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Legislatura 16ª - 1ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 359 del 28/02/2012


     La relatrice ADAMO (PD) riferisce sul disegno di legge comunitaria, ricordando che attualmente il testo si compone di 27 articoli, a fronte dei 5 originariamente presentati alla Camera. L'allegato A contiene una sola direttiva (direttiva 2009/156/CE - polizia sanitaria per i movimenti degli equidi), mentre l'allegato B contiene 23 direttive, tra cui,  per la rilevanza in merito alle competenze della Commissione, segnala la direttiva 2010/64/UE relativa al diritto all'interpretazione e traduzione nei processi penali, la direttiva 2011/36/UE relativa alla tratta degli esseri umani e la direttiva 2011/82/UE relativo allo scambio transfrontaliero di informazioni sulle infrazioni in materia di sicurezza stradale. Secondo il consueto procedimento di adempimento degli obblighi comunitari e di adeguamento dell'ordinamento interno, il disegno di legge contiene infatti una pluralità di deleghe legislative finalizzate al recepimento delle direttive elencate negli allegati, secondo la procedura di cui all'articolo 1 e sulla base dei principi e criteri direttivi indicati all'articolo 2. L'articolo 3 prevede ulteriori disposizioni di delega, anch'esse usualmente inserite nelle leggi comunitarie, relative all'introduzione di sanzioni penali ed amministrative di competenza statale per l'adempimento di obblighi derivanti dall'ordinamento comunitario, mentre l'articolo 5 reca una delega per il coordinamento normativo finalizzata all'adozione di testi unici o codici di settore.

Sempre secondo una tecnica già consolidata, i termini per l'esercizio delle delega vengono fissati non già in coincidenza con il termine di recepimento delle direttive, ma nei due mesi antecedenti a quelli previsti per il suddetto recepimento. Resta invece fermo il termine dei dodici mesi successivi alla data di entrata in vigore della legge comunitaria, nel caso in cui la direttiva non indichi un termine per il recepimento, nonché il termine dei tre mesi successivi alla data di entrata in vigore del provvedimento, ove i suddetti termini siano già scaduti o prossimi alla scadenza.

Evidenzia positivamente la previsione del meccanismo del "doppio parere parlamentare" su schemi di decreti legislativi, limitatamente a quelli che prevedono sanzioni penali o nelle ipotesi in cui il Governo non intenda conformarsi alle condizioni formulate dalle Commissioni parlamentari competenti per i profili finanziari, al fine di garantire il rispetto dell'articolo 81, quarto comma, della Costituzione.

Occorre notare, a suo avviso,  che nel corso dell'esame alla Camera sono state opportunamente inserite le disposizioni relative al recepimento della direttiva sui ritardati pagamenti della pubblica amministrazione, nonché le disposizioni che estendono la class action anche ai casi di violazione del decreto legislativo attuativo della cosiddetta "direttiva Servizi" (direttiva Bolkestein).

            Si sofferma, quindi, su alcuni profili problematici.

L'articolo 1, comma 1 prevede che, ove i termini previsti per il recepimento delle direttive siano già scaduti o prossimi alla scadenza, i decreti legislativi di recepimento vengano adottati entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge comunitaria. A suo avviso, occorrerebbe valutare se i termini così fissati siano congrui in relazione alla procedura di adozione dei decreti legislativi, tenuto conto che essa prevede passaggi parlamentari e, in alcuni casi, anche l'acquisizione del parere della Conferenza Stato-Regioni. Inoltre, al comma 2 del medesimo articolo 1, viene espressamente richiamato l'articolo 14 della legge n. 400 del 1988, in base al quale  il testo del decreto legislativo adottato dal Governo è trasmesso al Presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza.

In riferimento all'articolo 1, comma 7, appare opportuno chiarire e circoscrivere l'ambito di applicazione della norma, con riguardo alla previsione di un potere sostitutivo statale, in merito alla definizione delle sanzioni penali, trattandosi di una materia che già rientra nell'ambito di competenza esclusiva statale, ai sensi dell'articolo 117, terzo comma, lettera l) della Costituzione.

L'articolo 6, inserito nel corso dell'esame presso la Camera dei deputati, interviene, modificandola implicitamente, sulla disciplina di cui all'articolo 12 del D.P.R. n. 357 del 1997. Tale disposizione disciplina le introduzioni e  le reintroduzioni di specie autoctone animali e vegetali di interesse europeo, che richiedono una protezione rigorosa, nonché di alcune specie di uccelli selvatici. A tal proposito, occorre segnalare che le modifiche apportate con l'articolo 6 vanno ad incidere su una fonte di natura secondaria, operando una forma di "rilegificazione" parziale della materia, peraltro limitata ad un solo articolo del provvedimento. Ciò, oltre ad essere in contrasto con le regole di formulazione tecnica dei testi legislativi, inserisce elementi di incertezza all'interno del sistema delle fonti.

L'articolo 19, comma 3, e l'articolo 22 presentano criticità relative alle modalità di esercizio della delega, soprattutto in rapporto all'articolo 20, comma 5 della legge n. 59 del 1997, richiamate in quegli articoli. Tale disposizione prevede una procedura di emanazione dei decreti parzialmente differente rispetto a quella prevista nelle disposizioni della legge comunitaria, con particolare riferimento alle competenze del presidente del Consiglio e dai singoli ministri. Occorrerebbe pertanto armonizzare le due procedure, eventualmente coordinando le differenti disposizioni.

L'articolo 25, inserito nel corso dell'esame presso la Camera dei deputati, è relativo alla responsabilità diretta dei magistrati che, nell'esercizio delle loro funzioni o per diniego di giustizia, abbiano causato - mediante provvedimenti, atti o comportamenti - un danno ingiusto a una parte. Questo articolo desta, a suo avviso, preoccupazioni di ordine costituzionale in relazione al provvedimento in esame. Le novità previste dall'articolo 25, rispetto alla disciplina attuale, consistono essenzialmente nella configurabilità della responsabilità civile anche nel caso di danno ingiusto causato dall’attività di interpretazione di norme; nell’estensione della responsabilità civile al caso di danno ingiusto causato dall’atto giudiziale realizzato "in violazione manifesta del diritto", nella possibilità per il cittadino di citare in giudizio, oltre allo Stato, anche il "soggetto riconosciuto colpevole", ovvero il magistrato. La nuova disciplina, configurando quindi una responsabilità individuale diretta (ben distinta da quella già disciplinata all'interno della legge n. 117 del 1988, adottata a seguito del referendum popolare) rischia di entrare in contrasto con il carattere di indipendenza, autonomia e soggezione soltanto alla legge, che connota lo status dei magistrati e che è sancito all'articolo 101, secondo comma, della Costituzione. Inoltre, la materia appare in contrasto con quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia UE "Traghetti del Mediterraneo s.p.a.". La Corte di giustizia ha infatti affermato che gli Stati - non i singoli magistrati - devono essere responsabili per i danni arrecati da pronunce giurisdizionali in contrasto col diritto europeo (che, spesso, derivano proprio dal difetto di armonizzazione, non imputabile ai giudici ma al legislatore, della nostra legislazione con quella comunitaria). In proposito, si riserva sul punto un approfondimento, anche in considerazione dei rilievi che dovessero emergere  nel corso della discussione generale.