carattere circoscritto e limitato si traducesse anche nel fatto che nessuna escalation seguisse a questi episodi. Abbiamo anche ribadito la convinzione italiana dell'impossibilità di immaginare una soluzione di forza, una soluzione militare, alla lunga ed interminabile crisi siriana. Vorrei ricordare al Senato che non si tratta di una posizione recente o improvvisata; è la posizione che il nostro Paese ha tenuto nel corso degli anni, distinguendosi in questo senso anche dalle posizioni di altri Paesi nostri amici o alleati. Abbiamo sempre ripetuto in questi anni che l'idea di vincere militarmente la partita in Siria non ci convinceva. E purtroppo la realtà dei fatti è andata dimostrando, mese dopo mese, in modo sempre più esplicito, che questa era la verità. Un conflitto senza fine, un regime responsabile di crimini inauditi. Qualcuno si domanda ogni tanto la ragione di questi crimini. Ho visto molti interrogarsi - e lo capisco - sul cui prodest, su quali motivazioni avrebbero spinto Bashar al-Assad, in una situazione in cui militarmente Douma stava per cadere e in generale, in vasta parte del territorio siriano era stato ripreso il controllo militare da parte del regime, ad utilizzare armi chimiche nei confronti della propria popolazione. A chi si pone legittimamente questo interrogativo, rispondo che non ho mai visto nulla di ragionevole nella ferocia del conflitto siriano. Cosa c'era di ragionevole nell'uso delle bombe barile, quelle che esplodendo uccidono in modo terribile il maggior numero possibile di persone? Cosa mai c'era di ragionevole nell'impedire l'accesso a corridoi umanitari a città e località sotto assedio, in cui la posizione di coloro che contrastavano il regime era ormai completamente persa? Eppure il regime si opponeva agli accessi umanitari della Croce Rossa e delle Nazioni Unite.

Ci siamo trovati di fronte in questi anni, e non solo da parte del regime, ma certamente anche - eccome! - da parte del regime, soltanto alla irragionevole logica del terrore. Quindi, se qualcuno si domanda: perché mai? Io, purtroppo, rispondo che questa è l'irragionevole logica della violenza e del terrore che governa da anni il conflitto in Siria.

Con questo regime orribile, dice l'Italia da anni, il negoziato è inevitabile. Può sembrare una debolezza, un cedimento, una contraddizione. Spesso ci è stata anche un po' rinfacciata la nostra posizione, come fosse una posizione debole, contraddittoria. Ma come, volete negoziare con gli autori di queste atrocità?

Però la verità dei fatti, l'andamento delle cose in questi anni hanno dimostrato che l'idea di chi sosteneva che, prima di sedersi a un tavolo negoziale, bisognava cacciare con la forza Bashar al-Assad a colpi di raid aerei (e magari con qualche limitatissima presenza militare sul terreno, perché sappiamo che le presenze militari sul terreno sono state sempre o molto limitate o molto mirate: pensiamo alle enclave turca), l'idea di chi pensava di poter risolvere in questo modo la crisi siriana era sbagliata. E dovremmo avere tutti - penso - l'onestà e la coerenza di dire che chi si batteva per il negoziato quando i rapporti di forza erano anche più favorevoli al negoziato aveva ragione e chi invece diceva di non negoziare perché prima bisognava cacciare il dittatore aveva torto.

E oggi il tutto avviene in una condizione più difficile; ma lì siamo tuttora. Dopo Douma, infatti, dopo la Ghouta orientale, dopo Afrin, nessuno di noi può escludere (anzi, purtroppo, è molto probabile) che nelle prossime settimane, se non si faranno dei passi in avanti, ci siano nuove stragi, nuove atrocità. Ci sono ancora parti del territorio siriano controllate dai ribelli o dalle minoranze curde, ed entrambe possono essere oggetto, nelle prossime settimane (stiamo parlando di giorni), di azioni gravissime, di nuove catastrofi umanitarie.

Per questo oggi è il tempo di lavorare per il negoziato, di sfidare innanzitutto la Russia a contribuire, certamente con gli Stati Uniti, con l'Iran, con il mondo arabo, con l'Europa, a una soluzione negoziale di questa crisi, sulla base del percorso che le Nazioni Unite hanno indicato da tanto tempo: la risoluzione n. 2254, la cosiddetta transizione. Dobbiamo farlo ora, dal momento che la presenza militare e il controllo territoriale di Daesh a Raqqa, in quella zona, è venuto meno (anche se, ovviamente, non è venuta meno la minaccia terroristica); ora che si comincia a parlare di ricostruzione della Siria.

Ma dobbiamo dire forte e chiaro che non ci sarà ricostruzione senza una transizione, perché un Paese complesso come la Siria, che ha subito violenze di ogni tipo, con i numeri di rifugiati, di sfollati, di morti, di feriti, che prima richiamavo, con la sua pluralità dal punto di vista etnico-religioso, con la sua collocazione geografica, non può improvvisamente dichiarare che tutto è finito e che si ricostruisce. Serve il negoziato, serve una transizione politica. E penso che l'Italia debba scommettere sulla possibilità (per questo dico: sfidiamo la Russia) di un contributo positivo della Russia a questa transizione. Io sono profondamente convinto del fatto che la Russia non abbia alcun interesse a reggere il gioco di Assad fino all'ultimo minuto, proprio adesso che, grazie al suo intervento, all'intervento russo, comunque Assad è rimasto nel gioco, cosa che non era forse scontata un paio di anni fa. Assad è rimasto nel gioco, ma la Russia non ha interesse a seguire questo gioco fino in fondo. Comunque lo sforzo della nostra diplomazia, dell'Europa deve andare nella direzione di cercare di utilizzare in termini positivi la presenza russa.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, in conclusione, l'Italia non è un Paese neutrale, non è un Paese che sceglie di volta in volta, di fronte a questa o a quella crisi, se schierarsi con l'Alleanza atlantica o schierarsi da un'altra parte. Noi siamo coerentemente, da più di sessant'anni, partner fondamentali dell'Alleanza atlantica e alleati degli Stati Uniti. Siamo alleati dell'America, non è un problema di rapporti con questo o quel Presidente americano. Siamo stati alleati dell'America con Kennedy e con Nixon, con Clinton e con Reagan, con Bush e con Obama e lo abbiamo fatto - lo dico senza infingimenti - perché è una scelta di campo. È una scelta di campo che deriva certamente dal fatto che l'America, insieme agli Alleati, ci ha liberato dal nazifascismo e che certamente deriva dai nostri interessi di difesa e di sicurezza del Paese, ma non è solo questo. È una scelta di campo che deriva dai valori di democrazia, di diritti, di libertà economiche che, nei momenti alti e bassi, l'America ha rappresentato. Non c'è stagione sovranista che possa portare al tramonto dell'Occidente e dei suoi valori di libertà. (Applausi dal Gruppo PD).

Per questo penso che noi tutti insieme, dobbiamo, confermare questa scelta, sapendo che essa non impedisce di sottolineare le posizioni autonome, diverse, di tutelare i propri interessi nazionali, di spingere per una più marcata, più significativa e più caratterizzata posizione comune di politica estera e di difesa europea. Non è affatto vero. L'esperienza italiana dimostra - e non da qualche mese, ma da qualche decennio - che si può essere dentro questa alleanza e dentro questo schieramento, mantenendo la propria autonomia, la propria identità e difendendo gli interessi nazionali. Lo abbiamo fatto in questi anni, ma lo hanno fatto i Governi della Repubblica nel corso di decenni, dimostrando che era possibile farlo.

E lo stiamo facendo anche adesso. Lo abbiamo fatto nell'ultima vicenda della Siria, con la Germania, prendendo una posizione diversa - la Germania e l'Italia - rispetto a quella di altri Paesi amici e alleati europei, come la Francia e il Regno Unito. Lo abbiamo fatto sempre in questi anni, non rinunciando a quello che, in gergo, i diplomatici chiamano il doppio binario nei rapporti con la Russia: contemporaneamente la fermezza, se serve fermezza (perché, se ci sono violazioni del diritto internazionale o minacce a Stati sovrani, serve la fermezza) e, dall'altra parte, le ragioni del dialogo, della porta aperta alla Russia, nei cui confronti l'Italia è sempre stata un Paese all'avanguardia. Noi non accettiamo neanche la riproposizione dei cliché culturali della guerra fredda o, peggio ancora, del 1938-1939, che ogni tanto popolano la discussione pubblica in Europa. Sono dei cliché che non aiutano nessuno, perché viviamo nel 2018 e dobbiamo avere nei confronti della Russia esattamente questo atteggiamento, che tiene insieme la fermezza, se serve, ma che mostra grande apertura al dialogo, che comunque serve ed è sempre necessario.

A proposito di autonomia delle nostre scelte, non ci rassegniamo e non ci vogliamo rassegnare all'idea che possa essere cancellata l'intesa sul nucleare iraniano, uno dei risultati importantissimi della diplomazia internazionale degli ultimi anni, che ha contribuito a frenare la proliferazione nucleare in quella regione. Certamente l'intesa non è perfetta, certamente può essere oggetto di discussione, ma l'Italia ritiene debba essere difesa.

Vedete quante occasioni abbiamo per far vedere che si può stare con coerenza e orgoglio culturale dentro l'Alleanza e nel campo atlantico, ma al tempo stesso sottolineare i nostri interessi nazionali, contribuire a una politica comune europea e influenzare la linea dell'Alleanza atlantica nella direzione che riteniamo più opportuna.

Io credo che questi siano capisaldi della nostra politica estera da molto tempo. Penso che sia molto importante che su questi capisaldi ci sia la convergenza parlamentare più vasta possibile, e lo dico non certo nell'interesse del Governo dimissionario, ma nell'interesse dell'Italia. (Applausi dal Gruppo PD e dai banchi del Gruppo FI-BP).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Vorrei salutare l'Istituto superiore «Guglielmo Marconi» di Catania. (Applausi).

Ripresa della discussione sull'informativa
del Presidente del Consiglio dei ministri,
ai sensi dell'articolo 105, comma 1-bis, del Regolamento
(ore 18,32)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri.

È iscritta a parlare la senatrice Bonino. Ne ha facoltà per tre minuti.

BONINO (Misto-PEcEB). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signori Ministri, onorevoli colleghe e colleghi, condivido in larga parte l'esposizione del presidente Gentiloni Silveri e penso che quest'ultimo episodio sia stato una prova di forza senza via d'uscita. Condivido altrettanto il posizionamento netto nell'alleanza europea ed euro-atlantica, fermo restando che l'autonomia delle decisioni è non solo prerogativa di esistenza politica, ma è razionale.

Molti sono anche i dubbi in termini di diritto internazionale, se mi posso permettere, rispetto a questa iniziativa, ed è evidente che questo non vuol dire parteggiare per Assad - tutt'altro -, il cui unico posto, a mio avviso, utile per lui e per tutti noi (quindi non solo per lui), è finire la sua carriera davanti alla Corte penale internazionale. Dico Assad e non solo. Certo, un Governo ha sempre più responsabilità di un gruppo terroristico o di vari gruppi terroristici.

Io ricordo però, ad esempio, che il nostro Paese rifiutò di armare i gruppi ribelli cosiddetti moderati, come altri Paesi fecero, avvertendo che già da allora ogni Paese aveva il suo gruppo amico, certamente moderatissimo, e a forza di armare gruppi amici, non amici e quant'altro, la situazione è peggiorata. Quindi non mi ripeterò su questo, ma se lei mi permette, vorrei avanzare una proposta. Lei, presidente Gentiloni Silveri, sa benissimo che tra pochi giorni ci sarà a Bruxelles la conferenza sulla Siria, conferenza di tutti e dei contrari di tutti, dove non credo mancherà proprio nessuno. Il tema all'ordine del giorno è un po' velleitario: la ricostruzione della Siria. Ora, va bene tutto, però è anche vero che in un Paese con una tale presenza di armi e di popolazione armata, questo problema lo avremo per decenni (Yemen compreso, peraltro). Però, guardando una cartina, mi pare abbastanza evidente che se la strategia di Assad è quella di conquistare territorio utile per stare al potere, il prossimo obiettivo è Idlib. Idlib non è un sobborgo di Damasco, bensì una grande città di quasi 2 milioni di abitanti ed è piena di tutti i gruppi terroristici che sono stati scacciati dalle altre zone.

Penso che preparando questa conferenza, in attesa di un accordo per la pace universale, forse un tentativo di accordo o di azione diplomatica per preservare la popolazione di Idlib potremmo e dovremmo metterlo sul tappeto. Signor Presidente, magari perderemo, magari gli altri partner non vorranno stare a sentire e aspetteranno il prossimo eccidio e il prossimo massacro, tuttavia credo sia opportuno avanzare una proposta di tregua - anche limitata - su questa grande città. Ricordo, peraltro, che Idlib è al confine con la Turchia e non so se vi sono chiari il concetto e le possibili ripercussioni. Penso che il nostro Governo potrebbe avanzare, in questi giorni di preparazione, questa proposta. Saremo forse battuti? Io credo di no, però credo che ci porteremmo dietro il senso della dignità della popolazione vittima e dei nostri cittadini. Anche questa è una difesa dei valori passo per passo, poco a poco, in attesa di una soluzione complessiva. (Applausi dal Gruppo PD e dai banchi del Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Casini. Ne ha facoltà.

CASINI (Aut (SVP-PATT, UV)). Signor Presidente, cari colleghi, questo è il primo dibattito che svolgiamo in Assemblea in questa legislatura, e lo facciamo sull'argomento principe, secondo me, della vita politica delle Nazioni, cioè sulla politica internazionale.

Parlo a nome del Gruppo Per le Autonomie. Noi siamo europeisti. E quando qualcuno si definisce europeista non può in alcun modo non pensare a come questa parola si debba declinare in modo congiunto a un altro concetto: l'atlantismo. Se non ci fosse stata la scelta atlantica del dopoguerra, noi non avremmo realizzato l'Europa, con tutti i pregi e i difetti che essa ha.

Oggi siamo chiamati dal Governo uscente, in carica per il disbrigo degli affari correnti, come si suol dire, a ragionare su questo tema e sul comportamento che l'Esecutivo ha tenuto non partecipando alle azioni militari e dando un sostegno logistico condizionato. Noi, caro presidente Gentiloni Silveri, le diciamo che siamo pienamente convinti della sua azione. La nostra fiducia non è figlia di un riflesso condizionato del passato, non è una forma di nostalgia della passata legislatura. No, colleghi, la nostra approvazione è una precisa indicazione per il futuro, perché secondo noi non ci può essere un Governo credibile nel nostro Paese fuori dalla conferma prioritaria della scelta atlantica ed europea del nostro Paese. Una scelta che forse è stata divisiva negli anni dell'immediato dopoguerra, ma che, già dal 1977 in poi, è diventata patrimonio politico comune tra le forze maggiormente rappresentative del nostro Paese, forse anche antagonistiche nel passato, ma che si ritrovarono su questa scelta. Per la sinistra di allora fu difficile compiere una scelta in controtendenza con le centrali del comunismo di quel tempo. Tuttavia, questa scelta fu proprio la caratteristica autonoma della strada italiana. Dunque, europeismo ed atlantismo.

Rapporto con la Russia: colleghi, vorrei essere esplicito sul rapporto con la Russia. Negli anni della guerra fredda, quando la cortina di ferro c'era e c'era davvero, la grande impresa italiana costruiva Togliattigrad. Negli anni della contrapposizione più dura tra Occidente e Oriente, l'Italia ha sempre tenuto aperta la fiammella del dialogo nei confronti dell'allora Unione Sovietica: ci mancherebbe altro che noi oggi non lo facessimo e non seguissimo la stessa strada. Per questo l'evocazione di Pratica di Mare, che tante volte fanno i colleghi di Forza Italia, è diventata un'evocazione comune, perché tutti noi siamo convinti che quella è la strada e quello è forse stato, da parte dei colleghi o delle esperienze di centrodestra, uno dei momenti migliori, proprio perché allora si associò la Russia ad un tentativo innovativo, volto a creare, tra la NATO e la Russia, un rapporto nuovo. Quella è la strada, ma nella chiarezza: come il Presidente del Consiglio dei ministri ha detto prima, non è che questa strada può confonderci. Non c'è un neutralismo o un neo-neutralismo dell'Italia. L'Italia la sua scelta atlantica l'ha fatta e, nell'ambito della scelta atlantica, convinta e senza reticenze, vuole tenere aperto un dialogo con la Russia.

Per quel che riguarda le sanzioni, sento i colleghi della Lega, per i quali naturalmente ho il massimo rispetto, che tante volte affermano di voler levare le sanzioni. Anche noi vorremmo levare le sanzioni: nei dibattiti al Senato della scorsa legislatura - lo ricorderà il presidente Calderoli - tanti di noi hanno detto che bisogna superare le sanzioni, ma guai a pensare di togliere unilateralmente le sanzioni, perché questo è il punto vero, altrimenti, dicendo che togliamo le sanzioni, diciamo tutto e non diciamo niente. Siamo disponibili a toglierle da soli rispetto ai nostri alleati europei? Io dico di no. Semmai dobbiamo negoziare con gli europei perché le sanzioni siano progressivamente superate e si ritrovi un dialogo con la Russia, che è quello che l'Italia, con i Governi di questa legislatura (Letta, Renzi e Gentiloni Silveri), con i Presidenti della Repubblica (qui nel nostro Gruppo abbiamo l'onore di avere il presidente emerito Napolitano), con tutte queste personalità, ha tenuto sempre aperto. Colleghi, questo però non significa che riteniamo uguali questi due grandi Paesi o che sia indifferente da che parte si sta: questo proprio no, perché sennò viene meno anche la bussola di orientamento della nostra politica.

Vorrei dire una cosa sulla Siria, associandomi e firmando quello che ha detto prima la senatrice Bonino. Dunque, sulla Siria si è dimenticata la mediazione dell'ONU e di Staffan de Mistura, che peraltro è venuto a riferire anche alle nostre Commissioni. Si dirà che Staffan de Mistura e l'ONU sono in crisi e che il multilateralismo è in crisi. Colleghi, purtroppo è vero: il multilateralismo è in crisi e lo sappiamo anche noi. Anche noi che vogliamo il multilateralismo sappiamo che è in crisi, ma dal fatto che il multilateralismo è in crisi non traiamo la conseguenza che allora bisogna procedere con atti unilaterali di forza. Dobbiamo rafforzare controcorrente un multilateralismo che è in crisi e, per farlo, dobbiamo avere la capacità di mettere le fiche su questo tavolo, rilanciando l'azione dell'ONU perché proprio quello che è capitato in Siria in questi anni non consente a nessuno, realisticamente, di ipotizzare che tutto continui come prima e di pensare che tutto quello che è accaduto - migliaia di morti, gas nervini e bombe a grappolo - sia fiction oppure frutto d'immaginazione: no, queste questioni sono nella carne dei bambini, sono tra la gente comune e sono talmente radicate, che rendono molto incerto il futuro della Siria, se non c'è una negoziazione tra tutti. Direi che siamo anche molto generosi nei confronti di Assad nell'assumere la posizione che stiamo assumendo, perché è il minimo che, per decoro, dovremmo fare.

Siria vuol dire Mediterraneo e nel Mediterraneo abbiamo delle questioni enormi, come la Libia e la vicenda Haftar rischia di essere un'ulteriore complicazione. Ci sono processi in corso, colleghi. Noi, ad esempio, sappiamo bene che non è stato Trump, ma che già dall'epoca di Obama gli Stati Uniti hanno in qualche modo allentato la loro presa sul Mediterraneo. Molti erano contenti e molti tra quelli che erano contenti poi hanno avuto un rimpianto e hanno detto che forse bisognava richiamare gli americani nel Mediterraneo. Forse dovevano essere un po' più cauti prima a far festa perché gli americani se ne andavano, visto che noi riteniamo che per l'assetto del Mediterraneo futuro anche in questo caso ci siano dei player che è inevitabile mettere al tavolo e tra questi c'è anche la Russia. Certo, perché per la teoria dei vuoti, quando se ne sono andati gli uni è arrivato qualcun altro e ha occupato questi spazi.

Sono d'accordo anche sull'Iran, signor presidente Gentiloni Silveri. Su questo ho sempre avuto una posizione chiara e credo che anche alcuni altri dossier vadano ripresi. Secondo me, uno sforzo importante il prossimo Governo lo dovrà dedicare alla Turchia, un'altra grande questione che non affronto perché non ne ho il tempo.

Termino riallacciandomi all'auspicio finale del Presidente del Consiglio: dividiamoci su tante cose, ma non sulla politica estera o cerchiamo di tenere assieme un concorso nazionale, una responsabilità nazionale sulla politica internazionale ed europea, perché questo è un punto fondamentale per l'Italia e per il nostro futuro. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV) e PD).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà per sette minuti.

DE PETRIS (Misto-LeU). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, in sette anni la guerra siriana ha prodotto effetti devastanti, prima di tutto per la popolazione siriana, ma anche - e lo sappiamo perfettamente - per la stabilità del Mediterraneo e del mondo intero. Dopo i disastrosi interventi militari delle potenze occidentali in Iraq e in Libia, per la terza volta un conflitto mediorientale, innescato e fomentato irresponsabilmente, destabilizza l'intera regione e crea una minaccia che si estende molto oltre i confini del Medio Oriente.

Dietro alle scelte, di intervento armato e anche di non intervento per aprire negoziati, che hanno portato a queste situazioni non c'è e non c'è mai stata - lo dobbiamo sapere tutti, dobbiamo dirci in faccia la verità - la difesa dei diritti umani; ci sono stati e ci sono interessi economici, c'è il controllo delle fonti energetiche, c'è il gasdotto del Qatar oggi, così come ieri c'erano le risorse energetiche dietro agli attacchi contro l'Iraq e la Libia. Quindi la verità su tutto quello che è accaduto è opposta: i diritti umani, purtroppo, sono stati le prime e principali vittime di tutti questi conflitti. Abbiamo assistito a scempi di ogni genere, a persecuzioni, a stragi, a veri e propri crimini di guerra, come l'uso delle armi chimiche. Le vittime in Siria sono più di 460.000 fino ad oggi: è una tragedia di immani proporzioni che ha colpito, come sappiamo perfettamente, le popolazioni civili. Non basta quindi condannare i crimini contro l'umanità che sono stati compiuti e si continuano a compiere; crediamo che quei delitti debbano essere sanzionati e puniti dalla comunità internazionale.

Tuttavia, le conseguenze di tutto quello che è accaduto e di quello che sta accadendo le abbiamo pagate anche noi nel bacino mediterraneo; le abbiamo pagate con la nascita dello "stato islamico", il dilagare del terrorismo internazionale, l'ondata dei profughi. Sono effetti collaterali anche della mattanza siriana che rischiano di minare e destabilizzare ulteriormente anche la stessa tenuta delle democrazie in Europa.

In questo quadro, i raid operati da USA, Regno Unito e Francia non sono soltanto una risposta sbagliata, oltre che un inaccettabile atto unilaterale, ma anche una mossa a nostro avviso assolutamente pericolosa. Non possiamo che condannare con massima fermezza un'azione che è stata compiuta al di fuori di ogni legalità internazionale, così come condanniamo con altrettanta fermezza l'uso delle armi chimiche. Tuttavia questo atto unilaterale non aiuta la ricerca di una soluzione, ma rischia al contrario, come lei sa perfettamente, di rendere il quadro più grave e denso di minacce. Il Governo italiano, come quello tedesco, ha preso la decisione giusta quando ha scelto di non partecipare a quei raid, di non permettere che l'attacco partisse dal territorio italiano. Speriamo che l'Italia abbia voluto così segnalare nei fatti di non vedere soluzione possibile al di fuori della trattativa, del negoziato, della parola restituita alla democrazia e sottratta alle armi.

Vorrei anche dirle, però, presidente Gentiloni Silveri, che per esercitare un ruolo attivo, per incidere nella direzione che lei stesso ha poc'anzi di nuovo indicato, l'Italia deve esercitare una certa autonomia di giudizio e anche di azione e deve sapersi smarcare, anche nel rispetto delle alleanze, da un'interpretazione talvolta appiattita su quella degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia. Perché, Presidente, se noi interpretiamo la fedeltà alle alleanze con una pura logica di schieramento di parte, il tentativo di contribuire all'avvio di una fase nuova e diversa rischia di restare soltanto un'inutile velleità, priva di sostanza e quindi votata al fallimento. Bisogna invece proseguire con forza, con autonomia e con perseveranza sulla strada - appunto - della diplomazia, bisogna insistere per la ripresa dei negoziati, per l'avvio di una soluzione diplomatica, con un'energia e una determinazione che in questi anni purtroppo da più parti sono clamorosamente mancate, in particolare dall'Unione europea. Il rifiuto da parte delle forze russe e siriane di far entrare gli ispettori dell'OPAC a Douma ci appare estremamente inquietante e sospetto, e tuttavia, invece di decidere, come è stato fatto, unilateralmente, un'azione così rischiosa, si sarebbe appunto dovuto lasciare che le istituzioni internazionali accertassero le responsabilità dei gravissimi crimini commessi a Douma con l'uso delle armi chimiche.

Non possiamo certamente nasconderci che l'inerzia e l'impotenza della comunità internazionale si siano rivelate in pieno e tragicamente in questi sette anni di guerra, ma questo non giustifica; noi non possiamo lasciare il campo alla legge del più forte, all'adozione di una logica degli sceriffi internazionali, che ha portato - lo sappiamo bene - solo disastri ogni volta che ha prevalso. In Siria le armi chimiche sono state usate più volte da più parti, le popolazioni civili sono state sistematicamente massacrate da tutti gli eserciti, da tutte le milizie in campo. Sul terreno e nei cieli siriani si combattono ormai apertamente potenze straniere: gli israeliani, come lei sa, hanno colpito appena una settimana fa una base siriana in Siria e le truppe turche, negli stessi giorni massacravano migliaia di curdi ad Afrin, senza che nessuno tra i tanti che avevano esaltato i curdi quando si opponevano eroicamente alle milizie dell'ISIS, dicessero nulla. È tragico e desolante vedere come i curdi, le sole forze democratiche presenti nel conflitto siriano, siano state sacrificate con freddezza e cinismo senza pari.

Se non si rilancia il ruolo dell'ONU, se non si troverà la forza di intervenire con un'azione a livello internazionale, da parte degli organismi internazionali, la Siria resterà un campo di battaglia dove si combattono gli interessi strategici e economici delle grandi potenze, quelli delle potenze locali e le fazioni siriane. Perché la comunità internazionale riesca a farsi sentire e a riprendere in mano la situazione, è fondamentale che a muoversi e a parlare con una voce sola sia l'Unione europea, che è stata colpevolmente, in questi anni, assente, oppure, come nel caso della Francia, si è mossa solo seguendo la stella polare dei propri egoistici interessi.

Quindi l'Italia si deve attivare per un nuovo protagonismo dell'Unione europea. Per noi di Liberi e Uguali - non ci stancheremo mai di dirlo e di ripeterlo - solo la diplomazia, il negoziato, il dialogo e il rispetto dei diritti umani possono portare a una soluzione di pace in Siria e in tutto il Medioriente. La via delle armi e delle bombe non solo vedrà sempre la nostra ferma condanna, ma è anche sbagliata e controproducente, come si è visto ripetutamente. (Applausi dal Gruppo L-SP).

CENTINAIO (L-SP). Signor Presidente, l'applauso è per la senatrice De Petris, visto che non l'ha applaudita nessuno. (Applausi dai Gruppi Misto-Liberi e Uguali,M5S, FI-BP e L-SP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bertacco. Ne ha facoltà.

BERTACCO (FdI). Signor Presidente, onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, Ministri, signor Presidente del Consiglio, l'attacco sferrato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia nei confronti della Siria nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 aprile è un atto che non condividiamo per tantissime ragioni. Noi di Fratelli d'Italia riteniamo corretta la scelta del Governo di non partecipare ad azioni di guerra in Siria, siamo d'accordo sul non prendere parte all'attacco militare e condividiamo la decisione di non concedere le basi italiane agli aerei alleati che hanno attaccato lo Stato siriano, anche se ci saremmo aspettati dei chiarimenti in merito alla vicenda del sottomarino americano a propulsione nucleare che sarebbe entrato nel Golfo di Napoli poco prima dell'attacco in Siria.

Si rincorrono voci, che vengono poi smentite, e vorremmo che venisse fatta chiarezza su questo episodio.

Siamo tuttavia in disaccordo su alcune dichiarazioni che sono state rilasciate sia dal Governo sia da alcune forze politiche in merito al bombardamento dei giorni scorsi. Il Gruppo di Fratelli d'Italia non è intenzionato ad incoraggiare tali episodi militari. Non siamo simpatizzanti né del Governo russo, né di quello siriano. Noi siamo contrari all'attacco in generale, non solo alla partecipazione dell'Italia. Siamo un popolo di patrioti che ha a cuore la difesa dell'interesse nazionale italiano. Siamo ben consapevoli del fatto che l'Italia faccia parte di un'Alleanza atlantica e ci riconosciamo pienamente come parte di tale Alleanza. Lo ripeto: ci riconosciamo pienamente come parte di tale Alleanza. Questo non è in discussione. Siamo quindi assolutamente coscienti che ci sono impegni internazionali da mantenere. Tuttavia, essere membri di un'alleanza e far parte di una coalizione non vuole dire condividere e seguire in modo acritico tutte le azioni messe in campo e decise unilateralmente da uno degli Stati membri.

Ricordiamo che l'appartenenza all'Alleanza atlantica comporta essenzialmente due impegni: il primo riguarda la difesa collettiva, ovvero dimostrare solidarietà nei modi ritenuti politicamente possibili in caso di aggressione subita da parte di uno degli Stati membri. Il secondo impegno riguarda la leale partecipazione ad azioni definite in ambito NATO per tutelare la sicurezza comune e, quindi, la possibilità di concordare interventi collettivi per specifiche esigenze di sicurezza comune o su mandato delle Nazioni Unite. L'Italia ha rispettato nel corso degli anni i doveri derivanti dall'Alleanza. Lo ha dimostrato prendendo parte a 114 missioni. Il nostro Paese ha sempre dimostrato fedeltà agli Stati alleati, non è mai sfuggito alle proprie responsabilità e ha sempre mantenuto i propri impegni. Lo abbiamo dimostrato sia in Iraq che in Afghanistan nel corso delle 24 missioni internazionali senza ombrello ONU, durante le quali hanno perso la vita 73 soldati italiani.

Tra i doveri dell'Alleanza, non c'è però l'obbligo di sostenere azioni militari decise da un solo Stato alleato. Anche partendo dall'assunto che siamo davanti a un regime dittatoriale e che questo abbia commesso atroci attacchi contro una popolazione inerme, se accettiamo questo comportamento, stiamo allora affermando che ogni qualvolta ci fosse la violazione dei diritti umani da parte di un regime dittatoriale, una potenza terza è legittimata a intervenire militarmente? Legittimare attacchi violenti da parte di un singolo Stato, senza le opportune considerazioni e gli appropriati confronti con tutti gli alleati, genererebbe il caos, destabilizzando gli equilibri esistenti.

In una fase storica così complessa, carica di tensioni e di crescente insicurezza, non ci si può adeguare ciecamente al Paese più forte e arrabbiato, in questo caso gli Stati Uniti. Prima di sferrare un attacco, è necessario un dibattito serio con tutte le parti. Il termine appartenenza, per noi, ha un significato importante che non prevede di attenersi servilmente e passivamente a tutte le azioni che gli Stati alleati mettono in campo. Soprattutto quando l'intento dell'intervento non risulta completamente chiaro. Ci sono infatti oggettive perplessità come gli interessi geopolitici che le forze protagoniste di questo bombardamento potrebbero avere. L'Italia non ha coinvolgimenti in quei territori. Non traiamo nessun tornaconto a differenza, magari, di altri Stati che dall'attacco potrebbero trarne vantaggi.

Bisogna poi sottolineare che la Francia e gli Stati Uniti hanno dichiarato di avere le prove dell'uso di armi chimiche da parte del regime del presidente siriano Bashar al-Assad, mentre la Gran Bretagna non ha confermato tali prove, prendendo una posizione molto più sfumata. Noi, come Italia, vogliamo queste prove. Non possiamo di certo prendere per valido ciò che viene detto dagli alleati senza un riscontro effettivo. Così come non possiamo appoggiare un attacco contro la Siria, o qualunque altro Paese, se non siamo certi che questa abbia usato armi chimiche dal momento che l'intento, almeno apparente, dell'attacco americano non era colpire la popolazione civile, bensì punire la Siria per l'utilizzo di armi chimiche.

Le prove dell'utilizzo di questi gas sono, quindi, di fondamentale rilevanza e importanza, dal momento che il ministro degli esteri russo Maria Zakharova sostiene che l'arsenale chimico siriano è stato distrutto nel 2013 e, quindi, non può essere stato utilizzato a Douma lo scorso 7 aprile. Questo è stato confermato anche dall'OPAC.

Programmare ed avviare un attacco per la distruzione di obiettivi sul territorio siriano la consideriamo una decisione avventata, vista l'assenza di una prova certa dell'uso dei gas, riducendo il tutto ad un raid dimostrativo con il rischio di un conflitto con Mosca. Gli ispettori dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), a quarantotto ore dall'arrivo in Siria, non sono ancora riusciti a raggiungere Douma, il sobborgo incriminato. È lì che il 7 aprile l'aviazione governativa avrebbe sganciato due bombe proibite. Fino ad ora, però, il lavoro degli esperti non è stato ancora possibile. È una situazione molto delicata - ce ne rendiamo conto - e soprattutto ci interroghiamo sul perché non siano aspettate le valutazioni degli osservatori dell'ONU su questo argomento. Siamo, quindi, davanti a un presunto attacco chimico sul quale gli osservatori dell'ONU non si sono espressi e i comportamenti siriani sono stati puniti prima che le Nazioni Unite stabilissero cosa fosse realmente successo. Da ciò emerge nuovamente la totale assenza dell'Europa, pronta a vessare i cittadini terremotati di L'Aquila, ma totalmente assente quando si tratta di intervenire su temi delicati riguardanti la politica estera. Non solo non ha avuto un ruolo determinante, ma è stata totalmente ininfluente e assente.

Come ricordato qualche minuto fa, l'Alleanza atlantica comporta obblighi diversi e non possiamo approvare l'attacco in Siria, che si è svolto fuori sia dall'ambito NATO che ONU. Nel corso degli anni la partecipazione delle Forze armate italiane a missioni militari all'estero ha assunto una considerevole importanza. Va ricordato che, sotto il profilo della tipologia, le missioni possono essere suddivise secondo il seguente prospetto: operazioni di mantenimento della pace, operazioni di assistenza internazionale, operazioni di imposizione della pace, operazioni di formazione della pace e prevenzione del conflitto. Le missioni cui l'Italia ha partecipato e che non sono state condotte da organizzazioni internazionali cui appartiene sono invece trentuno: di queste nove sono state svolte in attuazione di risoluzioni ONU o sono, comunque, ad esse collegate. L'importanza delle alleanze politiche e militari non è messa e non può essere messa in dubbio in questa fase così incerta delle relazioni internazionali. Se oggi affermiamo che, in caso di presenza di uno Stato dittatoriale che viola i diritti umani e commette crimini verso uno Stato terzo, uno degli alleati è legittimato a intervenire per punire lo Stato dittatoriale, se stiamo dando questa interpretazione del diritto internazionale, allora andremmo a legittimare un atteggiamento completamente sbagliato. È bene, infatti, segnalare che i Paesi dittatoriali nel pianeta sono la maggioranza e non l'eccezione. Yemen, Bielorussia, Eritrea, Somalia, Arabia Saudita, Cina e Corea del Nord sono tutti Paesi con regimi repressivi. Appare evidente l'impossibilità di legittimare l'azione messa in atto da USA, Gran Bretagna e Francia. Discorso analogo vale per i Paesi in cui è stata denunciata la violazione dei diritti umani. Si tratta di circa quindici Paesi.

Quest'analisi ci apre gli occhi e ci aiuta a capire l'importanza di un approfondimento globale della situazione prima di ogni intervento da parte di un alleato. Servono valutazioni e strategie per poter far parte pienamente di un'alleanza, che innanzitutto punta al benessere e alla stabilità. Per questo Fratelli d'Italia, in nome dell'interesse nazionale italiano, è contraria a ogni azione militare unilaterale, sia per presunte ragioni umanitarie o compiuta da un nostro storico alleato. (Applausi dai Gruppi FdI e FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mirabelli. Ne ha facoltà.

MIRABELLI (PD). Signor Presidente, colleghi, Presidente del Consiglio, Ministri, vogliamo ribadire innanzitutto, in occasione di questo dibattito, il nostro pieno sostegno e la condivisione del Partito Democratico delle scelte fatte dal Governo italiano in queste giornate difficili. Voglio subito ringraziare il presidente Gentiloni Silveri per la chiarezza con cui ha illustrato in questa Aula le ragioni e la sostanza delle scelte fatte.

In primo luogo, vi è la solidarietà nei confronti degli alleati che, di fronte all'inaccettabile utilizzo delle armi chimiche da parte del regime siriano, hanno reagito bombardando obiettivi definiti. È stato un intervento sanzionatorio che, per stessa dichiarazione di USA, Francia e Gran Bretagna, resta circoscritto a questo obiettivo.

In secondo luogo, la contrarietà a ogni ulteriore escalation militare.

In terzo luogo, l'impegno a dare forza alle iniziative di pace, chiedendo a tutti Paesi di assumersi la responsabilità di favorire una soluzione pacifica dei conflitti, lavorando già a partire dalla conferenza di Bruxelles prevista per il 24 e il 25 aprile e soprattutto dal sostegno al lavoro dell'inviato dell'ONU Staffan de Mistura.

Credo che debba essere chiaro a tutti che c'è un punto su cui - ne sono certo, sarebbe grave il contrario - in quest'Aula c'è un giudizio unanime: la ferma condanna dell'uso delle armi chimiche. (Applausi dal Gruppo PD). La responsabilità di questa crisi - dobbiamo dircelo - è soprattutto di chi le ha usate. La reazione che ha portato al raid militare sta qui, nel sanzionare l'uso delle armi chimiche e nel dire che la comunità internazionale non è disposta a tollerare l'utilizzo di questi strumenti di morte. Non sappiamo se questa sia la prima volta nello stesso conflitto siriano, che dura ormai da sette anni, in cui sono state usate armi chimiche; probabilmente non è così. Certamente questo episodio conferma che la distruzione delle armi chimiche e degli arsenali di armi chimiche dichiarata dal regime di Assad non è avvenuta e che l'aver impedito fino a ora l'accesso ai controlli degli organismi internazionali su questo non è stata una scelta casuale. Si sono violati tutti i trattati internazionali che proibiscono l'utilizzo di armi chimiche e si sono usate armi che colpiscono i civili, uccidono i più deboli (donne e bambini) e provocano inaccettabili sofferenze. Era ed è giusto dare un segno tangibile del fatto che la comunità internazionale non può consentirne l'uso.

Certo, questa vicenda mostra la necessità di fare di più per arrivare al più presto al bando totale delle armi chimiche, ma anche quella di dare più forza all'ONU e agli organismi internazionali, che, sia nella ricerca delle soluzioni diplomatiche come nel sanzionare la violazione delle convenzioni e dei diritti, sono rallentati, se non paralizzati, dai veti degli Stati nazionali. Addirittura, la continua messa in discussione, a cui stiamo assistendo, della credibilità delle stesse Nazioni Unite rischia di delegittimare ancora di più l'azione comunque indispensabile che svolgono.

La scelta del Governo italiano (mi pare ampiamente condivisa nel Paese) di non partecipare all'attacco su Damasco, di non dare sostegno, né diretto, né indiretto, all'azione militare, pur riconoscendone le ragioni, è una scelta coerente, che si sostiene sull'idea di fare del nostro Paese, anche per la sua collocazione, un soggetto propositivo in Europa e nell'Alleanza atlantica, per sostenere e rafforzare l'azione diplomatica. Chi oggi mette in discussione la nostra collocazione e le nostre alleanze rischia di indebolire, anziché rafforzare, il nostro ruolo, che può e deve essere un ruolo di pace. Siamo e restiamo convinti, ancora di più dopo sette anni di conflitto in Siria, che a risolvere le questioni e a costruire le condizioni per la pace non saranno le armi. L'ha detto e l'ha ribadito bene il presidente Gentiloni Silveri. Non saranno le armi, ma la trattativa, la diplomazia e il dialogo. Ha fatto bene il Presidente a sottolineare come, per sette anni, questa sia stata la bussola della nostra politica estera e la posizione che abbiamo portato avanti con autonomia, spesso poco ascoltati.

La guerra in Siria è solo l'evento più doloroso ed eclatante in un contesto che fa di quella parte del mondo una vera e propria polveriera. Il conflitto israeliano-palestinese, la questione curda, i conflitti tra sciiti e sunniti, l'instabilità in Libano fino a quella della poco lontana Libia sono vicende che si intrecciano e che possono mettere concretamente a rischio la pace nel mondo, se non sapremo scegliere la strada della diplomazia. Noi abbiamo, anche per questo, tutto l'interesse a lavorare in ogni sede internazionale perché si rafforzi la via diplomatica.

La stessa Unione europea potrebbe e dovrebbe essere capace di un'iniziativa comune, esprimendo una politica estera e di difesa comune. L'interesse internazionale dell'Italia sta nello spingere tutti gli attori, regionali e globali, affinché mettano al primo posto diplomazia e dialogo e sostengano l'inviato dell'ONU Staffan de Mistura.

Serve un'Italia pienamente protagonista in Europa per rafforzare il ruolo dell'Unione e far pesare di più l'impegno umanitario e politico che già oggi esprime. Serve per produrre una svolta positiva che faccia prevalere in tutti, a partire da Russia e Stati Uniti, un senso di responsabilità consapevole dei rischi e delle necessità, ma soprattutto con la consapevolezza che, ormai da sette anni, il conflitto siriano ha prodotto una gigantesca e drammatica emergenza umanitaria che va affrontata con maggiore decisione. Tregue e corridoi umanitari si sono finora rivelati insufficienti di fronte alla gravità della situazione. Credo che le sofferenze di tanti bambini, di tante donne, di tante persone civili indifese, lasciate alla mercé della guerra, debbano pesare sulle nostre coscienze e spingere la comunità internazionale a fare di più, da subito, come richiamava la senatrice Bonino, per evitare nuovi stragi.

Presidente Gentiloni Silveri, pensiamo che il suo Governo abbia in questo frangente difficile fatto le scelte giuste, restando ancorato ai principi che hanno guidato la politica estera e la diplomazia italiana, muovendosi con autonomia nel quadro delle alleanze e nel campo in cui ci siamo sempre riconosciuti, continuando a sostenere però la necessità di dialogare con la Russia, sfidandola, richiamandola alle proprie responsabilità, chiedendo l'impegno della stessa Russia per imporre al regime siriano di applicare le risoluzioni dell'ONU, che esso continua a non applicare. Qualunque sia l'esito delle trattative in corso per il Governo, ci auguriamo che questi restino punti fermi per chiunque governerà. La crisi internazionale di questi giorni e di queste ore ci dice però anche con grande chiarezza che il Paese, l'Italia, non può permettersi posizioni ambigue o, peggio, diverse, sul tema della collocazione internazionale e delle alleanze. Per quanto ci riguarda, questo tema diventa rilevante per tutte le scelte future di questo Parlamento. (Applausi dai Gruppi PD e Aut (SVP-PATT, UV) e del senatore Casini).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romeo. Ne ha facoltà.

ROMEO (L-SP). Signor Presidente, colleghi senatori, signori membri del Governo, di fronte alla crisi culminata nel recente bombardamento aereo missilistico di alcuni siti siriani sospettati di produrre armi chimiche, esprimiamo come Lega un apprezzamento per la cautela e, direi anche, per l'equilibrismo usato dal presidente Gentiloni Silveri e dal suo Governo. Del resto, l'espressione «sostegno logistico, ma non militare», è un po' in stile «convergenze parallele». È però altrettanto vero che l'azione di politica estera del suo Governo è stata nel tempo assolutamente irrilevante. Non bisogna essere esperti di politica internazionale per comprendere che i nostri partner non ci abbiano minimamente considerato.

Comunque, a prescindere dalle varie posizioni e sensibilità politiche presenti, come Lega, condanniamo l'utilizzo delle armi chimiche, anche se qualche volta ci piacerebbe vedere prove certe della loro presenza. Un'agenzia di stampa dell'ultima ora riferisce che i militari russi hanno trovato, sì, armi chimiche, ma nelle mani dei ribelli. Al di là di questo, stiamo ancora aspettando le prove delle armi chimiche di Saddam Hussein. Stiamo ancora pagando le conseguenze degli errori fatti nella guerra in Libia. Teniamo a ribadire che non abbiamo mai messo in discussione l'Alleanza atlantica, ma mettiamo in discussione il ruolo che hanno avuto l'Unione europea e l'organizzazione delle Nazioni Unite in questa crisi e non solo. Una Unione europea molto celere nell'intervenire nei nostri affari interni, ma assolutamente e totalmente assente di fronte a questioni rilevanti di politica internazionale. Come sempre, ci viene da dire, la Mogherini "non pervenuta".

Ci troviamo di fronte a una Unione europea forte con i deboli e debole con i forti, che è l'esatto contrario di quello che noi pretendiamo e chiediamo. A noi della Lega piacerebbe, invece, un'Italia e un'Europa non in condizione di sudditanza nei confronti degli alleati, ma con un ruolo attivo, politico e diplomatico, che, tra l'altro, storicamente ci appartiene (dove è finita la diplomazia italiana che portava a casa anche dei risultati concreti?), un ruolo che cerchi di evitare quei danni prodotti da dimostrazioni muscolari tra Stati Uniti e Russia che rispondono, a volte, a logiche di politica interna.

Il nostro Paese ha molto da guadagnare dalla ricomposizione delle tensioni e dalla pace e tanto da perdere dall'eventuale affermarsi di uno scenario di contrapposizione tra Occidente e Russia, che anche lo stesso Israele sembra non desiderare.

Vogliamo un Governo che incoraggi un percorso di riconciliazione nazionale in Siria e nell'intera regione mediorientale e che favorisca il dialogo tra Stati Uniti e Russia, ma in termini concreti.

Signor Presidente, stando a quanto abbiamo sentito questa sera sembra che l'Italia abbia giocato un ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale: i fatti, purtroppo, dicono il contrario. Oggi abbiamo bisogno di fatti e non più di parole. (Applausi dai Gruppi L-SP e FI-BP e dai banchi del Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-BP). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi senatori, la drammatica situazione della Siria, che oggi attrae l'attenzione di tutto il mondo, è estremamente complessa e si è determinata attraverso decenni di vicende che a loro volta hanno radici antiche.

Dalla Crisi di Suez del 1956, la Siria è stata costantemente nell'area di influenza dell'Unione Sovietica e poi della Federazione Russa. Dal 1970 la famiglia al-Assad domina la Siria, assumendo le caratteristiche di una dittatura, con aspetti particolarmente odiosi per quanto riguarda il trattamento degli oppositori ma, allo stesso tempo, garantendo un grado di libertà religiosa sempre più raro nell'area e particolarmente importante per la presenza di vari gruppi religiosi risalenti a epoche remote, incluse alcune delle più antiche realtà del cristianesimo.

Al legame con la Russia si è aggiunto, dall'epoca della Guerra Iraq-Iran negli anni Ottanta, quello appunto con l'Iran teocratico. Paradossalmente, in quello stesso periodo è deflagrata l'ostilità tra il regime di Assad e i fondamentalisti islamici di varie denominazioni, caratterizzata da violente insurrezioni e spietate repressioni.

Ma è con il 2011 che si è passati a una vera e propria guerra civile, che purtroppo dura tutt'oggi e ha provocato circa mezzo milione di morti e milioni di rifugiati e ha visto l'ascesa del cosiddetto "stato islamico", conosciuto come ISIS o Daesh, il cui obiettivo dichiarato è l'instaurazione di un califfato che ha, o aveva, l'obiettivo dichiarato di conquistare entro pochi anni - attraverso la guerra e il terrorismo - il Nord Africa, il Sud dell'Europa e vaste parti dell'Asia, per imporre la shari'a, nella sua versione più intransigente, anche contro i musulmani che non condividono l'idea di Islam dell'ISIS.

Dopo l'attacco missilistico sferrato da Stati Uniti, Regno Unito e Francia sabato scorso, in reazione alla segnalazione dell'uso di armi chimiche da parte del regime di Damasco, occorre chiedersi che cosa si può fare, che cosa l'Italia può fare, per evitare l'ulteriore aggravarsi della situazione, visto che si parla di una reazione in fase di preparazione da parte di Russia e Iran. Per questo sottolineiamo che l'Italia avrebbe bisogno al più presto di un Governo pienamente legittimato dal punto di vista parlamentare, autorevole sia sul piano interno, sia su quello internazionale, pur ringraziando il Presidente del Consiglio e i Ministri per la loro pronta presenza in Parlamento, una volta richiesta.

L'Italia, per la sua storia, per la sua posizione geografica e per la sua capacità di mantenere rapporti con tutti gli Stati della regione, ha il diritto e il dovere di essere protagonista nell'area mediterranea. Possiamo e dobbiamo farci ascoltare dalle maggiori potenze. L'Italia ha un ruolo essenziale nell'Unione europea e per l'Unione europea, così come nell'Alleanza atlantica e nel mondo occidentale in generale. Una scelta di campo che dura da settant'anni, basata su valori condivisi essenziali per la nostra concezione di società, che ci ha garantito sicurezza e che comporta obblighi di solidarietà e responsabilità ai quali non siamo mai venuti meno.

In particolare, il nostro forte rapporto con gli Stati Uniti ci potrebbe porre in condizione di essere, rispetto a Washington, un interlocutore propositivo, solidale sui valori di civiltà e attivo nella ricerca della pace, coerentemente con la nostra Costituzione, se avessimo un Governo, appunto, nel pieno dei suoi poteri. Riteniamo che l'opzione militare sia solo una extrema ratio, da esaminare con la massima attenzione nelle sue modalità e nelle sue conseguenze, anche per l'importanza dei protagonisti attuali e potenziali degli ultimi sviluppi della crisi siriana.

Il Governo di Assad si è macchiato di atti efferati ed è sostenuto anche da alleati molto pericolosi; gli va assolutamente impedito l'uso di armi chimiche, comunque inaccettabile, non solo per il diritto internazionale, ma anche per la nostra coscienza morale. Ma in questo caso le prove finora prodotte non sono chiare e provengono generalmente da fonti la cui attendibilità in passato si è spesso rivelata scarsa. Solo l'OPAC, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, potrebbe dare un responso pienamente attendibile. Questo responso, per varie ragioni, anche addebitabili al regime ma non soltanto, non è ancora arrivato.

Peraltro, gli avversari del regime di Assad non risultano certo esenti da efferate violenze e forse neppure dall'uso di armi chimiche, anche nei confronti della popolazione civile. L'ISIS, di cui ci si è troppo in fretta dimenticati, controlla ancora parti del territorio siriano, anche se molto ridotte negli ultimi tre anni, specialmente a seguito dell'intervento militare russo; un intervento che ha avuto anche il risultato di salvaguardare quello che rimane delle popolazioni cristiane, molto importanti, yazide e di altre minoranze dell'area, che fino a quel momento erano in balìa dell'ISIS e che sotto Assad, pure in un regime di mancanza generale di libertà, erano sopravvissute a lungo e senza particolari problemi.

Un aspetto fondamentale della situazione siriana è infatti la presenza della Federazione Russa che, accanto a operazioni volte a difendere Bashar al-Assad, ha certamente inferto colpi decisivi all'ISIS e alle altre fazioni terroristiche vicine ad al Qaeda, che erano state rafforzate dal sostegno quantomeno imprudente alla cosiddetta primavera araba siriana, che ha avuto conseguenze disastrose quanto l'intervento in Libia contro Gheddafi. In entrambi i casi, ne sono derivate non solo decine di migliaia di morti e una pericolosissima instabilità, ma anche un'ondata migratoria verso l'Europa e, in particolare, l'Italia, destabilizzante, drammatica per le persone che hanno lasciato il proprio Paese e portatrice di pesanti conseguenze economiche e sociali per il nostro Paese, oltre al pericolo di infiltrazioni terroristiche nel flusso dei profughi o presunti tali. Elementi destabilizzanti che gli accordi stabiliti dal Governo Berlusconi con Gheddafi avevano praticamente ridotto a zero.

L'Organizzazione delle Nazioni Unite è stata ancora una volta nell'angolo, ma potrebbe tornare protagonista positiva, come avvenuto in varie situazioni di crisi che sembravano destinate a non avere fine. I caschi blu hanno riportato in passato notevoli successi e i soldati italiani sono stati spesso in prima fila, pagandone anche dolorosi tributi in termini di caduti e di feriti. Sette di questi caduti sono proprio tra gli appartenenti alla missione UNIFIL, che rappresenta un elemento molto importante nella regione. Dobbiamo sempre avere in mente il contingente dell'UNIFIL, che comprende oltre mille italiani e che ha svolto spesso, sotto ottimi comandanti italiani, un eccellente lavoro.

Quando parliamo di Siria, oltre ad avere a che fare con un teatro estremamente complesso e pericoloso, ricordiamoci di quei mille uomini e donne italiani in divisa, cui dobbiamo riconoscenza e soprattutto tutela. (Applausi dai Gruppi FI-BP, M5S e L-SP). Si tratta qui di aree geograficamente piccole, benché interessino diversi Stati sovrani. Il Libano ha la stessa superficie delle Marche e l'area di dispiegamento dell'UNIFIL è attigua al territorio siriano: ogni mossa, ogni sviluppo della situazione può coinvolgerli molto rapidamente.

Noi pensiamo, coerentemente con lo spirito di Pratica di Mare, che l'obiettivo rispetto alla Russia sia di portarla ad essere un partner strategico e non un avversario, anche per evitare di indurla a pericolose alleanze alle quali può essere spinta da un Occidente visto come pregiudizialmente ostile.

La Siria non può diventare terreno di scontro tra potenze ad essa esterne (questo non deve avvenire in nessun luogo), ma le potenze esterne alla Siria possono lavorare per la pace, per una soluzione realistica della crisi che dia finalmente sollievo a una popolazione che ha già sofferto l'inimmaginabile.

Pensiamo perciò che si debba coinvolgere positivamente la Russia, il solo Paese che può indurre Bashar al-Assad a non alimentare ulteriormente il conflitto; un Paese, la Russia, anche motivato a lavorare per evitare occasioni di scontro con Israele dal territorio siriano da parte di milizie vicine al Governo di Teheran.

La Russia non deve essere indotta a cercare forme di rivincita rispetto a una sindrome di accerchiamento, certo a volte enfatizzata dalla propaganda, ma non priva di fondamento alla luce, ad esempio, delle sanzioni che non hanno ottenuto alcun risultato politico, ma hanno danneggiato, più ancora della Russia stessa, proprio i Paesi che le hanno imposte, a cominciare da quelli che hanno avuto ed hanno buoni rapporti economici con Russia, in particolare l'Italia.

Una collaborazione proficua con la Russia non è impossibile: il Governo Berlusconi a Pratica di Mare mise insieme Russia, Stati Uniti ed Europa. La Russia era coinvolta in parecchi organismi della NATO per un lungo periodo. Non ci sono ostacoli insormontabili per poter tornare a uno scenario analogo.

Ribadiamo la necessità che l'Italia abbia un Governo credibile che lavori per quel fine; ribadiamo la nostra determinazione a lavorare insieme a coloro che avranno questo stesso obiettivo. Questa è la ragione per la quale gli italiani hanno votato, ciascuno con le sue scelte: lavorare per il bene dell'Italia, difenderne gli interessi e difenderne la pace. (Applausi dai Gruppi FI-BP e FdI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Toninelli. Ne ha facoltà.

TONINELLI (M5S). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, Ministri, colleghe e colleghi, negli ultimi giorni la Siria è tornata ad essere un tema al centro dell'agenda internazionale ed italiana. È tornata ad esserlo dopo l'attacco di Douma, su cui l'Occidente afferma che sia stato compiuto dal regime di Assad; ed è tornata ad esserlo dopo la risposta di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, che hanno colpito postazioni del regime con una serie di missili. Tuttavia, la Siria vive una lacerante guerra sin dal 2011: sono morte centinaia di migliaia di persone e ci sono milioni di sfollati, interni ed esterni.

Quella in corso non è una guerra cominciata ora; al contrario, è una guerra che si protrae da troppi anni e che la gran parte degli analisti internazionali ritiene essere una guerra per procura, combattuta su due fronti: da una parte, l'Occidente, insieme ai sauditi e ad altri Paesi, chiede le dimissioni di Assad; dall'altra, la Russia, insieme a Teheran, lavora per sostenere Assad.

Lo abbiamo già detto e continueremo a ribadirlo: la principale vittima di questo conflitto e del caos è stata, è e continua ad essere il popolo siriano. Per questo il Movimento 5 Stelle chiede che siano immediatamente incrementati i canali di assistenza umanitaria e che si acceleri verso l'individuazione di una soluzione del conflitto, che può essere solo diplomatica e non può essere di natura militare.

Per quanto ci riguarda, l'articolo 11 della nostra Costituzione rappresenta un principio inderogabile, che noi difendiamo con orgoglio. (Applausi dal Gruppo M5S). «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Crediamo che, in questa cornice, l'Unione europea debba sapersi mostrare unità e compatta di fronte agli sviluppi in corso e crediamo anche che le Nazioni Unite debbano essere il faro di ogni Paese, il tavolo più alto del dialogo e della riflessione sulle sorti del mondo. Se viene a mancare questo, vengono a mancare i principi del diritto internazionale e i valori democratici che dovrebbero contraddistinguere il mondo civile.

Per quanto riguarda l'uso di armi chimiche in Siria, è un copione che purtroppo già conosciamo e che riteniamo inaccettabile. La via da percorrere in questo senso è attendere il lavoro degli ispettori dell'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC), affinché accertino la veridicità di quanto denunciato dai gruppi ribelli e da alcune organizzazioni non governative. Fino ad oggi non è mai stata fatta verità assoluta sui responsabili degli attacchi e questo è un punto su cui dobbiamo poter ricevere informazioni certe, autonome e indipendenti. E lasciateci ricordare che la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche costituisce per noi uno dei pilastri fondamentali su cui si fonda il sistema di disarmo e di non proliferazione delle armi di distruzione di massa.

In questa cornice l'Italia può e deve giocare un ruolo fondamentale nella mediazione dei due blocchi. Continuiamo a ritenere gli Stati Uniti il nostro principale alleato, ma consideriamo al contempo la Federazione Russa un importante interlocutore per la stabilizzazione delle aree di crisi. Il compito di chi, governando, ambisce a rendere il mondo più civile e democratico è quello di comprendere che la mediazione e il dialogo sono le uniche vie da intraprendere per la risoluzione delle controversie internazionali. (Applausi dal Gruppo M5S). Il Movimento 5 Stelle non smetterà mai di ribadire questo aspetto.

Ringrazio il presidente Gentiloni Silveri per aver informato le Camere, come richiesto. In questa sede sollecito lei, Presidente, e tutto il Governo a fornire costanti aggiornamenti alle forze parlamentari e a tutto il Paese sugli sviluppi in corso, aggiornamenti da dare soprattutto in virtù dell'esito delle elezioni del 4 marzo scorso. Infatti, quanto sta accadendo in Siria ci mette quanto meno davanti a un'evidenza, ovvero che l'Italia ha urgentemente bisogno di un nuovo Governo, forte anche sul piano internazionale, che rispetti la nuova composizione parlamentare e le scelte fatte dai cittadini alle ultime elezioni. (Applausi dal Gruppo M5S, dai banchi del Gruppo L-SP e del senatore Napolitano).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Presidente del Consiglio dei ministri.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, interpellanze e interrogazioni pervenute alla Presidenza saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Il Senato è convocato a domicilio.

La seduta è tolta. (ore 19,33).