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Legislatura 17ª - 1ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 474 del 06/04/2017


         La senatrice LO MORO (Art.1-MDP) rileva preliminarmente che i termini di scadenza per la conversione in legge del decreto non consentiranno di apportare al testo le modificazione necessarie. Ritiene necessario, ad ogni modo, rappresentare compiutamente la sua posizione, evidenziando le maggiori criticità rinvenibili nel provvedimento.

In primo luogo, osserva che alcune misure si limitano a riproporre strumenti di natura repressiva e preventiva già presenti nell'ordinamento, seppur con uno sforzo di maggiore compiutezza, anche a seguito delle richieste avanzate dalle associazioni dei sindaci e dai soggetti che operano nei territori.

            Si sofferma, quindi, sull'articolo 4, che cerca di offrire una definizione di sicurezza urbana, peraltro ripresa da un decreto ministeriale del 2008, in termini a suo avviso eccessivamente generici, suscettibili di ricomprendere potenzialmente tutte le attività che si possono svolgere all'interno di una città.

In proposito, ritiene necessario interpretare la disposizione dell'articolo 4 in coerenza con quanto prevede il successivo articolo 5, riguardante i patti per l'attuazione della sicurezza urbana, da cui emergono obiettivi concreti e azioni positive volte a garantire servizi e a realizzare interventi di prossimità sociale.

Anticipa, al riguardo, la presentazione di un ordine del giorno, che impegni il Governo alla realizzazione concreta di quelle misure di valorizzazione e di promozione sociale, indicate negli articoli richiamati.

            A suo avviso, il tema della sicurezza urbana deve essere affrontato attraverso un adeguato bilanciamento di interessi e di valori. Coloro che possono essere considerati elemento di disturbo per la tenuta sociale di un determinato contesto  meritano in ogni caso attenzione, rispetto e soprattutto aiuto, per la condizione di emarginazione nelle quali si trovano. In questo senso, valuta con favore le azioni positive previste nell'ambito dei patti per l'attuazione della sicurezza urbana, nel presupposto che, se adeguatamente finanziate, esse possano costituire un fattore di sviluppo e di emancipazione per i soggetti più deboli della società, posti drammaticamente ai margini della convivenza civile e spesso sfruttati.

            Occorre, in altre parole, raggiungere un equilibrio tra i diritti e le esigenze di sicurezza dei cittadini, con particolare attenzione agli ambienti più vulnerabili, e le esigenze di emancipazione di chi, per ragioni economiche e sociali, vive ai margini delle città.

            Si sofferma, quindi, sulle disposizioni che modificano il testo unico degli enti locali, in particolare su quelle che intervengono sui poteri di rappresentanza del Sindaco.

In proposito, richiama i contenuti della sentenza della Corte Costituzionale n. 115 del 2011, la quale ha dichiarato illegittimo l'articolo 54, comma 4, nella parte in cui prevedeva il potere di ordinanza dei sindaci non solo nei casi contingibili ed urgenti.

Nel condividere la scelta compiuta dalla Corte Costituzionale, sottolinea la motivazione sottesa, in particolare la violazione della riserva relativa di legge, di cui all'articolo 23 della Costituzione, dal momento che non era prevista alcuna tipizzazione della discrezionalità amministrativa, in una sfera riguardante la libertà dei consociati. Peraltro, osserva che le ordinanze, spesso carenti di adeguata motivazione, presentano un carattere di generalità ed astrattezza che ne rende difficile l'impugnazione.

            Al contrario, rileva che alcune disposizioni contenute nel decreto sono in contrasto con le determinazioni contenute nella sentenza della Corte Costituzionale. In particolare, l'articolo 8 amplia la possibilità per il Sindaco di adottare ordinanze su materie, quali gli orari di vendita o di somministrazione di bevande alcoliche o superalcoliche, che sono regolate da normative comunali, in contrasto con le liberalizzazioni avviate negli ultimi anni. Con ordinanza il Sindaco potrebbe dunque decidere su quali zone un'attività può essere liberalmente svolta e su quali vietata, peraltro con il possibile rischio di corruzione e di collusione con la criminalità organizzata.         

            Esprime, inoltre, alcuni ulteriori rilievi critici sulle modifiche apportate all'articolo  50, comma 5, del decreto-legislativo n. 267 del 2000, che consente il ricorso alle ordinanze anche per superare situazioni di grave incuria e degrado del territorio, dell'ambiente e del patrimonio culturale. In proposito, ritiene che la disposizione possa considerarsi legittima nella misura in cui questo potere sia circoscritto alle esigenze di tutela della tranquillità e di riposo dei residenti, come indicato nella parte finale della disposizine. Auspica, pertanto, che circolari ministeriali possano chiarire, nel rispetto della norma, i limiti entro i quali  il potere di ordinanza può essere esercitato in quei casi.

            A titolo personale, esprime ulteriori riserve anche sul nuovo comma 4-bis dell'articolo 54 del decreto-legislativo n. 267 del 2000, volto a definire il potere di ordinanza dei sindaci nelle loro funzioni di ufficiali di Governo, con particolare riguardo alla prevenzione e contrasto di fenomeni criminosi e di illegalità. A suo avviso, appare improprio attribuire tale potere a soggetti che non hanno le competenze adeguate né le necessarie risorse umane e materiali.

            Si sofferma, inoltre, sulla disposizione introdotta durante l'esame presso la Camera dei deputati, riguardante i parcheggi abusivi. A suo avviso, le norme introdotte non appaiono meritevoli di particolare attenzione, in quanto volte a reprimere un fenomeno che non desta significativo allarme sociale, soprattutto in aree del Paese ove si registrano, con estrema frequenza, fenomeni di ben più grave portata.

            Con riguardo all'articolo 15, segnala l'incongruenza delle disposizioni ivi previste in materia di misure di prevenzione personale, che hanno come presupposto la pericolosità sociale del soggetto.

A suo avviso, la scelta legislativa compiuta presenta spiccati caratteri di antigiuridicità ed è palesemente illegittima, soprattutto nella parte in cui l'adozione della misura è consentita in presenza di fatti oggettivi, senza alcun affidamento alla libera valutazione del giudice.